Sono incredibilmente sorpreso , questo sito nato per aiutare chi montanaro non è ad avvicinarsi nel fantastico mondo delle nostre montagne , un lavoro svolto con passione e tenacia , ma e con la stessa emozione del montanaro che vorrei abbracciarvi tutti e come voglio con orgoglio ricordare che questo sito e completamente gratuito perchè i costi li sostengo io per non avere pubblicità occulta che disturba la lettura e la visione …vi ringrazio tutti… Luciano Cailotto
Dopo il danno la beffa, e la tristezza dei montanari come me, che alle 7 di mattina dalle Cinque Torri sentono le ruspe al lavoro, anzichè i rumori del bosco e della montagna, per quel Dio denaro che ormai è in possesso a pochi, e quei tanti politicanti che fanno le cose con i nostri soldi togliendoli da ciò che veramente conta. Luciano Cailotto
Articolo di Silvia Granziero 1 marzo 2024 ” The vision “
Come molti nati e cresciuti in città, intrappolata in casa tra i vari lockdown, negli ultimi anni ho maturato una crescente attrazione per la montagna, che oggi in Italia è la cosa più simile alla natura incontaminata che abbiamo. Lì vado per allontanarmi dalla cappa di smog della pianura, lì ascolto finalmente il silenzio e fermo, per una volta, la ruota della settimana lavorativa. Sono sensazioni comuni, e così anche io, come tanti, ho sentito una fitta al petto vedendo le seghe abbattersi sui larici di Cortina d’Ampezzo, la settimana scorsa, per fare spazio alla nuova pista da bob per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Se, superata l’emozione suscitata dal rumore della motosega nel silenzio del bosco, ci si pensa razionalmente, ci si accorge che il problema oltre al taglio degli alberi in sé è più vasto, ed è collegato al motivo stesso dell’operazione: la costruzione di una pista che sarà usata per una manciata di gare e poi, presumibilmente, abbandonata per mancanza di neve – dato che già oggi l’indicatore dell’acqua stoccata nell’accumulo di neve in montagna ha raggiunto il -64% rispetto alla media del periodo 2011-2022, situazione che ha già fatto saltare diverse gare, in italia e non solo , uno spreco rappresentativo del nostro approccio miope all’ambiente montano.
Nonostante i pareri contrari, la grande macchina dei Giochi – e degli affari – però si è messa in moto con l’accordo per lo sviluppo e coesione firmato a novembre dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia, per un finanziamento da 33,5 milioni di euro per realizzare bacini idrici per l’innevamento e collegare la Ski Area del Civetta e la Ski Area Cinque Torri. Rientra in questo ampio disegno il progetto della Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 (SIMICO) per realizzare una pista di bob, skeleton e slittino, siglato ufficialmente a inizio febbraio; così la settimana scorsa è iniziato l’abbattimento di circa 600 larici nei pressi di Cortina, in un contesto, quello delle Dolomiti, che ha già 1.200 km di piste da sci.
A protestare non sono solo gli ambientalisti: sul progetto ha espresso perplessità il Comitato Olimpico Internazionale (CIO),secondo cui la pista non sarà praticabile a lungo dopo i Giochi, mentre gli impianti esistenti sarebbero sufficienti per tutti gli atleti e le gare. Poi è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a ritenere “quasi impossibile” finire i lavori entro il 15 marzo 2025 per i collaudi e le eventuali correzioni. Motivi validi per rinunciare a ricostruire la pista da bob e slittino intitolata al campione Eugenio Monti realizzata per i Giochi invernali del 1956, chiusa nel 2008 e smantellata nel 2023; si sarebbe potuto tutt’al più riaprire la pista di Cesana, in Piemonte, costata ai tempi 110 milioni, usata per i Giochi di Torino del 2006 e chiusa dal 2011; o, ancora meglio, sfruttare le strutture già operative in Austria e Svizzera, come suggerito dallo stesso CIO. Cosa che bisognerà fare comunque se i lavori non saranno finiti per tempo, con relativi costi aggiuntivi per l’affitto degli impianti.In ogni caso, come andrà a finire può farlo intuire proprio la vicenda del tracciato di Cesana: pochi anni di operatività e una manciata di gare che non hanno certo ripagato, nemmeno simbolicamente, gli enormi costi sostenuti per la realizzazione dell’impianto; quello di Cortina dovrebbe costare 81 milioni, comunque troppo rispetto ai poco più di 30 che avrebbe comportato riavviare un tracciato già esistente, senza contare gli sprechi materiali e i problemi ambientali di cui oggi, rispetto al 2006, dovremmo essere più consapevoli.
Tra le altre cose, infatti, c’è anche il sospetto – espresso dagli abitanti alla consigliera regionale di Europa Verde Cristina Guarda, che ha inoltrato una segnalazione al Nucleo Forestale di Cortina d’Ampezzo – sull’entità degli abbattimenti; secondo un’indagine condotta dalla rivista “l’Altra Montagna” , infatti, il progetto finale individua come “da tagliare” quasi 2mila larici, contro i 5-600 pubblicizzati. Sono piante con un’età media di circa 150 anni, con un valore ambientale, ma anche culturale e sociale, non solo per i turisti, ma anche per gli abitanti della zona. Come fa notare “l’Altra Montagna”, poi, a fronte del taglio del lariceto era stato previsto un indennizzo da oltre 23.500 euro: è lecito aspettarsi, quindi, che ora la cifra venga adeguata all’estensione del disboscamento. Soldi che si sommano alle spese per la realizzazione di quell’impianto mostruoso che sono le Olimpiadi e che non tiene conto dei costi indiretti delle conseguenze ambientali, a partire dalla perdita della copertura boschiva e dei suoi effetti: dalla minor capacità di assorbimento di anidride carbonica a un maggior rischio idrogeologico, alle conseguenze dell’affluenza di pubblico e mezzi sull’equilibrio della fauna locale. E tutto questo non si risolve attraverso compensazioni economiche.
Anche perché le infrastrutture in costruzione si sommano alle migliaia di impianti di risalita presenti sulle Alpi – 450 solo nel sistema Dolomiti Superski – per lo più volti a sostenere l’economia dello sci, comparto che ha fagocitato sempre di più le montagne italiane, sovrastando ogni altro settore. Il docente di Economia e Gestione delle imprese all’Università di Trento Umberto Martini, esperto di gestione del turismo in quota, sottolinea come negli anni l’approccio invece di migliorare sia sempre più insostenibile: fino agli anni Ottanta si sciava anche a 800 metri e in primavera la montagna andava “a riposo” turistico per riaprire in estate, stagione adatta all’escursionismo; un andamento che sta cambiando negli ultimi decenni, con la contrazione della stagione sciistica e con estati che, ormai invivibili in città, attirano sempre più persone in quota ed estendono le aperture annuali dei rifugi; aumentano anche i rischi a cui turisti poco esperti si espongono in un ambiente reso più instabile dalla crisi climatica.
Tenere conto di questi cambiamenti, tra l’altro, farebbe bene allo stesso turismo invernale, che in Italia vale10 miliardi di euro annui annui e che oggi è minacciato dalla crisi climatica. Per questo, per sopravvivere, avrebbe bisogno di un piano di adattamento e di diversificazione. Si tratta, infatti, di un turismo che dipende dalle condizioni meteorologiche e la crisi climatica accorcia la stagione invernale, porta la neve sempre più in alto,verso i 2000 metri, provoca eventi meteorologici imprevisti, accresce il rischio di valanghe e crolli e impone nuovi ritmi all’economia turistica. Se le Olimpiadi invernali continuano a essere viste come una grande occasione di crescita –spesso apparente – e non come l’opportunità per interrogarsi sul futuro degli sport invernali e del loro rapporto con l’ambiente, nemmeno il cambiamento nella fruizione “quotidiana” delle Alpi è andato di pari passo con un cambiamento culturale. Tuttora, molti turisti non sanno adattare i propri comportamenti all’ambiente e si aspettano forme di intrattenimento “cittadine”, dall’aperitivo allo shopping, suggerite dalla stessa narrativa del marketing turistico; così gli operatori si adeguano nel nome del guadagno. Intanto dopo un lungo braccio di ferro non solo tra maggioranza e opposizione, ma interno alla Lega stessa, il Consiglio regionale veneto ha dato il via libera alla costruzione di strutture ricettive di lusso sopra i 1600 metri di quota, stanze panoramiche in vetro e legno “ad alto impatto emozionale” (oltre che ambientale, come pensano molti esperti del settore) – come quelle che già esistono anche sul versante trentino delle Dolomiti – in deroga ai limiti di edificabilità urbanistica.
Intanto, c’è chi difende la costruzione di nuove infrastrutture a Cortina, sostenendo che le funivie incentivino i visitatori a evitare l’automobile, nonostante gli studi sul tema evidenzino che questo succede solo se i progetti sono realizzati secondo un’attenta analisi del contesto e delle abitudini dei visitatori, oltre ad associarsi a strategie di disincentivo dell’uso della macchina. Abbattere boschi, costruire nuove infrastrutture costose e presumibilmente inutili in una località già addomesticata da cemento e piste non sembrerebbe la strategia più efficace per ridurre il traffico automobilistico. Certa, invece, sarebbe l’ulteriore urbanizzazione dell’area, con altre strutture turistiche e punti di ristoro, necessari per permettere al maggior numero di persone possibili l’accesso alle vette, che già oggi è un privilegio, se il principale modo che tanti conoscono per goderne, cioè tramite lo sport invernale, può arrivare a costare anche sugli 80 euro per uno skipass giornaliero, cui si aggiungono il viaggio e l’eventuale noleggio dell’attrezzatura, dato che gli sciatori occasionali di rado investono in attrezzatura tanto costosa per goderne solo pochi giorni.
Dovremmo porci degli interrogativi sulla nostra incapacità di fruire di un luogo se non antropizzandolo e sulla nostra spinta a trasformare l’ambiente incontaminato in un parco giochi come unico modo per apprezzarlo. Anche il Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (PNACC) dà la priorità alle esigenze turistiche e commerciali, concentrandosi sulle tecniche di snow farming per conservare la poca neve sulle piste, senza preoccuparsi di un vero adattamento climatico, dimenticando la biodiversità, gli habitat e la vita stessa degli abitanti delle Dolomiti, che nel territorio di Cortina d’Ampezzo sono passati da oltre 8000 ad appena 5000 tra il 1971 e il 2021, andamento simile al resto della provincia di Belluno che, nel ricco Veneto, sconta la carenza di servizi come i trasporti pubblici e la sanità.
Mentre ci ricordiamo dell’ambiente solo come risorsa da sfruttare, il turismo di massa e le grandi opere condannate a vita breve non dovrebbero essere la nostra priorità se vogliamo realmente far sopravvivere la montagna. Cortina è, in questo senso, la metafora del nostro problematico rapporto con l’ambiente : lo addomestichiamo a nostra immagine e somiglianza, e vi cerchiamo un tornaconto economico senza preoccuparci delle conseguenze, per poi dimenticarcene quando non ci serve più, come succederà alla pista da bob. Così, però, non stiamo facendo altro che distruggere uno dei pochi luoghi che ancora ci curano dallo stress urbano.
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Come Raggiungere
Si sale da Cortina verso il passo Falzarego, raggiunto il Col Gallina ovvero il Ristorante da Strobel 2060 m, in fondo il posteggio si nota il sentiero. Scendendo invece dal Passo Falzarego si raggiunge Strobel .
Descrizione
Imboccato il sentiero in fondo al posteggio del Ristorante Strobel, si sale fino a raggiungere la carrabile segnavia 423, che porta a sud verso il rifugio Di Bona , raggiunta una piccola radura dove si notano dei ruderi della prima guerra, si imbocca un sentierino poco visibile e segnalato che porterà all’attacco della via circa 30 minuti. La via non è impossibile ma molto esposta agli eventi climatici, e completamente al sole, i passaggi non sono difficili ma alcuni richiedono molta attenzione, dai primi scivolosi 10-15 metri, ad un passaggio chiave dopo un traverso molto semplice , le altre parti del percorso non presentano passaggi difficili , fatte di molti appigli e gradini permettono di procedere in maniera spedita con un panorama ineguagliabile su quel crinale roccioso che ti porterà in quota 2559, sul monte Col del Bos e sulla linea di trincea della guerra del 15-18, si tratta di una ferrata non proprio difficile ma non per principianti.
Il ritorno
Viene fatto attraverso un sentiero che porta in un canalini abbastanza detritico, fino a raggiungere il fon do dell’attacco della via stessa, oppure proseguendo per la forcella del Bos si potrà scendere dalla parte opposta , ricordo che il canalino detritico presenta diversi punti in cui bisogna prestare attenzione , e ricordo inoltre che la via stessa presenta poco dopo un passaggio complicato il rientro nel sentiero di discesa.
“La montagna ti mette di fronte al pericolo, ma ciascuno di noi ha la propria responsabilità del vivere quindi deve scegliere se salire oppure no, i divieti non servono. “Nives Meroy
Voglio ricordare che chi và in montagna dev’essere consapevole dei rischi che prende SEMPRE senza se e senza ma, come del resto chi sale senza cartina oppure senza la capacità di leggere una cartina, e siamo seri chi ama la montagna e la rispetta sa quand’è il momento di tornare indietro…la tragica fatalità la potresti avere anche andando a piedi al lavoro, inutile a mio avviso produrre incartamenti vari, tesi non ad avvisare chi sale del pericolo, ma per declinare delle responsabilità.
Ricordo una gara che ho fatto in Svizzera , EigerUltratrail k101 con un passaggio su una parte del percorso soggetto a slavinamento, c’era un cartello multilingua con scritto “quando passi di qui , passa in fretta e non sostare”, qualche domanda da italiano me la sono posta . Invece di sistemare i fiumi, non tagliare i boschi in maniera selvaggia…sembra risulti più comodo alla prima pioggia dire “allerta meteo” ma non tanto per avvisare la popolazione ma per salvarsi il sedere dalle responsabilità, finchè chi sbaglia paga funziona solo nelle aziende private saremmo sempre a pagare per chi ci marcia sopra . Luciano Cailotto
Dedicato a chi ha messo in primo piano nella sua vita , il soccorso a persona facendolo diventare fulcro ed esempio per tutti
È rimasto fedele a se stesso fino all’ultimo, vivendo anche i mesi della malattia così come aveva affrontato la sua esistenza: combattivo e sereno. Lo testimoniano gli amici più cari che gli sono stati accanto. A 70 anni – nella notte tra mercoledì e giovedì – è morto Gino Comelli, una delle figure più rappresentative del soccorso alpino italiano. Guida alpina e maestro di sci, era entrato nel Corpo nazionale del soccorso alpino nel 1980 e, dimostrando una straordinaria competenza tecnica, aveva via via scalato le «gerarchie», arrivando a guidare per 25 anni la stazione dell’Alta Fassa di Canazei oltre a diventare istruttore nazionale, trasmettendo così il suo bagaglio d’esperienza a generazioni di nuovi volontari. Ma soprattutto Gino Comelli è stato un fenomenale elisoccorritore, una passione che nel 1990 lo aveva portato a fondare con i fratelli Kostner l’Aiut Alpin Dolomites. Solo lo scorso novembre, alla soglia dei 70 anni, era sceso per l’ultima volta dall’elicottero dopo qualcosa come 2.500 interventi e 4.000 ore di volo. «Cosa farò? Mi godrò un po’ di tranquillità», aveva raccontato alla giornalista Elisa Salvi su «il T». Ma dietro l’angolo l’aspettava la parete più difficile: quella della malattia, che ha cominciato a manifestarsi a dicembre. Originario di Romans d’Isonzo, in Friuli, Gino Comelli, per alcuni anni poliziotto a Moena, ha incarnato i migliori valori delle montagne fassane, un misto di forza e pacatezza che gli è valso la stima e il rispetto non solo della comunità di Canazei e Fassa, ma di tante strutture della protezione civile, come testimonia il fiume di cordoglio che ha generato la sua scomparsa. Un percorso di vita con una cicatrice che ancora doleva: i morti della Val Lasties. Ma anche lì, dalla tragedia del 26 dicembre 2009, Gino aveva colto il fiore che cresceva: «Come si supera un evento del genere? Con l’impegno a migliorare il servizio e la sicurezza degli operatori. È stata una tragedia molto dura, ma abbiamo reagito con la richiesta di poter volare di notte». Proprio da uno dei figli delle vittime della Val Lasties, Igor Dantone (il papà era Alex), oggi capostazione del soccorso alpino dell’Alta val di Fassa, arriva una delle testimonianze più toccanti: «Ero suo vicino di casa e sin da bambino, quando vedevo Gino vedevo “il soccorso alpino” – ricorda – Quando poi sono entrato nel corpo, il primo intervento l’ho fatto proprio con lui per una persona fulminata in val Duron. Ricordo la chiamata, l’agitazione, io che parto con metà delle attrezzature ancora nelle mani. Sono sceso di corsa, Gino mi ha visto e mi ha detto: “Igor, stai sereno: andiamo veloci ma senza perdere mai la tranquillità”. Ecco, Gino era questo: ti dava la serenità anche nelle situazioni più difficili. Era un uomo carismatico, sapeva fare gruppo, parlare alle persone». «Sino alla fine, si è dato da fare per gli altri, senza mai chiedere nulla in cambio». È l’omaggio che Maurizio Dellantonio, presidente nazionale del Soccorso alpino, riserva ad un uomo che è stato prima di tutto un amico: «Portava la calma nei momenti più drammatici, anche se la tragedia della val Lasties lo turbava ancora – spiega Dellantonio – Era un uomo mite, intelligente, onesto, pieno di buon senso. Non credo di averlo visto mai veramente arrabbiato: se lo era, reagiva soprattutto con il silenzio». Fuori discussione la stima di Dellantonio sul piano tecnico: «Gino era molto competente e ancora adesso veniva chiamato a fare i corsi come istruttore». Don Mario Bravin è il parroco di Canazei, ma anche vigile del fuoco volontario: «Gino era una persona estremamente disponibile e tutti noi dobbiamo essergli grati. Una volta – l’aneddoto di don Mario – sono andato da lui per chiedergli alcune delucidazioni sui nuovi sistemi di chiodatura. Avrebbe potuto liquidarmi in pochi minuti, visto, tra l’altro, che io sono un vigile del fuoco e non un tecnico del soccorso alpino: si prese mezzora di tempo per spiegarmi sin nei minimi dettagli quanto volevo sapere». Commosse le parole di Walter Cainelli, presidente del Soccorso alpino trentino: «Gino ha dato moltissimo al mondo del soccorso organizzato in montagna – ha detto – Era una persona lungimirante, con una visione chiara e spesso anticipatrice. Con la gentilezza e la disponibilità verso gli altri che lo contraddistinguevano, è stato un vero protagonista all’interno della nostra organizzazione». «Ci uniamo al dolore per la scomparsa di Gino, da sempre un punto di riferimento anche per noi vigili del fuoco, sempre disponibile a darci consigli utili», le parole dei vigili del fuoco volontari di Canazei. «Abbiamo avuto il privilegio di poter condividere con Gino molti momenti di collaborazione professionale sia sul campo che in ambito addestrativo – l’omaggio del Comitato di Bolzano della Croce rossa italiana – Non sono mancati nemmeno i momenti di divertimento con i nostri ragazzi più giovani in occasione del progetto 8-13. Ci sentiamo di dirti solo Grazie Gino». A questo «grazie» dobbiamo unirci anche noi giornalisti, che per tanti anni abbiamo avuto in Gino Comelli un interlocutore paziente e puntuale, un uomo che ha saputo riconoscere l’importanza anche di chi quei soccorsi in montagna di cui è stato protagonista li racconta ogni giorno. Gino Comelli lascia la moglie Rosalba, la figlia Angelica e il figlio Tommaso. L’ultimo saluto si è tenuto oggi pomeriggio, 12 luglio, nella chiesa parrocchiale di Alba di Canazei.
Ci sono nella zona delle realtà che meritano visibilità, come del resto nei rifugi alpini, può essere bello il rifugio, ma queste piccole realtà sono fatte di persone, accoglienza, amicizia, semplicità…valori radicati dalla notte dei tempi, ma percepiti e tramandati ormai da troppo pochi, qui su questo piccolo paradiso c’è chi si è messo in gioco perchè se si vuole ottenere qualcosa dalla vita bisogna anche muovere le braccia, e qui sta succedendo tutto questo …ed io nel mio piccolo voglio ringraziare chi porta avanti queste cose . Luciano
Chi siamo
Siamo una piccola e giovane realtà in provincia di Vicenza.
Il nostro progetto di recupero inizia nel 2021 acquistando una casa in una contrada posta sopra al territorio di Valli del Pasubio che era in stato di abbandono ripulendo e risistemando le abitazioni e i prati e ricreando orti e frutteti con piante di varietà antiche e praticando orticoltura biologica food forest.
Pratichiamo la silvicoltura curando e ripulendo i prati e i boschi.
Alleviamo ovini e galline e gestiamo una piccola locazione turistica, offrendo una esperienza a contatto con la natura ai nostri ospiti. Viviamo in casa con 2 cagnolini.
Durante l’anno svolgiamo attività di:
Fienagione e sfalcio prati
Gestione stalla/pollaio
Raccolta legna gestione del rimboschimento controllato e pulizia boschi
Preparazione del suolo per le colture
Gestione orti sociali
Coltivazione patate
Coltivazione frutti rossi
Semina raccolta e trasformazione dei frutti e degli ortaggi che coltiviamo
Accoglienza ospiti
Accoglienza gruppi Scout
Escursioni a piedi e in bici
Le nostre attività:
Visite guidate in azienda con degustazione
Laboratori didattici estivi
Raccolta di erbe spontanee
Laboratori gastronomici
Escursioni in mtb con o senza guida
Escursioni trekking con o senza guida
Passeggiata con asinelli
Orti sociali
Per prenotare una visita invia una mail a: az.agr.lacamelia@gmail.com
A mio avviso un lavoro ben fatto sulla ricostruzione della favolosa macchina dei soccorsi che nella immane tragedia , fa uscire nella loro crudezza la professionalità e l’umiltà , oltre quel grado di umanità dimostrato in questo missione , per me è stato emozionante dopo aver perso un grande uomo ed un’amico vero che nel momento del bisogno mi ha allungato la mano. ciao Paolo sei li su quella montagna che hai tanto amato , sei stato un grande persona . Luciano Cailotto
Regia di Giorgia Lorenzato e Manuel Zarpellon Durata: 76 min Genere: Documentario
L’opera è una dedica a chi quel 3 luglio 2022 perse la vita nella tragedia della Marmolada e a tutti coloro che si prodigarono per aiutare e recuperare sopravvissuti e non. Il documentario fonde interviste, materiale di repertorio inedito e riprese ad oggi, in un unico linguaggio narrativo capace di restituire l’impotenza dell’uomo di fronte alla forza della natura, coinvolgendo emotivamente lo spettatore e accendendo i riflettori sugli uomini e le donne che in quei giorni hanno lavorato instancabilmente. Le interviste a: autorità, soccorritori, guide alpine, testimoni oculari e sopravvissuti ci condurranno di ora in ora attraverso lo svolgimento degli eventi e la messa in moto della grande “macchina dei soccorsi” evidenziandone il forte impatto umano che ha avuto su chi era lì, magari con la consapevolezza di cercare tra i dispersi un amico o un collega. Un racconto che ci conduce a più riflessioni su come il cambiamento climatico stia velocemente trasformando il territorio e come di conseguenza debba cambiare l’approccio nei confronti della montagna stessa.
Nel mio sito la pubblicità, non esiste, se ne trovate una è solamente perchè la inserisco io, in maniera gratuita, non percepisco soldi dalla pubblicità che io decido di inserire nel mio sito ed è con profondo orgoglio che inserisco questo post di questi due ragazzi che portano avanti una tradizione, che secondo il mio modesto parere dev’essere messa in luce. Cailotto Luciano
Lavéc si trova a Lanzada, un piccolo paese tra le montagne della Valmalenco. Realizziamo a mano i Lavéc: le tradizionali pentole in pietra ollare, piastre e altri oggetti di qualità utilizzando tecniche artigianali tramandate da secoli, di generazione in generazione.
La pietra ollare viene scelta per la sua facilità nel lavorarla al tornio e per le sue straordinarie caratteristiche che la rendono il materiale ideale per produrre pentole completamente naturali.
Cos’é il Lavéc
Lavéc è una piccola realtà della Valmalenco e nasce dalla storia di una famiglia che per cinque generazioni ha tramandato il lavoro del laveggiaio. Lavéc nasce da me: sono Nicola, un artigiano, e ho deciso di riscoprire l’antico mestiere di mio padre e dei miei predecessori che stava andando dimenticato e ho deciso di far rivivere i Lavéc, di lavorare al tornio per dare forma alla pietra e trasformarla in pentole, piastre e oggetti. Lavéc nasce dalle persone che mi stanno accanto che mi hanno tramandato il lavoro, il sapere e i valori delle persone di montagna e che ogni giorno condividono con me questa incredibile avventura.
La nostra Terra
L’amore per la nostra terra, la Valmalenco, unisce me e Arianna. Cerchiamo di mettere in tutto ciò che facciamo la passione per le nostre tradizioni, il legame con il nostro territorio e la sua storia. La nostra volontà è quella di valorizzare il territorio dove viviamo e di non dimenticare l’eredità che ci hanno lasciato i nostri avi.
Amiamo le montagne intorno a noi e cerchiamo di viverle profondamente in tutte le stagioni, in ogni loro ambiente.
La storia
Nicola
Nella mia vita ho deciso di inseguire i sogni e le mie passioni, ho sempre cercato di fare ciò che mi fa stare bene e di lottare per tutto ciò in cui credo. Da piccolo con mio papà e mio fratello ho condiviso l’amore per le due ruote fino a quando sono riuscito a diventare ciclista professionista e a partecipare alle gare che guardavo sul divano con la mia famiglia. Piano, piano, accanto a questa passione è nato il desiderio di riscoprire il lavoro che faceva un tempo mio padre e i miei antenati; desiderio alimentato dall’amore per la mia terra, le tradizioni di un tempo e i racconti della nonna.
Nel 2019 nasce Lavéc: l’obiettivo è quello di non far dimenticare la tradizione dei Lavéc (le pentole in pietra ollare), di non perdere questa incredibile eredità dei nostri antenati e di creare prodotti fatti a mano e di qualità, frutto di un antichissimo lavoro artigianale.
I Nonni
Sono cinque le generazioni di Bagioli che hanno lavorato la pietra al tornio. Purtroppo ho conosciuto unicamente per pochi anni solo mio nonno e non l’ho mai visto lavorare al tornio, ma i nonni rivivono nella mia mente tramite i racconti della mia famiglia e fare il laveggiaio mi unisce profondamente a loro.
Roberto
É il mio papà, il mio maestro! È la persona che mi ha insegnato tutto e che mi ha tramandato questo mestiere e anche i valori della tradizione! Non ama le foto, non ama raccontarsi, ma quando è al tornio si sente il legame così forte che lo unisce con la storia, con le sue origini.
Arianna
È la mia metà precisa, ciò che mi completa e colei con cui condivido questo sogno. È mia moglie, la creatrice di questo sito web, colei che risponde alle vostre email e gestisce tutti gli ordini ed è in assoluto la miglior smussatrice di cubetti! Quando non è al lavoro è a casa a preparare i suoi amati risotti nel Lavéc!
La Pietra Ollare
Cottura sana e naturale
La cottura nella pietra ollare permette di cuocere i cibi senza che essi si attacchinino o brucino sul fondo, mantenendo inalterato il sapore le proprietà nutritive. La cottura nel Lavèc o sulle piastre è completamente naturale perchè i nostri prodotti vengono realizzati utilizzando unicamente la pietra ollare e il rame, senza l’aggiunta di nessun’altra sostanza.
Cottura uniforme
Le pentole in pietra ollare cuociono in modo uniforme a differenza di quelle in acciaio o alluminio: una volta riscaldato, il Lavec mantiene una temperatura costante e uniforme, senza che ci siano temperature più alte in corrispondenza della fiamma e più basse altrove. Anche le piastre cuociono carne, pesce e verdura in modo uniforme e naturale.
Roccia stabile
La pietra ollare è una roccia stabile, che non entra in contatto con il cibo: gli alimenti cucinati mantengono i sapori e le fragranze naturali. I cibi cucinati cuociono in modo migliore, senza essere intaccati da sapori esterni, a differenza di quello che succede con le pentole comuni. I nostri prodotti non vengono trattati con smalti, vernici o composti chimici: pentole e piastre provengono direttamente dalla natura.
Prodotti di qualità
Le pentole in pietra ollare sono prodotti di altissima qualità perchè vengono realizzate a mano dall’artigiano e perchè viene scelta una roccia con caratteristiche straordinarie. Ogni prodotto è unico perchè fatto a mano e perchè colorazioni e venature caratterizzano in modo diverso ogni pezzo lavorato. Inoltre le pentole in pietra ollare sono eterne, e i nostri clienti ci dicono che più le usano più migliorano le loro caratteristiche!
La Pietra Ollare in cucina
La cottura nella pietra ollare avviene in modo uniforme e con un calore costante nel tempo lungo tutta la superficie della pentola e della piastra: queste caratteristiche fanno in modo che Lavéc e Piastre cuociano in modo migliore gli alimenti.
I Lavéc possono essere utilizzati in cucina per cucinare tantissimi piatti: sono eccezionali per le cotture lunghe a fiamma moderata, come per zuppe, brasati, stracotti, minestre, sughi, selvaggina, lumache, ossibuchi, coniglio, pollo, cassoeula, trippa…Ma sono anche consigliati per i risotti perchè conferiscono un’incredibile cremosità ai piatti. Possono essere utilizzati anche in forno, per cuocere ad esempio il pane, la pizza, gli arrosti e tutti gli alimenti da cucinare nel forno. Sebbene il Lavéc sia una pentola di “montagna” può essere utilizzato anche per cucinare il pesce; alcuni suggerimenti sono le seppioline con pomodori e piselli, la rana pescatrice in umido, il guazzetto di pesce e molti altri piatti.
Le piastre invece sono indicate per la carne: fiorentina, costata, bistecche, filetti, tagliata; ma anche per le verdure, come melanzane e zucchine, oppure per il pesce: filetti di tonno, pesce spada, branzino, il salmone…
Il punto di forza che accumuna tutti i nostri prodotti è la cottura completamente naturale: cucinare su una piastra o in un Lavéc significa cucinare a stretto contatto con la pietra, lasciata completamente nuda! Una cottura 100% naturale mantiene il sapore genuino e autentico dei vostri alimenti, senza contaminarlo, ma esaltandolo!
Il naturalista svizzero Johann Jakob Scheuchzer scriveva: “In queste pentole di pietra i cibi cuociono più in fretta e meglio che in altre fatte in ottone, rame o altro metallo; inoltre i cibi mantengono la loro naturale fragranza e non vengono inquinati da sapori estranei.”
Termicità
Una delle principali caratteristiche delle pentole in pietra ollare è la sua capacità di distribuire il calore in modo uniforme e costante durante la cottura: questa sua peculiarità esalta il sapore naturale degli alimenti rendendoli particolarmente gustosi e saporiti.
Naturale
La cottura fatta con i Lavec è naturale al 100%: non vengono usati nè smalti nè vernici durante le varie fasi di produzione. Le pentole e le piastre in pietra ollare non rilasciano nessuna sostanza chimica che modifica sapori e intacca la qualità del cibo durante la cottura.
Qualità
Ogni pentola è unica perchè lavorata a mano dall’artigiano. Ogni pezzo ricavato dalla roccia ha una propria storia, una propria conformazione, una propria energia e colorazione. Impossibile ricavare due lavec identici: ogni singola pentola porta con sé una propria identità.
I rifugi sono fatti di persone, non si contano le stelle come negli alberghi, semplicità, amicizia, accoglienza sono pilastri ben radicati, le malghe sono quei luoghi dove la porta è sempre aperta, e l’accoglienza è ancora più grande, malga Davanti del Novegno, ha una nuova vita, sta a noi montanari farla rivivere nel tempo. Luciano
Il Progetto
Contribuisci anche tu a far rivivere malga Davanti!
VIVI DAVANTI è il nome del nostro progetto, l’obiettivo è riportare in vita un edificio montano fatto di pietre, storia e fatica, un luogo dimenticato, ma forse proprio per questo ancora puro e pregno di energie.
Stiamo parlando di malga Davanti, una malga situata sulla sommità del monte Novegno in territorio del comune di Schio (VI). Davanti è un manufatto in disuso da molti anni che, dai suoi 1560mt si staglia sulla pianura fino a scorgere, nelle giornate più limpide, la laguna di Venezia. La sua fantastica posizione domina la val Leogra e si affaccia poi la sera sul travolgente e romantico tramonto delle Piccole Dolomiti; è un momento magico quello, un attimo che parla di meraviglia e di emozione.
Il nostro desiderio è di dare nuova vita a questo luogo straordinario. Sogniamo di creare un ambiente che possa trasmettere alle persone tutte le emozioni che noi stessi viviamo quando siamo lì, sogniamo che diventi il rifugio delle esperienze da condividere, in cui promuovere le ricchezze del nostro territorio, l’arte e la cultura all’innovazione sostenibile, un luogo in cui gustare i prodotti gastronomici locali raccontandone la filiera produttiva, sociale ed etica.
La struttura, abbandonata da molti anni, necessita oggi di profonde migliorie per poter accogliere adeguatamente chi vorrà vivere questo spazio condividendo con noi le idee, il percorso e gli obiettivi; per questo viene lanciata una campagna di crowdfunding che servirà a coprire parte delle spese di startup (materiale edile, attrezzature per la cucina, interventi di mantenimento e miglioramento strutturale). Vorremmo anche dare un “cuore caldo” al nostro ambiente, un punto centrale dove poter raccontare storie davanti ad un caffè o ad una bottiglia di vino, forte e sincero come vuole essere questo progetto, come lo è chi deciderà di lasciare il proprio segno, il proprio aiuto; sarà un camino o una stube, ancora non lo sappiamo, ma siamo sicuri che nelle uggiose giornate autunnali saprà riscaldare non solo il corpo dei nostri amici, ma certamente anche la loro anima.
I nostri primi passi
Dopo oltre un anno di valutazioni, progettazioni, coinvolgimento di possibili partner pubblici e privati abbiamo deciso di sviluppare questo progetto costituendo una Società Benefit. Questa particolare forma societaria rappresenta un’evoluzione del concetto stesso di azienda integrando nel proprio oggetto sociale, oltre agli obiettivi di profitto, lo scopo di avere un impatto positivo sulla società e sulla biosfera.
Le nostre azioni, presenti e future, sono e saranno volte a sostenere quei produttori locali che promuovono un’economia più giusta e sostenibile, più etica e responsabile, che rispetta le persone e tutela l’ambiente. I prodotti venduti, somministrati ed esposti in malga Davanti provengono da imprese che hanno un impatto positivo sia sociale che ambientale. E’ nostra intenzione promuovere eventi e attività che hanno l’obiettivo di creare spunti per diffondere una cultura di rispetto per il territorio, ambiente, di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani ed è nostra missione quella di ricercare la collaborazione con organizzazioni no profit il cui scopo sia la diffusione e la promozione attiva di una sensibilità etica ed estetica in materia ambientale per incentivare comportamenti virtuosi di attenzione all’equilibrio della natura in cui viviamo.
Oltre alla definizione delle linee guida del nostro progetto i primi mesi di DAVANTI sono stati dedicati alla fatica fisica ed al sudore. Grazie al sostegno di amici e dell’ Ass. Allevatori Vicenza, abbiamo iniziato l’opera di sistemazione per cercare di rendere fruibile la malga. Sono stati ripuliti gli ambienti, demolendo le parti ammalorate, raschiando i muri, igienizzando e sistemando le pareti. Sono stati ripristinati gli impianti elettrici, rese funzionali le cisterne di raccolta dell’acqua e le tubature; sono stati creati due ambienti consoni all’assemblaggio e la rigenerazione dei cibi, arredandole con mobilio e strumentazione professionale. Il filo spinato che delimitava la parte esterna è stato tolto per lasciare spazio all’abbraccio di una staccionata in legno. Le persone che hanno avuto modo in questi mesi di salire in montagna e visitare la malga, si sono trovati a vivere un luogo in continua evoluzione, un rinnovamento forte e radicale che continuerà ancora per molto, ma è questo il nostro piacere, costruirlo passo passo e farlo assieme a voi.
Comunicato stampa CAI del Veneto , anche se le regole di chi sale in montagna sono sempre chiare , ma con l’avvento di nuovi pseudomontanari che pensano di andare in montagna come andare al mare in qualsiasi stagione , RIPETIAMO LE REGOLE PER L’ENNESIMA VOLTA , con l’intento di non mettere in pericolo le nostre vite , ma soprattutto quelle dei SOCCORRITORI , SUEM E SOCCORSO ALPINI