Quello che si vede là nel mezzo è il rifugio Mario Fraccaroli , gestito da splendide persone, ma sopratutto da un grande gruppo accumunato dalla grande passione per le montagna.
“il rifugio alpino e fatto di persone , di affetto e simpatia , di accoglienza e di calore , nei rifugi alpini non contano le stelle come negli alberghi , ma contano le persone , sono solo loro che fanno la differenza .(luke )”
Non avrei mai voluto pubblicare un’articolo del genere, sul mio sito, primo perchè io sono un montanaro, uno vero, non uno che in montagna ci và di domenica, se posso la domenica la evito, ma sono uno che ha tolleranza zero su alcune cose della vita…
non tollero chi non rispetta il lavoro altrui, se il tuo fa schifo, almeno rispetta quello degli altri
non tollero chi butta in giro i propri rifiuti
non tollero chi in montagna non saluta
non tollero chi non sale informato e privo di attrezzatura
non tollero anche altre cose ma l’elenco è lungo
Ma quando si sale in un luogo comune ci vuole rispetto, quel rispetto che molte persone non sanno nemmeno cosa sia, io sarei uno di quelli che dice: punirne 1 per educarne 100.
Quello che è successo al rifugio Mario Fraccaroli, fa veramente senso e fa arrabbiare il montanaro, il rifugio, come dice il termine serve a rifugiarsi, il bivacco serve come riparo per chi si prende fuori sotto il maltempo…ma sopratutto il rifugio è fatto di persone che con cura amorevole ne sostengono e mantengono in ottime condizioni di pulizia e confort.
RELAZIONE DI COSA HANNO TROVATO I RAGAZZI PROSSIMI ALL’APERTURA DELLA STAGIONE
• Porta dei bagni forzata
• Rifiuti lasciati ovunque
• Servizi igienici in condizioni pietose
• Turche piene di e assorbenti
• NESSUN RISPETTO
Ci dispiace dover condividere immagini e parole come queste.
Sui nostri canali scegliamo sempre di raccontare la bellezza della montagna: il silenzio, il rispetto, la natura, l’accoglienza e i momenti autentici che questo luogo sa regalare.
Ma questa volta sentiamo il dovere di fermarci un attimo.
Abbiamo trovato i servizi igienici forzati, nonostante fossero chiusi con un lucchetto, lasciati in condizioni profondamente irrispettose, con rifiuti abbandonati ovunque.
Non è solo una questione di ordine o pulizia: è una questione di educazione, rispetto e responsabilità verso un luogo che appartiene a tutti.
La montagna non è un parco giochi senza regole.
È un ambiente fragile che merita cura, attenzione e consapevolezza.
Siamo certi che chi ha compiuto questo gesto potrebbe leggere queste parole.
E allora il nostro invito è semplice: fermarsi un momento e riflettere.
Ogni azione lascia un segno, e ciascuno di noi può scegliere quale traccia lasciare dietro di sé.
Continueremo a raccontare il bello della montagna, come abbiamo sempre fatto.
Ma difendere questi luoghi significa anche avere il coraggio di parlare quando il rispetto viene meno.
MA IL MONTANARO RIPARTE , SISTEMA , ANCHE SE AVVILITO E RATTRISTITO DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO SI RIMBOCCA LE MANICHE E RIPARTE…CIAO RAGAZZI A PRESO
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 7h00
Dislivello totale : 1100 m
Quota massima raggiunta : 2452 m
Cartografia : CAI mappa digitale Sentiero italia 1:25000
Come raggiungere
Si sale nella valle di Agordo superando il lago di Alleghe prima , poi Rocca Pietore, e continuare a salire fino a Piani di Salesei e poi verso Andraz, eventualmente anche a Pieve di Livinnalongo in centro e prendere la stradina che sale ad in Località Agai. Da li si imbocca il sentiero per il Col di Lana.
Descrizione
Dall’abitato di Andraz , piccola località dell’omonimo Castello, si imbocca il sentiero n°21, che nella prima parte non risulta più in uso e nemmeno segnalato che passa tra le reti paraneve, si sale a zig zag un po ad occhio fino a raggiungere il piccolo abitato di Agai , da li attraverso il sentiero teriol landin è proseguendo poi con il n°21 si sale verso il Cengei 2221 m, con il sentiero n°38 passando per il crinale si sale sulla cima attraverso il fianco destro del Col Di Lana 2452 m. Salita molto bella su un crinale in cui ci sono state numerosi combattimenti , mentre sulla cima si ammira il passo Falzarego, il Sass di stria , il Lagazuoi il forte Tre Sassi , sulla destra il pianoro del Passo Giau. si prosegue per l’ultimo tratto che ci porterà al bivacco Brigata Alpina Cadore e alla chiesetta, in una vastità di praterie e rocce molto simili all’alta via del granito del Lagorai , raggiunta la quota si prosegue a destra per il Dente Sief 2308 m ed lo Spitz delle Seleghe, si raggiungerà così il punto di scoppio delle mine, si riprende sulle creste raggiungendo prima il Monte Sief 2424 m e poi attraverso un breve saliscendi ed attraverso le trincee sul Passo Sief 2209 m dove ripiegheremo a sinistra dove incontrereno le rovine del fortino Khole. Si prosegue per un sentiero che attraversa in diagonale passando per due colline punti di riferimento della linea italiana ed austriaca . Si passa per i Ciadinei e poi Plan della Chicia e per poi rientrare attraverso parte di strada forestale fino all’abitato di Agai , da li si ripercorrerà il sentiero di salita a ritroso.
Col di Lana sacro colle
dall’orror delle tue zolle
pace al mondo grida ed implora
che mai guerra sia ognora
Cenni storici
Prima azione a Col di Lana si ebbe l’8 giugno 1915 quando le batterie italiane aprirono il fuoco da monte Padon e Col Toront per bombardare i forti La Corte e Tre Sassi e le posizioni della fanteria. L’attacco venne ripetuto una settimana dopo, includendo anche lo sbarramento di Livinallongo del Col di Lana, con risultati praticamente nulli, dato che l’azione fu svolta senza un chiaro piano strategico. L’attacco italiano, che secondo Fritz Weber, appena tre settimane prima avrebbe potuto facilmente travolgere le esigue difese austriache del settore, era ora possibile solo con un attento studio e con la costruzione di strade, il posizionamento di nuove batterie e l’impiego di ingenti masse di fanteria. Questi giorni di inoperosità consentirono agli austro-ungarici di fortificare due punti vitali per la loro difesa: il Costone di Salesei e il Costone di Agai, situati nel versante sud del loro schieramento, e dato che Sass de Stria proteggeva la parte orientale, per gli italiani l’unica soluzione era quella di un attacco frontale verso Col di Lana. Il 15 giugno, alcune pattuglie italiane dirette verso le posizioni nemiche, vengono facilmente individuate e neutralizzate, dando però simbolicamente il via ad una lunga serie di sanguinosi e inutili attacchi frontali verso le posizioni austro-ungariche]. In luglio gli italiani sferrarono ben dieci attacchi contro le pendici del Col di Lana e cinque contro la cresta del Sief, ma ora le posizioni nemiche erano state opportunamente rinforzate con gli esperti Jager bavaresi e prussiani, moderne batterie tedesche e ampie scorte di munizioni, così ogni attacco venne sistematicamente respinto. Situati in posizione sopraelevata e molto favorevole, protetti da un grave declivio, da reticolati e mitragliatrici, gli austro-ungarici falcidiarono sistematicamente gli assalitori fino al 20 luglio, quando il generale Rossi interruppe i tentativi contro il Col di Lana, giudicandoli temporaneamente senza possibilità di successo, almeno fino all’arrivo di cospicui rinforzi.
Le artiglierie italiane però non cessarono la loro opera di distruzione dei forti La Corte e Tre Sassi che, seppur praticamente sguarniti, attirarono su di loro per molto tempo l’accanimento degli artiglieri italiani. Ad inizio agosto forte Tre Sassi era praticamente un cumulo di macerie, e ciò spinse gli italiani ad accelerare i preparativi per un attacco verso il costone dei Salisei, la posizione più a ovest del sistema difensivo austriaco, tecnicamente protetta dal forte appena distrutto. Il 2 agosto partì quindi un violento attacco contro il costone respinto dagli Jäger, e ciò, unitamente alle sconfitte che gli italiani continuavano a subire nei loro attacchi verso la Val Pusteria, sembrò fa desistere definitivamente gli attaccanti, che con l’avvicinarsi dell’inverno preferirono rinforzarsi e concentrarsi sul fronte dell’Isonzo, dove le “spallate” di Cadorna assorbivano enormi risorse. Non si fermarono però piccoli attacchi al Costone di Salesei e al Costone di Agai, perché gli italiani speravano di conquistare, in vista di un attacco definitivo, i due punti d’appoggio e posizionarsi sotto la vetta, ma l’artiglieria nemica faceva sistematicamente strage degli attaccanti, per cui si preferì ritentare con un attacco frontale previsto per metà ottobre. L’attacco venne quindi sferrato il 21 ottobre, con gli italiani che poterono contare su forze dieci volte superiori e un enorme cannoneggiamento preparatorio. Trincea dopo trincea, al costo di grosse perdite, gli austriaci vennero sloggiati dalle loro posizioni e il 7 novembre i fanti della Brigata Calabria conquistarono finalmente la cima, che però ricadde in mano nemica lo stesso giorno grazie ai landesschutzen del capitano Kostantin Valentini, e gli italiani si attestarono appena sotto il cocuzzolo, ad appena 80 metri dalle trincee austriache. Questi ultimi avevano nel frattempo sostituito i tedeschi sui costoni con i temibili Kaiserjager e per tutto l’inverno scavarono un intricato sistema di gallerie e camminamenti coperti che proteggeva i soldati dall’artiglieria italiana. Il 1º gennaio gli austriaci diedero il via alla guerra di mine con un’esplosione sul Lagazuoi, e raccogliendo l’idea gli italiani a metà gennaio iniziarono i lavori per una galleria di mina da far brillare proprio sotto la cima. Il 17 aprile 5020 chilogrammi di esplosivo devastarono la cima del Col di Lana uccidendo all’istante 110 austriaci, mentre il resto della guarnigione, enormemente scosso, fu fatto prigioniero dai fanti della Calabria che partirono all’attacco immediatamente dopo lo scoppio. L’ulteriore avanzata verso il Sief fu bloccata dalle riserve austriache, e dopo enormi sacrifici la cima del Col di Lana fu finalmente conquistata dagli italiani, che ora iniziarono a concentrarsi verso la conquista di monte Sief.
La lotta era quindi tutt’altro che finita, e monte Sief continuava a svolgere la sua funzione di sbarramento verso l’Alta Badia. Iniziò quindi una strenua lotta su una cresta affilata e cruda, battuta dall’artiglieria e dalle mitragliatrici, spazzata di notte dai coni luminosi dei riflettori. Entrambi i contendenti si cimentarono nuovamente nello scavo di gallerie e caverne, fino ad avere due vere e proprie fortezze contrapposte; quella italiana sul Col di Lana a 2 462 metri e quella austriaca sulla stretta cima del Sief, circa 40 metri più in basso. Ciò contribuì a rendere inutili gli assalti della fanteria, e anche qui si procedette con lo scavo di gallerie di mina. L’iniziativa fu presa dagli austriaci, che a fine giugno 1916 iniziarono i lavori per una mina che avrebbe distrutto la guarnigione italiana sul Dente del Sief, da loro appena conquistato. Gli italiani si resero conto tardi di questa manovra e solo nel marzo 1917 iniziarono sommari lavori per una galleria di contromina, che però risultò troppo corta, e distrusse parte delle loro stesse linee. Si formò quindi un cratere che divideva i due schieramenti ma che non impedì agli austriaci di continuare i lavori, che terminarono il 27 ottobre, quando 45 000 chilogrammi di esplosivo dilaniarono la montagna creando un cratere di 80 metri e uccidendo 64 italiani. Quel giorno erano in fase avanzata anche i preparativi per una seconda mina ancora più grande, che avrebbe dovuto polverizzare l’intero Dente del Sief, ma di lì a poco gli italiani ripiegarono in massa sulla linea del Piave e del Monte Grappa, lasciando in mano austriaca il monte dove avevano combattuto con più accanimento che in ogni altra parte del fronte dolomitico, insieme ai corpi di migliaia di caduti
Credo sia doveroso ringraziare chi ha contribuito e reso possibile la riparazione di un sentiero così importante che nei tempi purtroppo era stato lasciato al caso, un lavoro imponente ma molto ben fatto . Complimenti a tutti grazie e buon Cammino. Luciano
Buonasera a Tutti !!
È arrivata anche l’ordinanza del Comune di Recoaro Terme per la riapertura del sentiero 120 nel Tratto sotto i Vaji dello Zevola-Tre Croci dove si spiega le categorie che sono ammesse al passaggio. Per il tratto in questione si permette il transito ai camminatori mentre è interdetto il passaggio ai velocipidi ( MTB,Gravel e bike),per ovvie ragioni di sicurezza trattandosi di tratti con scale in legno e passamano. Resta quindi ancora percorribile per le biciclette e per chi viene a cavallo la deviazione che si è percorsa in questi anni. Ringraziamo gli operai della Piccole Dolomiti ,l’ Unione Montana ed il Comune di Recoaro Terme per il lavoro di ripristino.
Un grazie tra gli amministratori a Paolo Asnicar ma in particolare a Sonia Benetti che non si è mai arresa in questi anni difronte alle difficoltà burocratiche e finanziarie , permettendo alla fine la riapertura del 120 o dei Grandi Alberi.
Rifugio Cesare Battisti per info e prenotazioni solo telefonicamente e a voce allo 044575235-3343574038.
O Viandante , In questo luogo, su questo monte irrorato di sangue . Sosta. Rispettoso e riverente, Volgi il tuo pensiero, A chi s’immolò per un mondo migliore; cerca il loro spirito che aleggia intorno perenne. La tua mano non profani con inutile arida scritta. Queste steli erette a loro ricordo; non danneggi quel che mano umile e salda d’alpino fece. Recita una preghiera.
I documenti ufficiali testimoniano che combatterono sul Col di Lana e dintorni, nei tre anni di guerra almeno 70.000 uomini Italiani , esclusi tutti gli uomini addetti alle artiglierie e sussistenza. Tutt’ora non si ha dati da parte austroungarica.
Nonostante la mancanza di dati precisi, il numero totale di uomini non più validi al combattimento (morti e feriti) tra le file italiane si aggira attorno agli 11.991, mentre i morti austro-ungarici e tedeschi si stima fossero circa 1.600.
Descrizione
Salire sul Col di Lana si può fare da diverse posizioni la più facile, è il sentiero che parte dalla val Parola dove il mantenimento in quota risulterebbe meno faticoso e dapprima su una vasta prateria per poi salire sul Dente Sief ed il Col di Lana , percorrendo un sentiero in cresta su un terreno quasi granitico come il Lagorai, per chi cerca nell’impegno della fatica ancora più emozioni si sale da Livinallongo oppure da Andraz .
Cenni storici
Prima azione a Col di Lana si ebbe l’8 giugno 1915 quando le batterie italiane aprirono il fuoco da monte Padon e Col Toront per bombardare i forti La Corte e Tre Sassi e le posizioni della fanteria. L’attacco venne ripetuto una settimana dopo, includendo anche lo sbarramento di Livinallongo del Col di Lana, con risultati praticamente nulli, dato che l’azione fu svolta senza un chiaro piano strategico. L’attacco italiano, che secondo Fritz Weber, appena tre settimane prima avrebbe potuto facilmente travolgere le esigue difese austriache del settore, era ora possibile solo con un attento studio e con la costruzione di strade, il posizionamento di nuove batterie e l’impiego di ingenti masse di fanteria. Questi giorni di inoperosità consentirono agli austro-ungarici di fortificare due punti vitali per la loro difesa: il Costone di Salesei e il Costone di Agai, situati nel versante sud del loro schieramento, e dato che Sass de Stria proteggeva la parte orientale, per gli italiani l’unica soluzione era quella di un attacco frontale verso Col di Lana. Il 15 giugno, alcune pattuglie italiane dirette verso le posizioni nemiche, vengono facilmente individuate e neutralizzate, dando però simbolicamente il via ad una lunga serie di sanguinosi e inutili attacchi frontali verso le posizioni austro-ungariche]. In luglio gli italiani sferrarono ben dieci attacchi contro le pendici del Col di Lana e cinque contro la cresta del Sief, ma ora le posizioni nemiche erano state opportunamente rinforzate con gli esperti Jager bavaresi e prussiani, moderne batterie tedesche e ampie scorte di munizioni, così ogni attacco venne sistematicamente respinto. Situati in posizione sopraelevata e molto favorevole, protetti da un grave declivio, da reticolati e mitragliatrici, gli austro-ungarici falcidiarono sistematicamente gli assalitori fino al 20 luglio, quando il generale Rossi interruppe i tentativi contro il Col di Lana, giudicandoli temporaneamente senza possibilità di successo, almeno fino all’arrivo di cospicui rinforzi.
Le artiglierie italiane però non cessarono la loro opera di distruzione dei forti La Corte e Tre Sassi che, seppur praticamente sguarniti, attirarono su di loro per molto tempo l’accanimento degli artiglieri italiani. Ad inizio agosto forte Tre Sassi era praticamente un cumulo di macerie, e ciò spinse gli italiani ad accelerare i preparativi per un attacco verso il costone dei Salisei, la posizione più a ovest del sistema difensivo austriaco, tecnicamente protetta dal forte appena distrutto. Il 2 agosto partì quindi un violento attacco contro il costone respinto dagli Jäger, e ciò, unitamente alle sconfitte che gli italiani continuavano a subire nei loro attacchi verso la Val Pusteria, sembrò fa desistere definitivamente gli attaccanti, che con l’avvicinarsi dell’inverno preferirono rinforzarsi e concentrarsi sul fronte dell’Isonzo, dove le “spallate” di Cadorna assorbivano enormi risorse. Non si fermarono però piccoli attacchi al Costone di Salesei e al Costone di Agai, perché gli italiani speravano di conquistare, in vista di un attacco definitivo, i due punti d’appoggio e posizionarsi sotto la vetta, ma l’artiglieria nemica faceva sistematicamente strage degli attaccanti, per cui si preferì ritentare con un attacco frontale previsto per metà ottobre. L’attacco venne quindi sferrato il 21 ottobre, con gli italiani che poterono contare su forze dieci volte superiori e un enorme cannoneggiamento preparatorio. Trincea dopo trincea, al costo di grosse perdite, gli austriaci vennero sloggiati dalle loro posizioni e il 7 novembre i fanti della Brigata Calabria conquistarono finalmente la cima, che però ricadde in mano nemica lo stesso giorno grazie ai landesschutzen del capitano Kostantin Valentini, e gli italiani si attestarono appena sotto il cocuzzolo, ad appena 80 metri dalle trincee austriache. Questi ultimi avevano nel frattempo sostituito i tedeschi sui costoni con i temibili Kaiserjager e per tutto l’inverno scavarono un intricato sistema di gallerie e camminamenti coperti che proteggeva i soldati dall’artiglieria italiana. Il 1º gennaio gli austriaci diedero il via alla guerra di mine con un’esplosione sul Lagazuoi, e raccogliendo l’idea gli italiani a metà gennaio iniziarono i lavori per una galleria di mina da far brillare proprio sotto la cima. Il 17 aprile 5020 chilogrammi di esplosivo devastarono la cima del Col di Lana uccidendo all’istante 110 austriaci, mentre il resto della guarnigione, enormemente scosso, fu fatto prigioniero dai fanti della Calabria che partirono all’attacco immediatamente dopo lo scoppio. L’ulteriore avanzata verso il Sief fu bloccata dalle riserve austriache, e dopo enormi sacrifici la cima del Col di Lana fu finalmente conquistata dagli italiani, che ora iniziarono a concentrarsi verso la conquista di monte Sief.
La lotta era quindi tutt’altro che finita, e monte Sief continuava a svolgere la sua funzione di sbarramento verso l’Alta Badia. Iniziò quindi una strenua lotta su una cresta affilata e cruda, battuta dall’artiglieria e dalle mitragliatrici, spazzata di notte dai coni luminosi dei riflettori. Entrambi i contendenti si cimentarono nuovamente nello scavo di gallerie e caverne, fino ad avere due vere e proprie fortezze contrapposte; quella italiana sul Col di Lana a 2 462 metri e quella austriaca sulla stretta cima del Sief, circa 40 metri più in basso. Ciò contribuì a rendere inutili gli assalti della fanteria, e anche qui si procedette con lo scavo di gallerie di mina. L’iniziativa fu presa dagli austriaci, che a fine giugno 1916 iniziarono i lavori per una mina che avrebbe distrutto la guarnigione italiana sul Dente del Sief, da loro appena conquistato. Gli italiani si resero conto tardi di questa manovra e solo nel marzo 1917 iniziarono sommari lavori per una galleria di contromina, che però risultò troppo corta, e distrusse parte delle loro stesse linee. Si formò quindi un cratere che divideva i due schieramenti ma che non impedì agli austriaci di continuare i lavori, che terminarono il 27 ottobre, quando 45 000 chilogrammi di esplosivo dilaniarono la montagna creando un cratere di 80 metri e uccidendo 64 italiani. Quel giorno erano in fase avanzata anche i preparativi per una seconda mina ancora più grande, che avrebbe dovuto polverizzare l’intero Dente del Sief, ma di lì a poco gli italiani ripiegarono in massa sulla linea del Piave e del Monte Grappa, lasciando in mano austriaca il monte dove avevano combattuto con più accanimento che in ogni altra parte del fronte dolomitico, insieme ai corpi di migliaia di caduti.
Punto d’appoggio sulla cresta a quota 2387
Punto d’appoggio sulla cresta a quota 2387 , la sua costruzione denominata Gratstutzpunkt all’inizio del 1916 dotata di una caverna resse gli attacchi italiani quando la brigata Reggio composta dal 46° fanteria e soldati scelti della 45° il 21 di maggio del 1916 conquistarono la quota, poi momentaneamente riconquistata il 5 agosto 1916 dove perse la vita il sottotenente Knotz, dopo quell’episodio per gli austriaci la quota venne chiamata dente “Knotz”.
Cratere della Mina
Dopo la conquista italiana del 17 aprile 1916 del Col di Lana e della Cresta il 21 maggio 1916, le truppe italiane si attestarono sul Dente del Sief il 25 maggio 1916. Presto iniziarono da entrambe le parti dei lavori sotterranei di mina, le tre esplosioni successive sulla cresta che separa il dente Sief dalla cima Sief , il 6 marzo 1917 esplose la prima contromina italiana di 4000 kg seguita il 27 settembre 1916 da un’altra successiva italiana di 5000 kg , ma il 21 ottobre 1917 gli austriaci fecero brillare la loro di 45000 kg aprendo un cratere che riassorbi gli altri due creati dalle mine italiane.
Galleria da mina Austriaca
Il minensystem iniziato il 29 giugno 1916 arrivo ad una lunghezza di 500 metri , anche se venne attaccato dalle contromine italiane e dall’attacco della fanteria, la funzionalità dell’opera non venne mai compromessa ,il 21 ottobre 1917 alle ore 22 nelle due camere di scoppio vennero fatte brillare 45000 kg di esplosivo formando il cratere tuttora visibile, ma la ritirata italiana dovuta alla rotta di caporetto rese l’operazione di distruzione del dente Sief superflua.
Forte Khole
Il fortino Khole era situato a 2190 m fungeva da collegamento tra l’Alpenrose, Col di Rod, Monte Sief e la Rothschanze era un ottimo posto per osservare, era collegato al villaggio Alpenrose attraverso la teleferica e da trincee fatte di muretti a secco.
La galleria finale che collega il pozzo della carrucola alla cima del Corno Battisti è in fase di apertura , con il collegamento in quota.
Cenni storici
Durante la notte sul 13 di maggio, da Cima Alta arriva il cambio per gli sparuti difensori all’interno del monte Corno , il cambio avviene attraverso una feritoia allargata a Cima Alta, raggiungibile da una scala di corda posta lungo un canalino e che attraversa verticalmente il monte corno e che più in basso attraversa il sentiero . Il cambio e il rifornimento vengono fatti di notte in quanto gli austriaci al minimo rumore iniziavano a sparare, buttare bombe e valanghe di sassi sul passaggio obbligato essendo loro in cima al corno. Sono le 14 pomeridiane dopo aver discusso la possibilità di attaccare dall’esterno , il tenente Carlo Sabatini e il sergente Degli Espositi trovano altri tre uomini e una fune e si preparano a salire dal canalino attraverso lo sperone di roccia molto friabile , ma e l’unico modo perchè il nemico non li possa vedere , la via della scalata non era facile a causa della friabilità della roccia . I provetti scalatori si armano di pugnale e di petardi thavenot e inizia la scalata il tenente Sabatini uscendo dalla feritoia allargata arrivato in una piccola cengia si appresta a far salire gli altri e anche se cade qualche sasso gli austriaci sono convinti che nessuno possa salire da quella posizione e quindi non la sorvegliano neanche .Dagli osservatori interno si possono scorgere i cinque uomini allineati come formiche che salgono lungo la parete , ad un certo punto il tenente Sabatini si stacca e sale fino alla cima raggiungendo uno scudo con la feritoia e nota dentro la feritoia la sentinella austriaca che sta chiaccherando con un’altra , atttende che gli altri uomini siano vicino a lui e con poche parole disse “ammazzarli tutti altrimenti ci rovesciano giù” lancia prima un petardo e poi assalta la postazione urlando .
“la mischia è rapida ed orrenda , a pugnalate nel ventre , ferocia senza quartiere .Quelli che accorrono di rinforzo da un’altra galleria vanno all’altro mondo senza rendersi nemmeno conto di cosa stia accadendo . Qualcuno viene anche rovesciato nei canaloni .”
Questo gesto è valsa la medaglia d’oro al valore al tenente Carlo Sabatini
Ricordo la cattura di Cesare Battisti e Fabio Filzi :
La ricostruzione più attendibile Sottotenente Ingravalle “cessata la sparatoria , odo la voce di Cesare Battisti , lo chiamo tacendo il suo nome Tenente? Battisti si avvicina chiedendo notizie .Mi risponde informandomi sulla situazione e mi dice “ora per me rimane solo la forca “. Ecco avvicinarsi un ufficiale nemico : e il cadetto Brunello Franceschini della Val di Non , accompagnato da 4 soldati .Si volge a Battisti e gli ingiunge di consegnarli la pistola . Battisti alza il capo con fierezza e risponde : mi sono battuto onorevolmente e consegnerò l’arma ad un superiore e mai ad un inferiore .Il rinnegato Franceschini tace , evidentemente imbarazzato .Poi gli chiede il binocolo : no -risponde Battisti questo e di mia proprietà”
Fabio Filzi (Brusarosco)
Anche Filzi fu catturato in cima al monte corno e continuo ad insistere sulla sua identità segnalata nei suoi documenti , ovvero sottotenente Brusarosco di Vicenza , tuttavia pensava di non poter essere riconosciuto se non che venne riconosciuto ad Aldeno da una famiglia di Rovereto che ne conoscevano la famiglia di provenienza.
Lettera del Maggiore Frattola al padre di Filzi
” appena catturato suo Figlio , che aveva il nome di guerra Brusarosco , fu subito riconosciuto dal tenente austriaco Franceschini , separato dagli altri prigionieri e guardato a vista da una sentinella :gli altri prigionieri tra i quali ero io , stavano in un gruppo a parte compreso io .Suo figlio appena mi vide , mi rivolse la parola e mi prego d’intervenire in suo favore perchè gli fosse riservato un trattamento uguale agli altri prigionieri . Mi rivolsi ad un maggiore austriaco per ottenere uguaglianza di trattamento , ma a nulla valsero le mie insistenze…”
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 3h15 Avvicinamento fino al Rifugio Papa : 2h00
Dislivello totale : 300 m
Quota massima raggiunta : 2232 m
Cartografia : CAI Pasubio – Carega 1:25000
Descrizione
Il sentiero parte dal Rifugio Papa e si snoda sugli itinerari storici della grande guerra , passando per i punti cruciali ovvero i crinali di cima Palon , Dente italiano e Dente austriaco , il percorso e molto bello e abbastanza semplice anche se bisogna considerare il tempo e la fatica fisica per arrivare a Rifugio Papa e sempre a questo proposito per godere appieno dei percorsi e poter abbracciare la spettacolarità di questi luoghi , dormire in uno dei due rifugi al Papa o al Rifugio Lancia . Parte del sentiero e ancora in fase di recupero delle trincee e gallerie principali da parte della forestale ma sopratutto dei volontari alpini , se il tempo e clemente si possono osservare tutte le montagne intorno .Il tempo di percorrenza fino al rifugio Lancia e di 3 ore anche se presente dei bivii che lo possono accorciare , uno sulla selletta dei denti che porta alla chiesetta , uno alla base opposta del dente austriaco che porta sul sentiero 120 delle sette croci . E il sentiero più bello sotto tutti i profili e indispensabile percorrerlo almeno una volta per poter comprendere il grande sacrificio umano che si e consumato in questo luogo . Un invito particolare percorretelo con molta calma ed umiltà , prendetevi il tempo per soffermarvi su quelle grandi opere fatte durante la guerra e poi chiudete gli occhi e provate ad immaginare i sacrificio umano e il sangue versato su queste montagne , ricordando sempre che nelle guerre non esiste un vinto ne un vincitore come descritto nella croce sul dente austriaco ” nemici in terra ma fratelli in Cristo “. Camminate piano provate ad uscire magari anche dal sentiero si possono ancora trovare delle ossa di qualche EROE che ha combattuto per l’ideale di libertà.Ricordate inoltre che negli inverni durante la guerra la coltre nevosa reggiungeva anche i 10 metri di altezza
Il consiglio che vi dono è quello di pernottare al Rifugio Papa salendo dalle gallerie per poi il mattino seguente poter camminare ed ammirare con calma questi luoghi , portate con voi una TORCIA per poter entrare nella gallerie che sono state rese agibili in buona parte.
LE FOTO PER QUANTO POSSONO DARE L’IDEA DELL’AMBIENTE , DELLA CRUDEZZA DI QUESTO LUOGO NON RIESCONO A DONARE A VOI CHE LEGGETE LA MINIMA PARTE DI QUELLO VI VERRA DONATO PASSANDO SU QUESTA MONTAGNA
NON SIATE FRETTOLOSI PRENDETEVI IL GIUSTO TEMPO PER PASSARE SU QUESTI CAMPI DI BATTAGLIA , SU QUEI CUNICOLI DOVE GLI EROI DI QUESTA NOSTRA PATRIA HANNO PERSO LA VITA E VERSATO TANTO SANGUE
Quando l’arte si tramanda e si sente quel profumo di legno lavorato con amore e passione escono piccoli capolavori… e per questo che voglio dare lustro a queste piccole realtà nel nostro territorio segno che qualche volta la passione si tramanda da padre in figlia … Luciano
La nostra Storia
Questa fantastica avventura iniziò molti anni fa, alla fine degli anni ’90. Io e mia mamma, un po’ per gioco, un po’ per passatempo, iniziammo a lavorare con un tornio costruito da mio papà. Quando tornavo a casa ero tutta impolverata e perdevo trucioli per le scale d’entrata; il mio vicino di casa iniziò a chiamarmi “truciolo” e così nacque il nome della mia attività. Grazie alla fantasia e alla creatività mia e di mia mamma, al supporto tecnico di mio papà (perito meccanico per passione e per lavoro) e all’intraprendenza di mio fratello, entrammo a far parte del mondo dell’artigianato in legno, creando una varietà di articoli nel nostro laboratorio e vendendo in negozio e nelle fiere. La vita però a volte ti porta ad intraprendere strade inaspettate e così, lasciato il mondo dell’artigianato in legno, mi sono dedicata ad altre attività, arricchendomi di esperienze lavorative in vari settori. I miei genitori, in pensione, hanno continuato per hobby a creare oggetti in legno partecipando a diversi mercatini e manifestazioni della zona. E’ difficile però staccarsi da questa passione, dal profumo e dai colori del legno e da quella splendida emozione che provi quando con le tue mani crei qualcosa di unico e apprezzato dagli altri, così nel 2015 con nuovo spirito e tanta voglia di creare, sono tornata a lavorare questo splendido materiale, trasmettendo questa passione anche a mio marito.
Un ringraziamento speciale va a mamma Lella e papà Giorgio per avermi sempre aiutato e per aver portato avanti questa attività durante la mia assenza, a mio fratello Mirko che è stato un collaboratore prezioso e divertente e soprattutto a mio marito Paolo che ha sempre creduto in me e che ha realizzato questo sito.
Il mio augurio è che visitando il mio “negozio online” tu abbia la sensazione di entrare in un piccolo negozio di artigianato locale, di poter apprezzare tutta la cura e l’amore che mettiamo nella creazione dei nostri articoli, di sentire quasi… il profumo del legno!
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°101 Pale di San Martino 1:25000
Come arrivare
Si sale attraverso la valle di Vanoi fino ad arrivare a San Martino di Castrozza , superato l’abitato si imbocca la strada che porta al Passo Rolle e si raggiunge la stazione di partenza della funivia di Colverde.
Descrizione
Questo itinerario ci porterà sempre sul Rifugio Rosetta Pedrotti , attraverso il Passo di Val di Roda e raggiungendo cosi poi il Rifugio , il sentiero percorre una prima parte su una carrabile che porta anche all’imbocco dapprima del n.725 del Cacciatore e poi il n.724 della strada forestale che porterà a raggiungere il n.721 che salirà fino al Rifugio Velo della Madonna . Ma per ora a noi interessa salire il sentiero n.702 forse uno dei più belli dellle Pale accesisbile a tutti i buoni camminatori , con panorami e scorci che donano emozioni continue, raggiunto il primo bivio si sale in maniera abbastanza severa, anche se i zig zag attenuano la fatica ed i passaggi tra abeti , pini e larici lo rendono molto piacevole fino a raggiungere la serie di tornanti su terreno detritico che ci porterà nel Col de Bechi a quota 2048 m. in un tratto prativo che ci permette di ammirare il versante opposto delle Pale, ovvero le piste da sci di San Martino di Castrozza, il zig zag ora procede su roccie detritiche e sale ripido fino ad incrociare il sentieroche a destra porta sul passo di Ball attraverso il n.715, mentre a sinistra dapprima ci porterà al Col della Fede 2780 m. poi sempre sul 702 attraverso un sentiero con molti tornanti in un terreno ostico e roccioso, passando sotto la Croda di Roda si raggiungerà il passo Val di Roda 2560 m. e successivamente il pianoro del Rifugio Rosetta Pedrotti. Lo scenario lunare delle Pale di San Martino è qualcosa di una bellezza unica ed ineguagliabile. La salita anche se severa e difficile porta in un luogo indefinibile sotto il profilo panoramico e della maestosità delle sue creste e cime che intorno al rifugio Rosetta , al ghiacciaio della Fradusta .
Ritorno
Il ritorno per chi non volesse scendere dallo stesso può essere fatto dal 701 che scende attraverso un zig-zag fino alla funivia di partenza per il Col verde, in alternativa per chi dovesse essere in difficoltà potrà discendere in Funivia
Per accedere al lago di Braies, da un pò di tempo si deve prenotare sia se si voglia salire in auto che in bus con il servizio pubblico che porterà direttamente al lago con il libero accesso , ricordo che la valle viene chiusa al traffico nelle fasce orarie giornaliere ed è facile ricorrere a multe e sanzioni se le stesse non vengono rispettate, la via più semplice ed economica rimane il servizio pubblico dove le prenotazioni possono avvenire attraverso questo sito https://www.prags.bz/it
Descrizione
Il lago situato a 1.496 metri, giace ai piedi dell’imponente parete rocciosa della Croda del Becco ( Sass dla Porta, 2.810 m) e si trova all’interno del parco naturale Fanes-Sennes-Braies. Ha un’estensione di circa 33 ettari con una lunghezza di 1,2 km e una larghezza di 300-400 metri. È uno dei laghi più profondi della provincia di Bolzano , con ben 36 metri di profondità massima e una profondità media di 17 metri. La temperatura massima dell’acqua è di 14 °C. È un lago di sbarramento, in quanto la sua creazione è dovuta allo sbarramento del Rio de Braies a causa di una frana staccatasi dal Sasso del Signore . Il lago è una meta turistica ed è circondato su tre lati da cime dolomitiche, tra cui la Croda del Becco. È il punto di partenza dell’Alta Via n°1delle dolomiti detta “La classica” che arriva fino a Belluno ai piedi del Gruppo dello Schiara.
Il giro del Lago di Braies richiede circa 1h30. Il percorso è lungo 3,6 km e ha un dislivello di circa 100 metri, considerato facile e adatto a tutti. Il percorso ad anello intorno al lago è ben segnalato e può essere percorso in entrambi i sensi. È possibile prendersela comoda e fare diverse soste per ammirare il paesaggio e scattare foto. In inverno, a causa del ghiaccio e della neve, il percorso potrebbe essere più impegnativo e richiedere attrezzatura da trekking.
Leggenda sulle origini del lago
La leggenda vuole che la vallata di Braies fosse abitata da brutti selvaggi che custodivano l’oro delle vicine montagne, prezioso per il suo splendore ma che li rendeva duri nell’animo. Quando nella valle apparvero allevatori con il loro bestiame, i selvaggi regalarono loro alcuni oggetti d’oro. Gli allevatori alla vista di tale abbondanza d’oro divennero avidi e iniziarono a impadronirsi della materia prima. La popolazione dei selvaggi decise di impedire loro di raggiungere le montagne e fece sgorgare alcune sorgenti d’acqua, che crearono a valle il lago di Braies, che impediva agli allevatori di poter rubare altro oro ai selvaggi. Secondo la tradizione ladina il nome Sass dla Porta deriverebbe dalla saga del Regno di Fanes, un antico reame della mitologia ladina , che sarebbe esistito nelle attuali vallate dolomitiche in tempi immemorabili. Ogni anno, in una notte di luna piena, i pochi superstiti del popolo dei Fanes, distrutto dall’avidità di un re usurpatore, escono dall’enorme buco naturale scavato nella roccia del monte e fanno in barca il giro del lago, guidati dalla loro regina e da Lujanta, mitica eroina che viene affidata alle marmotte come pegno dell’alleanza tra la regina e le marmotte, ricevendo in cambio una piccola marmotta.
Cenni storici
La seconda guerra mondiale
Presso l’hotel del lago di Braies (Hotel Pragser Wildsee) si è verificato uno degli ultimi episodi della seconda guerra mondiale in Italia. Verso la fine di aprile del 1945 le SS vi condussero 141 prigionieri, molti dei quali illustri: l’ultimo cancelliere austriaco prima dell’Anschluss(l’annessione nazista dell’Austria, nel 1938) Kurt Alois Von Schuschmigg , l’ultimo primo ministro della Terza Repubblica Francese Léon Blum, il generale italiano Sante Garibaldi, il figlio del maresciallo Pietro Badoglio, l’ex primo ministro ungherese Miklòs Kàllay, il comandante in capo dell’esercito greco generale Alexandros Papagos, con tutto il suo stato maggiore, il tenente sovietico Vassilij Kokòrin (nipote del commissario del popolo agli affari esteri dell’URSS Vjaceslav Michajlovic Molotov), Nikolaus Von Horthy (figlio del reggente del regno ungherese ammiraglio Miklòs Horthy), il vescovo francese di Clermont-Ferrand Gabriel Piguet, l’ex-capo di stato maggiore tedesco e generale d’armata Franz Halder con la consorte, nonché numerosi familiari del colonnello di stato maggiore tedesco conte Claus Schenk Von Stauffenberg autore dell’attentato ad Hitler del 20 luglio 1944 fu un tentativo di colpo di stato tramite l’assassinio , organizzato da oppositori militari, politici e della nobiltà tedesca. I congiurati vedevano nella morte del dittatore l’elemento fondamentale per il rovesciamento del regime nazista. Tuttavia, Hitler rimase solo lievemente ferito dall’esplosione della bomba che doveva ucciderlo, depositata dal colonnello della Werhrmacht
La mattina del 4 maggio 1945, alle 6:45, arrivò presso il lago di Braies la prima pattuglia americana e avvenne la cessione dei 141 ostaggi agli alleati. I tedeschi della Wehrmacht furono disarmati e fatti prigionieri. Le armi furono lasciati al capitano von Alvensleben e a un altro ufficiale, tenendo conto del loro comportamento. Per i tedeschi presenti tra i prigionieri si decise che coloro che non avevano avuto alcun rapporto con i nazisti avrebbero potuto essere liberati dopo un periodo di detenzione a Capri. Tutti gli altri tedeschi vennero arrestati. Tra di loro il generale Alexander Von Falkenhausen , il generale d’armata Franz Halder, il principe Filippo D’Assia, Hjamar Schacht, il generale George Thomas , Fritz Thyssen, L’ex cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg fu liberato assieme alla sua famiglia e scelse di emigrare negli USA.
Dopo avere percorso la Vallarsa e raggiunto Rovereto si prosegue verso l’abitato di Ala, per poi raggiungere l’abitato Marco di Rovereto da lì lungo la strada principale in una laterale a sinistra partirà il nostro itinerario .
Descrizione
Questo sentiero il 116 parte da località Cumerlotti , un abitato poco lontano da Serravalle d’adige e sulla strada che porta ad Ala, il sentiero per una buona parte sale su stradina asfaltata che transita in mezzo ai preziosi vigneti , si parte sulla strada principale prendendo la direzione verso il Santuario di San Valentino, si attraversa una profonda gola , prima di raggiungere l’omonimo santuario , la strada prosegue costeggiando un terreno recintato e ben tenuto, fino a raggiungere la Colonia di Prabubolo situata alla fine della strada e dov’è presente un cancello, superata la colonia dov’è presente anche una chiesetta , si ricomincia a salire ma lo si fa in mezzo al bosco, incontrando durante la risalita alcuni cimiteri.
Cenni storici
“Termopili d’Italia” è un soprannome dato a diverse località e battaglie in Italia per la loro importanza strategica e la resistenza eroica contro un nemico numericamente superiore, richiamando la famosa battaglia delle Termopili greche
Passo Buole
Il passo buole divide la Vallarsa dalla Val Lagarina e sul crinale che dal Carega porta verso a Rovereto, il 4 giugno del 1915 i reparti del 6°rgt Alpini Vicenza e Verona raggiungevano da lì il monte Zugna completando cosi la conquista di tutta la dorsale , il 15 maggio del 1916 gli austriaci tentarono l’accerchiamento degli italiani estesa su tutte e tre le valli , la Vallarsaa attraverso il pian delle Fugazze , lungo la val Terragnolo per il passo della Borcola e da Folgaria sulla Val d’Astico con lo scopo di accerchiare l’esarcito italiano ed entrare nella pianura vicentina , era anche previsto una riconquista delle posizioni della dorsale Zugna-Carega per poter dare spazio ai movimenti delle truppe in Valle.
Il 19 maggio gli austroungarici occupavano il monte Spil , il Col Santo ed il Monte Testo , con l’obbiettivo di scendere in Vallarsa , gli italiani per evitare di essere accerchiati alle ore 14 del 19 maggio retrocessero dalla linea avanzata di Matassone e Pozzacchio alla più arretrata di Dietro in Gasta-Pasubio, nei tre giorni che impiegarono gli austroungarici per raggiungere di nuovo un contatto con gli italiani, gli stessi si trovarono il tempo di riorganizzare le truppe ma si trovavano con il lato destro scoperto e inserito per circa 8 km nelle linee nemiche , cosi il comendo italiano decise di frastagliare le forze che dal crinale dello Zugna porta verso in passo Jocole , la cima Levante, con lo scopo di impedire al nemico di salire la Vallarsa con rifornimenti , artiglierie ed uomini.
Santuario San Valentino
Su un dosso che domina la Vallagarina dalla chiusa di Serravalle fino al castello di Sabbionara sorge il santuario di San Valentino. La chiesa fu consacrata nel 1329, quando il culto del martire era già diffuso nella vallata. II colle era meta di frequenti pellegrinaggi, e la costruzione del santuario si protrasse, attraverso successivi ampliamenti, per tutto il Medioevo. Il culto e la devozione al santo risalgono a tempi remoti, e si rafforzano in particolare dopo la donazione delle reliquie nel 1645. In questa occasione ci fu una grandiosa processione, ripetuta anche duecento anni dopo, come nuovo solenne atto di devozione al santo che si riteneva avesse protetto la popolazione dall’ondata di colera che si era abbattuta sulla zona. Oggi, la prima domenica di settembre si ripetono solenni celebrazioni religiose. La profonda venerazione popolare per San Valentino è testimoniata anche dagli innumerevoli “ex-voto” appesi lungo la parete della navata sinistra. Molti di questi raffigurano episodi drammatici di vita quotidiana come incidenti, malattie, catastrofi naturali, in cui i fedeli riconoscono l’intervento salvifico del santo. Ci sono varie discussioni su quale martire sia il San Valentino venerato dalla popolazione alense. Vi sono infatti testimonianze sia di un vescovo di Terni che di un sacerdote romano, entrambi del III secolo dopo Cristo, celebrati il 14 febbraio e la cui storia di martirio coincide. Si tratta di due persone diverse o è il medesimo martire? Dalle fonti storiche Valentino risulterebbe essere stato un cittadino romano nato all’inizio del III secolo. Durante le persecuzioni del breve impero di Claudio II, Valentino fu catturato, e, dopo un lungo processo, giustiziato lungo la via Flaminia il 14 febbraio dell’anno 269. Subito dopo la sua morte si svilupparono il culto e la devozione da parte della comunità cristiana. Il Santuario ebbe il ruolo di ospedale militare durante la prima guerra mondiale e dal 1925 una delegazione alense cercò di realizzare l’Ossario ai caduti di Passo Buole all’interno di una navata della chiesa, progetto che non venne recepito. Successivamente venne utilizzata come magazzino e deposito di munizioni durante gli anni della seconda guerra mondiale. Durante questi conflitti la struttura fu molto danneggiata e deve il suo attuale aspetto al restauro promosso nel 1982 da un gruppo di volontari, che sistemarono anche la casa di preghiera annessa all’edificio religioso. La più antica via d’accesso al santuario, la strada della “via crucis”, sale dalla frazione Marani per una breve serie di tornanti che si inoltrano nel bosco. Caratteristici sono i capitelli, di recente restaurati, e la vegetazione, tra cui spiccano alcune querce secolari.