Cave del Predil, originariamente noto come Raibl, è un antico borgo minerario alle pendici del Monte Re, a 10 km da Tarvisio. Le sue origini risalgono all’epoca Pre-romana(80o a.C). Sede di una delle più importanti miniere di piombo e zinco d’Europa, l’attività estrattiva è cessata nel 1991
La Storia
Il paese deve la sua esistenza (e il suo nome in italiano) alle miniere di piombo e zinco del monte Re, in attività fino al 1991, che condizionano in modo pesante il paesaggio circostante. La storia della miniera affonda le sue radici in epoca preromana (800 a.C.) in cui pare ci fosse già un’attività estrattiva. Il primo documento storico che fa riferimento all’attività estrattiva risale al 132o quando il duca Federico il Bello rilasciò la concessione estrattiva ad un gruppo di minatori del tarvisiano.
Nel 1456 il Vescovo di bamberga concesse ad Osvaldo Raibl il diritto di scavo del giacimento. Per molti secoli la miniera venne gestita dalla famiglia Rechbach. Nel 1759 Raibl entrò a far parte dei possedimenti degli Asburgo . Nel 1835, a causa di ripetuti ribassi salariali, i minatori entrarono in sciopero; per sedare la rivolta fu necessario un intervento militare. Al termine dell’agitazione furono licenziati 120 lavoratori. Nel 1890 venne realizzata la prima centrale idroelettrica che dava energia all’argano di estrazione del pozzo.
Nel 1898 iniziò la costruzione della galleria di Bretto, allo scopo di facilitare il drenaggio delle acque ristagnanti nei livelli più profondi. La galleria inizia a 240 metri di profondità sotto al paese e sbocca presso il villaggio di Bretto, oggi in Slovenia . I 4 844 metri della galleria vennero inaugurati nel 1905.
I minatori non si limitarono a scavare gallerie solo all’interno della montagna, ma si spinsero anche sotto il villaggio. L’8 gennaio 1910 una parete si spaccò, facendo così penetrare nella miniera l’acqua proveniente dal lago sovrastante. Alcune gallerie franarono sotto la pressione delle acque. Verso le ore 13, l’ospedale del paese venne inghiottito nel sottosuolo, sprofondando per 150 metri e oltre. Persero la vita sette persone: il medico, sua moglie, il figlio, una cuoca, una cameriera, un capoposto dei gendarmi in pensione e la moglie. Nel 1914 la comunità locale eresse un monumento in memoria della tragedia.
Nel 1917, in previsione del grande attacco degli Imperi centrali contro il Regio esercito italiano, la galleria mineraria fu trasformata in linea ferroviaria permettendo il passaggio di 170 tonnellate di materiale e di 600 soldati al giorno. Il movimento in galleria si effettuava per 16 ore al giorno. I soldati austriaci arrivavano da un lato della montagna, a Raibl (oggi Cave del Predil), e di qui, attraverso la galleria mineraria, arrivavano a Bretto.
Uomini, armi e sussistenza vennero spostati qui da altri fronti con uno stratagemma che eluse la sorveglianza dell’esercito italiano, che presidiava il fronte all’altezza di Plezzo. I rinforzi dell’esercito austroungarico infatti giunsero a Plezzo e Tolmino trasportati in treno di notte, nascosti nella boscaglia in modo che i comandi italiani non li scorgessero e trasportati poi a piedi nell’ultimo tratto, fino al fronte. Per illudere gli italiani che la linea del fronte si stesse smantellando invece che “armando”, durante il giorno gli austro-ungarici facevano transitare in allontanamento da Plezzo e Tolmino treni carichi di uomini e mezzi, occultando invece l’approvvigionamento che avveniva di notte. Il Passo del Predil era ben sorvegliato dagli alpini italiani posizionati sul Monte Nero, conquistato il 16 giugno 1915 . Gli austro-ungarici, non volendo palesare le proprie strategie, a partire dall’agosto 1917 evitarono di transitare dal passo, preferendo superare la montagna attraverso la galleria mineraria di Bretto. Nelle settimane antecedenti la Battaglia di Caporetto gli austriaci vi fecero passare 270 000 militari con 22 000 treni.
Tracciato della galleria di Bretto (tratteggiato)
Nel 1919, dopo gli eventi bellici e a seguito del Trattato di Saint-Germain , i territori del tarvisiano passarono sotto l’amministrazione italiana e con essi anche miniera di Raibl che divenne proprietà dello Stato. In questo periodo la miniera venne data in gestione alla Società Anonima Miniere Cave del Predil, divenuta successivamente Raibl-Società Mineraria del Predil. Iniziò un periodo florido per la miniera sotto la gestione di Bernardino Nogara, durante la quale venne costruita una teleferica per trasportare il minerale estratto alla stazione di Tarvisio.
Dopo la seconda guerra mondiale la galleria di Bretto divenne confine tra Jugoslavia e Italia e oggetto di aspri conflitti politici e burocratici tra i due Paesi, tanto da doverla chiudere con un cancello posto sulla linea di confine sotterranea. Con l’ingresso della Slovenia nell’Area Schengen , il cancello non risultò più necessario.
Il periodo postbellico portò la meccanizzazione e automazione dei processi produttivi e alcune migliorie nell’attrezzatura in dotazione ai minatori. Per esempio, le lampade a carburo vennero sostituite da lampade elettriche innestate sull’elmetto. Nel 1953 iniziò un periodo di crisi dal quale la miniera non riuscì a riemergere. La cava, prima sotto la società Raibl, passò nel 1956 sotto la Società Mineraria Metallurgica di Pertusola e nel 1963 sotto l’Azienda Mineraria Metallurgica Italiana, gestita dallo Stato.
Nel 1965 la regione divenne proprietaria della miniera. Nel 1979 la gestione del giacimento di Cave fu delegata alla società Samim (gruppo Eni). Nonostante una animata protesta da parte dei minatori durata 17 giorni, il 30 giugno 1991 la miniera venne chiusa. La chiusura della miniera segnò per il paese l’inizio di una profonda crisi occupazionale che portò ad un notevole calo demografico. Il numero di abitanti, che nel 1968 ammontava a 2 100, è sceso oggi a circa 400.
“Cammino tanto per i boschi , di giorno , di sera , qualche volta di notte , mi sento piccolo ed in un certo modo indifeso camminando al suo cospetto , ma non ho paura , mi sento in qualche modo protetto e selvaggio , sia che sia con il rumore delle foglie dell’autunno oppure con lo scricchiolare della neve , e bella la natura , la dobbiamo proteggere , perche lei ci protegge , come dobbiamo proteggere la sua fauna e flora , lei ha un unico e solo nemico …l’uomo.” Luciano Cailotto
SAURIS E LE SUE ORIGINI
Secondo le leggende popolari, la comunità di Sauris fu fondata da due soldati tedeschi che si rifugiarono in questa valle isolata e impervia. Come ogni leggenda, anche questo racconto ha un fondo di verità: i primi abitanti, infatti, giunsero da qualche valle al confine tra la Carinzia e il Tirolo attorno alla metà del 1200. Per più di sette secoli i loro discendenti vissero in equilibrio con l’ambiente alpino, coltivando le poche specie adatte a queste altitudini e al clima rigido, portando il bestiame nei pascoli d’altura durante i mesi estivi, falciando i prati fino alle cime, traendo dai boschi legname da costruzione e da brucio. Per procurarsi i generi alimentari che non esistevano sul posto (ad esempio il sale) essi ricorrevano al baratto con i paesi vicini. Oggi Sauris ha circa 400 abitanti che, interpretando in chiave moderna alcune delle attività tradizionali (artigianato, produzioni agroalimentari di nicchia) o sviluppando forme di accoglienza turistica a misura d’uomo, continuano a convivere con un ambiente che, dopo secoli, rimane ancora la risorsa più preziosa.
UNA SINTESI TRA CULTURA TEDESCA E CARNICA
La difficoltà di accesso, l’asprezza del territorio e la presenza di una popolazione di lingua tedesca hanno alimentato all’esterno il mito di una comunità isolata, nella quale sarebbero rimasti intatti nei secoli l’ambiente, la lingua, le tradizioni. Ma la storia insegna che non esistono “isole”. I documenti e gli studi hanno ampiamente dimostrato che fin dall’inizio la gente di Sauris ha aperto sentieri, ha superato i valichi e i monti, ha intessuto rapporti con le popolazioni confinanti, barattando con loro i prodotti, imparando le loro lingue e osservando le loro consuetudini. Molte abitudini della popolazione saurana sono frutto dell’affascinante sintesi di diverse culture, prime fra tutte quella tedesca e quella carnica, che hanno contribuito alla peculiare identità della comunità. Oltre ad aspetti ed elementi della cultura materiale (le tipologie architettoniche, la conservazione e la preparazione dei cibi, gli attrezzi e le tecniche dei lavori agricoli, l’abbigliamento in uso fino a qualche decennio fa), è soprattutto nell’ambito religioso e simbolico che si sono conservate le tradizioni più interessanti e vitali.
La lingua di Sauris: una lingua antica e affascinante
La lingua di Sauris (de zahrar sproche) affonda le radici nel lontano passato: nasce intorno al Duecento, ed è una lingua affascinante perché ricalca un antico dialetto tedesco le cui origini si perdono nella storia. Il saurano è una lingua che oggi gli abitanti di Sauris parlano ancora, accanto all’italiano e al friulano. A partire dagli anni Sessanta si è verificato un calo nell’utilizzo del saurano, soprattutto fra le generazioni più giovani. La volontà di mantenere vive le proprie radici e la propria identità ha però dato vita negli anni a una serie di iniziative di recupero e valorizzazione della cultura e della lingua locali. Nel 1974 è nato il Coro “Zahre”, che ha recuperato canti tradizionali. Nello stesso periodo si è costituito il Circolo Culturale Saurano “Fulgenzio Schneider”, che propone attività ed iniziative per la valorizzazione della lingua locale. Da decenni inoltre viene pubblicato un bollettino parrocchiale, “De Zahre reidet” (Sauris parla), che ospita spesso articoli sulla storia e sulle peculiarità culturali della comunità. Fin dagli inizi del Duemila, poi, la lingua saurana e le tradizioni locali sono entrate nelle attività didattiche della scuola locale. Nel 2008 è stato pubblicato il vocabolario “Zahrer Wörterbuch – Vocabolario saurano”, frutto del lungo lavoro di ricerca del prof. Norman Denison. Inoltre nella comunità di Sauris si tengono corsi per chiunque voglia avvicinarsi a questa lingua. Il saurano è oggi riconosciuto e tutelato dallo Stato italiano con la L. 482/1999 e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia con la L.R. 20/200
Architettura tipica
Una peculiarità del paesaggio saurano è rappresentata dalle tipologie architettoniche. L’architettura saurana rappresenta il collegamento più evidente con la vicina Carinzia: gli edifici sono infatti caratterizzati da elementi costruttivi realizzati con le risorse disponibili sul territorio, il legno e la pietra. Le case e i rustici più antichi sono caratterizzati dal pian terreno in pietra, seminterrato, e i piani sopraelevati in legno, costruiti con l’antica tecnica del BLOCKBAU, nella quale i tronchi degli alberi interi creano una solida struttura grazie al loro incastro agli angoli dei fabbricati). Il tetto è rivestito in scandole di legno. A partire dagli anni ’80, nell’ambito del cosiddetto Progetto Sauris, queste costruzioni furono recuperate sapientemente, mantenendone le caratteristiche architettoniche originali. Molti di questi edifici oggi ospitano proprio gli alloggi dell’Albergo Diffuso Sauris.
I nomi dei borghi di Sauris
Sauris di Sopra, Plotzn in saurano, vanta la maggior densità abitativa e si trova a 1.400 metri sul livello del mare. Scendendo verso valle, a circa 3 km di distanza si trova Sauris di Sotto, Dorf, sede del municipio (a 1212 m slm). Lateis è il borgo più distante, per arrivarci si deve scendere fino al lago e poi prendere una deviazione, risalendo per alcuni tornanti fino a 1225m slm. Ci sono moltissime altre località che identificano il territorio, oltre ai tre borghi principali e le frazioni più abitate (La Maina e Velt): Frumeibn, Treinke, Hinterdolbe, Preitschpound, Eimblatribn… divertiti a riconoscerle e imparare a pronunciare correttamente i loro nomi!
Il lago
Il lago di Sauris ha una storia più recente: si tratta di un bacino artificiale che ha avuto origine dallo sbarramento del torrente Lumiei, interrotto tra il 1941 ed il 1948 per la costruzione dell’impianto idroelettrico omonimo. All’epoca era la diga più alta d’Italia ed una delle maggiori al mondo, con i suoi 136 metri di altezza. A causa della scarsità di manodopera locale, impegnata sul fronte, vennero impiegati nei lavori 300 prigionieri neozelandesi. Di questi circa 100 erano alloggiati nelle baracche di La Maina. Lo specchio d’acqua che oggi appare al posto dell’antica conca è una delle più incantevoli cartoline di Sauris. In grado di lasciare senza fiato i visitatori che lo raggiungono grazie alla trasparenza delle sue acque turchesi, in cui si tuffano riflesse le cime circostanti.
Albergo Diffuso Il nostro impegno per un turismo sostenibile
Crediamo in un turismo che rispetta l’ambiente, la cultura locale e le persone.
Per questo, ogni nostra scelta segue un principio di equilibrio e responsabilità: monitoraggio e riduzione dei consumi, scelta di fonti di energia rinnovabile, sostegno attivo alla cultura e alla filiera locale e valorizzazione dei nostri collaboratori. Dal 2023 il nostro impegno è certificato dallo standard internazionale del Global Sustainable Tourism Council (GSTC). La nostra gestione sostenibile si rinnova di anno in anno con una visione sempre più radicata nel territorio e attenta al futuro.
Ambiente, energia, consumi
La sostenibilità ambientale non è un’azione isolata, ma un processo continuo. Monitoraggio, efficienza e attenzione alle risorse sono parte integrante della nostra gestione. Lavoriamo per ridurre l’impatto ambientale delle nostre strutture e accompagnare gli ospiti verso scelte più consapevoli.
Persone, valori, prodotti
Sostenibilità sociale e filiera locale sono al centro del nostro modello di ospitalità. Valorizzare il lavoro, garantire pari opportunità, usare prodotti del territorio: sono scelte che ogni giorno contribuiscono al benessere della nostra comunità. Crediamo che la vera sostenibilità parta dalle persone, dal rispetto dei loro diritti e dalla connessione profonda con il contesto in cui vivono.
Cultura e tradizioni
Sauris è un luogo che custodisce una cultura viva, profonda e autentica. La lingua, i saperi antichi, le tradizioni che si tramandano da generazioni rendono ogni soggiorno un’esperienza di immersione vera nel territorio. Valorizziamo la cultura saurana con l’obiettivo di rendere i nostri ospiti pienamente consapevoli del luogo che stanno vistando, fino a sentirsi davvero parte della comunità, anche solo per qualche giorno.
Verso una Destinazione sostenibile
A dicembre 2022 Sauris- Zahre ha ottenuto il riconoscimento di Best Tourism Village da parte dell’Organizzazione mondiale del turismo. Oggi la nostra destinazione guarda al futuro con un traguardo ambizioso e concreto: diventare una destinazione certificata GSTC entro gennaio 2026. Il nostro Albergo Diffuso è parte attiva della Rete d’Imprese Sauris Zahre, che lavora ogni giorno per realizzare un modello di sviluppo turistico sostenibile e condiviso.
Il tuo contributo per una vacanza responsabile
Anche in vacanza, sono i piccoli gesti a fare la differenza: camminare invece di usare l’auto, evitare lo spreco di acqua ed energia, separare bene i rifiuti. Il nostro impegno per un turismo sostenibile ha valore solo se condiviso, e il tuo ruolo è parte essenziale di questo equilibrio. Per questo abbiamo selezionato alcune buone pratiche semplici da seguire: piccoli gesti quotidiani e universali, che fanno bene al territorio e arricchiscono chi li compie.
Un invito a fare del tuo soggiorno un momento di rispetto e gratitudine per questo luogo fragile e speciale.
Rispetta la natura e la Comunità
Sauris, come tutta la montagna, è un ecosistema delicato e fragile. Rispetta i ritmi della natura e della comunità e il silenzio dei boschi, e segui le indicazioni di chi abita e conosce il territorio.
Scegli la mobilità sostenibile
Vivere Sauris significa anche rallentare, osservare e ascoltare. Camminare a Sauris è il modo migliore per entrare in piena sintonia con il territorio, riducendo l’impatto ambientale e godendo appieno della bellezza naturale che ti circonda.
Valorizza l’economia locale
Sostenere il territorio significa riconoscerne il valore profondo: la sua autenticità, la cura di chi lo abita, il legame tra tradizione e futuro. È un modo per rendere il tuo soggiorno ancora più significativo, trasformando la vacanza in un gesto concreto di rispetto e partecipazione.
Condividi e ispira
La tua esperienza può fare la differenza anche per gli altri. Raccontare il tuo viaggio responsabile, condividere le tue scelte sostenibili, consigliare un luogo come Sauris a chi viaggia con rispetto: sono tutti modi per ispirare un turismo più attento e autentico.
Piccola guida del Turista Responsabile
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica.
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica. il valore delle nostre scelte.
Comunicazione e trasparenza
Il nostro impegno per la sostenibilità è reale, quotidiano e tangibile e desideriamo che sia altrettanto comprensibile, trasparente e coinvolgente per chi ci sceglie.
Ci piacerebbe davvero sapere se siamo riusciti a trasmetterti ciò in cui crediamo.
Un grande uomo, ma soprattutto di un grande…Amico Vero
Inaugurazione falesia dedicata ad un grande uomo “Paolo Dani”
A Castelvecchio di Valdagno, nel cuore del Vicentino, è stata inaugurata la falesia “Paolo Dani”, una parete di arrampicata che porta il nome di una delle figure più amate e rispettate del mondo alpinistico locale. Il progetto nasce dalla sinergia profonda tra le sezioni CAI di Valdagno e Recoaro, che hanno ritenuto doveroso ricordare l’amico e collega con un luogo vivo, praticato, capace di trasmettere quella passione che Paolo Dani viveva ogni giorno. Il taglio del nastro rappresenta il coronamento di un lungo lavoro collettivo, reso possibile dai volontari, dal supporto della guida alpina Gianni Bisson e dalla presenza del Soccorso Alpino.
Paolo Dani era una guida alpina di Valdagno, tecnico dell’elisoccorso nella base di Verona e per anni a capo del Soccorso Alpino di Recoaro e Valdagno: un uomo che aveva fatto della montagna la sua ragione di vita. Il 3 luglio 2022 è morto sulla Marmolada, travolto dal crollo di un enorme seracco di ghiaccio e roccia a Punta Rocca, insieme ad altre dieci persone, una tragedia che ha sconvolto in particolare il Vicentino. Aveva 52 anni e una carriera costruita con dedizione, umiltà e un amore incondizionato per le vette.
La falesia di Castelvecchio diventa così un luogo di sport, sicurezza e memoria, dove gli amanti dell’arrampicata potranno allenarsi sotto il nome di chi la montagna l’ha vissuta e amata fino in fondo. Ogni via tracciata su quella parete è un piccolo tributo a una figura straordinaria, capace di ispirare generazioni di alpinisti nel Vicentino e oltre. L’inaugurazione non chiude un capitolo, ma ne apre uno nuovo, all’insegna della condivisione e del ricordo attivo.
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 5h00
Dislivello totale : 650 m
Quota massima raggiunta : 2503 m
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come arrivare
Si sale per andare al passo monte croce di comelico, ad un certo punto superato il bivio con la Val Grande ovvero il Rifugio Lunelli, si prosegue per qualche km, fino a raggiungere un Bivio sull acurva che porta a malga Coltrondo 1897m, dove si lascerà l’auto.
Descrizione
Itinerario molto bello sia per l’aspetto naturalistico, geologico, glaciologico e storico, si tratta di una zona vulcanica, il col Quaternà era nel periodo permiano un vulcano, racchiude in se una struttura geologica molto importante, il sentiero parte dalla malga Coltrondo, e sale molto lineare con poca pendenza si passano diverse zone lacustri dove regnano tritoni e girini, e qualche pulce d’acqua, si attraversano strati di roccia dove si può notare essere metamorfica, di basso metamorfismo, in questo caso è a onde per l’elevata pressione che ne deforma la linea, stratificata, argentea, quindi una fillade, e spesso nelle filladi troviamo noduli di quarzo e mica. Nel percorso incontreremo poi una torbiera, Una torbiera è un ecosistema umido caratterizzato dall’accumulo di torba, un deposito di materiale vegetale parzialmente decomposto. Poi proseguendo si scende sul letto del torrente Padola, che parte sulla forcella e che a seconda della valle che prende, si chiama Padola, e prosegue verso l’adriatico, mentre sul versante opposto scende verso il mar nero, si supera il torrente salendo la carrareccia che porta da malga alpe di Nemes 1877m, fino alla forcella per la Vallorera, raggiunto il bivio del sentiero alto si vedono sia le rocce montonate , cioè corrose e levigate dalla forza del ghiaccio, si riprende a salire sempre ammirando oltre al panorama del Popera e della Croda Rossa di sesto, la bellissima e numerosa flora, mentre in lontananza si vedono i rododendri, non ancora in fiore che riempiranno di rosso i monti circostanti, si sale così raggiungendo il passo della Silvella 2329m, e poi attraverso un cambiamento di terreno e rocce, raggiungeremo la sella del Quaternà 2379m, e sulla destra potremmo salire in cima a quel che resta di queste rocce vulcaniche, fino sulla croce a 2503 m, dove potremmo anche vedere le trincee e opere della grande guerra, ricordo che anche nella zona sono presenti dei bunker del Vallo Littorio voluti da Mussolini, si prosegue attraverso il sentiero 173, fino alla strada sterrata che ci porterà poi alla Casera Rinfreddo 1887m, e poi di nuovo alla Malga Coltrondo 1889 m dove avremmo completato l’itrinerario.
Molto interessante per l’approfondimento geologico naturalistico il libro: Il sentiero naturalistico-geologico del Col Quaternà in Comelico- Cierre Edizioni- A cura di Giuseppe Borziello-Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano
Molto bello anche il video di Dario Gasparo e Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano
COME SI RAGGIUNGE: I ruderi del grande forte corazzato sono raggiungibili attraverso la strada militare che dal Rio Soandre (m 897) si sviluppa a piani inclinati per una lunghezza di km 8,200 fino alla vetta (m 2114), dalla quale si può godere di uno spettacolare panorama, soprattutto sul Centro Cadore e sulla Val Ansiei.
Il dislivello in salita è importante 1217 m, con pendenze che vanno dal 12% al 18% di media, farlo solo se preparati e non nelle giornate di sole, se non con una grande riserva d’acqua
Cenni storici
Il forte fu costruito agli inizi del ‘900 dal Genio italiano sulla cima del monte Tudaio (m 2214) L’interesse strategico per la posizione risale al 1905, forte di Col Piccolo presso Vigo di Cadore, giudicato già allora troppo basso e vulnerabile, ma solo nel 1908 furono eseguiti studi particolareggiati per individuare il sito più adatto alla costruzione di un’opera “alta”, in grado di dar protezione ed ampliare gli obiettivi. fu il Capitano F. Pecco, C.te della 3a compagnia Minatori e Direttore dei lavori di Col Piccolo, ad imporre, l’idea di un forte sulla cima di M. Tudaio. La nuova opera avrebbe dovuto dare protezione al forte di Col Piccolo e togliere ad esso il peso di numerosi obiettivi lontani, agendo contro le provenienze dal Passo di M. Croce, da Misurina per la Val Ansiei e dal Passo della Mauria. Il problemaprincipale consisteva però nella via d’accesso, poiché il monte, sfruttato solo per la caccia, la fienagione e il pascolo di pecore e capre. Negli anni 1909 e 1910, sempre su progetto del Pecco, venne costruita dunque l’ardita strada che dalla Val Ciariè (m 897) risale ancor oggi, toccando le località di “Pian deLiberal” (m 1200), “Pian delle Mede” (m 1400), “La Busa” ( m 1551) e “Col Muto” (m 1996). Si tratta di una strada, della lunghezza complessiva di 8200 metri, sviluppata per tutto il percorso su grandiose falde di roccia e sostenuta per lunghi tratti da muri di scarpa, con una larghezza tra i 2,5 ed i 3 metri e con una pendenza media del 18%. Anche se la massicciata impiegò parecchi anni per rassodarsi, permise l’inizio dei lavori sulla cima già nel 1911 e il posizionamento di alcuni medi calibri per la difesa provvisoria. Tutto il forte ruotava intorno alla batteria in calcestruzzo, dalla classica forma di U rovesciata (m 37 x 15 circa), all’interno della quale vennero ricavati quattro pozzi cilindrici per cannoni da 149 AL 35, affiancati ad interasse di 8 metri con copertura robusta tipo A (Armstrong). Sul corridoio retrostante ai pozzi sfociavano sia l’elevatore a cremagliera che permetteva l’afflusso delle granate dai depositi sotterranei, sia le tre rampe d’accesso dal piano sottostante. L’impianto sostanzialmente era disposto infatti su tre piani: sotto i pozzi e le riservette della batteria erano posti i corridoi d’accesso, i depositi ed i laboratori, mentre più in basso ancora, nelle viscere della roccia, era stato ricavato il magazzino delle polveri (m 7 x 22), con accesso pure dal cortile sul rovescio. Quale supporto logistico venne costruita più ad est, in posizione defilata, una caserma di due piani (m 43 x 7), nella quale erano ricavati alloggi per la truppa, uffici, cucine e servizi igienici. La guarnigione, prevista in circa 300 uomini, poteva disporre di una grande vasca per la raccolta dell’acqua piovana, di efficienti sistemi di riscaldamento tramite caldaia, di un moderno osservatorio sul quale erano installati due potenti cannocchiali e di ben due teleferiche che assicuravano i rifornimenti: una più grande, della portata di circa 15 quintali, che partiva da Piane presso Laggio e s’appoggiava a Col de Poeca (m 1406), ed una più piccola, che saliva dalla Val Ciariè. Il complesso fortificatorio, che poteva contare su forno del pane, centralina elettrica, laboratorio del fabbro, stazione di Carabinieri, frantoio per le pietre, nonché locali vari per lo svago dei soldati e dei manovali, veniva difeso da un complesso sistema di difesa, impostato su una triplice cinta difensiva che, attraverso trincee, osservatori e postazioni, scendeva quasi fino a valle ed escludeva qualsiasi colpo di mano tentato dal nemico col favore delle tenebre o della nebbia. A quota leggermente più bassa, nella roccia del sottostante Col Muto, venne tra l’altro scavata a partire dal 1916 una lunga galleria, che si dirama in 4 bracci per servire altrettante postazioni di medio calibro in caverna rivolte verso Auronzo, il Passo del Zovo e Danta. Il forte costituiva uno dei caposaldi della Fortezza Cadore-Maè e, in virtù anche della sua alta quota, poteva disporre di un ampio raggio d’azione, di circa 14 chilometri, arrivando ad investire punti nevralgici, quali la zona di Calalzo, la Val Ansiei fino a Giralba, la strada di Montecroce fino al ponte sul Pissandolo, la strada per Sappada fino a Presenaio. La sua ultimazione però non rimase affidata al suo primo progettista, il Cap. Pecco, allontanato dal suo incarico in seguito a denuncia di un superiore per malversazione ed incapacità e solo dopo un estenuante processo del tutto scagionato e riabilitato.
All’inizio del I conflitto mondiale il forte era presidiato dalla 6a compagnia del 9° Reggimento di Artiglieria da Fortezza, con 2 ufficiali e 242 uomini di truppa, e poteva disporre di 4 cannoni da 149 A (per ognuno dei quali c’erano 800 colpi) e 4 mitragliatrici Gardner mod. 1886. Ben presto però, a seguito dell’assestarsi della linea di fronte al di forte in due fasi successive, il 18 e il 26 ottobre: i pezzi delle cupole e delle avancorazze furono scagliati verso i dirupi della Val Ciariè e della valle del Piave. Da allora e per parecchi anni il forte offrì in Oltrepiave occasione di lavoro e guadagno ad alcune famiglie di recuperanti, attivi soprattutto nel disinnesco delle granate e alla fusione del piombo. Del tutto estraneo agli interessi militari nel II conflitto mondiale, il Tudaio è divenuto una meta turistica ambita, sia per l’indubbia attrattiva costituita dai ruderi, almeno in parte visitabili, sia per il vasto panorama offerto, soprattutto in direzione nord e sud.
4 cannoni da 149A su cupole girevoli corazzate tipo Armstrong dello spessore di 140 mm (Il settore verticale di tiro era compreso tra -8° e +42°) 4 cannoni da 149G (previsti ma mai inviati) 4 mitragliatrici mod. 1886
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Come arrivare
Si sale fino al rifugio Lunelli, dove si lascia l’auto, ricordo che il posteggio è a pagamento.
Descrizione
Dopo aver lasciato l’auto si imbocca il sentiero 171, che dal Lunelli 1568 m, sale fino a raggiungere il Pian della Biscia, per circa 1h, mantenendo poi la sinistra sa sale verso l’Opera 10, dopo circa 200 metri sulla sinistra si trova l’ultimo pezzo di avvicinamento alla ferrata, dopo aver percorso altri 15 minuti inizia la ferrata vera e propria, si parte con un corto traverso su roccia per scalinata, per poi avere il primo tratto in verticale, anche se con discreti appigli , ci sono poi piccoli traversi con molte scalenature per inserire i piedi, salendo si iniziano a trovare tratti più tecnici e impegnativi da fare quasi di forza, ci sono alcuni passaggi in cui bisogna prestare molta attenzione per superarli, prima di raggiungere una piccola forcella dove si sale sulla cima e si aggira poi dalla parte opposta, molto più tecnico, mentre il tratto in discesa, sempre un pò complesso porta nella forcella vera e propria da dove scende anche la variante di discesa dalla cima, l’ideale sarebbe procedere in discesa fino alla variante e risalire fino alla vetta con il passaggio più tecnico e poi ripetere di nuovo il tratto in discesaper tornare alla forcella, affrontando poi l’ultimo tratto, che anche se poco difficile richiede impegno, visto la parte di percorso già fatta, si raggiunge cosi ad uscire poco sotto la Croda di colesei, che invito a visitare per ammirare il panorama verso il Passo san Niccolo e San candido.
Ritorno
Per il ritorno si può proseguire fino al rifugio Berti 1950 m, dapprima con il 124, e poi con il 101, molto più facile oppure prendere il 124 che passando per il Rifugio Sala ti permetterà di rientrare al Pina della Biscia e poi al rifugio Lunelli attraverso il 171.
Quello che si vede là nel mezzo è il rifugio Mario Fraccaroli , gestito da splendide persone, ma sopratutto da un grande gruppo accumunato dalla grande passione per le montagna.
“il rifugio alpino e fatto di persone , di affetto e simpatia , di accoglienza e di calore , nei rifugi alpini non contano le stelle come negli alberghi , ma contano le persone , sono solo loro che fanno la differenza .(luke )”
Non avrei mai voluto pubblicare un’articolo del genere, sul mio sito, primo perchè io sono un montanaro, uno vero, non uno che in montagna ci và di domenica, se posso la domenica la evito, ma sono uno che ha tolleranza zero su alcune cose della vita…
non tollero chi non rispetta il lavoro altrui, se il tuo fa schifo, almeno rispetta quello degli altri
non tollero chi butta in giro i propri rifiuti
non tollero chi in montagna non saluta
non tollero chi non sale informato e privo di attrezzatura
non tollero anche altre cose ma l’elenco è lungo
Ma quando si sale in un luogo comune ci vuole rispetto, quel rispetto che molte persone non sanno nemmeno cosa sia, io sarei uno di quelli che dice: punirne 1 per educarne 100.
Quello che è successo al rifugio Mario Fraccaroli, fa veramente senso e fa arrabbiare il montanaro, il rifugio, come dice il termine serve a rifugiarsi, il bivacco serve come riparo per chi si prende fuori sotto il maltempo…ma sopratutto il rifugio è fatto di persone che con cura amorevole ne sostengono e mantengono in ottime condizioni di pulizia e confort.
RELAZIONE DI COSA HANNO TROVATO I RAGAZZI PROSSIMI ALL’APERTURA DELLA STAGIONE
• Porta dei bagni forzata
• Rifiuti lasciati ovunque
• Servizi igienici in condizioni pietose
• Turche piene di e assorbenti
• NESSUN RISPETTO
Ci dispiace dover condividere immagini e parole come queste.
Sui nostri canali scegliamo sempre di raccontare la bellezza della montagna: il silenzio, il rispetto, la natura, l’accoglienza e i momenti autentici che questo luogo sa regalare.
Ma questa volta sentiamo il dovere di fermarci un attimo.
Abbiamo trovato i servizi igienici forzati, nonostante fossero chiusi con un lucchetto, lasciati in condizioni profondamente irrispettose, con rifiuti abbandonati ovunque.
Non è solo una questione di ordine o pulizia: è una questione di educazione, rispetto e responsabilità verso un luogo che appartiene a tutti.
La montagna non è un parco giochi senza regole.
È un ambiente fragile che merita cura, attenzione e consapevolezza.
Siamo certi che chi ha compiuto questo gesto potrebbe leggere queste parole.
E allora il nostro invito è semplice: fermarsi un momento e riflettere.
Ogni azione lascia un segno, e ciascuno di noi può scegliere quale traccia lasciare dietro di sé.
Continueremo a raccontare il bello della montagna, come abbiamo sempre fatto.
Ma difendere questi luoghi significa anche avere il coraggio di parlare quando il rispetto viene meno.
MA IL MONTANARO RIPARTE , SISTEMA , ANCHE SE AVVILITO E RATTRISTITO DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO SI RIMBOCCA LE MANICHE E RIPARTE…CIAO RAGAZZI A PRESO
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 7h00
Dislivello totale : 1100 m
Quota massima raggiunta : 2452 m
Cartografia : CAI mappa digitale Sentiero italia 1:25000
Come raggiungere
Si sale nella valle di Agordo superando il lago di Alleghe prima , poi Rocca Pietore, e continuare a salire fino a Piani di Salesei e poi verso Andraz, eventualmente anche a Pieve di Livinnalongo in centro e prendere la stradina che sale ad in Località Agai. Da li si imbocca il sentiero per il Col di Lana.
Descrizione
Dall’abitato di Andraz , piccola località dell’omonimo Castello, si imbocca il sentiero n°21, che nella prima parte non risulta più in uso e nemmeno segnalato che passa tra le reti paraneve, si sale a zig zag un po ad occhio fino a raggiungere il piccolo abitato di Agai , da li attraverso il sentiero teriol landin è proseguendo poi con il n°21 si sale verso il Cengei 2221 m, con il sentiero n°38 passando per il crinale si sale sulla cima attraverso il fianco destro del Col Di Lana 2452 m. Salita molto bella su un crinale in cui ci sono state numerosi combattimenti , mentre sulla cima si ammira il passo Falzarego, il Sass di stria , il Lagazuoi il forte Tre Sassi , sulla destra il pianoro del Passo Giau. si prosegue per l’ultimo tratto che ci porterà al bivacco Brigata Alpina Cadore e alla chiesetta, in una vastità di praterie e rocce molto simili all’alta via del granito del Lagorai , raggiunta la quota si prosegue a destra per il Dente Sief 2308 m ed lo Spitz delle Seleghe, si raggiungerà così il punto di scoppio delle mine, si riprende sulle creste raggiungendo prima il Monte Sief 2424 m e poi attraverso un breve saliscendi ed attraverso le trincee sul Passo Sief 2209 m dove ripiegheremo a sinistra dove incontrereno le rovine del fortino Khole. Si prosegue per un sentiero che attraversa in diagonale passando per due colline punti di riferimento della linea italiana ed austriaca . Si passa per i Ciadinei e poi Plan della Chicia e per poi rientrare attraverso parte di strada forestale fino all’abitato di Agai , da li si ripercorrerà il sentiero di salita a ritroso.
Col di Lana sacro colle
dall’orror delle tue zolle
pace al mondo grida ed implora
che mai guerra sia ognora
Cenni storici
Prima azione a Col di Lana si ebbe l’8 giugno 1915 quando le batterie italiane aprirono il fuoco da monte Padon e Col Toront per bombardare i forti La Corte e Tre Sassi e le posizioni della fanteria. L’attacco venne ripetuto una settimana dopo, includendo anche lo sbarramento di Livinallongo del Col di Lana, con risultati praticamente nulli, dato che l’azione fu svolta senza un chiaro piano strategico. L’attacco italiano, che secondo Fritz Weber, appena tre settimane prima avrebbe potuto facilmente travolgere le esigue difese austriache del settore, era ora possibile solo con un attento studio e con la costruzione di strade, il posizionamento di nuove batterie e l’impiego di ingenti masse di fanteria. Questi giorni di inoperosità consentirono agli austro-ungarici di fortificare due punti vitali per la loro difesa: il Costone di Salesei e il Costone di Agai, situati nel versante sud del loro schieramento, e dato che Sass de Stria proteggeva la parte orientale, per gli italiani l’unica soluzione era quella di un attacco frontale verso Col di Lana. Il 15 giugno, alcune pattuglie italiane dirette verso le posizioni nemiche, vengono facilmente individuate e neutralizzate, dando però simbolicamente il via ad una lunga serie di sanguinosi e inutili attacchi frontali verso le posizioni austro-ungariche]. In luglio gli italiani sferrarono ben dieci attacchi contro le pendici del Col di Lana e cinque contro la cresta del Sief, ma ora le posizioni nemiche erano state opportunamente rinforzate con gli esperti Jager bavaresi e prussiani, moderne batterie tedesche e ampie scorte di munizioni, così ogni attacco venne sistematicamente respinto. Situati in posizione sopraelevata e molto favorevole, protetti da un grave declivio, da reticolati e mitragliatrici, gli austro-ungarici falcidiarono sistematicamente gli assalitori fino al 20 luglio, quando il generale Rossi interruppe i tentativi contro il Col di Lana, giudicandoli temporaneamente senza possibilità di successo, almeno fino all’arrivo di cospicui rinforzi.
Le artiglierie italiane però non cessarono la loro opera di distruzione dei forti La Corte e Tre Sassi che, seppur praticamente sguarniti, attirarono su di loro per molto tempo l’accanimento degli artiglieri italiani. Ad inizio agosto forte Tre Sassi era praticamente un cumulo di macerie, e ciò spinse gli italiani ad accelerare i preparativi per un attacco verso il costone dei Salisei, la posizione più a ovest del sistema difensivo austriaco, tecnicamente protetta dal forte appena distrutto. Il 2 agosto partì quindi un violento attacco contro il costone respinto dagli Jäger, e ciò, unitamente alle sconfitte che gli italiani continuavano a subire nei loro attacchi verso la Val Pusteria, sembrò fa desistere definitivamente gli attaccanti, che con l’avvicinarsi dell’inverno preferirono rinforzarsi e concentrarsi sul fronte dell’Isonzo, dove le “spallate” di Cadorna assorbivano enormi risorse. Non si fermarono però piccoli attacchi al Costone di Salesei e al Costone di Agai, perché gli italiani speravano di conquistare, in vista di un attacco definitivo, i due punti d’appoggio e posizionarsi sotto la vetta, ma l’artiglieria nemica faceva sistematicamente strage degli attaccanti, per cui si preferì ritentare con un attacco frontale previsto per metà ottobre. L’attacco venne quindi sferrato il 21 ottobre, con gli italiani che poterono contare su forze dieci volte superiori e un enorme cannoneggiamento preparatorio. Trincea dopo trincea, al costo di grosse perdite, gli austriaci vennero sloggiati dalle loro posizioni e il 7 novembre i fanti della Brigata Calabria conquistarono finalmente la cima, che però ricadde in mano nemica lo stesso giorno grazie ai landesschutzen del capitano Kostantin Valentini, e gli italiani si attestarono appena sotto il cocuzzolo, ad appena 80 metri dalle trincee austriache. Questi ultimi avevano nel frattempo sostituito i tedeschi sui costoni con i temibili Kaiserjager e per tutto l’inverno scavarono un intricato sistema di gallerie e camminamenti coperti che proteggeva i soldati dall’artiglieria italiana. Il 1º gennaio gli austriaci diedero il via alla guerra di mine con un’esplosione sul Lagazuoi, e raccogliendo l’idea gli italiani a metà gennaio iniziarono i lavori per una galleria di mina da far brillare proprio sotto la cima. Il 17 aprile 5020 chilogrammi di esplosivo devastarono la cima del Col di Lana uccidendo all’istante 110 austriaci, mentre il resto della guarnigione, enormemente scosso, fu fatto prigioniero dai fanti della Calabria che partirono all’attacco immediatamente dopo lo scoppio. L’ulteriore avanzata verso il Sief fu bloccata dalle riserve austriache, e dopo enormi sacrifici la cima del Col di Lana fu finalmente conquistata dagli italiani, che ora iniziarono a concentrarsi verso la conquista di monte Sief.
La lotta era quindi tutt’altro che finita, e monte Sief continuava a svolgere la sua funzione di sbarramento verso l’Alta Badia. Iniziò quindi una strenua lotta su una cresta affilata e cruda, battuta dall’artiglieria e dalle mitragliatrici, spazzata di notte dai coni luminosi dei riflettori. Entrambi i contendenti si cimentarono nuovamente nello scavo di gallerie e caverne, fino ad avere due vere e proprie fortezze contrapposte; quella italiana sul Col di Lana a 2 462 metri e quella austriaca sulla stretta cima del Sief, circa 40 metri più in basso. Ciò contribuì a rendere inutili gli assalti della fanteria, e anche qui si procedette con lo scavo di gallerie di mina. L’iniziativa fu presa dagli austriaci, che a fine giugno 1916 iniziarono i lavori per una mina che avrebbe distrutto la guarnigione italiana sul Dente del Sief, da loro appena conquistato. Gli italiani si resero conto tardi di questa manovra e solo nel marzo 1917 iniziarono sommari lavori per una galleria di contromina, che però risultò troppo corta, e distrusse parte delle loro stesse linee. Si formò quindi un cratere che divideva i due schieramenti ma che non impedì agli austriaci di continuare i lavori, che terminarono il 27 ottobre, quando 45 000 chilogrammi di esplosivo dilaniarono la montagna creando un cratere di 80 metri e uccidendo 64 italiani. Quel giorno erano in fase avanzata anche i preparativi per una seconda mina ancora più grande, che avrebbe dovuto polverizzare l’intero Dente del Sief, ma di lì a poco gli italiani ripiegarono in massa sulla linea del Piave e del Monte Grappa, lasciando in mano austriaca il monte dove avevano combattuto con più accanimento che in ogni altra parte del fronte dolomitico, insieme ai corpi di migliaia di caduti
Credo sia doveroso ringraziare chi ha contribuito e reso possibile la riparazione di un sentiero così importante che nei tempi purtroppo era stato lasciato al caso, un lavoro imponente ma molto ben fatto . Complimenti a tutti grazie e buon Cammino. Luciano
Buonasera a Tutti !!
È arrivata anche l’ordinanza del Comune di Recoaro Terme per la riapertura del sentiero 120 nel Tratto sotto i Vaji dello Zevola-Tre Croci dove si spiega le categorie che sono ammesse al passaggio. Per il tratto in questione si permette il transito ai camminatori mentre è interdetto il passaggio ai velocipidi ( MTB,Gravel e bike),per ovvie ragioni di sicurezza trattandosi di tratti con scale in legno e passamano. Resta quindi ancora percorribile per le biciclette e per chi viene a cavallo la deviazione che si è percorsa in questi anni. Ringraziamo gli operai della Piccole Dolomiti ,l’ Unione Montana ed il Comune di Recoaro Terme per il lavoro di ripristino.
Un grazie tra gli amministratori a Paolo Asnicar ma in particolare a Sonia Benetti che non si è mai arresa in questi anni difronte alle difficoltà burocratiche e finanziarie , permettendo alla fine la riapertura del 120 o dei Grandi Alberi.
Rifugio Cesare Battisti per info e prenotazioni solo telefonicamente e a voce allo 044575235-3343574038.
O Viandante , In questo luogo, su questo monte irrorato di sangue . Sosta. Rispettoso e riverente, Volgi il tuo pensiero, A chi s’immolò per un mondo migliore; cerca il loro spirito che aleggia intorno perenne. La tua mano non profani con inutile arida scritta. Queste steli erette a loro ricordo; non danneggi quel che mano umile e salda d’alpino fece. Recita una preghiera.
I documenti ufficiali testimoniano che combatterono sul Col di Lana e dintorni, nei tre anni di guerra almeno 70.000 uomini Italiani , esclusi tutti gli uomini addetti alle artiglierie e sussistenza. Tutt’ora non si ha dati da parte austroungarica.
Nonostante la mancanza di dati precisi, il numero totale di uomini non più validi al combattimento (morti e feriti) tra le file italiane si aggira attorno agli 11.991, mentre i morti austro-ungarici e tedeschi si stima fossero circa 1.600.
Descrizione
Salire sul Col di Lana si può fare da diverse posizioni la più facile, è il sentiero che parte dalla val Parola dove il mantenimento in quota risulterebbe meno faticoso e dapprima su una vasta prateria per poi salire sul Dente Sief ed il Col di Lana , percorrendo un sentiero in cresta su un terreno quasi granitico come il Lagorai, per chi cerca nell’impegno della fatica ancora più emozioni si sale da Livinallongo oppure da Andraz .
Cenni storici
Prima azione a Col di Lana si ebbe l’8 giugno 1915 quando le batterie italiane aprirono il fuoco da monte Padon e Col Toront per bombardare i forti La Corte e Tre Sassi e le posizioni della fanteria. L’attacco venne ripetuto una settimana dopo, includendo anche lo sbarramento di Livinallongo del Col di Lana, con risultati praticamente nulli, dato che l’azione fu svolta senza un chiaro piano strategico. L’attacco italiano, che secondo Fritz Weber, appena tre settimane prima avrebbe potuto facilmente travolgere le esigue difese austriache del settore, era ora possibile solo con un attento studio e con la costruzione di strade, il posizionamento di nuove batterie e l’impiego di ingenti masse di fanteria. Questi giorni di inoperosità consentirono agli austro-ungarici di fortificare due punti vitali per la loro difesa: il Costone di Salesei e il Costone di Agai, situati nel versante sud del loro schieramento, e dato che Sass de Stria proteggeva la parte orientale, per gli italiani l’unica soluzione era quella di un attacco frontale verso Col di Lana. Il 15 giugno, alcune pattuglie italiane dirette verso le posizioni nemiche, vengono facilmente individuate e neutralizzate, dando però simbolicamente il via ad una lunga serie di sanguinosi e inutili attacchi frontali verso le posizioni austro-ungariche]. In luglio gli italiani sferrarono ben dieci attacchi contro le pendici del Col di Lana e cinque contro la cresta del Sief, ma ora le posizioni nemiche erano state opportunamente rinforzate con gli esperti Jager bavaresi e prussiani, moderne batterie tedesche e ampie scorte di munizioni, così ogni attacco venne sistematicamente respinto. Situati in posizione sopraelevata e molto favorevole, protetti da un grave declivio, da reticolati e mitragliatrici, gli austro-ungarici falcidiarono sistematicamente gli assalitori fino al 20 luglio, quando il generale Rossi interruppe i tentativi contro il Col di Lana, giudicandoli temporaneamente senza possibilità di successo, almeno fino all’arrivo di cospicui rinforzi.
Le artiglierie italiane però non cessarono la loro opera di distruzione dei forti La Corte e Tre Sassi che, seppur praticamente sguarniti, attirarono su di loro per molto tempo l’accanimento degli artiglieri italiani. Ad inizio agosto forte Tre Sassi era praticamente un cumulo di macerie, e ciò spinse gli italiani ad accelerare i preparativi per un attacco verso il costone dei Salisei, la posizione più a ovest del sistema difensivo austriaco, tecnicamente protetta dal forte appena distrutto. Il 2 agosto partì quindi un violento attacco contro il costone respinto dagli Jäger, e ciò, unitamente alle sconfitte che gli italiani continuavano a subire nei loro attacchi verso la Val Pusteria, sembrò fa desistere definitivamente gli attaccanti, che con l’avvicinarsi dell’inverno preferirono rinforzarsi e concentrarsi sul fronte dell’Isonzo, dove le “spallate” di Cadorna assorbivano enormi risorse. Non si fermarono però piccoli attacchi al Costone di Salesei e al Costone di Agai, perché gli italiani speravano di conquistare, in vista di un attacco definitivo, i due punti d’appoggio e posizionarsi sotto la vetta, ma l’artiglieria nemica faceva sistematicamente strage degli attaccanti, per cui si preferì ritentare con un attacco frontale previsto per metà ottobre. L’attacco venne quindi sferrato il 21 ottobre, con gli italiani che poterono contare su forze dieci volte superiori e un enorme cannoneggiamento preparatorio. Trincea dopo trincea, al costo di grosse perdite, gli austriaci vennero sloggiati dalle loro posizioni e il 7 novembre i fanti della Brigata Calabria conquistarono finalmente la cima, che però ricadde in mano nemica lo stesso giorno grazie ai landesschutzen del capitano Kostantin Valentini, e gli italiani si attestarono appena sotto il cocuzzolo, ad appena 80 metri dalle trincee austriache. Questi ultimi avevano nel frattempo sostituito i tedeschi sui costoni con i temibili Kaiserjager e per tutto l’inverno scavarono un intricato sistema di gallerie e camminamenti coperti che proteggeva i soldati dall’artiglieria italiana. Il 1º gennaio gli austriaci diedero il via alla guerra di mine con un’esplosione sul Lagazuoi, e raccogliendo l’idea gli italiani a metà gennaio iniziarono i lavori per una galleria di mina da far brillare proprio sotto la cima. Il 17 aprile 5020 chilogrammi di esplosivo devastarono la cima del Col di Lana uccidendo all’istante 110 austriaci, mentre il resto della guarnigione, enormemente scosso, fu fatto prigioniero dai fanti della Calabria che partirono all’attacco immediatamente dopo lo scoppio. L’ulteriore avanzata verso il Sief fu bloccata dalle riserve austriache, e dopo enormi sacrifici la cima del Col di Lana fu finalmente conquistata dagli italiani, che ora iniziarono a concentrarsi verso la conquista di monte Sief.
La lotta era quindi tutt’altro che finita, e monte Sief continuava a svolgere la sua funzione di sbarramento verso l’Alta Badia. Iniziò quindi una strenua lotta su una cresta affilata e cruda, battuta dall’artiglieria e dalle mitragliatrici, spazzata di notte dai coni luminosi dei riflettori. Entrambi i contendenti si cimentarono nuovamente nello scavo di gallerie e caverne, fino ad avere due vere e proprie fortezze contrapposte; quella italiana sul Col di Lana a 2 462 metri e quella austriaca sulla stretta cima del Sief, circa 40 metri più in basso. Ciò contribuì a rendere inutili gli assalti della fanteria, e anche qui si procedette con lo scavo di gallerie di mina. L’iniziativa fu presa dagli austriaci, che a fine giugno 1916 iniziarono i lavori per una mina che avrebbe distrutto la guarnigione italiana sul Dente del Sief, da loro appena conquistato. Gli italiani si resero conto tardi di questa manovra e solo nel marzo 1917 iniziarono sommari lavori per una galleria di contromina, che però risultò troppo corta, e distrusse parte delle loro stesse linee. Si formò quindi un cratere che divideva i due schieramenti ma che non impedì agli austriaci di continuare i lavori, che terminarono il 27 ottobre, quando 45 000 chilogrammi di esplosivo dilaniarono la montagna creando un cratere di 80 metri e uccidendo 64 italiani. Quel giorno erano in fase avanzata anche i preparativi per una seconda mina ancora più grande, che avrebbe dovuto polverizzare l’intero Dente del Sief, ma di lì a poco gli italiani ripiegarono in massa sulla linea del Piave e del Monte Grappa, lasciando in mano austriaca il monte dove avevano combattuto con più accanimento che in ogni altra parte del fronte dolomitico, insieme ai corpi di migliaia di caduti.
Punto d’appoggio sulla cresta a quota 2387
Punto d’appoggio sulla cresta a quota 2387 , la sua costruzione denominata Gratstutzpunkt all’inizio del 1916 dotata di una caverna resse gli attacchi italiani quando la brigata Reggio composta dal 46° fanteria e soldati scelti della 45° il 21 di maggio del 1916 conquistarono la quota, poi momentaneamente riconquistata il 5 agosto 1916 dove perse la vita il sottotenente Knotz, dopo quell’episodio per gli austriaci la quota venne chiamata dente “Knotz”.
Cratere della Mina
Dopo la conquista italiana del 17 aprile 1916 del Col di Lana e della Cresta il 21 maggio 1916, le truppe italiane si attestarono sul Dente del Sief il 25 maggio 1916. Presto iniziarono da entrambe le parti dei lavori sotterranei di mina, le tre esplosioni successive sulla cresta che separa il dente Sief dalla cima Sief , il 6 marzo 1917 esplose la prima contromina italiana di 4000 kg seguita il 27 settembre 1916 da un’altra successiva italiana di 5000 kg , ma il 21 ottobre 1917 gli austriaci fecero brillare la loro di 45000 kg aprendo un cratere che riassorbi gli altri due creati dalle mine italiane.
Galleria da mina Austriaca
Il minensystem iniziato il 29 giugno 1916 arrivo ad una lunghezza di 500 metri , anche se venne attaccato dalle contromine italiane e dall’attacco della fanteria, la funzionalità dell’opera non venne mai compromessa ,il 21 ottobre 1917 alle ore 22 nelle due camere di scoppio vennero fatte brillare 45000 kg di esplosivo formando il cratere tuttora visibile, ma la ritirata italiana dovuta alla rotta di caporetto rese l’operazione di distruzione del dente Sief superflua.
Forte Khole
Il fortino Khole era situato a 2190 m fungeva da collegamento tra l’Alpenrose, Col di Rod, Monte Sief e la Rothschanze era un ottimo posto per osservare, era collegato al villaggio Alpenrose attraverso la teleferica e da trincee fatte di muretti a secco.