Cave del Predil, originariamente noto come Raibl, è un antico borgo minerario alle pendici del Monte Re, a 10 km da Tarvisio. Le sue origini risalgono all’epoca Pre-romana(80o a.C). Sede di una delle più importanti miniere di piombo e zinco d’Europa, l’attività estrattiva è cessata nel 1991
La Storia
Il paese deve la sua esistenza (e il suo nome in italiano) alle miniere di piombo e zinco del monte Re, in attività fino al 1991, che condizionano in modo pesante il paesaggio circostante. La storia della miniera affonda le sue radici in epoca preromana (800 a.C.) in cui pare ci fosse già un’attività estrattiva. Il primo documento storico che fa riferimento all’attività estrattiva risale al 132o quando il duca Federico il Bello rilasciò la concessione estrattiva ad un gruppo di minatori del tarvisiano.
Nel 1456 il Vescovo di bamberga concesse ad Osvaldo Raibl il diritto di scavo del giacimento. Per molti secoli la miniera venne gestita dalla famiglia Rechbach. Nel 1759 Raibl entrò a far parte dei possedimenti degli Asburgo . Nel 1835, a causa di ripetuti ribassi salariali, i minatori entrarono in sciopero; per sedare la rivolta fu necessario un intervento militare. Al termine dell’agitazione furono licenziati 120 lavoratori. Nel 1890 venne realizzata la prima centrale idroelettrica che dava energia all’argano di estrazione del pozzo.
Nel 1898 iniziò la costruzione della galleria di Bretto, allo scopo di facilitare il drenaggio delle acque ristagnanti nei livelli più profondi. La galleria inizia a 240 metri di profondità sotto al paese e sbocca presso il villaggio di Bretto, oggi in Slovenia . I 4 844 metri della galleria vennero inaugurati nel 1905.
I minatori non si limitarono a scavare gallerie solo all’interno della montagna, ma si spinsero anche sotto il villaggio. L’8 gennaio 1910 una parete si spaccò, facendo così penetrare nella miniera l’acqua proveniente dal lago sovrastante. Alcune gallerie franarono sotto la pressione delle acque. Verso le ore 13, l’ospedale del paese venne inghiottito nel sottosuolo, sprofondando per 150 metri e oltre. Persero la vita sette persone: il medico, sua moglie, il figlio, una cuoca, una cameriera, un capoposto dei gendarmi in pensione e la moglie. Nel 1914 la comunità locale eresse un monumento in memoria della tragedia.
Nel 1917, in previsione del grande attacco degli Imperi centrali contro il Regio esercito italiano, la galleria mineraria fu trasformata in linea ferroviaria permettendo il passaggio di 170 tonnellate di materiale e di 600 soldati al giorno. Il movimento in galleria si effettuava per 16 ore al giorno. I soldati austriaci arrivavano da un lato della montagna, a Raibl (oggi Cave del Predil), e di qui, attraverso la galleria mineraria, arrivavano a Bretto.
Uomini, armi e sussistenza vennero spostati qui da altri fronti con uno stratagemma che eluse la sorveglianza dell’esercito italiano, che presidiava il fronte all’altezza di Plezzo. I rinforzi dell’esercito austroungarico infatti giunsero a Plezzo e Tolmino trasportati in treno di notte, nascosti nella boscaglia in modo che i comandi italiani non li scorgessero e trasportati poi a piedi nell’ultimo tratto, fino al fronte. Per illudere gli italiani che la linea del fronte si stesse smantellando invece che “armando”, durante il giorno gli austro-ungarici facevano transitare in allontanamento da Plezzo e Tolmino treni carichi di uomini e mezzi, occultando invece l’approvvigionamento che avveniva di notte. Il Passo del Predil era ben sorvegliato dagli alpini italiani posizionati sul Monte Nero, conquistato il 16 giugno 1915 . Gli austro-ungarici, non volendo palesare le proprie strategie, a partire dall’agosto 1917 evitarono di transitare dal passo, preferendo superare la montagna attraverso la galleria mineraria di Bretto. Nelle settimane antecedenti la Battaglia di Caporetto gli austriaci vi fecero passare 270 000 militari con 22 000 treni.
Tracciato della galleria di Bretto (tratteggiato)
Nel 1919, dopo gli eventi bellici e a seguito del Trattato di Saint-Germain , i territori del tarvisiano passarono sotto l’amministrazione italiana e con essi anche miniera di Raibl che divenne proprietà dello Stato. In questo periodo la miniera venne data in gestione alla Società Anonima Miniere Cave del Predil, divenuta successivamente Raibl-Società Mineraria del Predil. Iniziò un periodo florido per la miniera sotto la gestione di Bernardino Nogara, durante la quale venne costruita una teleferica per trasportare il minerale estratto alla stazione di Tarvisio.
Dopo la seconda guerra mondiale la galleria di Bretto divenne confine tra Jugoslavia e Italia e oggetto di aspri conflitti politici e burocratici tra i due Paesi, tanto da doverla chiudere con un cancello posto sulla linea di confine sotterranea. Con l’ingresso della Slovenia nell’Area Schengen , il cancello non risultò più necessario.
Il periodo postbellico portò la meccanizzazione e automazione dei processi produttivi e alcune migliorie nell’attrezzatura in dotazione ai minatori. Per esempio, le lampade a carburo vennero sostituite da lampade elettriche innestate sull’elmetto. Nel 1953 iniziò un periodo di crisi dal quale la miniera non riuscì a riemergere. La cava, prima sotto la società Raibl, passò nel 1956 sotto la Società Mineraria Metallurgica di Pertusola e nel 1963 sotto l’Azienda Mineraria Metallurgica Italiana, gestita dallo Stato.
Nel 1965 la regione divenne proprietaria della miniera. Nel 1979 la gestione del giacimento di Cave fu delegata alla società Samim (gruppo Eni). Nonostante una animata protesta da parte dei minatori durata 17 giorni, il 30 giugno 1991 la miniera venne chiusa. La chiusura della miniera segnò per il paese l’inizio di una profonda crisi occupazionale che portò ad un notevole calo demografico. Il numero di abitanti, che nel 1968 ammontava a 2 100, è sceso oggi a circa 400.
“Cammino tanto per i boschi , di giorno , di sera , qualche volta di notte , mi sento piccolo ed in un certo modo indifeso camminando al suo cospetto , ma non ho paura , mi sento in qualche modo protetto e selvaggio , sia che sia con il rumore delle foglie dell’autunno oppure con lo scricchiolare della neve , e bella la natura , la dobbiamo proteggere , perche lei ci protegge , come dobbiamo proteggere la sua fauna e flora , lei ha un unico e solo nemico …l’uomo.” Luciano Cailotto
SAURIS E LE SUE ORIGINI
Secondo le leggende popolari, la comunità di Sauris fu fondata da due soldati tedeschi che si rifugiarono in questa valle isolata e impervia. Come ogni leggenda, anche questo racconto ha un fondo di verità: i primi abitanti, infatti, giunsero da qualche valle al confine tra la Carinzia e il Tirolo attorno alla metà del 1200. Per più di sette secoli i loro discendenti vissero in equilibrio con l’ambiente alpino, coltivando le poche specie adatte a queste altitudini e al clima rigido, portando il bestiame nei pascoli d’altura durante i mesi estivi, falciando i prati fino alle cime, traendo dai boschi legname da costruzione e da brucio. Per procurarsi i generi alimentari che non esistevano sul posto (ad esempio il sale) essi ricorrevano al baratto con i paesi vicini. Oggi Sauris ha circa 400 abitanti che, interpretando in chiave moderna alcune delle attività tradizionali (artigianato, produzioni agroalimentari di nicchia) o sviluppando forme di accoglienza turistica a misura d’uomo, continuano a convivere con un ambiente che, dopo secoli, rimane ancora la risorsa più preziosa.
UNA SINTESI TRA CULTURA TEDESCA E CARNICA
La difficoltà di accesso, l’asprezza del territorio e la presenza di una popolazione di lingua tedesca hanno alimentato all’esterno il mito di una comunità isolata, nella quale sarebbero rimasti intatti nei secoli l’ambiente, la lingua, le tradizioni. Ma la storia insegna che non esistono “isole”. I documenti e gli studi hanno ampiamente dimostrato che fin dall’inizio la gente di Sauris ha aperto sentieri, ha superato i valichi e i monti, ha intessuto rapporti con le popolazioni confinanti, barattando con loro i prodotti, imparando le loro lingue e osservando le loro consuetudini. Molte abitudini della popolazione saurana sono frutto dell’affascinante sintesi di diverse culture, prime fra tutte quella tedesca e quella carnica, che hanno contribuito alla peculiare identità della comunità. Oltre ad aspetti ed elementi della cultura materiale (le tipologie architettoniche, la conservazione e la preparazione dei cibi, gli attrezzi e le tecniche dei lavori agricoli, l’abbigliamento in uso fino a qualche decennio fa), è soprattutto nell’ambito religioso e simbolico che si sono conservate le tradizioni più interessanti e vitali.
La lingua di Sauris: una lingua antica e affascinante
La lingua di Sauris (de zahrar sproche) affonda le radici nel lontano passato: nasce intorno al Duecento, ed è una lingua affascinante perché ricalca un antico dialetto tedesco le cui origini si perdono nella storia. Il saurano è una lingua che oggi gli abitanti di Sauris parlano ancora, accanto all’italiano e al friulano. A partire dagli anni Sessanta si è verificato un calo nell’utilizzo del saurano, soprattutto fra le generazioni più giovani. La volontà di mantenere vive le proprie radici e la propria identità ha però dato vita negli anni a una serie di iniziative di recupero e valorizzazione della cultura e della lingua locali. Nel 1974 è nato il Coro “Zahre”, che ha recuperato canti tradizionali. Nello stesso periodo si è costituito il Circolo Culturale Saurano “Fulgenzio Schneider”, che propone attività ed iniziative per la valorizzazione della lingua locale. Da decenni inoltre viene pubblicato un bollettino parrocchiale, “De Zahre reidet” (Sauris parla), che ospita spesso articoli sulla storia e sulle peculiarità culturali della comunità. Fin dagli inizi del Duemila, poi, la lingua saurana e le tradizioni locali sono entrate nelle attività didattiche della scuola locale. Nel 2008 è stato pubblicato il vocabolario “Zahrer Wörterbuch – Vocabolario saurano”, frutto del lungo lavoro di ricerca del prof. Norman Denison. Inoltre nella comunità di Sauris si tengono corsi per chiunque voglia avvicinarsi a questa lingua. Il saurano è oggi riconosciuto e tutelato dallo Stato italiano con la L. 482/1999 e dalla Regione Friuli-Venezia Giulia con la L.R. 20/200
Architettura tipica
Una peculiarità del paesaggio saurano è rappresentata dalle tipologie architettoniche. L’architettura saurana rappresenta il collegamento più evidente con la vicina Carinzia: gli edifici sono infatti caratterizzati da elementi costruttivi realizzati con le risorse disponibili sul territorio, il legno e la pietra. Le case e i rustici più antichi sono caratterizzati dal pian terreno in pietra, seminterrato, e i piani sopraelevati in legno, costruiti con l’antica tecnica del BLOCKBAU, nella quale i tronchi degli alberi interi creano una solida struttura grazie al loro incastro agli angoli dei fabbricati). Il tetto è rivestito in scandole di legno. A partire dagli anni ’80, nell’ambito del cosiddetto Progetto Sauris, queste costruzioni furono recuperate sapientemente, mantenendone le caratteristiche architettoniche originali. Molti di questi edifici oggi ospitano proprio gli alloggi dell’Albergo Diffuso Sauris.
I nomi dei borghi di Sauris
Sauris di Sopra, Plotzn in saurano, vanta la maggior densità abitativa e si trova a 1.400 metri sul livello del mare. Scendendo verso valle, a circa 3 km di distanza si trova Sauris di Sotto, Dorf, sede del municipio (a 1212 m slm). Lateis è il borgo più distante, per arrivarci si deve scendere fino al lago e poi prendere una deviazione, risalendo per alcuni tornanti fino a 1225m slm. Ci sono moltissime altre località che identificano il territorio, oltre ai tre borghi principali e le frazioni più abitate (La Maina e Velt): Frumeibn, Treinke, Hinterdolbe, Preitschpound, Eimblatribn… divertiti a riconoscerle e imparare a pronunciare correttamente i loro nomi!
Il lago
Il lago di Sauris ha una storia più recente: si tratta di un bacino artificiale che ha avuto origine dallo sbarramento del torrente Lumiei, interrotto tra il 1941 ed il 1948 per la costruzione dell’impianto idroelettrico omonimo. All’epoca era la diga più alta d’Italia ed una delle maggiori al mondo, con i suoi 136 metri di altezza. A causa della scarsità di manodopera locale, impegnata sul fronte, vennero impiegati nei lavori 300 prigionieri neozelandesi. Di questi circa 100 erano alloggiati nelle baracche di La Maina. Lo specchio d’acqua che oggi appare al posto dell’antica conca è una delle più incantevoli cartoline di Sauris. In grado di lasciare senza fiato i visitatori che lo raggiungono grazie alla trasparenza delle sue acque turchesi, in cui si tuffano riflesse le cime circostanti.
Albergo Diffuso Il nostro impegno per un turismo sostenibile
Crediamo in un turismo che rispetta l’ambiente, la cultura locale e le persone.
Per questo, ogni nostra scelta segue un principio di equilibrio e responsabilità: monitoraggio e riduzione dei consumi, scelta di fonti di energia rinnovabile, sostegno attivo alla cultura e alla filiera locale e valorizzazione dei nostri collaboratori. Dal 2023 il nostro impegno è certificato dallo standard internazionale del Global Sustainable Tourism Council (GSTC). La nostra gestione sostenibile si rinnova di anno in anno con una visione sempre più radicata nel territorio e attenta al futuro.
Ambiente, energia, consumi
La sostenibilità ambientale non è un’azione isolata, ma un processo continuo. Monitoraggio, efficienza e attenzione alle risorse sono parte integrante della nostra gestione. Lavoriamo per ridurre l’impatto ambientale delle nostre strutture e accompagnare gli ospiti verso scelte più consapevoli.
Persone, valori, prodotti
Sostenibilità sociale e filiera locale sono al centro del nostro modello di ospitalità. Valorizzare il lavoro, garantire pari opportunità, usare prodotti del territorio: sono scelte che ogni giorno contribuiscono al benessere della nostra comunità. Crediamo che la vera sostenibilità parta dalle persone, dal rispetto dei loro diritti e dalla connessione profonda con il contesto in cui vivono.
Cultura e tradizioni
Sauris è un luogo che custodisce una cultura viva, profonda e autentica. La lingua, i saperi antichi, le tradizioni che si tramandano da generazioni rendono ogni soggiorno un’esperienza di immersione vera nel territorio. Valorizziamo la cultura saurana con l’obiettivo di rendere i nostri ospiti pienamente consapevoli del luogo che stanno vistando, fino a sentirsi davvero parte della comunità, anche solo per qualche giorno.
Verso una Destinazione sostenibile
A dicembre 2022 Sauris- Zahre ha ottenuto il riconoscimento di Best Tourism Village da parte dell’Organizzazione mondiale del turismo. Oggi la nostra destinazione guarda al futuro con un traguardo ambizioso e concreto: diventare una destinazione certificata GSTC entro gennaio 2026. Il nostro Albergo Diffuso è parte attiva della Rete d’Imprese Sauris Zahre, che lavora ogni giorno per realizzare un modello di sviluppo turistico sostenibile e condiviso.
Il tuo contributo per una vacanza responsabile
Anche in vacanza, sono i piccoli gesti a fare la differenza: camminare invece di usare l’auto, evitare lo spreco di acqua ed energia, separare bene i rifiuti. Il nostro impegno per un turismo sostenibile ha valore solo se condiviso, e il tuo ruolo è parte essenziale di questo equilibrio. Per questo abbiamo selezionato alcune buone pratiche semplici da seguire: piccoli gesti quotidiani e universali, che fanno bene al territorio e arricchiscono chi li compie.
Un invito a fare del tuo soggiorno un momento di rispetto e gratitudine per questo luogo fragile e speciale.
Rispetta la natura e la Comunità
Sauris, come tutta la montagna, è un ecosistema delicato e fragile. Rispetta i ritmi della natura e della comunità e il silenzio dei boschi, e segui le indicazioni di chi abita e conosce il territorio.
Scegli la mobilità sostenibile
Vivere Sauris significa anche rallentare, osservare e ascoltare. Camminare a Sauris è il modo migliore per entrare in piena sintonia con il territorio, riducendo l’impatto ambientale e godendo appieno della bellezza naturale che ti circonda.
Valorizza l’economia locale
Sostenere il territorio significa riconoscerne il valore profondo: la sua autenticità, la cura di chi lo abita, il legame tra tradizione e futuro. È un modo per rendere il tuo soggiorno ancora più significativo, trasformando la vacanza in un gesto concreto di rispetto e partecipazione.
Condividi e ispira
La tua esperienza può fare la differenza anche per gli altri. Raccontare il tuo viaggio responsabile, condividere le tue scelte sostenibili, consigliare un luogo come Sauris a chi viaggia con rispetto: sono tutti modi per ispirare un turismo più attento e autentico.
Piccola guida del Turista Responsabile
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica.
Abbiamo raccolto in questa Piccola Guida del TuristaResponsabile alcuni suggerimenti semplici per vivere Sauris con attenzione e rispetto. Piccoli gesti quotidiani che contribuiscono a preservare l’equilibrio del territorio e rendere l’esperienza ancora più autentica. il valore delle nostre scelte.
Comunicazione e trasparenza
Il nostro impegno per la sostenibilità è reale, quotidiano e tangibile e desideriamo che sia altrettanto comprensibile, trasparente e coinvolgente per chi ci sceglie.
Ci piacerebbe davvero sapere se siamo riusciti a trasmetterti ciò in cui crediamo.
Un grande uomo, ma soprattutto di un grande…Amico Vero
Inaugurazione falesia dedicata ad un grande uomo “Paolo Dani”
A Castelvecchio di Valdagno, nel cuore del Vicentino, è stata inaugurata la falesia “Paolo Dani”, una parete di arrampicata che porta il nome di una delle figure più amate e rispettate del mondo alpinistico locale. Il progetto nasce dalla sinergia profonda tra le sezioni CAI di Valdagno e Recoaro, che hanno ritenuto doveroso ricordare l’amico e collega con un luogo vivo, praticato, capace di trasmettere quella passione che Paolo Dani viveva ogni giorno. Il taglio del nastro rappresenta il coronamento di un lungo lavoro collettivo, reso possibile dai volontari, dal supporto della guida alpina Gianni Bisson e dalla presenza del Soccorso Alpino.
Paolo Dani era una guida alpina di Valdagno, tecnico dell’elisoccorso nella base di Verona e per anni a capo del Soccorso Alpino di Recoaro e Valdagno: un uomo che aveva fatto della montagna la sua ragione di vita. Il 3 luglio 2022 è morto sulla Marmolada, travolto dal crollo di un enorme seracco di ghiaccio e roccia a Punta Rocca, insieme ad altre dieci persone, una tragedia che ha sconvolto in particolare il Vicentino. Aveva 52 anni e una carriera costruita con dedizione, umiltà e un amore incondizionato per le vette.
La falesia di Castelvecchio diventa così un luogo di sport, sicurezza e memoria, dove gli amanti dell’arrampicata potranno allenarsi sotto il nome di chi la montagna l’ha vissuta e amata fino in fondo. Ogni via tracciata su quella parete è un piccolo tributo a una figura straordinaria, capace di ispirare generazioni di alpinisti nel Vicentino e oltre. L’inaugurazione non chiude un capitolo, ma ne apre uno nuovo, all’insegna della condivisione e del ricordo attivo.
Quello che si vede là nel mezzo è il rifugio Mario Fraccaroli , gestito da splendide persone, ma sopratutto da un grande gruppo accumunato dalla grande passione per le montagna.
“il rifugio alpino e fatto di persone , di affetto e simpatia , di accoglienza e di calore , nei rifugi alpini non contano le stelle come negli alberghi , ma contano le persone , sono solo loro che fanno la differenza .(luke )”
Non avrei mai voluto pubblicare un’articolo del genere, sul mio sito, primo perchè io sono un montanaro, uno vero, non uno che in montagna ci và di domenica, se posso la domenica la evito, ma sono uno che ha tolleranza zero su alcune cose della vita…
non tollero chi non rispetta il lavoro altrui, se il tuo fa schifo, almeno rispetta quello degli altri
non tollero chi butta in giro i propri rifiuti
non tollero chi in montagna non saluta
non tollero chi non sale informato e privo di attrezzatura
non tollero anche altre cose ma l’elenco è lungo
Ma quando si sale in un luogo comune ci vuole rispetto, quel rispetto che molte persone non sanno nemmeno cosa sia, io sarei uno di quelli che dice: punirne 1 per educarne 100.
Quello che è successo al rifugio Mario Fraccaroli, fa veramente senso e fa arrabbiare il montanaro, il rifugio, come dice il termine serve a rifugiarsi, il bivacco serve come riparo per chi si prende fuori sotto il maltempo…ma sopratutto il rifugio è fatto di persone che con cura amorevole ne sostengono e mantengono in ottime condizioni di pulizia e confort.
RELAZIONE DI COSA HANNO TROVATO I RAGAZZI PROSSIMI ALL’APERTURA DELLA STAGIONE
• Porta dei bagni forzata
• Rifiuti lasciati ovunque
• Servizi igienici in condizioni pietose
• Turche piene di e assorbenti
• NESSUN RISPETTO
Ci dispiace dover condividere immagini e parole come queste.
Sui nostri canali scegliamo sempre di raccontare la bellezza della montagna: il silenzio, il rispetto, la natura, l’accoglienza e i momenti autentici che questo luogo sa regalare.
Ma questa volta sentiamo il dovere di fermarci un attimo.
Abbiamo trovato i servizi igienici forzati, nonostante fossero chiusi con un lucchetto, lasciati in condizioni profondamente irrispettose, con rifiuti abbandonati ovunque.
Non è solo una questione di ordine o pulizia: è una questione di educazione, rispetto e responsabilità verso un luogo che appartiene a tutti.
La montagna non è un parco giochi senza regole.
È un ambiente fragile che merita cura, attenzione e consapevolezza.
Siamo certi che chi ha compiuto questo gesto potrebbe leggere queste parole.
E allora il nostro invito è semplice: fermarsi un momento e riflettere.
Ogni azione lascia un segno, e ciascuno di noi può scegliere quale traccia lasciare dietro di sé.
Continueremo a raccontare il bello della montagna, come abbiamo sempre fatto.
Ma difendere questi luoghi significa anche avere il coraggio di parlare quando il rispetto viene meno.
MA IL MONTANARO RIPARTE , SISTEMA , ANCHE SE AVVILITO E RATTRISTITO DA QUELLO CHE E’ SUCCESSO SI RIMBOCCA LE MANICHE E RIPARTE…CIAO RAGAZZI A PRESO
Credo sia doveroso ringraziare chi ha contribuito e reso possibile la riparazione di un sentiero così importante che nei tempi purtroppo era stato lasciato al caso, un lavoro imponente ma molto ben fatto . Complimenti a tutti grazie e buon Cammino. Luciano
Buonasera a Tutti !!
È arrivata anche l’ordinanza del Comune di Recoaro Terme per la riapertura del sentiero 120 nel Tratto sotto i Vaji dello Zevola-Tre Croci dove si spiega le categorie che sono ammesse al passaggio. Per il tratto in questione si permette il transito ai camminatori mentre è interdetto il passaggio ai velocipidi ( MTB,Gravel e bike),per ovvie ragioni di sicurezza trattandosi di tratti con scale in legno e passamano. Resta quindi ancora percorribile per le biciclette e per chi viene a cavallo la deviazione che si è percorsa in questi anni. Ringraziamo gli operai della Piccole Dolomiti ,l’ Unione Montana ed il Comune di Recoaro Terme per il lavoro di ripristino.
Un grazie tra gli amministratori a Paolo Asnicar ma in particolare a Sonia Benetti che non si è mai arresa in questi anni difronte alle difficoltà burocratiche e finanziarie , permettendo alla fine la riapertura del 120 o dei Grandi Alberi.
Rifugio Cesare Battisti per info e prenotazioni solo telefonicamente e a voce allo 044575235-3343574038.
Quando l’arte si tramanda e si sente quel profumo di legno lavorato con amore e passione escono piccoli capolavori… e per questo che voglio dare lustro a queste piccole realtà nel nostro territorio segno che qualche volta la passione si tramanda da padre in figlia … Luciano
La nostra Storia
Questa fantastica avventura iniziò molti anni fa, alla fine degli anni ’90. Io e mia mamma, un po’ per gioco, un po’ per passatempo, iniziammo a lavorare con un tornio costruito da mio papà. Quando tornavo a casa ero tutta impolverata e perdevo trucioli per le scale d’entrata; il mio vicino di casa iniziò a chiamarmi “truciolo” e così nacque il nome della mia attività. Grazie alla fantasia e alla creatività mia e di mia mamma, al supporto tecnico di mio papà (perito meccanico per passione e per lavoro) e all’intraprendenza di mio fratello, entrammo a far parte del mondo dell’artigianato in legno, creando una varietà di articoli nel nostro laboratorio e vendendo in negozio e nelle fiere. La vita però a volte ti porta ad intraprendere strade inaspettate e così, lasciato il mondo dell’artigianato in legno, mi sono dedicata ad altre attività, arricchendomi di esperienze lavorative in vari settori. I miei genitori, in pensione, hanno continuato per hobby a creare oggetti in legno partecipando a diversi mercatini e manifestazioni della zona. E’ difficile però staccarsi da questa passione, dal profumo e dai colori del legno e da quella splendida emozione che provi quando con le tue mani crei qualcosa di unico e apprezzato dagli altri, così nel 2015 con nuovo spirito e tanta voglia di creare, sono tornata a lavorare questo splendido materiale, trasmettendo questa passione anche a mio marito.
Un ringraziamento speciale va a mamma Lella e papà Giorgio per avermi sempre aiutato e per aver portato avanti questa attività durante la mia assenza, a mio fratello Mirko che è stato un collaboratore prezioso e divertente e soprattutto a mio marito Paolo che ha sempre creduto in me e che ha realizzato questo sito.
Il mio augurio è che visitando il mio “negozio online” tu abbia la sensazione di entrare in un piccolo negozio di artigianato locale, di poter apprezzare tutta la cura e l’amore che mettiamo nella creazione dei nostri articoli, di sentire quasi… il profumo del legno!
Buongiorno dopo aver avuto ancora richieste del mio piccolo lavoro , sono andato in ristampa con il mio libro, il prezzo di acquisto è di 15 euro, per chi fosse interessato questi sono i miei contatti:
Amo l’odore del legno bruciato ❤️(pirografia) . Veronica
La magia del pirografo, è qualcosa che và oltre alla semplice creatività, il legno che brucia sotto il calore di quella punta incandescente che in mani esperte prende forma e calore , l’odore di quel legno che brucia, la fantasia della mano, crea sculture di pregio e uniche nel loro universo. Luciano
Oggi voglio dare visibilità a piccoli scultori che con grande passione creano qualcosa da un semplice pezzo di legno, queste sono le magiche creazioni di Veronica, che con mano esperta dà vita , e nuova forma al legno, perchè il legno è vivo , e vive anche dopo bruciato, le sue creazioni fatte con grande passione , una passione che merita visibiltà e che merita la nostra stima , e che in qualche modo donano visibilità al nostro territorio.
Ci sono delle realtà che qualche volta vengono bistrattate da chi dovrebbe prendersene cura, con quell’amore che il montanaro conosce bene ,ed è il motore della propria esistenza in un legame con il territorio che non conosce confini. Luciano cailotto
La nuova vita della baita Cristellin è un passo verso l’amore infinito per quella piccola ma grande realtà della Val Zoldana dove ci si sente a casa e dove ci si sente in famiglia, perché questa è la Val Zoldana…e perché si torna sempre dove si è stati bene… un grosso in bocca al lupo a chi ha avviato e crede in questo progetto…
“Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
un grosso in bocca al lupo per la nuova vita della Baita Cristelin…
Ci sono luoghi dove il montanaro trova la pace , sono luoghi poco trafficati e poco praticati dai pseuoalpinisti e pseudoescursionisti, questo piccolo paese che genera grandi emozioni per gli occhi di chi sa guardare e per chi si sa ancora emozionare, qui il montanaro guarda con i suoi occhi un paese a misura d’uomo, pane per i suoi denti dalle asperità severe delle Pale di San Martino ad i sentieri più facili del Passo Rolle, dalle piste da sci , allo scialpinistica del Rosetta in un scenario che non si descrive con le parole, ma bisogna salirci e forse qualcosa verrà più chiaro…Buon Cammino . Luciano
Certo San Martino e forse meno conosciuto di altre località montane, che gli escursionisti ricercano per le loro montagne nel cuore dolomitico…ma le Pale di San Martino, sono montagne severe, irte e aggressive. Non sono per tutti , il loro scenario lunare, il salire su quote così alte rimanendoci per ore le rendono uniche, perchè lo sono…il paesino a 1450 metri di quota è qualcosa per montanari che non vivono certo in comodità perche la vita in montagna non è certo facile. Il luogo è incredibile il parco del Paneveggio , Fiera di Primiero , Mezzana ed altri .
LA NASCITA’ DI UN PAESEdi Marco Toffol
Il primo impatto dei visitatori della nostra località era naturalmente quello con le meravigliose cime del gruppo della Pala: i primi forestieri, inglesi e mitteleuropei, avevano in effetti “scoperto” la zona proprio per la loro passione per le arrampicate. All’inizio, la piana di San Martino era comunque caratterizzata solo da una chiesetta, un ospizio, risalenti entrambi al XI secolo, ed alcuni edifici rurali. In pochi anni, l’intraprendenza di pochi pionieri, fece nascere un paese!
LA PRIMA GUERRA MONDIALEdi Marco Toffol
La prima guerra mondiale investe San Martino e tutto il Trentino solamente nel 1915, quando già da quasi un anno l’Impero è impegnato nella guerra contro la Russia. I giovani della valle abili alle armi sono reclutati nei corpi d’elité delle truppe austro-ungariche e combattono il nemico nelle pianure della Galizia. Il 23 maggio 1915 l’Imperatore Francesco Giuseppe I da ai suoi popoli l’annuncio che il regno d’Italia ha “tradito” la decennale alleanza stipulando un patto segreto con l’Intesa e dichiarando guerra alla monarchia ed aprendo così il tanto temuto secondo fronte. Il piano di difesa austriaco, elaborato da tempo vista la scarsa affidabilità dell’alleato, prevede l’arroccamento delle truppe sulle cime delle Fassaner Alpen, il Lagorai, e il conseguente abbandono della valle di Primiero. Come logica conseguenza, gli edifici di San Martino, ad eccezione della Chiesa, vengono incendiati ed il paese è ridotto ad un cumulo di rovine. Ma non trascorrono che pochi anni dalla fine delle ostilità e la tenacia dei primi pionieri del turismo, i Toffol, Panzer e Langes, fa rinascere le strutture e con esse la fama internazionale di San Martino di Castrozza.
LA STORIA di Marco Toffol
Alpe di Castrozza: così si legge nei documenti più antichi che si riferiscono a questa ampia conca di pascoli ai piedi di alte vette inaccessibili. Un’ipotesi fa derivare Castrozza da castrum, avamposto militare romano situato lungo una via secondaria (la Via Claudia Augusta passava a circa 50 km da qui) a supporto degli eserciti impegnati nell’opera di conquista dei territori alpini. In seguito venne eretto un Ospizio per mano di una comunità religiosa spontanea, che adottò una regola di tipo benedettino. Fonti documentali attestano che l’Ospizio di Castrozza aveva la finalità di dare assistenza ed ospitalità a pellegrini, viandanti e commercianti che a partire dall’alto Medioevo si trovarono spesso ad affrontare la non facile impresa di attraversare le Alpi. I monaci sparirono misteriosamente dalla località a metà del Quattrocento ed il monastero venne sostituito da un beneficio semplice senza obbligo di cura d’anime, che conservava però il precedente dovere di ospitalità ai viandanti. Una nuova epoca cominciò per San Martino di Castrozza alla metà dell’Ottocento: viaggiatori e viaggiatrici inglesi, animati da uno spirito romantico e decadente che li spingeva ad affrontare lunghi ed avventurosi tour nelle Dolomiti inesplorate, “scoprirono” le Pale di San Martino. Le montagne catalizzarono dapprima ambizioni ed interessi di appassionati escursionisti, geologi, botanici. In un secondo momento intrepidi alpinisti, non più solo britannici, affrontarono anche le ardite guglie dolomitiche. Alcuni nomi: Francis Fox Tuckett, John Ball, Leslie Stephen, Edward Whitwell, Theodor von Wundt, per non dimenticare le signore Imminck e Thomasson. Per compiere queste storiche ascensioni, gli scalatori si avvalsero della collaborazione di cacciatori o pastori locali. Col passare degli anni, questi aiutanti accompagnatori diventarono degli eccellenti e ricercati professionisti, le leggendarie guide alpine Aquile di San Martino. La locanda dell’Ospizio risultò ben presto inadatta a dare adeguata ospitalità a questi primi esploratori ed alpinisti; iniziò così la costruzione dei primi alberghi per opera di imprenditori valligiani e stranieri. In breve San Martino di Castrozza divenne una località di villeggiatura di primo piano nel panorama turistico internazionale. Incendiata durante la Iª Guerra Mondiale dalle truppe austriache in ritirata, la San Martino dei prestigiosi alberghi risorse nel primo dopoguerra, ormai annessa al territorio italiano. Negli Anni Venti decollò anche il turismo invernale a completamento dell’offerta turistica della stazione.
Dopo la conclusione secondo conflitto mondiale, favorito anche dal miracolo economico, a partire dagli anni ’50-’60 il paese ha subito un’importante espansione oltre che ad un miglioramento delle strutture alberghiero-ricettive accompagnato da un vasto aumento delle aree sciabili che hanno reso San Martino di Castrozza una delle più conosciute località turistiche del nord Italia. Nel 1952 ha ospitato la terza edizione della 3-Tre, tra le più antiche competizioni mondiali di sci alpino , vinta dal francese Francois Baud .