COME SI RAGGIUNGE: I ruderi del grande forte corazzato sono raggiungibili attraverso la strada militare che dal Rio Soandre (m 897) si sviluppa a piani inclinati per una lunghezza di km 8,200 fino alla vetta (m 2114), dalla quale si può godere di uno spettacolare panorama, soprattutto sul Centro Cadore e sulla Val Ansiei.
Il dislivello in salita è importante 1217 m, con pendenze che vanno dal 12% al 18% di media, farlo solo se preparati e non nelle giornate di sole, se non con una grande riserva d’acqua
Cenni storici
Il forte fu costruito agli inizi del ‘900 dal Genio italiano sulla cima del monte Tudaio (m 2214) L’interesse strategico per la posizione risale al 1905, forte di Col Piccolo presso Vigo di Cadore, giudicato già allora troppo basso e vulnerabile, ma solo nel 1908 furono eseguiti studi particolareggiati per individuare il sito più adatto alla costruzione di un’opera “alta”, in grado di dar protezione ed ampliare gli obiettivi. fu il Capitano F. Pecco, C.te della 3a compagnia Minatori e Direttore dei lavori di Col Piccolo, ad imporre, l’idea di un forte sulla cima di M. Tudaio. La nuova opera avrebbe dovuto dare protezione al forte di Col Piccolo e togliere ad esso il peso di numerosi obiettivi lontani, agendo contro le provenienze dal Passo di M. Croce, da Misurina per la Val Ansiei e dal Passo della Mauria. Il problemaprincipale consisteva però nella via d’accesso, poiché il monte, sfruttato solo per la caccia, la fienagione e il pascolo di pecore e capre. Negli anni 1909 e 1910, sempre su progetto del Pecco, venne costruita dunque l’ardita strada che dalla Val Ciariè (m 897) risale ancor oggi, toccando le località di “Pian deLiberal” (m 1200), “Pian delle Mede” (m 1400), “La Busa” ( m 1551) e “Col Muto” (m 1996). Si tratta di una strada, della lunghezza complessiva di 8200 metri, sviluppata per tutto il percorso su grandiose falde di roccia e sostenuta per lunghi tratti da muri di scarpa, con una larghezza tra i 2,5 ed i 3 metri e con una pendenza media del 18%. Anche se la massicciata impiegò parecchi anni per rassodarsi, permise l’inizio dei lavori sulla cima già nel 1911 e il posizionamento di alcuni medi calibri per la difesa provvisoria. Tutto il forte ruotava intorno alla batteria in calcestruzzo, dalla classica forma di U rovesciata (m 37 x 15 circa), all’interno della quale vennero ricavati quattro pozzi cilindrici per cannoni da 149 AL 35, affiancati ad interasse di 8 metri con copertura robusta tipo A (Armstrong). Sul corridoio retrostante ai pozzi sfociavano sia l’elevatore a cremagliera che permetteva l’afflusso delle granate dai depositi sotterranei, sia le tre rampe d’accesso dal piano sottostante. L’impianto sostanzialmente era disposto infatti su tre piani: sotto i pozzi e le riservette della batteria erano posti i corridoi d’accesso, i depositi ed i laboratori, mentre più in basso ancora, nelle viscere della roccia, era stato ricavato il magazzino delle polveri (m 7 x 22), con accesso pure dal cortile sul rovescio. Quale supporto logistico venne costruita più ad est, in posizione defilata, una caserma di due piani (m 43 x 7), nella quale erano ricavati alloggi per la truppa, uffici, cucine e servizi igienici. La guarnigione, prevista in circa 300 uomini, poteva disporre di una grande vasca per la raccolta dell’acqua piovana, di efficienti sistemi di riscaldamento tramite caldaia, di un moderno osservatorio sul quale erano installati due potenti cannocchiali e di ben due teleferiche che assicuravano i rifornimenti: una più grande, della portata di circa 15 quintali, che partiva da Piane presso Laggio e s’appoggiava a Col de Poeca (m 1406), ed una più piccola, che saliva dalla Val Ciariè. Il complesso fortificatorio, che poteva contare su forno del pane, centralina elettrica, laboratorio del fabbro, stazione di Carabinieri, frantoio per le pietre, nonché locali vari per lo svago dei soldati e dei manovali, veniva difeso da un complesso sistema di difesa, impostato su una triplice cinta difensiva che, attraverso trincee, osservatori e postazioni, scendeva quasi fino a valle ed escludeva qualsiasi colpo di mano tentato dal nemico col favore delle tenebre o della nebbia. A quota leggermente più bassa, nella roccia del sottostante Col Muto, venne tra l’altro scavata a partire dal 1916 una lunga galleria, che si dirama in 4 bracci per servire altrettante postazioni di medio calibro in caverna rivolte verso Auronzo, il Passo del Zovo e Danta. Il forte costituiva uno dei caposaldi della Fortezza Cadore-Maè e, in virtù anche della sua alta quota, poteva disporre di un ampio raggio d’azione, di circa 14 chilometri, arrivando ad investire punti nevralgici, quali la zona di Calalzo, la Val Ansiei fino a Giralba, la strada di Montecroce fino al ponte sul Pissandolo, la strada per Sappada fino a Presenaio. La sua ultimazione però non rimase affidata al suo primo progettista, il Cap. Pecco, allontanato dal suo incarico in seguito a denuncia di un superiore per malversazione ed incapacità e solo dopo un estenuante processo del tutto scagionato e riabilitato.
All’inizio del I conflitto mondiale il forte era presidiato dalla 6a compagnia del 9° Reggimento di Artiglieria da Fortezza, con 2 ufficiali e 242 uomini di truppa, e poteva disporre di 4 cannoni da 149 A (per ognuno dei quali c’erano 800 colpi) e 4 mitragliatrici Gardner mod. 1886. Ben presto però, a seguito dell’assestarsi della linea di fronte al di forte in due fasi successive, il 18 e il 26 ottobre: i pezzi delle cupole e delle avancorazze furono scagliati verso i dirupi della Val Ciariè e della valle del Piave. Da allora e per parecchi anni il forte offrì in Oltrepiave occasione di lavoro e guadagno ad alcune famiglie di recuperanti, attivi soprattutto nel disinnesco delle granate e alla fusione del piombo. Del tutto estraneo agli interessi militari nel II conflitto mondiale, il Tudaio è divenuto una meta turistica ambita, sia per l’indubbia attrattiva costituita dai ruderi, almeno in parte visitabili, sia per il vasto panorama offerto, soprattutto in direzione nord e sud.
4 cannoni da 149A su cupole girevoli corazzate tipo Armstrong dello spessore di 140 mm (Il settore verticale di tiro era compreso tra -8° e +42°) 4 cannoni da 149G (previsti ma mai inviati) 4 mitragliatrici mod. 1886
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 7h00
Dislivello totale : 1100 m
Quota massima raggiunta : 2452 m
Cartografia : CAI mappa digitale Sentiero italia 1:25000
Come raggiungere
Si sale nella valle di Agordo superando il lago di Alleghe prima , poi Rocca Pietore, e continuare a salire fino a Piani di Salesei e poi verso Andraz, eventualmente anche a Pieve di Livinnalongo in centro e prendere la stradina che sale ad in Località Agai. Da li si imbocca il sentiero per il Col di Lana.
Descrizione
Dall’abitato di Andraz , piccola località dell’omonimo Castello, si imbocca il sentiero n°21, che nella prima parte non risulta più in uso e nemmeno segnalato che passa tra le reti paraneve, si sale a zig zag un po ad occhio fino a raggiungere il piccolo abitato di Agai , da li attraverso il sentiero teriol landin è proseguendo poi con il n°21 si sale verso il Cengei 2221 m, con il sentiero n°38 passando per il crinale si sale sulla cima attraverso il fianco destro del Col Di Lana 2452 m. Salita molto bella su un crinale in cui ci sono state numerosi combattimenti , mentre sulla cima si ammira il passo Falzarego, il Sass di stria , il Lagazuoi il forte Tre Sassi , sulla destra il pianoro del Passo Giau. si prosegue per l’ultimo tratto che ci porterà al bivacco Brigata Alpina Cadore e alla chiesetta, in una vastità di praterie e rocce molto simili all’alta via del granito del Lagorai , raggiunta la quota si prosegue a destra per il Dente Sief 2308 m ed lo Spitz delle Seleghe, si raggiungerà così il punto di scoppio delle mine, si riprende sulle creste raggiungendo prima il Monte Sief 2424 m e poi attraverso un breve saliscendi ed attraverso le trincee sul Passo Sief 2209 m dove ripiegheremo a sinistra dove incontrereno le rovine del fortino Khole. Si prosegue per un sentiero che attraversa in diagonale passando per due colline punti di riferimento della linea italiana ed austriaca . Si passa per i Ciadinei e poi Plan della Chicia e per poi rientrare attraverso parte di strada forestale fino all’abitato di Agai , da li si ripercorrerà il sentiero di salita a ritroso.
Col di Lana sacro colle
dall’orror delle tue zolle
pace al mondo grida ed implora
che mai guerra sia ognora
Cenni storici
Prima azione a Col di Lana si ebbe l’8 giugno 1915 quando le batterie italiane aprirono il fuoco da monte Padon e Col Toront per bombardare i forti La Corte e Tre Sassi e le posizioni della fanteria. L’attacco venne ripetuto una settimana dopo, includendo anche lo sbarramento di Livinallongo del Col di Lana, con risultati praticamente nulli, dato che l’azione fu svolta senza un chiaro piano strategico. L’attacco italiano, che secondo Fritz Weber, appena tre settimane prima avrebbe potuto facilmente travolgere le esigue difese austriache del settore, era ora possibile solo con un attento studio e con la costruzione di strade, il posizionamento di nuove batterie e l’impiego di ingenti masse di fanteria. Questi giorni di inoperosità consentirono agli austro-ungarici di fortificare due punti vitali per la loro difesa: il Costone di Salesei e il Costone di Agai, situati nel versante sud del loro schieramento, e dato che Sass de Stria proteggeva la parte orientale, per gli italiani l’unica soluzione era quella di un attacco frontale verso Col di Lana. Il 15 giugno, alcune pattuglie italiane dirette verso le posizioni nemiche, vengono facilmente individuate e neutralizzate, dando però simbolicamente il via ad una lunga serie di sanguinosi e inutili attacchi frontali verso le posizioni austro-ungariche]. In luglio gli italiani sferrarono ben dieci attacchi contro le pendici del Col di Lana e cinque contro la cresta del Sief, ma ora le posizioni nemiche erano state opportunamente rinforzate con gli esperti Jager bavaresi e prussiani, moderne batterie tedesche e ampie scorte di munizioni, così ogni attacco venne sistematicamente respinto. Situati in posizione sopraelevata e molto favorevole, protetti da un grave declivio, da reticolati e mitragliatrici, gli austro-ungarici falcidiarono sistematicamente gli assalitori fino al 20 luglio, quando il generale Rossi interruppe i tentativi contro il Col di Lana, giudicandoli temporaneamente senza possibilità di successo, almeno fino all’arrivo di cospicui rinforzi.
Le artiglierie italiane però non cessarono la loro opera di distruzione dei forti La Corte e Tre Sassi che, seppur praticamente sguarniti, attirarono su di loro per molto tempo l’accanimento degli artiglieri italiani. Ad inizio agosto forte Tre Sassi era praticamente un cumulo di macerie, e ciò spinse gli italiani ad accelerare i preparativi per un attacco verso il costone dei Salisei, la posizione più a ovest del sistema difensivo austriaco, tecnicamente protetta dal forte appena distrutto. Il 2 agosto partì quindi un violento attacco contro il costone respinto dagli Jäger, e ciò, unitamente alle sconfitte che gli italiani continuavano a subire nei loro attacchi verso la Val Pusteria, sembrò fa desistere definitivamente gli attaccanti, che con l’avvicinarsi dell’inverno preferirono rinforzarsi e concentrarsi sul fronte dell’Isonzo, dove le “spallate” di Cadorna assorbivano enormi risorse. Non si fermarono però piccoli attacchi al Costone di Salesei e al Costone di Agai, perché gli italiani speravano di conquistare, in vista di un attacco definitivo, i due punti d’appoggio e posizionarsi sotto la vetta, ma l’artiglieria nemica faceva sistematicamente strage degli attaccanti, per cui si preferì ritentare con un attacco frontale previsto per metà ottobre. L’attacco venne quindi sferrato il 21 ottobre, con gli italiani che poterono contare su forze dieci volte superiori e un enorme cannoneggiamento preparatorio. Trincea dopo trincea, al costo di grosse perdite, gli austriaci vennero sloggiati dalle loro posizioni e il 7 novembre i fanti della Brigata Calabria conquistarono finalmente la cima, che però ricadde in mano nemica lo stesso giorno grazie ai landesschutzen del capitano Kostantin Valentini, e gli italiani si attestarono appena sotto il cocuzzolo, ad appena 80 metri dalle trincee austriache. Questi ultimi avevano nel frattempo sostituito i tedeschi sui costoni con i temibili Kaiserjager e per tutto l’inverno scavarono un intricato sistema di gallerie e camminamenti coperti che proteggeva i soldati dall’artiglieria italiana. Il 1º gennaio gli austriaci diedero il via alla guerra di mine con un’esplosione sul Lagazuoi, e raccogliendo l’idea gli italiani a metà gennaio iniziarono i lavori per una galleria di mina da far brillare proprio sotto la cima. Il 17 aprile 5020 chilogrammi di esplosivo devastarono la cima del Col di Lana uccidendo all’istante 110 austriaci, mentre il resto della guarnigione, enormemente scosso, fu fatto prigioniero dai fanti della Calabria che partirono all’attacco immediatamente dopo lo scoppio. L’ulteriore avanzata verso il Sief fu bloccata dalle riserve austriache, e dopo enormi sacrifici la cima del Col di Lana fu finalmente conquistata dagli italiani, che ora iniziarono a concentrarsi verso la conquista di monte Sief.
La lotta era quindi tutt’altro che finita, e monte Sief continuava a svolgere la sua funzione di sbarramento verso l’Alta Badia. Iniziò quindi una strenua lotta su una cresta affilata e cruda, battuta dall’artiglieria e dalle mitragliatrici, spazzata di notte dai coni luminosi dei riflettori. Entrambi i contendenti si cimentarono nuovamente nello scavo di gallerie e caverne, fino ad avere due vere e proprie fortezze contrapposte; quella italiana sul Col di Lana a 2 462 metri e quella austriaca sulla stretta cima del Sief, circa 40 metri più in basso. Ciò contribuì a rendere inutili gli assalti della fanteria, e anche qui si procedette con lo scavo di gallerie di mina. L’iniziativa fu presa dagli austriaci, che a fine giugno 1916 iniziarono i lavori per una mina che avrebbe distrutto la guarnigione italiana sul Dente del Sief, da loro appena conquistato. Gli italiani si resero conto tardi di questa manovra e solo nel marzo 1917 iniziarono sommari lavori per una galleria di contromina, che però risultò troppo corta, e distrusse parte delle loro stesse linee. Si formò quindi un cratere che divideva i due schieramenti ma che non impedì agli austriaci di continuare i lavori, che terminarono il 27 ottobre, quando 45 000 chilogrammi di esplosivo dilaniarono la montagna creando un cratere di 80 metri e uccidendo 64 italiani. Quel giorno erano in fase avanzata anche i preparativi per una seconda mina ancora più grande, che avrebbe dovuto polverizzare l’intero Dente del Sief, ma di lì a poco gli italiani ripiegarono in massa sulla linea del Piave e del Monte Grappa, lasciando in mano austriaca il monte dove avevano combattuto con più accanimento che in ogni altra parte del fronte dolomitico, insieme ai corpi di migliaia di caduti
Dopo avere percorso la Vallarsa e raggiunto Rovereto si prosegue verso l’abitato di Ala, per poi raggiungere l’abitato Marco di Rovereto da lì lungo la strada principale in una laterale a sinistra partirà il nostro itinerario .
Descrizione
Questo sentiero il 116 parte da località Cumerlotti , un abitato poco lontano da Serravalle d’adige e sulla strada che porta ad Ala, il sentiero per una buona parte sale su stradina asfaltata che transita in mezzo ai preziosi vigneti , si parte sulla strada principale prendendo la direzione verso il Santuario di San Valentino, si attraversa una profonda gola , prima di raggiungere l’omonimo santuario , la strada prosegue costeggiando un terreno recintato e ben tenuto, fino a raggiungere la Colonia di Prabubolo situata alla fine della strada e dov’è presente un cancello, superata la colonia dov’è presente anche una chiesetta , si ricomincia a salire ma lo si fa in mezzo al bosco, incontrando durante la risalita alcuni cimiteri.
Cenni storici
“Termopili d’Italia” è un soprannome dato a diverse località e battaglie in Italia per la loro importanza strategica e la resistenza eroica contro un nemico numericamente superiore, richiamando la famosa battaglia delle Termopili greche
Passo Buole
Il passo buole divide la Vallarsa dalla Val Lagarina e sul crinale che dal Carega porta verso a Rovereto, il 4 giugno del 1915 i reparti del 6°rgt Alpini Vicenza e Verona raggiungevano da lì il monte Zugna completando cosi la conquista di tutta la dorsale , il 15 maggio del 1916 gli austriaci tentarono l’accerchiamento degli italiani estesa su tutte e tre le valli , la Vallarsaa attraverso il pian delle Fugazze , lungo la val Terragnolo per il passo della Borcola e da Folgaria sulla Val d’Astico con lo scopo di accerchiare l’esarcito italiano ed entrare nella pianura vicentina , era anche previsto una riconquista delle posizioni della dorsale Zugna-Carega per poter dare spazio ai movimenti delle truppe in Valle.
Il 19 maggio gli austroungarici occupavano il monte Spil , il Col Santo ed il Monte Testo , con l’obbiettivo di scendere in Vallarsa , gli italiani per evitare di essere accerchiati alle ore 14 del 19 maggio retrocessero dalla linea avanzata di Matassone e Pozzacchio alla più arretrata di Dietro in Gasta-Pasubio, nei tre giorni che impiegarono gli austroungarici per raggiungere di nuovo un contatto con gli italiani, gli stessi si trovarono il tempo di riorganizzare le truppe ma si trovavano con il lato destro scoperto e inserito per circa 8 km nelle linee nemiche , cosi il comendo italiano decise di frastagliare le forze che dal crinale dello Zugna porta verso in passo Jocole , la cima Levante, con lo scopo di impedire al nemico di salire la Vallarsa con rifornimenti , artiglierie ed uomini.
Santuario San Valentino
Su un dosso che domina la Vallagarina dalla chiusa di Serravalle fino al castello di Sabbionara sorge il santuario di San Valentino. La chiesa fu consacrata nel 1329, quando il culto del martire era già diffuso nella vallata. II colle era meta di frequenti pellegrinaggi, e la costruzione del santuario si protrasse, attraverso successivi ampliamenti, per tutto il Medioevo. Il culto e la devozione al santo risalgono a tempi remoti, e si rafforzano in particolare dopo la donazione delle reliquie nel 1645. In questa occasione ci fu una grandiosa processione, ripetuta anche duecento anni dopo, come nuovo solenne atto di devozione al santo che si riteneva avesse protetto la popolazione dall’ondata di colera che si era abbattuta sulla zona. Oggi, la prima domenica di settembre si ripetono solenni celebrazioni religiose. La profonda venerazione popolare per San Valentino è testimoniata anche dagli innumerevoli “ex-voto” appesi lungo la parete della navata sinistra. Molti di questi raffigurano episodi drammatici di vita quotidiana come incidenti, malattie, catastrofi naturali, in cui i fedeli riconoscono l’intervento salvifico del santo. Ci sono varie discussioni su quale martire sia il San Valentino venerato dalla popolazione alense. Vi sono infatti testimonianze sia di un vescovo di Terni che di un sacerdote romano, entrambi del III secolo dopo Cristo, celebrati il 14 febbraio e la cui storia di martirio coincide. Si tratta di due persone diverse o è il medesimo martire? Dalle fonti storiche Valentino risulterebbe essere stato un cittadino romano nato all’inizio del III secolo. Durante le persecuzioni del breve impero di Claudio II, Valentino fu catturato, e, dopo un lungo processo, giustiziato lungo la via Flaminia il 14 febbraio dell’anno 269. Subito dopo la sua morte si svilupparono il culto e la devozione da parte della comunità cristiana. Il Santuario ebbe il ruolo di ospedale militare durante la prima guerra mondiale e dal 1925 una delegazione alense cercò di realizzare l’Ossario ai caduti di Passo Buole all’interno di una navata della chiesa, progetto che non venne recepito. Successivamente venne utilizzata come magazzino e deposito di munizioni durante gli anni della seconda guerra mondiale. Durante questi conflitti la struttura fu molto danneggiata e deve il suo attuale aspetto al restauro promosso nel 1982 da un gruppo di volontari, che sistemarono anche la casa di preghiera annessa all’edificio religioso. La più antica via d’accesso al santuario, la strada della “via crucis”, sale dalla frazione Marani per una breve serie di tornanti che si inoltrano nel bosco. Caratteristici sono i capitelli, di recente restaurati, e la vegetazione, tra cui spiccano alcune querce secolari.
Dopo avere percorso la Vallarsa e raggiunto Rovereto si prosegue verso l’abitato di Ala, per poi raggiungere l’abitato Marco di Rovereto da li lungo la strada principale in una laterale a sinistra partirà il nostro itinerario .
Descrizione
Il 115 non è certo una passeggiata nella sua ardua lunghezza, e dislivello , permette però di salire dalla località Marco frazione di Rovereto fino alla Pala del cherle, entrando poi nel 108 che si permetterà di raggiungere il Rifugio Mario Fraccaroli, passando per il Rifugio Zugna 1617 m , Monte Zugna 1864 m., Coni Zugna 1772 m. , Monte Selvata 1708 m., Passo Buole 1465 m., Malga Val di Gatto e poi Le Pale del Cherle 1860 m. Percorso molto bello e di grande impatto per la grande guerra del 1915-1918, presenta un primo tratto di carrareccia forestale , per poi entrare nel bosco e proseguire su una mulattiera dove sono presenti muretti a secco per poi passare da pezzi su roccia e lastroni, , presenta ampi tratti boschivi fino a raggiungere la Pozza dei Foi 1083 m. , dove una vista mozzafiato della Val D’Adige,si incrocia poi il sentiero delle trincee, dopo aver percorso alcuni metri si raggiunge il Cimitero Italiano del Redentore. La mulattiera prosegue divenendo più ripida e severa, raggiungendo così la Val degli Eghei 1450 m. Fino ad uscire dal bosco ai Baiti del Robol 1516 m , e poco dopo raggiungeremo il Rifugio Monte Zugna 1616 m. raggiungibile anche attraverso la carrareccia da Albaredo in Vallarsa. Si prosegue poi dal rifugio per salire sulla cima del Zugna, dove una mulattiera porterà su quella che resta della caserma austroungarica costruita molto prima della guerra, fu usata dagli stessi come ospedale da campo poi conquistata dagli italiani a maggio del 1915, la grandezza di questo luogo e la sua posizione strategica la dice lunga situata poco sotta la cima del Zugna 1864 m. Proseguendo poi per il crinale si supera il coni Zugna il monte Selvata e alcuni cimiteri per poi raggiungere il Passo buole e la chiesetta votiva 1456, da qui sulla sinistra si noterà il salire del sentiero 117 da riva di Vallarsa, mentre dalla parte opposta ovvero nella valle opposta alla Vallarsa, sale il 116 dai Cumerlotti, piccola frazione sotto Seravalle d’adige, passando per il Santuario San Valentino, si prosegue il nostro itinerario mantenendosi in quota si passa appena sotto a cima Mezzana e al Monte Jocole raggiungendo dapprima la malga Val di Gatto 1497 m. e poi uscendo dalla carrabile si imbocca l’omonima Val di Gatto, iniziando a salire su questa valle si incrocia il 114B che porta attraverso un sentiero di raccordo a Cima Levante, mentre il nostro 115 transita in basso nella valle fino araggiungere il bivio dove sale il 145 a quota 1952 m. proveniente da Ometto tenendo la destra si raggira la testata della valle fino a raggiungere una piccola forcella che ci per metterà di arrivare ad un bivio del 114B che porta sulla Cima levante a destra mentre proseguendo arrivare al bivio della Pala del Cherle dove arriveranno dai Ronchi il sentiero 108.
Ritorno
Il ritorno può essere fatto dallo stesso, che diviene già di un certo impegno, mentre si potrebbe scendere anche dal 116 che passando la località Prabubolo e sulla chiesa di San Valentino fino a raggiungerà la località Cumerlotti dove attraverso la line autobus oppure per strade secondarie si rientrerà all’auto presso la località Marco di Rovereto.
I lavini di Marco Rovereto
Centinaia di orme di dinosauri carnivori ed erbivori di forme e dimensioni differenti sono impresse lungo un ripido colatoio di circa duecento metri presso i Lavini di Marco, alle pendici del monte Zugna, a Sud di Rovereto. Gli affioramenti rocciosi sono riferibili all’inizio del Giurassico, circa 200 milioni di anni fa, e rappresentano quello che rimane, allo stato fossile, di una grande piana carbonatica di marea per molti versi paragonabile alle attuali coste del Golfo Persico. Si tratta di sei livelli stratigrafici compresi in un pacchetto di strati potente poco più di cinque metri. Proprio per il loro grande significato scientifico e per il rischio di deperimento cui sono soggette tutte le piste dei Lavini di Marco, il Museo Civico di Rovereto ha provveduto all’esecuzione dei calchi e del modello digitale del terreno interessato dalle orme. L’acronimo Rolm indica la località in cui si trovano le piste (Rovereto, Lavini di Marco) ed è riportato su targhette in acciaio poste a fianco delle serie di impronte catalogate.
LA RUINA DI DANTE ALIGHIERI
Qual è quella ruina che nel fianco di qua da Trento l’Adice percosse, o per tremoto o per sostegno manco che da cima del monte, onde si mosse, al piano è sì la roccia discoscesa, ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse: cotal di quel burrato era la scesa… (Inferno, XII, 4-10)
Cenni Storici
Il Monte Zugna rientra nella linea fortificata costruita ai confini con il regno d’Italia. Sarebbe dovuto sorgere un forte che non fu mai costruito vennero costruite le caserme, la palazzina degli ufficiali, l’impluvio per la raccolta dell’acqua piovana, i filtri per la sua depurazione e delle vasche di deposito. Poi le attività furono sospese con l’inizio della guerra, sarebbe stata prevista una casamatta in cima raggiungibile da una galleria, con 4 cupole corazzate e con cannoni da 150 mm. Tra il 29 e il 30 maggio di quell’anno, infatti, alcune compagnie di alpini dei battaglioni Vicenza e Parma occupavano la cima, catturando circa un centinaio di nemici e facendo del pianoro e delle sue infrastrutture una base logistica. Con l’avvio dell’offensiva di primavera del 1916, lanciata dal capo di Stato maggiore dell’Imperial-regio esercito Conrad von Hötzendorf, anche lo Zugna, vista la sua importanza strategica, diveniva oggetto del contendere.
Gli italiani costruirono un caposaldo: una trincea, che arrivava alla Val Cipriana, veniva scavata a protezione della cima, difesa da nove fasce di reticolato profonde cinque metri ciascuna e disseminata di nidi di mitragliatrice. A presidio del caposaldo, schierava un battaglione di fanti dotato di una batteria di cannoni da montagna da 65 mm, due batterie di cannoni da campagna di 75 mm, due cannoni da 105 mm puntati sul Pasubio. Un grosso riflettore, installato sulla cima, illuminava le valli sottostanti.
Utilizzata dagli italiani come osservatorio per dirigere i tiri delle artiglierie. Nel ’17, inoltre, a pochi passi dalla sommità venne piazzato un cannone antiaereo da 57 mm. Per salirci si prosegue per circa 10 minuti prendendo il sentiero di sinistra fino alla croce, da lì si potrà ammirare un panorama incredibile dal Pasubio al Pian delle Fugazze, dalle Piccole Dolomiti al Carega e ai Lessini, dal Baldo al Brenta. Siccome era oggetto di tiro dell’artiglieria nemica fu dotato di un sistema di gallerie, con ricoveri e magazzini che dalla cima raggiungevano il sentiero verso Passo Buole. Per i rifornimenti, nondimeno, già dal giugno 1915 vennero avviati i lavori per la costruzione di una strada che da Marani di Ala saliva a Passo Buole e cima Selvata , e a dicembre di una teleferica che da Santa Margherita, per oltre 3000 metri di lunghezza, copriva un dislivello di 1500 metri con una portata di due quintali e mezzo al carrello. Numerosi baraccamenti in legno vennero inoltre costruiti sul pianoro, ampliando le infrastrutture già presenti e costruite dagli austriaci.
Attaccato nella primavera fra il 22 e il 29 maggio del 1916., lo Zugna venne come detto difeso strenuamente dagli italiani. L’attacco austro-ungarico sbatté contro il “Trincerone”, a quota 1419 metri, e per questo i comandi decisero d’aggirare l’ostacolo, attaccando i nemici alle spalle così da tagliare i rifornimenti e neutralizzare le artiglierie che dallo Zugna bloccavano la Vallarsa. L’assalto a Passo Buole, caratterizzato da sette giorni di incessanti bombardamenti, si inserisce in questo contesto. Caverne e postazioni d’artiglieria si susseguono, così come i cimiteri. Sono diversi infatti i piccoli camposanti, a partire da quello di Santa Maddalena, costruiti fra lo Zugna e Passo Buole, a testimonianza di una mortalità particolarmente alta. Croci, cappelle, targhe e monumenti si susseguono sul percorso fino a raggiungere il Passo buole conosciuto anche come le termopili d’Italia. Qui, le truppe italiane, sotto il comando del colonnello Nicola Gualtieri, vennero attaccate dagli imperiali provenienti dalla Vallarsa, respinti nonostante la mancanza di profondità delle linee italiane. Dopo aver fallito l’attacco su Passo Buole, gli austro-ungarici puntarono a quel punto all’arco di cima Selvata e cima Mezzana, scontrandosi questa volta con la resistenza delle Brigate Taro e Sicilia. Anche in questo caso, nonostante l’inferiorità numerica, i soldati italiani riuscirono a resistere. La caparbia resistenza permise così di salvare la posizione dello Zugna, impedendo la penetrazione nemica in Veneto. Dopo la battaglia, tutto il settore fu al centro di alacri lavori di difesa.
Perchè termopili D’Italia
In entrambi i casi, l’utilizzo di “Termopili d’Italia” sottolinea un concetto di resistenza e sacrificio, spesso associato alla battaglia storica delle Termopili.
La gola che separava Serse dalla Grecia era chiamata Termopili, “le porte calde”, a causa delle sorgenti calde che si trovavano nelle vicinanze. Secondo il mito il leggendario Eracle morì proprio in quel luogo, che era considerato la porta d’ingresso per la Grecia
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°101 Pale di San Martino 1:25000
Come arrivare
Si sale attraverso la valle di Vanoi fino ad arrivare a San Martino di Castrozza , superato l’abitato si imbocca la strada che porta al Passo Rolle e si raggiunge la stazione di partenza della funivia di Colverde.
Descrizione
Anche se il sentiero non è segnalato come difficile io, un occhio di riguardo nel percorrerlo lo avrei, il sentiero parte dapprima su una piccola carrabile che porta ad imboccare al bivio il sentiero n.725 del Cacciatore volendo seguire una traccia segnalata nelle cartine ufficiali poi raggiunto il bivio si andrebbe ad imboccare il n.701, risulta più conveniente salire dalle stazione di partenza della funivia Colverde . Il dislivello è importante e presenta alcuni tratti attrezzati con corda anche se non necessitano l’uso di imbrago. Dalla partenza della funivia del Colverde si imbocca il sentiero 701, che presenterà un primo tratto prativo sulle piste da sci che con poca pendenza porterà fino alla stazione di arrivo di Colverde, raggiunta la funivia di scambio che porterebbe a pochi metri da Cima Rosetta, il sentiero comincia a salire più ripido tra mughi e larici, per alcuni tornanti, fino ad arrivare sotto le creste della cima Corona e fino a raggiungere il bivio con la ferrata Bolver-Lugli. I suoi imponenti zig-zag su un terreno molto detritico e ghiaioso ti portano in mezzo alle rocce di un colore unico, il sentiero si inerpica severo su ripidi pendii con numerosi parti attrezzate da cordini , ed alcuni veri e propri corrimano passando poi vicino ad un traliccio della funivia, il sentiero si fa ripido e bisogna prestare molta attenzione, fino a raggiungere l’ultimo tratto in cui la pendenza molla un pò è lascia lo spazio al pianoro dove in mezzo si potrà ammirare il rifugio Rosetta Pedrotti immerso in un scenario unico che ti entra dentro e ti scatena infinite ed incredibili emozioni. Lo scenario delle Pale di San Martino è qualcosa di una bellezza unica ed ineguagliabile. La salita anche se severa e difficile porta in un luogo indefinibile sotto il profilo panoramico e della maestosità delle sue creste e cime che intorno al rifugio Rosetta , al ghiacciaio della Fradusta si spazia in un scenario lunare
Ritorno
Il ritorno per chi non volesse scendere dallo stesso può essere fatto dal 702 che passa per il passo Val de Roda e scende attraverso un folle zig-zag fino alla funivia di partenza per il Col verde, in alternativa per chi dovesse essere in difficoltà potrà discendere in Funivia
Ricordo inoltre che questo sentiero viene usato anche per il Rosetta Vertical Trail Run per informazioni : info@rosettaverticale.it
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 2h30
Dislivello totale : 865 m – 925 m fino alla Cima Levante
Quota massima raggiunta : 1950 m – Cima Levante 2020 m
Cartografia : CAI Pasubio – Carega 1:25000
Come Raggiungere
Per imboccare questo sentiero molto bello , quasi tutto boschivo che porta in una zona di guerra molto importante di Passo Buole , si deve scendere la Vallarsa verso Rovereto appena superato l ‘abitato di Anghebeni si prende per Sant’Anna e si sale sull’altra parte della valle , poi si procede a sinistra verso Riva di Vallarsa , si sale ancora fino a raggiungere l’abitato di Ometto dove la strada finisce con la galleria .
Descrizione
Il sentiero della Val Granda è molto impegnativo si sale in maniera abbastanza brusca dapprima una parte boschiva offrendo uno scenario verso la diga degli Speccheri e il Pasubio da un’angolazione diversa , poi si entra nel canalino detritico abbastanza facile, mentre poi uscendo dalla strettoia , si inerpica nel tratto più ripido , visto anche il dislivello, di una certa entità, si passa un tratto poco pendente, ma poi si ricomincia a con una severa pendenza che raggiungerà poi il passaggio del sentiero 146 del trincerone che porta al Passo Jocole altro percorso molto bello ed unico su quelle crestina traccia della storia . Si raggiunge così il crinale sommitale si possono ammirare scenari verso la Lessinia , il Monte Baldo e soprattutto il Vallon dei Cavai ed il Carega , nella sua parte più selvaggia e poco praticata , perchè molto lunga ed impegnativa. Consiglio una visita anche a cima Levante 2020 m, a circa 40 minuti passando per le mulattiere ancora visibili della grande guerra.
Ritorno
Il ritorno può essere fatto raggiungendo prima il passo Jocole, attraverso il 146 sentiero delle trincee e poi attraverso il 146 ridiscendere a valle.
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°103 Val di Zoldo – Pelmo – Civetta 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver raggiunto il centro di Zoldo , si lascia l’auto e si prosegue verso la sinistra della valle , prendendo il 531 dalla Località Baron . Se non si trova posto in centro a poche centinaia di metri c’è il Palazzetto con un ampio posteggio. Oppure lasciare l’auto presso il Campeggio Le Bocolè situato prima della galleria che porta poi a Forno di Zoldo , vicino al locale L’Insonnia .
Descrizione
Percorso non tanto tecnico , ma che richiede un impegno fisico che non è certo uno scherzo , alcuni tratti sono molto ripidi ed altri esposti , ma ciò che si porta a casa da questo itinerario che fa parte dell’anello Zoldano è veramente qualcosa di incredibile ed unico , come del resto sono le emozioni che regala la val Zoldana , il sentiero 531 porta fino al rifugio Sommariva Prampèret 1857 m , ma noi devieremo imboccando poi il 532 , si sale dapprima in un boschetto molto bello mentre a nord si osserva la fantastica Val Zoldana e il torrente Maè , mentre superando una piccola cascatina la salita si fà più severa e ripida , in pochi minuti si salgono 100 metri di dislivello raggiungendo un primo bivio Ru della Doà 910 m , e la variante che arriva dalla Località Baron , raggiungendo una panchina in una parte abbastanza esposta e sotto la visione del Caregon ovvero del Monte Pelmo , lo scenario e mozzafiato si supererà una passerella in legno e si rientra poi in un tratto boschivo fino alla Casera Col Marsanch 1290 m, si prosegue a salire circa altri 20 minuti fino a raggiungere il bivio con il 532 , che una volta raggiunto avremo più chiara la notevole distanza che ci vuole per raggiungere sia una che l’altra meta , sul 531 ci vogliono 4h30 per arrivare al Rifugio Sommariva Pramperèt 1857 m, e ancora ben 3h30 per il Rifugio Angelini attraverso il 532 , imbocchiamo il nostro sentiero , sale un pò tranquillo per qualche tratto , ma appena usciti dal boschetto ci farà vedere la forcella che dovremmo raggiungere su uno stretto vallone che porterà a breve a quota 1870 circa , per poi affrontare un tratto pianeggiante tra i mughi e portarci in una posizione in cui la vista dei ghiaioni che scendono al fondovalle è quasi impressionante (completato il giro potremmo vedere dal fondo dove siamo passati ) ,passeremo sotto la Forcella di Col Pelos , fino a raggiungere la quota 1900 , dove incroceremo il bivio per la via 533 che attraversa lo Spiz di mezzo , lo Spiz Nord , lo Spiz Nord Ovest e lo Spiz Nord Est , rientrando poi nel 532 , ma il nostro percorso ricomincia a salire tutto sassoso e passa per il belvedere di Mezzodì a quota 1964 m , ancora pochi metri un parte attrezzati anche se non difficoltosi , ma in ogni caso evitabili passando per un altra variante del Belvedere che porterà sempre Sora l’sass de Mezzodì , mentre il tratto attrezzato passerà prima sul Giaron dantre Spiz 1800 m , scenderemo poi in circa 20 minuti raggiungendo così il Fantastico Rifugio Sora l’Sass a 1588 m , un luogo fiabesco ed incredibile .
Ritorno
Il ritorno può essere fatto sia dal sentiero 534 che scende direttamente a Forni di Zoldo in località Baron , oppure per chi ha più tempo e le gambe lo permettono sempre dal 534 però imboccando il sentiero che sale verso il tratto attrezzato che porterà al Pian De La Fopa a 1100 m e discenderemo poi nella valle Prampèrt fino a Forno di Zoldo.
Itinerario :Forno di zoldo-Rifugio Sora l’Sass-Rifugio Pramperet-Passo Duran
Tipo di terreno : sentiero e mulattiera, sterrato circa 34 Km
Tempo di percorrenza del sentiero : 11h00
Sentieri usati : 534 – 523 – 543 – 536 – 524
Dislivello totale : 2004 m
Quota massima raggiunta : 1996 m
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°103 Val di Zoldo – Pelmo – Civetta 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver raggiunto il centro di Zoldo , si lascia l’auto e si prosegue verso la sinistra della valle. Se non si trova posto in centro a poche centinaia di metri c’è il Palazzetto con un ampio posteggio.
Descrizione
Questo percorso non presenta difficoltà tecniche , se non nella parte attrezzata che scende dal Rifugio Angelini Sora l’Sass e per la sua lunghezza , dal centro del paese sulla sinistra verso località Baron , si imbocca il 534 per il Rifugio Sora l’Sass , molto bello che sale su un bosco quasi incantato e poco ripido , si raggiunge poi il tratto prativo di Casera de Mezzodì 1349 m , si rientra nel bosco e si sale fino a raggiungere un tratto più ripido e entrare su quel pianoro dove alla fine del boschetto si incontrerà il Rifugio Angelini Sora l’Sass 1588 m , poi proseguendo per il 534 si passa sotto le creste dello Spiz Nord-Ovest e lo Spiz Nord-Est , ed entrare nella parte più difficile del nostro percorso una discesa su un canale fluviale stretto di alcune centinaia di metri , con corda in acciaio , anche se rimane un sentiero che scende a zig zag , qui bisogna prestare molta attenzione , si scende così nel vallone della Val Prampèrt , sul Pian della Fopa, a circa 1100 m , si attraversa il torrente e lo si risale attraverso il segnavia 523 fino a raggiungere la Malga Prampèrt 1540 m passando per dei pascoli molto belli e con alcune sculture in legno del Pian dei Palui , superata la malga e tenendosi sul sentiero 523 si raggiunge il Pian della Vedova e poi il Rifugio Sommariva Pramperèt 1857 m sotto la cima del Monte Pramper , da li si proseguirà con il sentiero 543 che sale dapprima a Forcella del Moschesin 1940 m , dove è presente una piccola caserma del periodo 1915-18 per poi proseguire sotto il gruppo del Tamer passando per malga Moschesin e poi salire attraverso i ghiaioni fino a Forcella Dagarei 1620 m , e scendere fino alla strada che porterà al Rifugio Tomè e al San Sebastiano del Passo Duran , da li si prenderà il 536 fino a raggiungere il bivio con il Bivacco Angelini , poco sotto la forcella de la Càure si scenderà per la Val Barance fino a raggiungere il laghetto Al Vach poi si imboccherà il 524 fino a Casera del Pian entrando così su una stradina sterrata , passando la Val De la Malisia e poi il Campeggio dei Padri Giuseppini di Montecchio Maggiore, raggiungerà poi a breve la località Pralongo , e scendendo un pò più in basso Forno di Zoldo .
Definire il sentiero Ivano Di Bona , attrezzato o ferrata è un eufemismo , difficoltà alpinistiche di questo sentiero vanno oltre la semplice via attrezzata , vero che i pezzi attrezzati non sono un gran ché difficoltosi , ma la lunghezza e l’avvicinamento a questa via va ben oltre sempre se la si vuole completare un tutta la sua lunghezza…ma in questo ambiente severo è nel silenzio più assoluto , pregno di storia e di fatti bellici che il montanaro trova il suo ambiente naturale , e percorrere l’itinerario in tutta la sua lunghezza diventa qualcosa di ardito , più di 20 km 1600 metri di dislivello sulle tracce della storia… per non dimenticare e per far sapere… Luciano
Si sale fino al Passo Tre Croci situato sopra a Cortina D’Ampezzo (attenzione se si parte dal Passo bisogna tener conto di più di un ora per raggiungere il rifugio ) si raggiunge il rifugio Son Forca a 2235 m , si può usare anche la seggiovia di Rio Gere , purtroppo il punto migliore per partire con questo itinerario sarebbe il Rifugio o Bivacco Lorenzi 2932 m raggiungibile con l’impianto però dismesso e quindi non più utilizzabile , il consiglio è quello di dormire al son Forca .
Descrizione
Dopo aver dormito al Rifugio Son Forca 2235 m, si prende il canalone che sale sulla forcella Son Stounies , ascesa difficile su terreno detritico dove non è più possibile usare la seggiovia dismessa da tempo che ti farebbe guadagnare la quota di partenza più agevolmente, anche il rifugio Lorenzi è dismesso , rimane solo un bivacco di emergenza , raggiunto il rifugio sulla forcella a destra inizia la ferrata Bianchi che porta sul Cristallo di Mezzo a 3154 m ( se si vuole percorrere anche questa insieme all’altra bisognerà aggiungerci circa 2h rendendo ancora più difficoltoso l’itinerario ) , si prosegue a sinistra raggirando la stazione di controllo dell’ex-seggiovia salendo su scale in ferro che danno l’accesso ad un scala dritta che ti porterà sulle prime cengie esposte e poi attraverso una galleria uscire su alcuni passaggi con corda in acciaio incontrando le prime postazioni di ricovero e baracche , fino a raggiungere poi la famosa passerella che ti permetterà di superare un grosso avvallamento ( che è stata fatta saltare nel famoso film di Cliffhanger ) seguita subito da una ritta scala , qui raggiunta la cresta si potranno ammirare scenari incredibili , ora il sentiero prosegue con corda in acciaio proprio sulla cresta , con difficoltà quasi irrisorie , fino a raggiungere prima il bivio con il Cristallino di Mezzo 3008 m , per poi proseguire verso la cresta Bianca 2932 m , da li si scende passando per alcuni ricoveri a forcella Granda , dove troveremo prima postazioni di osservazione e tiro , poi alcune baracche di Ricovero , si scenderà poi ancora mantenendo la creste a sinistra raggiungendo il Bivacco Buffa Da Perero sulla forcella Padeon a 2700 m , dedicato al Col. Carlo Buffa da Perero al comando del Battaglione Cadore il 7°Alpini , bivacco ricostruito nel 1972 ad opera della Compagnia Genio pionieri Cadore ( la mia compagnia quando ho fatto il militare nel 1986 ) ristrutturato dopo il crollo dagli alpini del 6°reggimento al comando del Col. Italo Spini , ammirando lo scenario lunare del Graon del Forame . Si prosegue risalendo raggirando il fianco e proseguire verso la Cima Padeon 2862 m , per poi proseguire sotto la cresta nel versante di Cortina verso il Vecio del Forame , si continua trasversalmente fino ad una forcella situata sopra il Forame de Inze , da lì si scende di quota notevolmente fino su ghiaione detritico fino ad incontrare il bivio che divide in due la via per chi a corto di forze e di tempo volesse rientrare fino al rifugio Son Forca 2235 m, e poi ridiscendere al Passo Tre Croci 1803 m. Mentre per chi volesse continuare si prosegue sulla destra raggirando il crinale roccioso e riprendendo poi quota verso il Monte Zurlon dove incontreremo ancora altre numerose postazioni e Baracche con ancora i muri esterni in buone condizioni , si continua per le ultime fortificazioni sopra il Forame de Inze , fino a raggiungere il punto di discesa verso il rifugio Ospitale , passando per il Col dei Stombe e raggiungendo in fondo la ciclabile ovvero il Sentiero n° 203 della Val padeon che ci porterà a salire gradualmente fino al lago artificiale (che alimenta i cannoni della pista da sci ) ed infine al passo son Forcia 2109 m , dove da li attraverso il sentiero rientreremo al Passo Tre Croci dove avevamo lasciato l’auto il giorno prima , questa escursione è completa , farla in un giorno senza il rifugio Lorenzi od il Rifugio Son Forca e come descritto qui senza l’ausilio della seggiovia ( che ti fa risparmiare forze , ma sicuramente non ti permette la partenza all’alba ) in questi casi l’itinerario risulta molto impegnativo , anche facendone metà .
Cenni storici
Scrivere qualcosa sul gruppo del Cristallo potrebbe apparire cosa semplice , guardandolo da sotto , ma sono tanti gli episodi che hanno infiammato questo monte .
Alle 23 del 19 ottobre del 1915 le due compagnie di alpini con il maggiore buffa da Perero in testa varcano da forcelle grande e raggiungono sui ghiacciai un plotone di sciatori che le ha preceduti di poco. Gli alpini hanno raggiunto la cresta di Costabella e procedono in fila indiana lungo la sottile cresta il primo è alpino scorge d’improvviso davanti attraverso uno squarcio della nebbia una cinquantina di metri a distanza un’austriaco di vedetta, il primo sparo gli alpini prendono immediatamente posizione sulla cresta formandosi un parapetto con la neve e il combattimento comincia e artiglieri di forcella grande vendono finalmente i bersagli e possono entrare in azione ma gli austriaci sono fortemente trincerati e fortemente appoggiati dall’artiglieria , gli alpini sulla cresta invece sono scoperte in posizione tale da non potersi spostare e da non poter eseguire alcun tiro efficace sul nemico, sparano con i fucili e con le mitragliatrici sul circo dove l’altra compagnia compagnia ha superato i reticolato tagliati nella notte dal plotone di sciatori e ha raggiunto le trincee di val Prà del vecio , ma il movimento è arrestato da fuochi incrociati di mitragliatrici appostate presso il Torrione del forame di fuori a 2455 sulle spalle occidentale della cresta di Costabella
Nella notte del 20, mentre gli alpini sostano sulla cresta di Costabella e sotto il ghiacciaio di a cresta bianca due squadre raggiungono di il pezzo da 70 appostato in un ripiano di roccia poco a nord della forcella Padeon alle 3 partono dal pezzo e si calano nel circo per un canalone di neve poi rasentando lungamente la base delle rocce del vecchio del forame raggiungono un masso sul crinale che dalla lastronata del vecchio scende a forcella verde, il piccolo posto austriaco è 50 m più in là, sta sorgendo l’alba, un tascapane carico di bombe sfugge dalle mani di un alpino. E allarme. Una nutrita scarica di fucilate investe immediatamente il gruppo più avanzato e uccide una decina di alpini tutti gli altri del gruppo di testa più o meno gravemente feriti vengono fatti prigionieri, uno soltanto riesce a sfuggire.
Arriva un fonogramma, molto energico che incita ad avanzare. Il maggiore Buffa Da Perero che comanda le attacco, raccoglie attorno a sé al riparo di un masso i pochi ufficiali superstiti e comincia il fonogramma : un fremito occorre per le vene di tutti. Letto il fonogramma, il maggiore, ritto, calmo, scandendo le parole, aggiunge :
signori ufficiali, andiamo alla morte facciamo vedere come sanno morire gli alpini
L’attacco immediatamente ripreso, generale, risoluto. Due ufficiali danno il grido e si lanciano contro i reticolati virgola in testa ai loro plotoni. Cadde l’uno con il cranio fracassato da una bomba a mano, l’altro colpito da una pallottola in fronte: e morti, rotolano l’uno e l’altro per la neve del lungo, ripido declivio fin giù in fondo al circo, ad impigliarsi nei reticolati nemici. Viene tentato ancora un estremo sforzo con un’altra squadra. Il caporale che la segue grida :
“fioi, avanti, per l’onor del bataion; chi che torna indrio lo copo mi !”
Una pallottola immediatamente fulmina l’uomo che ha lanciato quel grido. Il comandante della compagnia ferito due volte . Il maggiore, barcollante, arso dalla febbre per infezione di una ferita riportata il giorno prima, viene ferito ancora: una pallottola di fucile ed attraversa della spalla. Chi assiste da forcella grande vede sulla cresta tagliente profilarsi degli alpini che avanzano uno dietro all’altro; e vede la fila diradarsi sempre di più, mentre molti feriti rotolano giù per il declivio di neve, ma non un alpino indietreggia, non uno esita ed ognuno avanza ed è ucciso o ferito. Mentre si combatte lassù ad altezze sovrane , 1500 m più sotto nella piana boscosa di Rufreddo fanti e bersaglieri, partiti del col de strombi, tentano invano di conquistare il costone nord ovest del forame. Combattono accanitamente , sanguinosamente , per sei giorni ma sono costretti a ritirarsi sulle posizioni di partenza , per il fuoco micidiale di fronte, i contrattacchi violenti, per resistenza degli articolati di ferro cementati, disposti su tre ordini estesissimi, con campanelli di allarme e buchi e fosse celate tra i mughi, e per il fuoco laterale di “cecchini” annidati tra i mughi e dirupi della Croda dell’Ancona . Lassù, in ogni cresta in ogni forcella in ogni anfratto di Croda, laggiù, tra l’intrico dei mughi e delle boscaglie di abeti, vi sono uomini in armi e in agguato. Gli uni coadiuvano gli altri nell’azione concordemente diretta da un fine comune. Quelli e questi ugualmente ammirabili e pur quanto diversi.
Carlo Buffa Da Perero
Voglio spendere due parole sul personaggio , che per chi ha fatto l’alpino magari ricorda , ma per tanti è semplicemente uno qualsiasi , ma vale la pena di ricordare :
Nacque a Torino il 20 dicembre 1867 e morì in combattimento nei pressi di Castagnevizza il 5 novembre 1916. Nato da nobile famiglia piemontese, studiò nel Collegio Militare di Milano e, passato alla Scuola Militare di Modena nell’ottobre 1885, due anni dopo ne uscì sottotenente di fanteria assegnato al 50° reggimento, fu inviato, nel 1890, in Africa e promosso tenente rimpatriò nel 1892. Nel gennaio 1896 passò negli alpini, assegnato al 4° reggimento, e nel 1903, con la promozione a capitano, fu trasferito al 2° alpini. Nell’aprile 1914 fu in Tripolitania col battaglione Fenestrelle del 3° alpini ed ebbe un encomio solenne pel fatto d’arme di Chaulam. Rientrato in Italia nell’agosto dello stesso anno e promosso maggiore nel febbraio 1915, fu mobilitato nel maggio per la dichiarazione di guerra all’Austria. Al comando del battaglione Cadore del 7° alpini, meritò una medaglia d’argento al v. m. nelle operazioni per la conquista del Monte Cristallo ove si condusse brillantemente, benché due volte ferito. Ritornato al fronte dopo le cure in ospedale, con la promozione a tenente colonnello, nell’agosto 1916, assunse il comando del 138° reggimento fanteria della brigata Barletta con il quale raggiunse la zona carsica, nell’imminenza dell’offensiva autunnale. Ricevuto l’ordine di attaccare le posizioni austriache nella zona di Castagnevizza, il 1° novembre 1916, guidando personalmente i suoi battaglioni, superò di slancio la prima linea nemica e con un secondo balzo portò il reggimento fin sulla seconda linea, incalzando l’avversario e catturando numerosi prigionieri. Ripresa la marcia in avanti e quando già gli obiettivi fissati dal comando della Divisione erano stati raggiunti, una granata nemica lo colpì in pieno, troncando la nobile vita.
Motivazione della medaglia d’argento al valor militare :
“Avendo fatto tentare successivamente l’assalto di una trincea nemica, lungo una sottile e difficile cresta di ghiaccio, da due squadre comandate da ufficiali, delle quali tutti i componenti rimasero morti o feriti, si poneva egli stesso alla testa della terza squadra e si slanciava all’assalto riportando due ferite. Monte Cristallo, 21 ottobre 1915”
Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Alla testa del suo reggimento, con sereno sprezzo del pericolo, lo condusse alla conquista di una forte e contrastata posizione nemica. Superatala, con meraviglioso ardimento e mirabile slancio, sempre in prima linea, proseguì nell’azione, inseguendo il nemico, frustrandone ogni tentativo di resistenza e spingendosi fino alla linea più avanzata del campo di battaglia. Ivi, con insuperabile serenità ed incrollabile fermezza, per una intera notte e fino al mezzogiorno dell’indomani, seppe col suo valoroso reggimento resistere agli accaniti contrattacchi dell’avversario ed alle sue ripetute minacce di avvolgimento, assicurando così la completa, brillantissima vittoria conseguita dai nostri nel pomeriggio dello stesso giorno. Sulla stessa linea più avanzata, trovò morte gloriosa, mentre si studiava di affermare la vittoria col consolidamento delle posizioni conquistate. Locvizza, Kastanjevizza, 1 -4 novembre 1916.”
Fonte : La guerra in Ampezzo e Cadore- Antonio Berti -Mursia
La leggenda dell’umile Pastore e la Principessa
La leggenda narra che, tanti anni or sono, sul monte Cristallo si ergesse un castello. E fosse abitato da un’incantevole principessa: ovviamente la sua bellezza non passava inosservata agli occhi dei pretendenti. Ma lei non cedeva alle lusinghe dei corteggiatori. La ragazza era assai furba: per rapirle il cuore, avrebbero dovuto raccontarle una storia che la riguardasse. I giovani aguzzavano la fantasia, ma si perdevano nel racconto, distratti dalla bellezza e dagli occhi cristallini della principessa. Inoltre non riuscivano mai a superare le domande trabocchetto del ciambellano di corte. Un giorno, però, la fanciulla udì un canto melodioso, accompagnato da parole che la colpirono dritta al cuore. Subito volle sapere chi si nascondeva dietro quelle parole: era Bertoldo, un giovane pastore follemente innamorato di lei. Più volte aveva provato a entrare a corte per cantare la sua storia d’amore, ma fu sempre cacciato, essendo considerato di basso rango. Tuttavia, la fanciulla volle incontrarlo a tutti i costi: Bertoldo accolse con gioia la possibilità. E raccontò la sua storia, legata alla Terra dei Beati, dove prima di scendere nella terra, lei era una bellissima regina, lui un umile pastore che cantava dal giardino per renderla felice. Un giorno, un angelo con il compito di portare entrambi sulla Terra chiese al pastore quale fosse il suo desiderio. E lui lo espresse in un orecchio di modo che nessuno potesse sentirlo. Arrivati sulla Terra, il desiderio venne esaudito. Incuriosita, la principessa chiese quale fosse il volere di questo pastore. E Bertoldo le rispose: «Il desiderio di poter continuare a vedere occhi celestiali e cristallini come i tuoi». La principessa rimase folgorata e se ne innamorò. Ancor oggi, il nome di Bertoldo è legato al monte Cristallo, che gli ampezzani chiamano “Croda de Bertoldo”. Francesca Mussoi
Si prende il sentiero dei grandi alberi dalla Conca d’Oro , Pizzegoro, proseguendo per la località Casare Asnicar , fino a raggiungere il Linte (tiglio) delle Montagnole , pianta secolare presso la Malga Sebe da qui parte il Vallone .
Descrizione
Il percorso non è certamente per tutti , sconsigliato in discesa anche se fattibile per chi ha un ottima conoscenza di se stessi , gambe e materiali buoni , la pendenza non è eccessivamente difficile essendo un Vajo che porta da Malga Sebe , fino sulla cima al Passo della Porta sul sentiero 202 proveniente da Campodalbero e che va verso Campetto , la salita prosegue in una carrareccia che porta presso l’anello e Malga Anghebe , poi si prende a sinistra addentrandosi nel tratto boschivo , alternando così con tratti detritici e altri prativi con un bosco giovane , si continua a salire anche con tratti di un certo impegno dove il terreno diventerà sempre più detritico ed instabile , fino a raggiungere quasi la forcella in cui il terreno sarà ripido è prativo , molto pericoloso nelle giornate piovose , raggiunta la forcella sia scende per alcune decine di metri , fino a raggiungere la carrareccia che porta fino al Passo della Porta .
Questo itinerario non esiste in nessuna mappa, è un vajo e quindi non un sentiero per tutti . E’ ben segnalato da colore rosso ed è stato segnato da un ricercatore di nuovi sentieri che purtroppo ora mi sfugge il suo nome.