Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 10h00EEA D+
Dislivello totale : 1600 m
Quota massima raggiunta : 2587 m
Cartografia : PER PROBLEMI TECNICI LA CARTINA NON RISULTA PUBBLICABILE, MI SCUSO PER IL DISSERVIZIO
Ho voluto salire su questo aspro monte, teatro di grandi battaglie, nel ricordo di tutte le volte che con mio padre salendo in montagna cantavamo una delle tante canzoni che lui mi ha insegnato, lui artigliere della Julia, classe 1941, a Tolmezzo, che da qualche anno non c’è più, ciao Papà ovunque tu sia.
Non ti ricordi quel mese d’aprile
quel lungo treno che andava al confine e trasportava migliaia degli alpini su su correte è ora di partir
Dopo tre giorni di strada ferrata ed altri due di lungo cammino siamo arrivati sul monte Canino e a ciel sereno ci tocca riposar
Come arrivare
Si sale fino alla partenza degli impianti di Sella Nevea, dove si lascia l’auto e si prosegue a piedi da sotto gli impianti di risalita oppure eventualmente si può prendere la funivia e salire al rifugio Gilberti Celso e partire a piedi da lì. In tal caso l’itinerario risulterà più corto di 3-4 ore
Descrizione
Il percorso oltre ad essere lungo ed impegnativo, 10 ore andata e ritorno partendo da Sella Nevea, con 3-4 ore in meno se si usa la funivia per salire al rifugio Gilberti 1850m, presenta un tratto attrezzato per salire sul Canin 2587m, sia che si salga dalla ferrata Julia che dalla Ferrata Grasselli, ed inoltre una via di attraversamento nel versante Sloveno situata sotto il monte Forato che attraversa tutto il gruppo.
Itinerario molto bello ed appagante si sale su per le piste da sci di Sella Nevea, fino a raggiungere il rifugio Gilberti Celsi Soravito 1850m. si prosegue per il sentiero n°632, percorrendo una parte del percorso botanico adiacente al rifugio, che viene monitorato dal Comitato Scientifico del CAI FVG, come del resto il Gilberti fa parte dei rifugi sentinella:
Il progetto Rifugi Sentinella del Club Alpino Italiano (CAI) trasforma i rifugi alpini ed appenninici in presidi osservatori per monitorare il clima e l’ambiente in alta quota.
Il Progetto
Obiettivo: Studiare gli effetti dei cambiamenti climatici, l’evoluzione glaciale e la biodiversità attraverso stazioni meteo e sensori dedicati.
Strumentazione: Vengono installati misuratori di dati ambientali, fototrappole per la fauna, sensori per il suolo e sistemi di rilevamento
Il sentiero prosegue in un scenario unico nel suo genere, quasi uno spettacolo lunare con molte doline e forre carsiche, mentre sul lato opposto alla valle si può ammirare lo spettacolo dell’altipiano del Montasio, qui il sentiero prosegue su rocce fino a raggiungere una postazione e baracca situata sulla Sella Billa Pec 2005m, si prosegue ancora su grosse pietraie, fino a raggiungere quello che rimane del ghiacciaio del Canin, ormai molto arretrato, nel centro del ghiacciaio si potrà notare l’attacco della Ferrata Julia, dopo aver salito la ferrata si prosegue a destra fino a raggiungere quota 2587m del Monte Canin, poi ridiscendendo sulla forcella si prosegue su di un ghiaione di traverso, con l’unica visione di quei Cardi spinosi che sono la sola pianta che resiste in questo arido scenario lunare, fino a raggiungere una forcella e salire sul foro del Monte Forato e proseguire sulla linea attrezzata che percorre la parte incastonata sulla parete del monte forato, alla fine della quale si potrà eventualmente salire sulla cima del monte Forato 2498m, mentre proseguendo ancora raggiungeremo la sella Prevala 2067m, se si vuole scendere e prendere la funivia per il rientro attraverso il sentiero n°636 del pian della Prevala, si raggiungerà il rifugio Gilberti 1850m, mentre proseguendo per il 636 dopo una breve risalita fino alla Sella Leupa 2109m, si potrà poi ridiscendere, la discesa porterà a visionare tratti di calcare noti come campi solcati (o karren), fino a passare sui ruderi di una ex casermetta e scendere fino alla stazione di partenza della funivia.
Si sale fino al rifugio Lunelli, dove si lascia l’auto, ricordo che il posteggio è a pagamento. Dopo aver lasciato l’auto si imbocca il sentiero 171, che dal Lunelli 1568 m, sale fino a raggiungere il Pian della Biscia, per circa 1h, mantenendo poi la sinistra sa sale verso l’Opera 10.
Descrizione Opera
Con il termine “Vallo Alpino del Littorio” si intende quel complesso sistema di fortificazioni posto a difesa dei confini nazionali settentrionali, costruito durante gli anni 30 del Novecento a copertura dell’intero arco alpino, dal confine ligure con la Francia all’allora confine Jugoslavo nella Venezia Giulia Istriana.
L’Opera 10 fa parte dello sbarramento di Passo Monte Croce Comelico, nel sottosettore XVI/a del Vallo Alpino del Littorio, denominato in codice “Cadore”. Con i suoi quasi 2 km di sviluppo lineare interamente realizzati in caverna, l’Opera 10 (centro di comando dell’intero sbarramento) rappresenta la fortezza ipogea più grande e complessa dell’intero Vallo Alpino Settentrionale, posta allora a difesa di una delle più importanti vie di comunicazione tra l’Austria e l’alta Pianura Padana. I due ingressi principali (in totale ne ha 4), sono ubicati a 2025 m s.l.m. Tre caponiere sono poste a protezione di tali accessi.
Questo enorme bunker ipogeo non è stato mai ultimato negli impianti né tantomeno arredato o armato. Lo stato di conservazione, a 80 anni dalla costruzione, appare notevole; questo è imputabile all’utilizzo, per la costruzione di materiali di prima qualità, come previsto dalle direttive della Circolare 15.000. All’interno sono presenti 4 terne di latrine (con vasca e scarico diretto verso l’esterno) per un totale di 12 servizi igienici a disposizione per i 150 uomini di truppa e 17 ufficiali. Il corridoio principale dell’opera si inoltra all’interno della montagna per 350 metri in direzione N-W ed è dotato di numerose porte blindate a tenuta stagna antigas. Procedendo verso l’interno del bunker, sulla destra del corridoio principale si aprono diversi corridoi laterali in direzione N-E (vedi schema planimetrico qui postato). Alcuni di essi conducono alle postazioni degli obici (in gergo militare malloppi o casematte) dove era previsto l’alloggio dei pezzi più grandi dell’artiglieria montati su affusto campale. Tortuose scalinate conducono ai livelli inferiori del bunker, verso le casematte atte ad ospitare i nuclei di mitragliatrici. La più lunga di queste scende di 58 m (261 gradini, ciascuno con alzata di 22 cm) conduce alla quarta entrata bassa del bunker. Il livello superiore (che ospitava anche l’osservatorio) era accessibili attraverso scale a chiocciola di legno, ora distrutte. Nel cuore della montagna sono ricavate: l’enorme camerata di ricovero truppa che ospitava anche le cucine a legna ed il refettorio, la camerata degli ufficiali ed il posto comando. Per l’Opera 10 era contemplato il seguente tipo di armamento: per i 6 malloppi era prevista l’istallazione di 6 obici 100/17 mod. su affusto campale, mentre per i 5 nuclei di mitragliatrici era previsto l’utilizzo dell’ultimo ritrovato Breda mod. 1937 che avrebbero operato anche a copertura delle 4 entrate. Le postazioni delle mitragliatrici erano costruite sporgenti verso l’esterno con casematte in calcestruzzo, e con una spessa piastra metallica d’acciaio a rinforzo della feritoia nel modello “scudato”. Tali blindature furono realizzate negli stabilimenti ILVA (che fu costituita a Genova il 1° febbraio 1905).
Fonte: Centro studi sotteranei Genova
Storia
Lo sbarramento passo monte Croce Comelico è uno degli sbarramenti del settore XVI settore di copertura Cadore-Carnia che si erge al Passo di Monte Croce di Comelico in Veneto, nelle vicinanze del paese di Sesto e Comelico Superiore. Assieme allo sbarramento presso il passo Monte Croce di Comelico, si considerano anche lo “sbarramento Alto Padola-Cresta di Vallorera” e lo “sbarramento Passo Silvella” data la loro vicinanza geografica.
Fino alla seconda guerra mondiale
Dal marzo1939 la progettazione di questo sbarramento, a cavallo della strada statale 52 Carnica, sul confine tra il bellunese e l’Alto Adige, venne affidato al XIV corpo d’armata di Treviso, scorporandolo quindi dal raddoppio del I sistema difensivo.
Nel 1940 un nuovo progetto arrivò dal comando del corpo d’armata, tenendo conto della nuova “circolare 15000”, che prevedeva di sbarrare la direttrice “Valle di sesto-Passo Monte Croce di Comelico” seguendo la tipologia “A”. Questo sbarramento era quindi composto da 7 opere difensive, in grado di resistere ai grossi calibri. La loro disposizione tagliava la vallata, dal Pian della Biscia fino al Monte Popera, con un armamento di 6 Obici 100/17, 3 cannoni anticarro, 31 mitragliatrici e 3 fucili mitragliatori. Oltre alla difesa attiva, venne progettato anche un fossato anticarro con travi di ferro NP 20 per impedire il passaggio di forze corazzate. Tutto ciò venne considerato troppo poco per una via così importante che permetteva l’accesso diretto al Comelico Superiore, ma allo stesso tempo vi erano problemi economici per potenziare questa linea difensiva.
Nel mese di agosto 1940, si ideò quindi un nuovo progetto; esso prevedeva tre distinti sbarramenti, che date le condizioni sfavorevoli del terreno erano principalmente costruite in calcestruzzo (eccezione fatta per le opere 2 e 10):
sbarramento monte Croce Comelico, situato fra il Crestone del Popera a ovest e Col della Croce-monte Croce a est, e composto da 20 opere difensive ulteriormente suddivise in tre sottogruppi. In totale questo sbarramento era armato con 30 fucili mitragliatori, 83 mitragliatrici, 2 lanciafiamme, 3 mortai da 81 mm e 6 100/17;
sbarramento Alto Padola-Cresta di Vallorera, situato fra il Col della Croce e le pendici ovest del Col Quaternà, e composto da 11 opere difensive suddivise in due sottogruppi. In totale questo sbarramento era armato con 18 fucili mitragliatori, 40 mitragliatrici, 2 mortai da 81 mm e 2 75/27;
sbarramento passo Silvella, situato a cavaliere dell’omonimo passo (2329 m) per impedire l’aggiramento del passo monte Croce, e composto da 5 opere difensive. In totale questo sbarramento era armato con 8 fucili mitragliatori, 18 mitragliatrici e 3 pezzi anticarro.
Nonostante i frenetici lavori durante gli ultimi mesi del 1940, all’ottobre dello stesso anno risultavano complete nella struttura 4 opere del primo sbarramento (opere 1, 3, 4 e 9), e completata l’opera 10 assieme al fossato anticarro. Solo l’opera 12 venne iniziata nello scavo, mentre le restanti rimanevano solo sulla carta. Del secondo sbarramento risultavano complete 2 opere (opere 2 e 7), 4 erano in fase di costruzione e per l’opera 4 era stato iniziato lo scavo. A fine anno, mentre i lavori per questi due sbarramenti erano più o meno completati, quelli per l’ultimo sbarramento no (queste opere non vennero mai costruite).
Nel 1941 furono aggiunti gli arredamenti interni e le mascherature, come ad esempio l’opera 2 ricevette la sua torretta, e a fine anno, quando i lavori furono sospesi, la situazione era questa:
sbarramento monte croce di Comelico: 12 opere complete e 3 lasciate a livello di scavo (opere 12, 14 e 15);
sbarramento Alto Padola-Cresta di Vallorera: 3 opere complete e 4 lasciate a livello di scavo (opere 1, 3, 4 e 6).
Nei pressi del giogo Frugnoni (a quota 2533 m, posto a est del Col Quaternà) venne completata una casermetta difensiva per 50 soldati. Tutte le opere che vennero ultimate vennero consegnate alla Guardia alla frontiera durante l’estate del 1942.
Da notare che la zona del passo di Monte Croce di Comelico rientrava solo inizialmente nella direttrice Rienza/Drava, quindi nel “XV Settore di Copertura Pusteria”; successivamente passò al “XVI Settore di Copertura Cadore-Carnia”. Aveva il compito strategico di impedire la penetrazione del nemico verso la pianura veneta.
Il “piano d’illuminazione generale” prevedeva per l’illuminazione dei settori di tiro delle singole opere l’impiego di 18 fari da posizionare all’esterno dei manufatti e con l’alimentazione fornita dalle opere stessa.
Le montagne sono belle, ardue le salite degli escursionisti, la prudenza, la preparazione, la sicurezza…sono sempre parte integrante di questi ambienti fantasticamente ostili, che possono passare da esperienze meravigliose a trappole mortali, io non sono un’alpinista, io non sono un’arrampicatore, sono solo un piccolo montanaro che ha fatto quello che ha sempre potuto fare nel limite delle proprie forze, e capacità, cercando di mettere davanti a tutto la sicurezza.
Tante possono essere le critiche sugli alpinisti esperti che salgono lungo le pareti verticali, e purtroppo di morti c’è ne saranno ancora, anche gente considerata espertissima, perchè loro non sono certo seduti sul divano a scrivere, loro hanno fatto della montagna la loro vita, come Paolo Dani esperto e istruttore del soccorso alpino, nonchè caposquadra, quante vite ha salvato lo sapeva solo lui.
In montagna c’è sempre la tragica fatalità, l’ho provata sul mio piccolo quando una bufera di neve si è abbattuta sul monte Pasubio ed io stavo valicando la selletta damaggio, oppure quando scendendo dalla strada degli eroi in un traverso dovetti fermarmi per togliere le ciaspole e metterei ramponi, per poter fare in sicurezza 15 metri che io ho considerato pericolosi, oppure scendendo dal sentiero delle creste dell’incudine con la neve dove i traversi richiedono non solo esperienza ma concentrazione in ogni passo.
I nepalesi sono nati li, su quelle montagne che conoscono bene, e sono loro che trasportano, tutte le cose di molti alpinisti che salgono sopra gli 8000, non tutti certo, e conoscono anche la tragica fatalità, con Nimsdai ha riportato i nepalesi al loro posto sulle cime più alte del mondo, non era uno sprovveduto come gli incompetenti lo definivano perche visto con le scarpette da trekking a capanna margherità, ma la fatalità ha voluto che quelle 10 persone fossero li in quel momento preciso, e così sono state spazzate via dall’amore per la montagna e per la natura, e per la vita…
Ma chi era Nimsdai?
Purja, di origine Magar, è nato nel distretto di Myagdi e cresciuto come indù ; ha fatto parte della brigata Gurka, reparto d’élite della British Army . Purja ha tre fratelli molto più grandi, tutti soldati Gurkha. È sposato con Suchi Purja, figlia di un soldato Gurkha, e insieme vivono nell’Hampshire.
Dal 2012 decide di concentrarsi sull’alpinismo d’alta quota, scalando nel 2014 l’Annapurna I e il Dhaulagiri I, i suoi primi Ottomila; nel 2016 scala l’Everest. Nel 2018 lascia l’esercito, dedicandosi a tempo pieno all’alpinismo.
Project Possible 14/7
Il progetto prevedeva di scalare tutti i 14 ottomila in meno di 7 mesi, un’impresa considerata oltre i limiti del possibile dato che il primato precedente apparteneva al sudcoreano Kim Chang-Ho che aveva impiegato 7 anni, 10 mesi e 6 giorni.
La squadra da lui scelta per completare il progetto è composta dagli amici e sherpa Mingma David Sherpa, Gesman Tamang, Galjen Sherpa, Lakpa Dendi Sherpa e Halung Dorchi Sherpa; Mingma Sherpa, oltre a condividere il record di velocità con Nirmal Purja, diventa il più giovane, a 30 anni, ad aver scalato tutti gli Ottomila.
Il primo Ottomila èl’Annapurna I, salito il 23 aprile 2019 lungo la via normale per la parete nord.
Il 12 maggio, in condizioni davvero proibitive a causa del forte vento, alle ore 18:00 raggiunge la vetta del Dhaulagiri I senza far uso dell’ossigeno supplementare (unica squadra a salire la via normale in primavera). Alle 7 del mattino successivo la squadra rientra al campo base, spostandosi subito via elicottero alla base del Kangchenjunga, che scala il 15 maggio.
A fine maggio Purja è protagonista di un’impresa titanica: il 22 maggio scala la montagna più alta della terra, l’Everest: dopo un breve riposo di due ore a Colle Sud, raggiunge la vetta del Lhotse dopo sole 10 ore e 15 minuti dal raggiungimento della vetta più alta del pianeta. Tornato al campo base, parte per il Makalu, che scala il 24 maggio, 38 ore dopo l’arrivo in vetta al Lhotse: conquista così il record mondiale di salita di tre Ottomila in 3 giorni. Col Makalu Purja termina il programma dei sei Ottomila Nepalesi e si concede un riposo di circa un mese per affrontare gli Ottomila del Pakistan.
Il 3 luglio raggiunge la vetta del Nanga Parbat, il 15 luglio il Gasherbrum I e il 18 luglio il Gasherbrum II. La mattina del 24 luglio alle 7:50 ora locale, dopo aver guidato il suo team nel fissaggio delle corde lungo il Collo di Bottiglia e il traverso, raggiunge la vetta della seconda montagna più alta della terra, il K2. La scalata risulta molto impegnativa a causa del pericolo valanghe e della neve alta. Due giorni dopo è già in cima al vicino Broad Peak, completando il suo undicesimo Ottomila in soli 3 mesi.
Il 23 e il 27 settembre scala, rispettivamente, Cho Oyu e Manaslu.
Il completamento del progetto viene però messo in discussione nei giorni seguenti: il governo cinese, reputando che lo Shishapangma fosse diventato troppo pericoloso a seguito di una serie di incidenti mortali, decide di non rilasciare più permessi di scalata. Grazie all’aiuto del governo nepalese, tuttavia, Purja ottiene un permesso speciale di scalata: il 29 ottobre alle 8:58 locali, assieme a Mingma David Sherpa, Galen Sherpa, Gesmam Tamang raggiunge il suo ultimo Ottomila, completando il progetto nel tempo record di 6 mesi e 6 giorni.
Lo stile scelto da Purja per completare il suo progetto è stato oggetto di critiche da parte di alcuni alpinisti di fama internazionale per il ricorso ad elicotteri negli spostamenti tra i vari campi base e per l’uso dell’ossigeno supplementare oltre i 7500 m di quota. L’impresa compiuta, d’altro canto, risulta ardua e difficilmente ripetibile, per gli enormi sforzi fisici, economici e logistici sostenuti per completare il record di velocità.
Animato da un senso di sfida nei confronti dei critici, nel 2024 completa la scalata dei 14 ottomila in puro stile alpino, senza il supporto di ossigeno in soli due anni (4 mesi e 28 giorni)
Nel frattempo, Nirmal Purja era diventato “Nimsdai”. In nepalese, “dai” significa fratello maggiore. Un soprannome che racconta bene il personaggio pubblico costruito negli anni: carismatico, diretto, motivazionale, capace di trasformare le proprie imprese in un linguaggio accessibile a milioni di persone.
I soccorsi prima dei record
Nel racconto del Project Possible, i numeri hanno rischiato spesso di oscurare ciò che accadde tra una vetta e l’altra. Purja e i suoi compagni parteciparono a diverse operazioni di soccorso. Sull’Annapurna contribuirono al recupero dell’alpinista malese Wui Kin Chin, rimasto per giorni in condizioni disperate. Sul Kangchenjunga tentarono di aiutare alcuni scalatori in difficoltà durante la discesa.
Azioni che rallentarono il progetto e misero a rischio la stessa impresa, ma che dall’altra parte mostrarono come anche i progetti più mediatici conservano i valori dell’alpinismo. È un aspetto centrale per capire il personaggio. Purja ha costruito la propria immagine sull’idea che nulla sia impossibile, ma il suo alpinismo è sempre stato anche un lavoro collettivo, fondato sulla squadra. Dietro “Nimsdai” non c’è mai stato soltanto un uomo: ci sono stati alpinisti nepalesi, guide, portatori d’alta quota, addetti alla logistica e compagni di spedizione. E uno dei suoi meriti più evidenti è stato proprio quello di aver portato molti di quei nomi in primo piano.
Il K2 d’inverno
Il 16 gennaio 2021, dieci alpinisti nepalesi raggiunsero insieme la cima del K2, completando la prima salita invernale della seconda montagna più alta della Terra.
L’ultimo Ottomila ancora inviolato in inverno venne salito da una squadra interamente nepalese. Pochi metri sotto la vetta, il gruppo si fermò per ricompattarsi e gli alpinisti percorsero insieme l’ultimo tratto cantando l’inno nazionale. Di questi solo Nirmal Purja ha raggiunto la vetta senza utilizzare bombole di ossigeno.
Quella giornata andava oltre il risultato sportivo. Per decenni gli alpinisti nepalesi erano stati spesso raccontati come figure di supporto alle imprese occidentali: uomini indispensabili, ma raramente protagonisti della narrazione. Sul K2, invece, non c’erano clienti da accompagnarené spedizioni straniere da sostenere. C’era una squadra nepalese che raggiungeva uno degli ultimi grandi obiettivi dell’alpinismo himalayano. Era uno dei messaggi che Purja aveva cercato di trasmettere fin dall’inizio: gli alpinisti del Nepal non erano soltanto la forza lavoro dell’Himalaya. Erano tra i migliori scalatori al mondo.
Voglio lasciare anche un pensiero a Cristina Castagna che qui sul Broad Peak perse la vita, per un sogno, e per un amore infinito verso la montagna e la vita. Luciano
Cave del Predil, originariamente noto come Raibl, è un antico borgo minerario alle pendici del Monte Re, a 10 km da Tarvisio. Le sue origini risalgono all’epoca Pre-romana(80o a.C). Sede di una delle più importanti miniere di piombo e zinco d’Europa, l’attività estrattiva è cessata nel 1991
La Storia
Il paese deve la sua esistenza (e il suo nome in italiano) alle miniere di piombo e zinco del monte Re, in attività fino al 1991, che condizionano in modo pesante il paesaggio circostante. La storia della miniera affonda le sue radici in epoca preromana (800 a.C.) in cui pare ci fosse già un’attività estrattiva. Il primo documento storico che fa riferimento all’attività estrattiva risale al 132o quando il duca Federico il Bello rilasciò la concessione estrattiva ad un gruppo di minatori del tarvisiano.
Nel 1456 il Vescovo di bamberga concesse ad Osvaldo Raibl il diritto di scavo del giacimento. Per molti secoli la miniera venne gestita dalla famiglia Rechbach. Nel 1759 Raibl entrò a far parte dei possedimenti degli Asburgo . Nel 1835, a causa di ripetuti ribassi salariali, i minatori entrarono in sciopero; per sedare la rivolta fu necessario un intervento militare. Al termine dell’agitazione furono licenziati 120 lavoratori. Nel 1890 venne realizzata la prima centrale idroelettrica che dava energia all’argano di estrazione del pozzo.
Nel 1898 iniziò la costruzione della galleria di Bretto, allo scopo di facilitare il drenaggio delle acque ristagnanti nei livelli più profondi. La galleria inizia a 240 metri di profondità sotto al paese e sbocca presso il villaggio di Bretto, oggi in Slovenia . I 4 844 metri della galleria vennero inaugurati nel 1905.
I minatori non si limitarono a scavare gallerie solo all’interno della montagna, ma si spinsero anche sotto il villaggio. L’8 gennaio 1910 una parete si spaccò, facendo così penetrare nella miniera l’acqua proveniente dal lago sovrastante. Alcune gallerie franarono sotto la pressione delle acque. Verso le ore 13, l’ospedale del paese venne inghiottito nel sottosuolo, sprofondando per 150 metri e oltre. Persero la vita sette persone: il medico, sua moglie, il figlio, una cuoca, una cameriera, un capoposto dei gendarmi in pensione e la moglie. Nel 1914 la comunità locale eresse un monumento in memoria della tragedia.
Nel 1917, in previsione del grande attacco degli Imperi centrali contro il Regio esercito italiano, la galleria mineraria fu trasformata in linea ferroviaria permettendo il passaggio di 170 tonnellate di materiale e di 600 soldati al giorno. Il movimento in galleria si effettuava per 16 ore al giorno. I soldati austriaci arrivavano da un lato della montagna, a Raibl (oggi Cave del Predil), e di qui, attraverso la galleria mineraria, arrivavano a Bretto.
Uomini, armi e sussistenza vennero spostati qui da altri fronti con uno stratagemma che eluse la sorveglianza dell’esercito italiano, che presidiava il fronte all’altezza di Plezzo. I rinforzi dell’esercito austroungarico infatti giunsero a Plezzo e Tolmino trasportati in treno di notte, nascosti nella boscaglia in modo che i comandi italiani non li scorgessero e trasportati poi a piedi nell’ultimo tratto, fino al fronte. Per illudere gli italiani che la linea del fronte si stesse smantellando invece che “armando”, durante il giorno gli austro-ungarici facevano transitare in allontanamento da Plezzo e Tolmino treni carichi di uomini e mezzi, occultando invece l’approvvigionamento che avveniva di notte. Il Passo del Predil era ben sorvegliato dagli alpini italiani posizionati sul Monte Nero, conquistato il 16 giugno 1915 . Gli austro-ungarici, non volendo palesare le proprie strategie, a partire dall’agosto 1917 evitarono di transitare dal passo, preferendo superare la montagna attraverso la galleria mineraria di Bretto. Nelle settimane antecedenti la Battaglia di Caporetto gli austriaci vi fecero passare 270 000 militari con 22 000 treni.
Tracciato della galleria di Bretto (tratteggiato)
Nel 1919, dopo gli eventi bellici e a seguito del Trattato di Saint-Germain , i territori del tarvisiano passarono sotto l’amministrazione italiana e con essi anche miniera di Raibl che divenne proprietà dello Stato. In questo periodo la miniera venne data in gestione alla Società Anonima Miniere Cave del Predil, divenuta successivamente Raibl-Società Mineraria del Predil. Iniziò un periodo florido per la miniera sotto la gestione di Bernardino Nogara, durante la quale venne costruita una teleferica per trasportare il minerale estratto alla stazione di Tarvisio.
Dopo la seconda guerra mondiale la galleria di Bretto divenne confine tra Jugoslavia e Italia e oggetto di aspri conflitti politici e burocratici tra i due Paesi, tanto da doverla chiudere con un cancello posto sulla linea di confine sotterranea. Con l’ingresso della Slovenia nell’Area Schengen , il cancello non risultò più necessario.
Il periodo postbellico portò la meccanizzazione e automazione dei processi produttivi e alcune migliorie nell’attrezzatura in dotazione ai minatori. Per esempio, le lampade a carburo vennero sostituite da lampade elettriche innestate sull’elmetto. Nel 1953 iniziò un periodo di crisi dal quale la miniera non riuscì a riemergere. La cava, prima sotto la società Raibl, passò nel 1956 sotto la Società Mineraria Metallurgica di Pertusola e nel 1963 sotto l’Azienda Mineraria Metallurgica Italiana, gestita dallo Stato.
Nel 1965 la regione divenne proprietaria della miniera. Nel 1979 la gestione del giacimento di Cave fu delegata alla società Samim (gruppo Eni). Nonostante una animata protesta da parte dei minatori durata 17 giorni, il 30 giugno 1991 la miniera venne chiusa. La chiusura della miniera segnò per il paese l’inizio di una profonda crisi occupazionale che portò ad un notevole calo demografico. Il numero di abitanti, che nel 1968 ammontava a 2 100, è sceso oggi a circa 400.
“Cammino tanto per i boschi , di giorno , di sera , qualche volta di notte , mi sento piccolo ed in un certo modo indifeso camminando al suo cospetto , ma non ho paura , mi sento in qualche modo protetto e selvaggio , sia che sia con il rumore delle foglie dell’autunno oppure con lo scricchiolare della neve , e bella la natura , la dobbiamo proteggere , perche lei ci protegge , come dobbiamo proteggere la sua fauna e flora , lei ha un unico e solo nemico …l’uomo.” Luciano Cailotto
SAURIS E LE SUE ORIGINI
Secondo le leggende popolari, la comunità di Sauris fu fondata da due soldati tedeschi che si rifugiarono in questa valle isolata e impervia. Come ogni leggenda, anche questo racconto ha un fondo di verità: i primi abitanti, infatti, giunsero da qualche valle al confine tra la Carinzia e il Tirolo attorno alla metà del 1200. Per più di sette secoli i loro discendenti vissero in equilibrio con l’ambiente alpino, coltivando le poche specie adatte a queste altitudini e al clima rigido, portando il bestiame nei pascoli d’altura durante i mesi estivi, falciando i prati fino alle cime, traendo dai boschi legname da costruzione e da brucio. Per procurarsi i generi alimentari che non esistevano sul posto (ad esempio il sale) essi ricorrevano al baratto con i paesi vicini. Oggi Sauris ha circa 400 abitanti che, interpretando in chiave moderna alcune delle attività tradizionali (artigianato, produzioni agroalimentari di nicchia) o sviluppando forme di accoglienza turistica a misura d’uomo, continuano a convivere con un ambiente che, dopo secoli, rimane ancora la risorsa più preziosa.
UNA SINTESI TRA CULTURA TEDESCA E CARNICA
La difficoltà di accesso, l’asprezza del territorio e la presenza di una popolazione di lingua tedesca hanno alimentato all’esterno il mito di una comunità isolata, nella quale sarebbero rimasti intatti nei secoli l’ambiente, la lingua, le tradizioni. Ma la storia insegna che non esistono “isole”. I documenti e gli studi hanno ampiamente dimostrato che fin dall’inizio la gente di Sauris ha aperto sentieri, ha superato i valichi e i monti, ha intessuto rapporti con le popolazioni confinanti, barattando con loro i prodotti, imparando le loro lingue e osservando le loro consuetudini. Molte abitudini della popolazione saurana sono frutto dell’affascinante sintesi di diverse culture, prime fra tutte quella tedesca e quella carnica, che hanno contribuito alla peculiare identità della comunità. Oltre ad aspetti ed elementi della cultura materiale (le tipologie architettoniche, la conservazione e la preparazione dei cibi, gli attrezzi e le tecniche dei lavori agricoli, l’abbigliamento in uso fino a qualche decennio fa), è soprattutto nell’ambito religioso e simbolico che si sono conservate le tradizioni più interessanti e vitali.
La lingua di Sauris: una lingua antica e affascinante
La lingua di Sauris (de zahrar sproche) affonda le radici nel lontano passato: nasce intorno al Duecento, ed è una lingua affascinante perché ricalca un antico dialetto tedesco le cui origini si perdono nella storia. Il saurano è una lingua che oggi gli abitanti di Sauris parlano ancora, accanto all’italiano e al friulano. A partire dagli anni Sessanta si è verificato un calo nell’utilizzo del saurano, soprattutto fra le generazioni più giovani. La volontà di mantenere vive le proprie radici e la propria identità ha però dato vita negli anni a una serie di iniziative di recupero e valorizzazione della cultura e della lingua locali. Nel 1974 è nato il Coro “Zahre”, che ha recuperato canti tradizionali. Nello stesso periodo si è costituito il Circolo Culturale Saurano “Fulgenzio Schneider”, che propone attività ed iniziative per la valorizzazione della lingua locale. Da decenni inoltre viene pubblicato un bollettino parrocchiale, “De Zahre reidet” (Sauris parla), che ospita spesso articoli sulla storia e sulle peculiarità culturali della comunità. Fin dagli inizi del Duemila, poi, la lingua saurana e le tradizioni locali sono entrate nelle attività didattiche della scuola locale. Nel 2008 è stato pubblicato il vocabolario “Zahrer Wörterbuch – Vocabolario saurano”, frutto del lungo lavoro di ricerca del prof. Norman Denison. Inoltre nella comunità di Sauris si tengono corsi per chiunque voglia avvicinarsi a questa lingua. Il saurano è oggi riconosciuto e tutelato dallo Stato italiano con la L. 482/1999 e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia con la L.R. 20/200
Architettura tipica
Una peculiarità del paesaggio saurano è rappresentata dalle tipologie architettoniche. L’architettura saurana rappresenta il collegamento più evidente con la vicina Carinzia: gli edifici sono infatti caratterizzati da elementi costruttivi realizzati con le risorse disponibili sul territorio, il legno e la pietra. Le case e i rustici più antichi sono caratterizzati dal pian terreno in pietra, seminterrato, e i piani sopraelevati in legno, costruiti con l’antica tecnica del BLOCKBAU, nella quale i tronchi degli alberi interi creano una solida struttura grazie al loro incastro agli angoli dei fabbricati). Il tetto è rivestito in scandole di legno. A partire dagli anni ’80, nell’ambito del cosiddetto Progetto Sauris, queste costruzioni furono recuperate sapientemente, mantenendone le caratteristiche architettoniche originali. Molti di questi edifici oggi ospitano proprio gli alloggi dell’Albergo Diffuso Sauris.
I nomi dei borghi di Sauris
Sauris di Sopra, Plotzn in saurano, vanta la maggior densità abitativa e si trova a 1.400 metri sul livello del mare. Scendendo verso valle, a circa 3 km di distanza si trova Sauris di Sotto, Dorf, sede del municipio (a 1212 m slm). Lateis è il borgo più distante, per arrivarci si deve scendere fino al lago e poi prendere una deviazione, risalendo per alcuni tornanti fino a 1225m slm. Ci sono moltissime altre località che identificano il territorio, oltre ai tre borghi principali e le frazioni più abitate (La Maina e Velt): Frumeibn, Treinke, Hinterdolbe, Preitschpound, Eimblatribn… divertiti a riconoscerle e imparare a pronunciare correttamente i loro nomi!
Il lago
Il lago di Sauris ha una storia più recente: si tratta di un bacino artificiale che ha avuto origine dallo sbarramento del torrente Lumiei, interrotto tra il 1941 ed il 1948 per la costruzione dell’impianto idroelettrico omonimo. All’epoca era la diga più alta d’Italia ed una delle maggiori al mondo, con i suoi 136 metri di altezza. A causa della scarsità di manodopera locale, impegnata sul fronte, vennero impiegati nei lavori 300 prigionieri neozelandesi. Di questi circa 100 erano alloggiati nelle baracche di La Maina. Lo specchio d’acqua che oggi appare al posto dell’antica conca è una delle più incantevoli cartoline di Sauris. In grado di lasciare senza fiato i visitatori che lo raggiungono grazie alla trasparenza delle sue acque turchesi, in cui si tuffano riflesse le cime circostanti.
Albergo Diffuso Il nostro impegno per un turismo sostenibile
Crediamo in un turismo che rispetta l’ambiente, la cultura locale e le persone.
Per questo, ogni nostra scelta segue un principio di equilibrio e responsabilità: monitoraggio e riduzione dei consumi, scelta di fonti di energia rinnovabile, sostegno attivo alla cultura e alla filiera locale e valorizzazione dei nostri collaboratori. Dal 2023 il nostro impegno è certificato dallo standard internazionale del Global Sustainable Tourism Council (GSTC). La nostra gestione sostenibile si rinnova di anno in anno con una visione sempre più radicata nel territorio e attenta al futuro.
Ambiente, energia, consumi
La sostenibilità ambientale non è un’azione isolata, ma un processo continuo. Monitoraggio, efficienza e attenzione alle risorse sono parte integrante della nostra gestione. Lavoriamo per ridurre l’impatto ambientale delle nostre strutture e accompagnare gli ospiti verso scelte più consapevoli.
Persone, valori, prodotti
Sostenibilità sociale e filiera locale sono al centro del nostro modello di ospitalità. Valorizzare il lavoro, garantire pari opportunità, usare prodotti del territorio: sono scelte che ogni giorno contribuiscono al benessere della nostra comunità. Crediamo che la vera sostenibilità parta dalle persone, dal rispetto dei loro diritti e dalla connessione profonda con il contesto in cui vivono.
Cultura e tradizioni
Sauris è un luogo che custodisce una cultura viva, profonda e autentica. La lingua, i saperi antichi, le tradizioni che si tramandano da generazioni rendono ogni soggiorno un’esperienza di immersione vera nel territorio. Valorizziamo la cultura saurana con l’obiettivo di rendere i nostri ospiti pienamente consapevoli del luogo che stanno vistando, fino a sentirsi davvero parte della comunità, anche solo per qualche giorno.
Verso una Destinazione sostenibile
A dicembre 2022 Sauris- Zahre ha ottenuto il riconoscimento di Best Tourism Village da parte dell’Organizzazione mondiale del turismo. Oggi la nostra destinazione guarda al futuro con un traguardo ambizioso e concreto: diventare una destinazione certificata GSTC entro gennaio 2026. Il nostro Albergo Diffuso è parte attiva della Rete d’Imprese Sauris Zahre, che lavora ogni giorno per realizzare un modello di sviluppo turistico sostenibile e condiviso.
Il tuo contributo per una vacanza responsabile
Anche in vacanza, sono i piccoli gesti a fare la differenza: camminare invece di usare l’auto, evitare lo spreco di acqua ed energia, separare bene i rifiuti. Il nostro impegno per un turismo sostenibile ha valore solo se condiviso, e il tuo ruolo è parte essenziale di questo equilibrio. Per questo abbiamo selezionato alcune buone pratiche semplici da seguire: piccoli gesti quotidiani e universali, che fanno bene al territorio e arricchiscono chi li compie.
Un invito a fare del tuo soggiorno un momento di rispetto e gratitudine per questo luogo fragile e speciale.
Rispetta la natura e la Comunità
Sauris, come tutta la montagna, è un ecosistema delicato e fragile. Rispetta i ritmi della natura e della comunità e il silenzio dei boschi, e segui le indicazioni di chi abita e conosce il territorio.
Scegli la mobilità sostenibile
Vivere Sauris significa anche rallentare, osservare e ascoltare. Camminare a Sauris è il modo migliore per entrare in piena sintonia con il territorio, riducendo l’impatto ambientale e godendo appieno della bellezza naturale che ti circonda.
Valorizza l’economia locale
Sostenere il territorio significa riconoscerne il valore profondo: la sua autenticità, la cura di chi lo abita, il legame tra tradizione e futuro. È un modo per rendere il tuo soggiorno ancora più significativo, trasformando la vacanza in un gesto concreto di rispetto e partecipazione.
Condividi e ispira
La tua esperienza può fare la differenza anche per gli altri. Raccontare il tuo viaggio responsabile, condividere le tue scelte sostenibili, consigliare un luogo come Sauris a chi viaggia con rispetto: sono tutti modi per ispirare un turismo più attento e autentico.
Piccola guida del Turista Responsabile
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica.
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica. il valore delle nostre scelte.
Comunicazione e trasparenza
Il nostro impegno per la sostenibilità è reale, quotidiano e tangibile e desideriamo che sia altrettanto comprensibile, trasparente e coinvolgente per chi ci sceglie.
Ci piacerebbe davvero sapere se siamo riusciti a trasmetterti ciò in cui crediamo.
Un grande uomo, ma soprattutto di un grande…Amico Vero
Inaugurazione falesia dedicata ad un grande uomo “Paolo Dani”
A Castelvecchio di Valdagno, nel cuore del Vicentino, è stata inaugurata la falesia “Paolo Dani”, una parete di arrampicata che porta il nome di una delle figure più amate e rispettate del mondo alpinistico locale. Il progetto nasce dalla sinergia profonda tra le sezioni CAI di Valdagno e Recoaro, che hanno ritenuto doveroso ricordare l’amico e collega con un luogo vivo, praticato, capace di trasmettere quella passione che Paolo Dani viveva ogni giorno. Il taglio del nastro rappresenta il coronamento di un lungo lavoro collettivo, reso possibile dai volontari, dal supporto della guida alpina Gianni Bisson e dalla presenza del Soccorso Alpino.
Paolo Dani era una guida alpina di Valdagno, tecnico dell’elisoccorso nella base di Verona e per anni a capo del Soccorso Alpino di Recoaro e Valdagno: un uomo che aveva fatto della montagna la sua ragione di vita. Il 3 luglio 2022 è morto sulla Marmolada, travolto dal crollo di un enorme seracco di ghiaccio e roccia a Punta Rocca, insieme ad altre dieci persone, una tragedia che ha sconvolto in particolare il Vicentino. Aveva 52 anni e una carriera costruita con dedizione, umiltà e un amore incondizionato per le vette.
La falesia di Castelvecchio diventa così un luogo di sport, sicurezza e memoria, dove gli amanti dell’arrampicata potranno allenarsi sotto il nome di chi la montagna l’ha vissuta e amata fino in fondo. Ogni via tracciata su quella parete è un piccolo tributo a una figura straordinaria, capace di ispirare generazioni di alpinisti nel Vicentino e oltre. L’inaugurazione non chiude un capitolo, ma ne apre uno nuovo, all’insegna della condivisione e del ricordo attivo.
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 5h00
Dislivello totale : 650 m
Quota massima raggiunta : 2503 m
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come arrivare
Si sale per andare al passo monte croce di comelico, ad un certo punto superato il bivio con la Val Grande ovvero il Rifugio Lunelli, si prosegue per qualche km, fino a raggiungere un Bivio sull acurva che porta a malga Coltrondo 1897m, dove si lascerà l’auto.
Descrizione
Itinerario molto bello sia per l’aspetto naturalistico, geologico, glaciologico e storico, si tratta di una zona vulcanica, il col Quaternà era nel periodo permiano un vulcano, racchiude in se una struttura geologica molto importante, il sentiero parte dalla malga Coltrondo, e sale molto lineare con poca pendenza si passano diverse zone lacustri dove regnano tritoni e girini, e qualche pulce d’acqua, si attraversano strati di roccia dove si può notare essere metamorfica, di basso metamorfismo, in questo caso è a onde per l’elevata pressione che ne deforma la linea, stratificata, argentea, quindi una fillade, e spesso nelle filladi troviamo noduli di quarzo e mica. Nel percorso incontreremo poi una torbiera, Una torbiera è un ecosistema umido caratterizzato dall’accumulo di torba, un deposito di materiale vegetale parzialmente decomposto. Poi proseguendo si scende sul letto del torrente Padola, che parte sulla forcella e che a seconda della valle che prende, si chiama Padola, e prosegue verso l’adriatico, mentre sul versante opposto scende verso il mar nero, si supera il torrente salendo la carrareccia che porta da malga alpe di Nemes 1877m, fino alla forcella per la Vallorera, raggiunto il bivio del sentiero alto si vedono sia le rocce montonate , cioè corrose e levigate dalla forza del ghiaccio, si riprende a salire sempre ammirando oltre al panorama del Popera e della Croda Rossa di sesto, la bellissima e numerosa flora, mentre in lontananza si vedono i rododendri, non ancora in fiore che riempiranno di rosso i monti circostanti, si sale così raggiungendo il passo della Silvella 2329m, e poi attraverso un cambiamento di terreno e rocce, raggiungeremo la sella del Quaternà 2379m, e sulla destra potremmo salire in cima a quel che resta di queste rocce vulcaniche, fino sulla croce a 2503 m, dove potremmo anche vedere le trincee e opere della grande guerra, ricordo che anche nella zona sono presenti dei bunker del Vallo Littorio voluti da Mussolini, si prosegue attraverso il sentiero 173, fino alla strada sterrata che ci porterà poi alla Casera Rinfreddo 1887m, e poi di nuovo alla Malga Coltrondo 1889 m dove avremmo completato l’itrinerario.
Molto interessante per l’approfondimento geologico naturalistico il libro: Il sentiero naturalistico-geologico del Col Quaternà in Comelico- Cierre Edizioni- A cura di Giuseppe Borziello-Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano
Molto bello anche il video di Dario Gasparo e Comitato Scientifico Veneto Friulano Giuliano
COME SI RAGGIUNGE: I ruderi del grande forte corazzato sono raggiungibili attraverso la strada militare che dal Rio Soandre (m 897) si sviluppa a piani inclinati per una lunghezza di km 8,200 fino alla vetta (m 2114), dalla quale si può godere di uno spettacolare panorama, soprattutto sul Centro Cadore e sulla Val Ansiei.
Il dislivello in salita è importante 1217 m, con pendenze che vanno dal 12% al 18% di media, farlo solo se preparati e non nelle giornate di sole, se non con una grande riserva d’acqua
Cenni storici
Il forte fu costruito agli inizi del ‘900 dal Genio italiano sulla cima del monte Tudaio (m 2214) L’interesse strategico per la posizione risale al 1905, forte di Col Piccolo presso Vigo di Cadore, giudicato già allora troppo basso e vulnerabile, ma solo nel 1908 furono eseguiti studi particolareggiati per individuare il sito più adatto alla costruzione di un’opera “alta”, in grado di dar protezione ed ampliare gli obiettivi. fu il Capitano F. Pecco, C.te della 3a compagnia Minatori e Direttore dei lavori di Col Piccolo, ad imporre, l’idea di un forte sulla cima di M. Tudaio. La nuova opera avrebbe dovuto dare protezione al forte di Col Piccolo e togliere ad esso il peso di numerosi obiettivi lontani, agendo contro le provenienze dal Passo di M. Croce, da Misurina per la Val Ansiei e dal Passo della Mauria. Il problemaprincipale consisteva però nella via d’accesso, poiché il monte, sfruttato solo per la caccia, la fienagione e il pascolo di pecore e capre. Negli anni 1909 e 1910, sempre su progetto del Pecco, venne costruita dunque l’ardita strada che dalla Val Ciariè (m 897) risale ancor oggi, toccando le località di “Pian deLiberal” (m 1200), “Pian delle Mede” (m 1400), “La Busa” ( m 1551) e “Col Muto” (m 1996). Si tratta di una strada, della lunghezza complessiva di 8200 metri, sviluppata per tutto il percorso su grandiose falde di roccia e sostenuta per lunghi tratti da muri di scarpa, con una larghezza tra i 2,5 ed i 3 metri e con una pendenza media del 18%. Anche se la massicciata impiegò parecchi anni per rassodarsi, permise l’inizio dei lavori sulla cima già nel 1911 e il posizionamento di alcuni medi calibri per la difesa provvisoria. Tutto il forte ruotava intorno alla batteria in calcestruzzo, dalla classica forma di U rovesciata (m 37 x 15 circa), all’interno della quale vennero ricavati quattro pozzi cilindrici per cannoni da 149 AL 35, affiancati ad interasse di 8 metri con copertura robusta tipo A (Armstrong). Sul corridoio retrostante ai pozzi sfociavano sia l’elevatore a cremagliera che permetteva l’afflusso delle granate dai depositi sotterranei, sia le tre rampe d’accesso dal piano sottostante. L’impianto sostanzialmente era disposto infatti su tre piani: sotto i pozzi e le riservette della batteria erano posti i corridoi d’accesso, i depositi ed i laboratori, mentre più in basso ancora, nelle viscere della roccia, era stato ricavato il magazzino delle polveri (m 7 x 22), con accesso pure dal cortile sul rovescio. Quale supporto logistico venne costruita più ad est, in posizione defilata, una caserma di due piani (m 43 x 7), nella quale erano ricavati alloggi per la truppa, uffici, cucine e servizi igienici. La guarnigione, prevista in circa 300 uomini, poteva disporre di una grande vasca per la raccolta dell’acqua piovana, di efficienti sistemi di riscaldamento tramite caldaia, di un moderno osservatorio sul quale erano installati due potenti cannocchiali e di ben due teleferiche che assicuravano i rifornimenti: una più grande, della portata di circa 15 quintali, che partiva da Piane presso Laggio e s’appoggiava a Col de Poeca (m 1406), ed una più piccola, che saliva dalla Val Ciariè. Il complesso fortificatorio, che poteva contare su forno del pane, centralina elettrica, laboratorio del fabbro, stazione di Carabinieri, frantoio per le pietre, nonché locali vari per lo svago dei soldati e dei manovali, veniva difeso da un complesso sistema di difesa, impostato su una triplice cinta difensiva che, attraverso trincee, osservatori e postazioni, scendeva quasi fino a valle ed escludeva qualsiasi colpo di mano tentato dal nemico col favore delle tenebre o della nebbia. A quota leggermente più bassa, nella roccia del sottostante Col Muto, venne tra l’altro scavata a partire dal 1916 una lunga galleria, che si dirama in 4 bracci per servire altrettante postazioni di medio calibro in caverna rivolte verso Auronzo, il Passo del Zovo e Danta. Il forte costituiva uno dei caposaldi della Fortezza Cadore-Maè e, in virtù anche della sua alta quota, poteva disporre di un ampio raggio d’azione, di circa 14 chilometri, arrivando ad investire punti nevralgici, quali la zona di Calalzo, la Val Ansiei fino a Giralba, la strada di Montecroce fino al ponte sul Pissandolo, la strada per Sappada fino a Presenaio. La sua ultimazione però non rimase affidata al suo primo progettista, il Cap. Pecco, allontanato dal suo incarico in seguito a denuncia di un superiore per malversazione ed incapacità e solo dopo un estenuante processo del tutto scagionato e riabilitato.
All’inizio del I conflitto mondiale il forte era presidiato dalla 6a compagnia del 9° Reggimento di Artiglieria da Fortezza, con 2 ufficiali e 242 uomini di truppa, e poteva disporre di 4 cannoni da 149 A (per ognuno dei quali c’erano 800 colpi) e 4 mitragliatrici Gardner mod. 1886. Ben presto però, a seguito dell’assestarsi della linea di fronte al di forte in due fasi successive, il 18 e il 26 ottobre: i pezzi delle cupole e delle avancorazze furono scagliati verso i dirupi della Val Ciariè e della valle del Piave. Da allora e per parecchi anni il forte offrì in Oltrepiave occasione di lavoro e guadagno ad alcune famiglie di recuperanti, attivi soprattutto nel disinnesco delle granate e alla fusione del piombo. Del tutto estraneo agli interessi militari nel II conflitto mondiale, il Tudaio è divenuto una meta turistica ambita, sia per l’indubbia attrattiva costituita dai ruderi, almeno in parte visitabili, sia per il vasto panorama offerto, soprattutto in direzione nord e sud.
4 cannoni da 149A su cupole girevoli corazzate tipo Armstrong dello spessore di 140 mm (Il settore verticale di tiro era compreso tra -8° e +42°) 4 cannoni da 149G (previsti ma mai inviati) 4 mitragliatrici mod. 1886
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Come arrivare
Si sale fino al rifugio Lunelli, dove si lascia l’auto, ricordo che il posteggio è a pagamento.
Descrizione
Dopo aver lasciato l’auto si imbocca il sentiero 171, che dal Lunelli 1568 m, sale fino a raggiungere il Pian della Biscia, per circa 1h, mantenendo poi la sinistra sa sale verso l’Opera 10, dopo circa 200 metri sulla sinistra si trova l’ultimo pezzo di avvicinamento alla ferrata, dopo aver percorso altri 15 minuti inizia la ferrata vera e propria, si parte con un corto traverso su roccia per scalinata, per poi avere il primo tratto in verticale, anche se con discreti appigli , ci sono poi piccoli traversi con molte scalenature per inserire i piedi, salendo si iniziano a trovare tratti più tecnici e impegnativi da fare quasi di forza, ci sono alcuni passaggi in cui bisogna prestare molta attenzione per superarli, prima di raggiungere una piccola forcella dove si sale sulla cima e si aggira poi dalla parte opposta, molto più tecnico, mentre il tratto in discesa, sempre un pò complesso porta nella forcella vera e propria da dove scende anche la variante di discesa dalla cima, l’ideale sarebbe procedere in discesa fino alla variante e risalire fino alla vetta con il passaggio più tecnico e poi ripetere di nuovo il tratto in discesaper tornare alla forcella, affrontando poi l’ultimo tratto, che anche se poco difficile richiede impegno, visto la parte di percorso già fatta, si raggiunge cosi ad uscire poco sotto la Croda di colesei, che invito a visitare per ammirare il panorama verso il Passo san Niccolo e San candido.
Ritorno
Per il ritorno si può proseguire fino al rifugio Berti 1950 m, dapprima con il 124, e poi con il 101, molto più facile oppure prendere il 124 che passando per il Rifugio Sala ti permetterà di rientrare al Pina della Biscia e poi al rifugio Lunelli attraverso il 171.
Quello che si vede là nel mezzo è il rifugio Mario Fraccaroli , gestito da splendide persone, ma sopratutto da un grande gruppo accumunato dalla grande passione per le montagna.
“il rifugio alpino e fatto di persone , di affetto e simpatia , di accoglienza e di calore , nei rifugi alpini non contano le stelle come negli alberghi , ma contano le persone , sono solo loro che fanno la differenza .(luke )”
Non avrei mai voluto pubblicare un’articolo del genere, sul mio sito, primo perchè io sono un montanaro, uno vero, non uno che in montagna ci và di domenica, se posso la domenica la evito, ma sono uno che ha tolleranza zero su alcune cose della vita…
non tollero chi non rispetta il lavoro altrui, se il tuo fa schifo, almeno rispetta quello degli altri
non tollero chi butta in giro i propri rifiuti
non tollero chi in montagna non saluta
non tollero chi non sale informato e privo di attrezzatura
non tollero anche altre cose ma l’elenco è lungo
Ma quando si sale in un luogo comune ci vuole rispetto, quel rispetto che molte persone non sanno nemmeno cosa sia, io sarei uno di quelli che dice: punirne 1 per educarne 100.
Quello che è successo al rifugio Mario Fraccaroli, fa veramente senso e fa arrabbiare il montanaro, il rifugio, come dice il termine serve a rifugiarsi, il bivacco serve come riparo per chi si prende fuori sotto il maltempo…ma sopratutto il rifugio è fatto di persone che con cura amorevole ne sostengono e mantengono in ottime condizioni di pulizia e confort.
RELAZIONE DI COSA HANNO TROVATO I RAGAZZI PROSSIMI ALL’APERTURA DELLA STAGIONE
• Porta dei bagni forzata
• Rifiuti lasciati ovunque
• Servizi igienici in condizioni pietose
• Turche piene di e assorbenti
• NESSUN RISPETTO
Ci dispiace dover condividere immagini e parole come queste.
Sui nostri canali scegliamo sempre di raccontare la bellezza della montagna: il silenzio, il rispetto, la natura, l’accoglienza e i momenti autentici che questo luogo sa regalare.
Ma questa volta sentiamo il dovere di fermarci un attimo.
Abbiamo trovato i servizi igienici forzati, nonostante fossero chiusi con un lucchetto, lasciati in condizioni profondamente irrispettose, con rifiuti abbandonati ovunque.
Non è solo una questione di ordine o pulizia: è una questione di educazione, rispetto e responsabilità verso un luogo che appartiene a tutti.
La montagna non è un parco giochi senza regole.
È un ambiente fragile che merita cura, attenzione e consapevolezza.
Siamo certi che chi ha compiuto questo gesto potrebbe leggere queste parole.
E allora il nostro invito è semplice: fermarsi un momento e riflettere.
Ogni azione lascia un segno, e ciascuno di noi può scegliere quale traccia lasciare dietro di sé.
Continueremo a raccontare il bello della montagna, come abbiamo sempre fatto.
Ma difendere questi luoghi significa anche avere il coraggio di parlare quando il rispetto viene meno.
MA IL MONTANARO RIPARTE , SISTEMA , ANCHE SE AVVILITO E RATTRISTITO DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO SI RIMBOCCA LE MANICHE E RIPARTE…CIAO RAGAZZI A PRESO