
Le montagne sono belle, ardue le salite degli escursionisti, la prudenza, la preparazione, la sicurezza…sono sempre parte integrante di questi ambienti fantasticamente ostili, che possono passare da esperienze meravigliose a trappole mortali, io non sono un’alpinista, io non sono un’arrampicatore, sono solo un piccolo montanaro che ha fatto quello che ha sempre potuto fare nel limite delle proprie forze, e capacità, cercando di mettere davanti a tutto la sicurezza.
Tante possono essere le critiche sugli alpinisti esperti che salgono lungo le pareti verticali, e purtroppo di morti c’è ne saranno ancora, anche gente considerata espertissima, perchè loro non sono certo seduti sul divano a scrivere, loro hanno fatto della montagna la loro vita, come Paolo Dani esperto e istruttore del soccorso alpino, nonchè caposquadra, quante vite ha salvato lo sapeva solo lui.
In montagna c’è sempre la tragica fatalità, l’ho provata sul mio piccolo quando una bufera di neve si è abbattuta sul monte Pasubio ed io stavo valicando la selletta damaggio, oppure quando scendendo dalla strada degli eroi in un traverso dovetti fermarmi per togliere le ciaspole e metterei ramponi, per poter fare in sicurezza 15 metri che io ho considerato pericolosi, oppure scendendo dal sentiero delle creste dell’incudine con la neve dove i traversi richiedono non solo esperienza ma concentrazione in ogni passo.
I nepalesi sono nati li, su quelle montagne che conoscono bene, e sono loro che trasportano, tutte le cose di molti alpinisti che salgono sopra gli 8000, non tutti certo, e conoscono anche la tragica fatalità, con Nimsdai ha riportato i nepalesi al loro posto sulle cime più alte del mondo, non era uno sprovveduto come gli incompetenti lo definivano perche visto con le scarpette da trekking a capanna margherità, ma la fatalità ha voluto che quelle 10 persone fossero li in quel momento preciso, e così sono state spazzate via dall’amore per la montagna e per la natura, e per la vita…
Ma chi era Nimsdai?
Purja, di origine Magar, è nato nel distretto di Myagdi e cresciuto come indù ; ha fatto parte della brigata Gurka, reparto d’élite della British Army . Purja ha tre fratelli molto più grandi, tutti soldati Gurkha. È sposato con Suchi Purja, figlia di un soldato Gurkha, e insieme vivono nell’Hampshire.
Dal 2012 decide di concentrarsi sull’alpinismo d’alta quota, scalando nel 2014 l’Annapurna I e il Dhaulagiri I, i suoi primi Ottomila; nel 2016 scala l’Everest. Nel 2018 lascia l’esercito, dedicandosi a tempo pieno all’alpinismo.
Project Possible 14/7
Il progetto prevedeva di scalare tutti i 14 ottomila in meno di 7 mesi, un’impresa considerata oltre i limiti del possibile dato che il primato precedente apparteneva al sudcoreano Kim Chang-Ho che aveva impiegato 7 anni, 10 mesi e 6 giorni.
La squadra da lui scelta per completare il progetto è composta dagli amici e sherpa Mingma David Sherpa, Gesman Tamang, Galjen Sherpa, Lakpa Dendi Sherpa e Halung Dorchi Sherpa; Mingma Sherpa, oltre a condividere il record di velocità con Nirmal Purja, diventa il più giovane, a 30 anni, ad aver scalato tutti gli Ottomila.
Il primo Ottomila èl’Annapurna I, salito il 23 aprile 2019 lungo la via normale per la parete nord.
Il 12 maggio, in condizioni davvero proibitive a causa del forte vento, alle ore 18:00 raggiunge la vetta del Dhaulagiri I senza far uso dell’ossigeno supplementare (unica squadra a salire la via normale in primavera). Alle 7 del mattino successivo la squadra rientra al campo base, spostandosi subito via elicottero alla base del Kangchenjunga, che scala il 15 maggio.
A fine maggio Purja è protagonista di un’impresa titanica: il 22 maggio scala la montagna più alta della terra, l’Everest: dopo un breve riposo di due ore a Colle Sud, raggiunge la vetta del Lhotse dopo sole 10 ore e 15 minuti dal raggiungimento della vetta più alta del pianeta. Tornato al campo base, parte per il Makalu, che scala il 24 maggio, 38 ore dopo l’arrivo in vetta al Lhotse: conquista così il record mondiale di salita di tre Ottomila in 3 giorni. Col Makalu Purja termina il programma dei sei Ottomila Nepalesi e si concede un riposo di circa un mese per affrontare gli Ottomila del Pakistan.
Il 3 luglio raggiunge la vetta del Nanga Parbat, il 15 luglio il Gasherbrum I e il 18 luglio il Gasherbrum II. La mattina del 24 luglio alle 7:50 ora locale, dopo aver guidato il suo team nel fissaggio delle corde lungo il Collo di Bottiglia e il traverso, raggiunge la vetta della seconda montagna più alta della terra, il K2. La scalata risulta molto impegnativa a causa del pericolo valanghe e della neve alta. Due giorni dopo è già in cima al vicino Broad Peak, completando il suo undicesimo Ottomila in soli 3 mesi.
Il 23 e il 27 settembre scala, rispettivamente, Cho Oyu e Manaslu.
Il completamento del progetto viene però messo in discussione nei giorni seguenti: il governo cinese, reputando che lo Shishapangma fosse diventato troppo pericoloso a seguito di una serie di incidenti mortali, decide di non rilasciare più permessi di scalata. Grazie all’aiuto del governo nepalese, tuttavia, Purja ottiene un permesso speciale di scalata: il 29 ottobre alle 8:58 locali, assieme a Mingma David Sherpa, Galen Sherpa, Gesmam Tamang raggiunge il suo ultimo Ottomila, completando il progetto nel tempo record di 6 mesi e 6 giorni.
Lo stile scelto da Purja per completare il suo progetto è stato oggetto di critiche da parte di alcuni alpinisti di fama internazionale per il ricorso ad elicotteri negli spostamenti tra i vari campi base e per l’uso dell’ossigeno supplementare oltre i 7500 m di quota. L’impresa compiuta, d’altro canto, risulta ardua e difficilmente ripetibile, per gli enormi sforzi fisici, economici e logistici sostenuti per completare il record di velocità.
Animato da un senso di sfida nei confronti dei critici, nel 2024 completa la scalata dei 14 ottomila in puro stile alpino, senza il supporto di ossigeno in soli due anni (4 mesi e 28 giorni)
Nel frattempo, Nirmal Purja era diventato “Nimsdai”. In nepalese, “dai” significa fratello maggiore. Un soprannome che racconta bene il personaggio pubblico costruito negli anni: carismatico, diretto, motivazionale, capace di trasformare le proprie imprese in un linguaggio accessibile a milioni di persone.
I soccorsi prima dei record
Nel racconto del Project Possible, i numeri hanno rischiato spesso di oscurare ciò che accadde tra una vetta e l’altra. Purja e i suoi compagni parteciparono a diverse operazioni di soccorso. Sull’Annapurna contribuirono al recupero dell’alpinista malese Wui Kin Chin, rimasto per giorni in condizioni disperate. Sul Kangchenjunga tentarono di aiutare alcuni scalatori in difficoltà durante la discesa.
Azioni che rallentarono il progetto e misero a rischio la stessa impresa, ma che dall’altra parte mostrarono come anche i progetti più mediatici conservano i valori dell’alpinismo. È un aspetto centrale per capire il personaggio. Purja ha costruito la propria immagine sull’idea che nulla sia impossibile, ma il suo alpinismo è sempre stato anche un lavoro collettivo, fondato sulla squadra. Dietro “Nimsdai” non c’è mai stato soltanto un uomo: ci sono stati alpinisti nepalesi, guide, portatori d’alta quota, addetti alla logistica e compagni di spedizione. E uno dei suoi meriti più evidenti è stato proprio quello di aver portato molti di quei nomi in primo piano.
Il K2 d’inverno
Il 16 gennaio 2021, dieci alpinisti nepalesi raggiunsero insieme la cima del K2, completando la prima salita invernale della seconda montagna più alta della Terra.
L’ultimo Ottomila ancora inviolato in inverno venne salito da una squadra interamente nepalese. Pochi metri sotto la vetta, il gruppo si fermò per ricompattarsi e gli alpinisti percorsero insieme l’ultimo tratto cantando l’inno nazionale. Di questi solo Nirmal Purja ha raggiunto la vetta senza utilizzare bombole di ossigeno.
Quella giornata andava oltre il risultato sportivo. Per decenni gli alpinisti nepalesi erano stati spesso raccontati come figure di supporto alle imprese occidentali: uomini indispensabili, ma raramente protagonisti della narrazione. Sul K2, invece, non c’erano clienti da accompagnare né spedizioni straniere da sostenere. C’era una squadra nepalese che raggiungeva uno degli ultimi grandi obiettivi dell’alpinismo himalayano. Era uno dei messaggi che Purja aveva cercato di trasmettere fin dall’inizio: gli alpinisti del Nepal non erano soltanto la forza lavoro dell’Himalaya. Erano tra i migliori scalatori al mondo.
Voglio lasciare anche un pensiero a Cristina Castagna che qui sul Broad Peak perse la vita, per un sogno, e per un amore infinito verso la montagna e la vita. Luciano










