Ancora un grazie agli amici Giacomo e Giancarlo Andolfatto per la pubblicazione di questa ferrata su Bassano Week , una ferrata tecnicamente impegnativa sopratutto nel ripido sentiero di avvicinamento ma con scenari particolari e unici come il suo ponte tibetano che passa sopra l’altro sentiero ma comunque aggirabile . Buona lettura
Cenni storici
Teatro di scontri decisivi nel corso della guerra del 1915-1918 e alcuni avvenimenti della 1945 con i partigiani, è conosciuto a molti per il il suo sacrario dalle imponenti dimensioni e che conserva le spoglie di italiani e austroungarici assieme ad un museo della Grande guerra della Galleria Vittorio Emanuele III . Famoso è anche il Sacello della Madonna Ausiliatrice inaugurato il 4 agosto 1901 dal cardinale Giuseppe Sarto . La statua fu mutilata durante il primo conflitto mondiale, ma venne poi ricollocata nel 1921. Alla Madonnina del Grappa è dedicata l’Opera assistenziale fondata, subito dopo la Guerra, con il nome opera della divina Provvidenza Madonnina del Grappa .
Nella prima guerra mondiale, dopo la sconfitta italiana di Caporetto , la cima diventò il fulcro della difesa italiana, tanto che gli austriaci tentarono inutilmente e più volte di conquistarlo, per poi avere accesso alla pianura Veneta.
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 5h00
Dislivello totale : 1255 m
Quota massima raggiunta : 1543 m
Cartografia : CAI Pasubio – Carega 1:25000
Descrizione
Si sale verso Recoaro Terme ed arrivati in località Facchini , o più precisamente Fonte Abelina , cercare un posto dove lasciare l’auto , cosa abbastanza difficile , si supera una piccola valle e in mezzo a due case si nota il segnavia .
Il sentiero di per se non presenta difficoltà tecniche ma a fisicamente e molto lungo con pendenze interessanti , presenta alcune variazioni di pendenza abbastanza impegnative e varie biforcazioni che possono confondere e che comunque portano nello stesso punto , la salita parte subito con buona pendenza si passano alcune contrade come i Parenti , i Caile , I Marchi , contrade tipiche di questi luoghi impervi , diciamo che fino a Malga Giochele , e all’omonimo Passo Giochele il sentiero e abbastanza duro , per poi essere più dolce superata la curva che porta a sinistra a località Fantoni per poi attraverso le case salire fino al bivio con la bidovia che sale da Recoaro Terme ( Ferma per mancanza di fondi ) oppure a destra sul monte Spitz per poi scendere al bivio con la bidovia . Si prosegue fino alla località Pizzegoro , conosciuta anche come Recoaro Mille o Conca d’oro , da li dopo aver attraversato il pianoro si sale sotto la seggiovia di Montefalcone ( anch’essa ferma per mancanza fondi ) , si prosegue aumentando notevolmente pendenza fino ad dover entrare nel bordo della pista da sci , e raggiungere il passo di Campetto, si può anche proseguendo per il sentiero arrivare nel canale dove sorge la casetta dell’acqua , da li proseguendo e prestando attenzione ai segnavia posti sulle piante di colore giallo fluo , anche se devo dire poco visibili ( quindi se non si è certi del percorso e meglio fare il primo itinerario ) giunti a Campetto si prosegua per circa 30 minuti e si raggiunge Malga Campo d’avanti .
Per la discesa si consiglia tornare indietro e discendere prima per la pista poi giunti a Pizzegoro ed aver fatto il ritorno fino al bivio con la Bidovia a fianco del Chalet si trova il segnavia che porta di nuovo a Fonte Abelina percorrendo poi parte del percorso fatto prima quando si reggiunge contrada Marchi
ATTENZIONE ESISTE ANCHE UNA POSSIBILITA’ DI SCENDERE ATTRAVERSO UN SENTIERO POCO CONOSCIUTO CHE PORTA PRIMA NELL’ANGHEBE E POI ATTRAVERSO IL SENTIERO DELLE MONTAGNOLE BASSE FINO A PIZZEGORO . VOGLIO SOTTOLINEARE CHE PER FARE TUTTO QUESTO SENTIERO IN UNA VOLTA SOLO CI VOGLIONO 8-9 ORE , QUINDI RESTA BISOGNA ESSERE PREPARATI FISICAMENTE E NON FARLO NEI MESI INVERNALI
CENNI STORICI
Questo sentiero era usato dagli uomini della Resistenza armata e civile per raggiungere i monti di Recoaro sui quali si insediò ai primi di gennaio 1944 il GRUPPO DI MALGA CAMPETTO, fulcro originario delle formazioni garibaldine “Garemi”, che portarono poi la Guerra di Liberazione dal Lago di Garda al Brenta, toccando l’Alto Veronese, l’Alto e il Basso Vicentino, il Trentino, le zone ovest e sud-est dell’Altopiano di Asiago.
Qui c’era una fermata del trenino che saliva da Vicenza a Recoaro. Qui c’era l’abitazione di Giuseppe d’Ambros “Marco”, costruttore, insieme con Pietro Tovo “Piero Stella”, del movimento partigiano dell’alta valle dell’Agno. Fonte Abelina costituiva quindi un punto di raccordo essenziale per i dirigenti della Resistenza, per i partigiani della montagna, per le staffette e per i rifornimenti logistici (cibo, vestiario, equipaggiamento, armi, munizioni). La casa di “Marco”, che fu sicuro riferimento per i comandanti e le prime pattuglie del Gruppo di Malga Campetto, continuò ad essere una solida base del movimento partigiano fino al 13 dicembre 1944, quando fu bruciata, insieme alla segheria, dai nazifascisti per rappresaglia. “Marco” ebbe come collaboratori fidati Pietro Benetti “Pompeo”, Primo Benetti “Ceo”, Rino Cavion “Armando”, Narciso Comerlati “Nerone”, Nebrilio Asnicar, Emilio Gorlin, Giovanni Caneva, Giovanni Pozza “Trenker”, Daniele Bruni, Albino Cailotto, Abramo Caneva “Ivan”, Augusto Sandri e altri.
Contrada Caile
La contrada Caile rappresentava per i partigiani un luogo di passaggio, di sosta e di permanenza sicuro per la sua collocazione nel gruppo montuoso del Peserico e soprattutto per l’ospitalità della popolazione, che condivideva con loro gli ideali antifascisti. Uguale simpatia e solidarietà per i combattenti della libertà dimostravano le contrade Benetti, Marchi, Muschi e Consolana. In contrada Caile fu accolto, dopo il primo scontro vittorioso di Malga Campetto contro le truppe nazifasciste (17 febbraio 1944), un numeroso gruppo di partigiani guidato da Clemente Lampioni “Pino”. In questa contrada fu posto per un lungo periodo il Comando della brigata “Garemi”. In contrada Caile il giorno 8 agosto 1944, in una importante riunione dei comandanti, fu fondato il “Gruppo Brigate Garemi”, composto dalle brigate “Stella” e “Pasubiana” e dai battaglioni “Avesani” e “Ubaldo”. In contrada Caile il battaglione “Romeo” comandato da Benvenuto Volpato “Armonica” ospitò la Missione inglese “Dardo”, che aveva tra i suoi compiti quello di controllare il Comando generale tedesco in Italia del Feldmaresciallo Kesselring insediato nelle vicine Fonti di Recoaro, di tenere i collegamenti tra gli Alleati e i partigiani e di procurare loro preziosi lanci di armi e di rifornimenti. In queste contrade indispensabile fu il contributo di tante donne, che sostennero la Resistenza a costo di grandi sacrifici e sofferenze: Maria Benetti, detta la “mamma dei partigiani”, Wilma Marchi, Velia Marchi, Rina Marchi in Cristoforo, Cesira Benetti, Maria Benetti, Liliana Benetti, Rosetta Benetti, Lidia Marchi e Rina Marchi.
Il Giochele
Da questo luogo chiamato “il Giochele”, transitavano le varie pattuglie partigiane sia per raggiungere le posizioni più alte (Malga Campetto, Malga Campodavanti, Valle del Chiampo, monti del Veronese), sia per scendere a valle per colpire obiettivi militari e contrastare l’azione dei tedeschi e dei fascisti. La Malga Giochele, chiamata anche “tèsa della Etta”, costituiva altresì una base riparata e tranquilla per incontri e riunioni. Si fermarono qui, tra gli altri, Raimondo Zanella “Giani” e Romeo Zanella “Germano”, rispettivamente comandante e commissario del Gruppo di Malga Campetto. In questa zona Benvenuto Volpato “Armonica” e Leonardo Facchin “Lupo”, condussero da Selva di Trissino e da Piana molti uomini, che evitarono così di incappare nel sanguinoso rastrellamento del 9 settembre 1944. Nel Giochele il 9 dicembre 1944 ebbe luogo un aviolancio alleato procurato dalla Missione inglese “Dardo”. Fu il primo di otto lanci alla brigata “Stella” che servirono a superare il duro inverno 1944/45 e ad armare i dieci battaglioni in vista dell’insurrezione e dello scontro finale con i nazifascisti.
Località Pré
Il sentiero che attraversa questa conca, chiamata “Pré”, era per i partigiani alternativo a quello del Giochele e veniva utilizzato per disorientare il nemico e per sfuggire ad improvvisi rastrellamenti o puntate. Anche qui la gente del posto era ospitale nei riguardi delle forze della Resistenza, sempre pronta ad offrire sostegno morale e a condividere il poco e povero cibo a disposizione. In quel tragico periodo forse non c’era lo stato d’animo per cogliere la bellezza di questi luoghi. Oggi invece osservando lo spettacolo della natura possiamo anche andare con il pensiero a quei giovani coraggiosi, che ebbero la forza di ribellarsi e di impegnare la loro vita per conquistare la libertà, la pace, la democrazia e per realizzare una società più giusta per tutti. Le conquiste di oggi sono il frutto dell’impegno e del sacrificio, spesso estremo, di tanti donne e uomini, chiamati allora “ribelli”.
Malga Pizzegoro
Malga Pizzegoro era per i partigiani che salivano dal territorio recoarese una tappa obbligata lungo il percorso che li portava a Malga Campetto. Lassù, a 1600 metri di altitudine, stabilì la sua base il Gruppo di Malga Campetto, composto da antifascisti esperti giunti da Padova e da altre località, inviati dalla Delegazione Triveneta Garibaldi (Zanella Raimondo “Giani” – comandante del Gruppo – , Zanella Romeo “Germano” – primo commissario – , Gordiano Pacquola “Oreste” – commissario -, Brenno Guastalla “Carlo”, Norberto Unziani “Boby”, Clemente Lampioni “Pino”, Luigi Pierobon “Dante” e altri). Ad essi si unirono una forte pattuglia di Schio guidata da Giovanni Garbin “Marte”, una pattuglia di vicentini diretta da Bruno Bazzacco “Giorgio” e giovani recoaresi e valdagnesi inviati da “Marco” e da “Piero Stella”. Formati da uomini che avevano sopportato carcere e confino per le loro idee, i partigiani di Malga Campetto cominciarono a percorrere le contrade e i piccoli centri di montagna dell’Agno e del Chiampo per farsi conoscere, per riscuotere la simpatia delle popolazioni e per coinvolgere altri coetanei nella Resistenza. Questi fatti non passarono inosservati e il 17 febbraio 1944 tedeschi e fascisti lanciarono un poderoso attacco da Fongara e da Campodalbero contro il Gruppo. Preavvertiti da “Pompeo” la sera prima, i partigiani si organizzarono e, suddivisi in cinque pattuglie, respinsero l’attacco senza danno, infliggendo al nemico forti perdite. L’azione clamorosa conquistò fiducia e simpatia nei confronti del movimento partigiano e portò molti altri giovani alla causa della Resistenza, cosicché il Gruppo estese le sue basi a Marana, Durlo e contrade alte di Recoaro.
Malga Campodavanti
Dopo la battaglia di Malga Campetto (17 febbraio 1944), le pattuglie partigiane divennero più numerose e furono inviate in varie località verso l’alta Lessinia, le alte Valli del Progno, dell’Illasi e del Chiampo, la Valle dell’Agno, l’alta Val Leogra, Posina, l’Altopiano di Tretti e lungo la dorsale Torreselle-Monteviale. Gli scioperi del marzo 1944, le azioni delle 10 pattuglie partigiane nei mesi di aprile e maggio, la confluenza in aprile del forte gruppo partigiano di Selva di Trissino, guidato da Alfredo Rigodanzo “Ermenegildo-Catone”, l’arrivo di nuovi dirigenti che rafforzano il comando (Nello Boscagli “Alberto”, Attilio Andreetto “Sergio”, Armando Pagnotti “Jura”, Orfeo Vangelista “Aramin”, Romano Marchi “Miro”, Benvenuto Volpato “Armonica”, Giulio Vencato “Giro” e altri), hanno reso il Gruppo forte di centinaia di combattenti per la libertà. Fu necessario perciò dare a tutta la formazione partigiana una organizzazione militare efficiente e adeguata. Il 17 maggio 1944, a Malga Campodavanti di Sotto, alla presenza di centinaia di partigiani e di decine di capipattuglia, fu tenuta la cerimonia del giuramento della XXX Brigata d’Assalto “Ateo Garemi”.
Fongara è un piccolo paese situato a circa 10 km da Valdagno , di circa 200 abitanti , a circa 900 metri di altitudine , qui sembra che il tempo si sia fermato , quasi tutti se ne sono andati per un motivo o l’altro , numerose le problematiche del dopoguerra , qui i partigiani e tedeschi si sono battuti , ma come ben si sa la popolazione e quella che ha pagato a care spese questo prezzo , alcuni con la vita , vedi l’eccidio della Borga . Questo piccolo paese viveva di pascolo , tutti avevano le mucche o quasi . Boscaioli e su quello che potevano dare gli orti , ricordo ancora i negozi del Casolin , Claudio e la Giuseppina , che quando non aveva il resto aveva le caramelle , esisteva ancora il piccolo libro dove si scrivevano i soldi , cosa fai diceva il Casolin : Paghito o noto ( hai i soldi per pagare o scrivo sul libretto ) e tu da come ti aveva raccomandato la Nonna : me nonna ga dito che te noti ( mia nonna ha detto di scrivere sul libretto ). Una realtà fatta di piccole cose uscivi di casa entravi in un’altra sempre porte aperte , sempre chiavi sulla toppa , quasi a dire a tutti questa famiglia è a casa se volete entrate sarete sempre i benvenuti . Ricordo ancora quando mia mi diceva : Gheto visto che ora che se , non gheto mia sentio le campane , xe ora della funzion , via sparissi suito . ( non hai visto che ora è , e non hai sentito le campane , e ora della messa via subito di corsa) .
Questo post lo dedico a mio padre , che qui ci è nato e qui mi ha sempre portato fin da quando ero bambino , qui in questo luogo ho trascorso parte della mia infanzia , dagli inverni sulla pista da sci situata a Recoaro Mille su quella che una volta era considerata la Conca D’oro , e che ora e diventata quello che è un luogo molto bello , ma che purtroppo anche la seggiovia che porta a Montefalcone rimasta chiusa come diverse attività . Ma qui io ci ho passato anche tante estati a correre in giro per prati e boschi nella spensieratezza di quei 10-15 anni che avevo . Ma questo tipo di vita ha forgiato in me la persona che sono , crescendo in quei valori di rispetto , umiltà , onestà e solidarietà che ti entrano dentro piantandosi in quelli che sono rimasti i valori della mia vita . Luciano
Come canta ancora qualche volta mio Padre :
“Fongara sei bella da tutti adorata in mezza giornata si viene e si va …”
Tempo di percorrenza del sentiero dell’anello : 9h00
Dislivello totale : 1320 m
Quota massima raggiunta : 1715 m
Sentieri interessati : 180 – 920 – 970
Cartografia : CAI Canale del Brenta e Massiccio del Grappa 1:25000
Descrizione
Arrivati in auto a Romano d’ezzelino si prende verso Semonzo e poi si seguono le indicazioni per l’antica abbazia di Santa Felicità oppure nella parte opposta si trova l’albergo alla Mena . Attenzione che in alcune cartine la numerazione potrebbe essere diversa le cartine riportano 80 ma la numerazione dei segnavia e 180 . La Valle Santa Felicita è una delle valli più importanti del Massiccio del Grappa. Profonda e selvaggia, Valle Santa Felicita sbocca tra Romano d’Ezzelino e Semonzo a quota 200 metri , dal punto di vista escursionistico, è molto bella , si entra nella valle che presenta numerose pareti di roccia utilizzate come palestre . Il percorso parte con il 180 non presenta difficoltà tecniche , la difficoltà sta nella sua lunghezza , si sale per buona parte dentro la valle per poi imboccando un canalone sulla destra salire un canalone detritico abbastanza ripido per poi riprendere il sentiero in pendenza normale si sale con parti più o meno pendenti ma sempre praticabili fino ad arrivare in una carareccia che sbocca in una strada asfaltata dopo averne percorso un piccolo tratto si rientra nel sentiero ancora boschivo ma con vegetazione molto meno intensa fino a sbucare in quei pascoli a circa 40-50 minuti dal Sacrario di cima Grappa , la zona e sacra e teatro di grandi battaglie e di gravi perdite da entrambi gli schieramenti , si continua a salire fino ad entrare nel gigantesco Sacrario di Cima Grappa , il tempo previsto e di 5h , si può fare una sosta nel rifugio Bassano per poi proseguire attraverso il 920 scendendo nel lato opposto a dove si e saliti , si incrocia la strada che proviene da Feltre , e si prosegue la discesa per monte Rivon con continui sali e scendi su pascoli con un panorama unico e mozzafiato sulla pianura e sulle piccole dolomiti , si sale sul Monte Coston , e poi si scende sul Forcellino conosciuto come Croce del Termine , prendendo il sentiero di sinistra si inizia a scendere dal 970 che nel tratto iniziale e su pascoli fino ad un certo punto entrare nel bosco si scende passando in diverse malghe fino ad arrivare in località Cibara per poi mantenendo sulla destra il ristorante Cibara , passare per l’omonoma chiesetta e rientrare in una piccola valle , si continua il percorso 970 sempre in leggera discesa fino a raggiungere Cason Pianaro , per poi aumentare leggermente la pendenza fino ad arrivare al bivio con il 180 , rientrati in questo sentiero quasi tutto nel bosco si scende agilmente fino a raggiungere il canalone dove e meglio prestare una certa prudenza complice anche il fisico che inizia ad essere stanco da circa 6-7 ore di cammino , fatto il canalone il sentiero ritorna ad essere piacevole fino all’arrivo a valle Santa Felicita .
Contrada Bariola e una piccola contrada situata sulla pendici del monte Pasubio , nella parte alta di Sant’Antonio una piccola localita sulla strada che porta al Pian delle Fugazze e poi attraverso la Vallarsa a Rovereto , a circa 20 minuti da Schio . E conosciuta per la Tagliata costruita nel periodo bellico 1915-18 , essendo un abitato molto vicino al confine austroungarico , subì anche le conseguenze di quello che e stata la guerra .
La gente de montagna
La sembra burbera ma la ga
Il cuore tenero , el nostro sentimento
El xe sconto dentro , come el fusse
Ciapà dentro an te un soco de carpanè
Basta saper tirarlo fora con pazienza
Cavandole dal tronco scorse e sgresende
Arrivederci e vegni ancora non come
Turisti ma come nostri ospiti
(Presepe di Bariola)
Tagliata Bariola
Il luogo e conosciuto dalle fonti storiche come La tagliata Bariola , situata appena dopo l’abitato di Sant’Antonio di Valli del Pasubio sulla strada che porta al Pian delle Fugazze , assieme al forte Maso costituiva il sistema di sbarramento che controllava la possibile via proveniente dalla Vallarsa attraverso il Pian delle fugazze , era costituita da 2 piani , uno sotto il livello stradale , era un opera a prova di granata , il passaggio sulla carrabile era obbligato , mentre il piazzale davanti adiacente al forte era scoperto , ma era costituito con un ponte a cerniera sopra il fossato per entrare nel forte , nel corpo casamatta erano installati 4 cannoni da 42mm a tiro rapido con affusto a candeliere gia obsoleti , mentre nelle casematte d’angolo del fianco sono piazzate 2 mitragliatrici Gardener da 10.30mm . Mentre la capacita per il personale era di circa 100 unità , visitando la parte inferiore si possono notare anche le postazioni di due cannoncini da 87mm in bronzo . Nel maggio di 1916 venne parzialmente disarmata di due cannoni ma comunque la tagliata come anche il forte Maso non fu mai messa a dura prova dal nemico . Negli anni 1930 parte della tagliata venne demolita per allargare la strada rotabile che scende dal pian delle fugazze .
Riflessioni Personali
Definire presepio quello di Bariola e una cosa superficiale , cio che si vede va molto oltre l’immaginazione , si tratta di una ricostruzione storico affettiva di come andava e come si viveva la vita negli anni addietro , cose che per chi come me ha avuto la fortuna di poterle vedere e toccare con mano , nonostante io fossi solamente bambino , ma credo che una visita in questo luogo a tutti anche quei ventenni che credono di sapere tutto sia una bella esperienza di vita di quotidianità , semplicità ma nonostante che si possedeva poco , di grandissima ricchezza interiore . Un grosso plauso a quelle persone che con pazienza certosina hanno costruito tutto questo , per non dimenticare come eravamo , come vivevamo ma sopratutto se stavamo meglio o peggio , si c’era miseria e povertà , ma la contrà viveva con dei valori in cui credevano profondamente e sempre pronti a dare una mano , cose ormai perse nel tempo . Andateci respirerete un atmosfera unica nel suo genere fatta di storie e tradizioni all’insegna di un vero Natale . Luciano
Associazione Gruppo Amici del Presepe di Bariola
L’Associazione “Gruppo Amici del Presepe di Bariola” di Sant’Antonio del Pasubio nasce nel 2012 dopo alcuni anni di intensa attività e crescente passione per il Natale e per la cultura delle nostre tradizioni. Grazie al desiderio di riscoprire la magica atmosfera del Natale e alla volontà di conservare momenti di tempi lontani, vissuti con intensità dai nostri nonni, e tramandati con minuziosa modestia da padre in figlio, qualche anno fa, quasi per gioco, alcune persone della nostra contrada si ritrovano e danno inizio a questo cammino con la realizzazione di una Natività raccolta e spontanea e di qualche particolare personaggio. L’obiettivo è stato fin dall’inizio non solo quello di riscoprire e di mantenere le tradizioni , che vanno ormai perdendosi, ma anche un momento importante di aggregazione e socializzazione, per cui l’aiuto e l’animazione che ne deriva ha coinvolto grandi e piccoli, giovani ed anziani della contrada in questa incantevole esperienza. La motivazione principale sicuramente è derivante dall’amore per la nostra contrada e per il nostro paese che ci spinge a far conoscere l’ambiente in cui viviamo nei suoi diversi aspetti anche i più particolari, naturalmente ricchi di scorci passati e di panorami altrove ormai perduti. Nei primi anni le possibilità e le conoscenze rimanevano in un ambito del tutto dilettantistico, ma l’intraprendenza e la determinazione hanno portato a raggiungere una buona tecnica realizzativa, imparando ad usare diversi tipi di materiali da quelli comunemente utilizzati nel presepe a quelli meno consueti; tali conoscenze hanno permesso a questi nostri “artisti” di trovare sempre per ogni opera la soluzione che possa rendere al meglio l’intento prefissato. E’ così che nasce il progetto di dare un aspetto concreto ai personaggi del presepe con i volti delle persone della nostra contrada, vere e proprie riproduzioni al punto da portare il visitatore ad incontrare nelle viuzze il vero personaggio e nelle scene la sua copia. La vitalità di questo gruppo sta nella voglia di stupire e di coccolare ogni anno l’amico visitatore con personaggi nuovi e ambientazioni sempre diverse, con lo scopo di lasciare nella memoria qualcosa che rimanga indelebile nel tempo, aiutandolo a riscoprire le tradizioni e il vero senso del Natale. Durante le festività natalizie le vie e le piazze si riempiono di persone nell’atmosfera dolce e suggestiva del Natale, con giochi di luce, canti, “ciacole” e qualcosa di caldo che delizia il palato di grandi e piccini, e regalando ai più anziani il ricordo di momenti poveri ma felici della loro infanzia. La strana e straordinaria sensazione che si prova è di sentirsi in famiglia anche se è la prima volta che ci si incontra. L’attività prosegue frenetica cercando sempre di migliorarsi, il clima che si respira nelle serate passate insieme è ottimo, pieno di allegria e amicizia, riscoprendo il valore di stare insieme e andando alla ricerca di antiche tradizioni che la frenesia di questo tempo ci sta togliendo.
Il presepe rimane aperto tutti i giorni dalle 9-22 fino all’ultima domenica di gennaio
Sarà inoltre disponibile un bus navetta nei giorni festivi che porterà gratuitamente dal piazzale della Norda fino al luogo di partenza del presepio.
LE FOTO A SEGUITO DICONO POCO MA PER APPREZZARE QUESTO SPLENDIDO LAVORO SALITE E FATE IL PERCORSO SOFFERMANDOVI A SENTIRE LE STORIE NARRATE , NE USCIRETE CERTAMENTE RICCHI DI QUELLE COSE CHE MANCANO VERAMENTE NELLA SOCIETA’ DI OGGI
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 5h00
Dislivello totale : 1185 m
Quota massima raggiunta : 1415 m
Cartografia : CAI Canale del Brenta e Massiccio del Grappa 1:25000
Descrizione
Arrivati in auto a Romano d’ezzelino si prende verso Semonzo e poi si seguono le indicazioni per l’antica abbazia di Santa Felicità oppure nella parte opposta si trova l’albergo alla Mena . Attenzione che in alcune cartine la numerazione potrebbe essere diversa le cartine riportano 70 ma la numerazione dei segnavia e 970 . La Valle Santa Felicita è una delle valli più importanti del Massiccio del Grappa. Profonda e selvaggia, Valle Santa Felicita sbocca tra Romano d’Ezzelino e Semonzo a quota 200 metri , dal punto di vista escursionistico, è molto bella , si entra nella valle che presenta numerose pareti di roccia utilizzate come palestre , si percorre quindi parte del 180 che sale dalla valle Santa Felicita superato il passaggio nel canalone il sentiero riprende a salire dolcemente fino ad arrivare ad un bivio dove parte il 970 (70 in alcune cartine ) si passa nella parte opposta della valle e si sale un pò in mezzo il bosco ed un pò su pascolo prativo dove si può ammirare la vastità del territorio , il sentiero offre degli scenari molto belli fino ad arrivare al Cason Pianaro , per poi raggiungere la chiesa di Cibara ed il piccolo abitato , numerosi i passaggi di malghe più o meno ristrutturate fino ad uscire totalmente dal bosco ed iniziare ad intravedere da lontano la Cima Grappa con il suo gigantesco Sacrario , il sentiero 970 arriva fino a Croce del Termine dove imboccando il 920 si può salire fino a cima Grappa , per poi eventualmente usare il 180 per ridiscendere fino a valle Santa Felicità . Il sentiero 180 tratteggiato nella parte iniziale e una parte del sentiero che si è obbligati a percorrere per raggiungere l’imbocco.
Attenzione nel valutare la lunghezza del percorso , bisogna calcolare anche il ritorno
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 5h00
Dislivello totale : 1509 m
Quota massima raggiunta : 1775 m
Arrivati in auto a Romano d’ezzelino si prende verso Semonzo e poi si seguono le indicazioni per l’antica abbazia di Santa Felicità oppure nella parte opposta si trova l’albergo alla Mena . Attenzione che in alcune cartine la numerazione potrebbe essere diversa le cartine riportano 80 ma la numerazione dei segnavia e 180 .
La Valle Santa Felicita è una delle valli più importanti del Massiccio del Grappa. Profonda e selvaggia, Valle Santa Felicita sbocca tra Romano d’Ezzelino e Semonzo a quota 200 metri , dal punto di vista escursionistico, è molto bella , si entra nella valle che presenta numerose pareti di roccia utilizzate come palestre , i sentieri che la risalgono sono principalmente 2 il 100 Campo Croce e il 180 Cima Grappa , io oggi mi occuperò del 180 che porta direttamente a Cima Grappa , il sentiero sale abbastanza dolce e privo di difficoltà fino ad arrivare ad un certo punto dove entra in un canalone stretto e ghiaioso lungo circa 200 metri abbastanza pendente , per poi riprendere un tratto in cui la salita e costante , poi ricomincia a salire abbastanza ripido ma mai pericoloso fino a sbucare fuori dal bosco per poter iniziare a vedere fuori il panorama che si apre nel poderoso massiccio del Grappa , questo sentiero può essere utilizzato per il rientro in auto dopo aver percorso il 100 fino a Cima Grappa , oppure viceversa .
Attenzione nel valutare la lunghezza del percorso , bisogna calcolare anche il ritorno
Voglio sottolineare che su questa terra sacra all’Italia i numerosi morti da ambo le parti e le numerose battaglie che in questo lembo di terra si accanirono nel 1915-18 , ricordo inoltre il massimo rispetto nelle vicinanze del sacrario dove giacciono le ossa di circa 22000 soldati per la maggior parte ignoti , un rispetto dovuto a chi ha perso la vita per dei valori umani e di libertà in cui credeva , che molti di noi viventi non conosciamo , oppure vedendo la gioventù d’oggi non ne ha la più pallida idea , coloro che hanno combattuto qui avevano 20 anni e qui hanno perso la vita , non e raro trovare uscendo dal sentiero ancora qualche osso , o qualche reperto di questi eroi che si sono immolati su questo monte , come dice la canzone :
Monte Grappa, tu sei la mia patria,
sovra te il nostro sole risplende,
a te mira chi spera ed attende,
i fratelli che a guardia vi stan.
Contro a te già s’infranse il nemico,
che all’Italia tendeva lo sguardo:
non si passa un cotal baluardo,
affidato agli italici cuor.
Monte Grappa, tu sei la mia Patria,
sei la stella che addita il cammino,
sei la gloria, il volere, il destino,
che all’Italia ci fa ritornar.
Le tue cime fur sempre vietate,
per il pie’ dell’odiato straniero,
dei tuoi fianchi egli ignora il sentiero
che pugnando più volte tentò.
A loro va il nostro pensiero , PER NON DIMENTICARE E PER FAR SAPERE .
Provenendo da Bassano del grappa si imbocca la galleria che porta ad Arsiè , poi si sale verso Col del Perer fino a raggiungere un bivio che porta in diverse direzioni , si prende per Forte Lan sulla destra e si prosegue per circa 10 minuti con l’auto , si lascia l’auto e si prosegue a piedi per circa 15 minuti .
La salita non presenta difficoltà si sale su una carrareccia , sulla cima non si vede un gran che perche e tutto circondato da bosco , il forte e maestoso ma quasi totalmente distrutto fatto saltare durante la ritirata , l’area adiacente e in cattive condizioni .
Cenni storici
Il forte costruito 1909 non fu ancora ultimato quando nel 1915 iniziarono le ostilità , anche quest’opera faceva parte dello Sbarramento Brenta-Cismon , dopo i fatti di Caporetto durante la ritirata italiana nel 1917 un piccolo distaccamento di uomini lo tenne la zona adiacente ad esso finche fu possibile ma dopo un aggiramento in forze del nemico , un reparto del genio preparò le cariche e fece saltare il forte rendendo le strutture inagibili come sono ora questi ruderi .
Il forte era composto da due piani uno era adibito per i lanci a lunga gittata dotato da quattro cannoni da 149A in cupole girevoli dello spessore di 180 mm , di una polveriera e un fossato di gola che ora e coperto da macerie , inoltre era presente una linea in cemento armato per attacchi di fucileria e si possono notare i resti di un osservatorio .
Provenendo da Bassano del grappa si imbocca la galleria che porta ad Arsiè , poi si sale verso Col del Perer fino a raggiungere un bivio che porta in diverse direzioni , si prende per Forte Leone . Oppure salire da Grigno e passando per Castel Tesino fino a che non si arriva a Cima Campo si lascia l’auto e si sale a piedi fino al Forte.La salita non presenta difficoltà si sale su una carrareccia per circa 15-20 minuti a piedi , la cima e priva di bosco perciò si ha una visuale a 360° uno di quei panorami incredibilmente belli e fantastici .
Il forte e molto bello ed in buono stato , molto maestoso e costruito in posizione molto strategica , il suo ingresso e a pagamento quindi bisogna rispettare i periodi di apertura.
informazioni:
visite su prenotazione telefonando al
3296412444
BIGLIETTI:
Intero 5 euro ridotto 3 euro
gratuito per bambini fino a 3 anni, accompagnatori di gite scolastiche o organizzatori di manifestazioni
nei giorni di apertura prefissata la guida sarà presente dal primo pomeriggio.
Il Forte Leone di Cima Campo venne costruito tra il 1906 e il 1912 sotto la direzione dell’ingegnere Maggiore Antonio Dal Fabbro di Sedico (BL) come parte della linea di difesa Brenta-Cismon. Il Forte era armato da 6 pezzi “Armstrong” 149/35 sotto cupole, 8 pezzi 75/27, 5 mitragliatrici in casamatta e 6 in torrette a comparsa.
Le vicende storiche che riguardano il Forte Leone iniziarono solo dopo la rotta di Caporetto, quando il Generale Cadorna affidò al battaglione alpino Monte Pavione, comandato dal Maggiore Roberto Olmi, il compito di proteggere la ritirata delle truppe italiane provenienti dal fronte montano fino al passaggio del complesso fortificato di Primolano: una difesa ad oltranza del forte non fu mai presa in considerazione.
Nel forte, oltre al comandante, vi erano 12 ufficiali, tra i quali uno del Genio, un medico, un cappellano militare, oltre a 230 uomini di truppe: 200 del battaglione Monte Pavione appartenente al 7° Reggimento Alpini e 30 del Battaglione Val Natisone. Il gruppo Austriaco comandato all’assalto era composto da: I e II Compagnia, plotone d’assalto, mitraglieri del K.K. Tiroler LandSturm-Bataillon I, mitraglieri del Schutzenregiment e compagnia degli Standschutzen di Merano.
Testimonianze
Il giorno 12 novembre 1917, tra le ore 7:00 e le 8:00 cominciò l’attacco avvolgente al forte.
L’avvicinamento risultò difficoltoso: a sud-ovest il pendio era molto erto e roccioso, ad ovest, all’interno del fitto bosco, le truppe italiane sparavano all’impazzata.
Dopo i primi momenti di stallo e difficoltà, segnati anche dalla stanchezza delle truppe austriache da giorni impegnate in estenuanti marce, l’assalto riprese. L’attacco finale fu guidato dal Capitano Berkic nonostante poco prima avesse ricevuto l’ordine di arrestarsi sulle posizioni conquistate fino ad allora.
Ormai il forte era completamente accerchiato ed Olmi alle 16:00 ordinò alle sue truppe di abbandonare le trincee esterne e di rifugiarsi all’interno della fortezza., il Forte poteva essere abbandonato e fatto saltare Alle 17:00 arrivò la telefonata che le truppe italiane da tutta la giornata aspettavano: le truppe in ritirata erano al sicuro, il Forte poteva essere abbandonato e fatto saltare Mestamente Olmi rispose che ormai era troppo tardi, ma comunque era felice che il loro sacrificio fosse stato utile. Come ultima, strenua difesa il comandante inventò uno stratagemma: alcuni soldati avrebbero lanciato dalle torrette le ultime granate rimaste, mentre gli alpini abili avrebbero girato il cappello in modo da portare la penna nera sul davanti, forse potevano in questo modo scappare simulando il pennacchio dei Kaiserschutzen Gli austriaci si accorsero dell’inganno e spararono sulla colonna dei fuggitivi, solo una ventina riuscì a scappare, mentre tutta la guarnigione fu fatta prigioniera.
Il forte agli occhi degli austriaci si rivelò integro, tuttavia le torrette blindate erano disarmate ed i cannoni puntati sulla valle altro non erano che tronchi d’abete verniciati di nero. impedì tutto ciò.
Al comandante Olmi vennero concessi gli onori delle armi in merito alla strenua difesa del Forte: esso poté portare la sua pistola d’ordinanza fino al campo di prigionia.
“Spesso mi chiedo, come ci si potesse sentire qui, in alto, allora, nel 1917/18, quando per un intero anno migliaia di uomini combatterono l’un contro l’’altro sui monti e nelle valli del Piave, del Cismon e del Brenta.
Cerco di immaginarmi, come si potevano sentire il fuoco continuo dei piccoli e grossi calibri, le bombarde che esplodevano e l’’ululare delle granate, vicino e lontano, come in un’ arena. E di notte: il riverbero balenante delle vampate dei cannoni, dei proiettili traccianti, della miriade di fuochi della guerra.
“(…)” Quando qui in alto i temporali vanno a scontrarsi – una enorme mano nera su Enego e le masse minacciose di nuvole sopra il Grappa – si riesce ad avere un’immagine di ciò, tra il brontolio dei tuoni e il guizzare dei lampi: interi eserciti si scatenano in brandelli di nubi in cielo. Ed è come se i morti ripetessero all’infinito le loro battaglie.”
Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000
Descrizione
Dopo aver raggiunto in auto il Monte Corno di Lusiana , si lascia l’auto nel posteggio di Bocchetta Granezza , e da li si parte a piedi , in una delle due direzioni , io ho preso quella che sale a destra verso il monumento del Monte Corno . Si sale sulla stradina che porta prima alla malga Monte Corno e poi prosegue addentrandosi in mezzo ad un bosco di abeti fino ad arrivare all’entrata di un piccolo labirinto di roccia situato proprio sulla cima del monte , poi si prosegue sempre su una stradina verso i trinceroni posti sul crinale che guarda verso il Rifugio Granezza . Poi si scende fino ad arrivare nella trincea ricostruita con le notizie tramandate dai tempi si ritiene uguale all’omonima feritoia n°14 del Monte Zebio dove un cecchino Austroungarico sparava centrando qualsiasi cosa gli si mettesse davanti . Poi si scende fino al Cimitero inglese di Granezza , per poi arrivare alla Baita Monte Corno Aperta tutto l’anno , e al posteggio dove abbiamo messo l’auto .
Passammo di fronte alla feritoia n. 14.
– Questa, – spiegai, – è la piú bella feritoia del settore, ma serve solo di notte, quando gli austriaci impiegano i razzi. Di giorno, è proibito guardare. Parecchi ufficiali e soldati vi sono stati uccisi o feriti. Il nemico vi ha aggiustato il tiro con un fucile a cavalletto e vi è in permanenza un tiratore. I soldati, per divertirsi, vi fanno apparire dei pezzi di legno o di carta, delle monete fissate a un bastoncino, e il tiratore infila sempre il foro della feritoia e colpisce il bersaglio.
Guardammo entrambi la feritoia. Essa non era piú, come una volta, praticata nel muro e chiusa con un sasso. I soldati vi avevano collocato una feritoia scudata, trovata nelle rovine d’Asiago. Era una pesante lastra d’acciaio con un foro per l’osservazione, che si poteva aprire e chiudere con un otturatore egualmente d’acciaio. Io sollevai l’otturatore, tenendomi discosto e attesi il colpo. Ma il tiratore non sparò.
– La vedetta dorme, – disse il tenente.
Lasciai cadere l’otturatore sul foro e lo risollevai di nuovo. La luce del sole passò nel foro come il fascio luminoso d’un riflettore. Un fruscio attraversò l’aria, accompagnato da un colpo di fucile. La pallottola aveva infilato il foro.
Il tenente volle provare anch’egli. Sollevò l’otturatore e presentò al foro l’estremità del suo frustino. Un altro colpo risuonò e il frustino rimase stroncato. Egli ne rise.
Prese un pezzo di legno, vi innestò una moneta di rame e ritentò l’esperimento.
– Stasera, avrò qualcosa da raccontare al comando d’armata.
La moneta, investita in pieno, uscí dall’estremità del legno e volò via, fischiando nell’aria.