Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo.
Descrizione
Il sentiero dei Kaiserjäger parte davanti al museo dei Tre forti Val Parola molto bello , panoramico e con un terreno molto vario , presenta alcuni passaggi attrezzati, sale dapprima in un tratto prativo che porta dentro alle trincee di testa verso il Passo Falzarego esattamente, davanti al famoso Sasso di Stria , fulcro importantissimo e strategico delle forze austroungariche , superato un grosso groviglio di trincee e ricoveri, posizionati a vista verso il passo, il sentiero prende una salita ripida anche se con molti zig zag rendendola così più dolce fino ad arrivare ad un pezzo attrezzato con corda in acciaio, ed una passerella, si sale fino a raggiungere una postazione in galleria ristrutturata , posizionata poco sotto la Cengi Martini . La quota inizia a farsi importante, ed anche il terreno diventa più impegnativo, ma sempre molto panoramico ed incredibile passando sotto le cengie di quota fino a rientrare verso il Rifugio Lagazuoi attraverso le creste in un scenario quasi lunare .
Ritorno
Per il ritorno per il completamento di questo magnifico percorso museale a cielo aperto, rimane la galleria del Lagazuoi ovvero la Galleria degli Alpini che passa dentro il Lagazuoi e presenta una ricostruzione storica dei baraccamenti , feritoie e trincee fino a raggiungere in fondo alla valle il Passo Falzarego . Può essere usato per il rientro il 401 che passa attraverso la forcella Travenànzes, per poi attraverso il 402 si scenderè fino a raggiungere il Passo Falzarego . Altro sistema è quello di usare la funivia che porta direttamente al posteggio del Passo ,
Cenni storici
Il Sentiero dei Kaiserjäger prende il nome dai soldati austro-ungarici ovvero i cacciatori imperiali, originari principalmente del Tirolo , anche se non specificatamente truppe da montagna, ma hanno imparato presto a combattere in alta quota, venivano schierati dove c’era bisogno di truppe scelte, vista la loro tenacia e fedeltà alla monarchia.
Lo sbarramento difensivo austriaco nell’area del Lagazuoi era costituito da un sistema di trincee scavato sul passo Valparola, la cosiddetta postazione Vonbank da cui si poteva sorvegliare il Passo Falzarego ed i cui resti ben conservati si incontrano ancor oggi alle pendici del Lagazuoi, In quota vi erano da un lato le postazione sul Sasso di Stria , e dall’altro gli appostamenti sulla cengia del Lagazuoi saldamente in mano ai Kaiserjäger.
Il sentiero dei Kaiserjäger fu costruito dalle truppe austro-ungariche come accesso sicuro dal passo alle trincee austriache e alle postazioni in vetta per rifornire le truppe stazionate sul Lagazuoi di viveri, munizioni e combustibile pari al peso di ogni soldato. Per due anni e mezzo, i Kaiserjäger hanno risalito la montagna su questo ripido sentiero attraversando un ponte sospeso lungo ca. 10 m e alto 25 m.
Mentre gli Alpini occupavano la Cengia Martini nella parete sud del Lagazuoi e la trasformarono praticamente in una fortezza. Tutti i tentativi dei Kaiserjäger di stanare gli italiani da lì, fallirono. Nemmeno l’esplosione di quattro mine austriache sulla cengia diedero i risultati tattici sperati.
Cengia Martini
Tra il 18 e il 19 ottobre 1915 due plotoni di Alpini occuparono la cengia posta a metà della parete del Piccolo Lagazuoi. L’occupazione era stata preceduta da numerose ricognizioni notturne sul posto, attraverso un terreno roccioso molto aspro e difficile, nelle immediate vicinanze delle posizioni austriache. Così, sotto il comando del maggiore Ettore Martini, gli Alpini riuscirono ad occupare la Punta Berrino, lo spigolo roccioso che si protende in avanti a est dell’Anticima e a occupare e ad attestarsi sulla cengia che attraversa la parete meridionale del Piccolo Lagazuoi da ovest a est.
Questa cengia si rivelò essere una posizione privilegiata per colpire la postazione Vonbank austro-ungarica a difesa del passo di Valparola, una vera spina sul fianco degli Austriaci perché consentiva agli italiani di colpire dall’alto le trincee del passo.
Circa 140 uomini erano addossati su questa cengia dotandola di camminamenti, cucine, mensa, magazzino, telefono, stazione teleferica, posto di medicazione, fucina, falegnameria, fureria.
Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo.
Descrizione
Questo percorso molto difficile in salita , ma uno dei più belli in questo gruppo montuoso ,permette panorami incredibili , circondato da alcune delle montagne più belle in assoluto , Tofane Averau e Nuvolau , Sasso di Stria , 5 Torri , teatri di grandi contese belliche del 1915-1918 . Si sale dal piazzale della funivia a Passo Falzarego 2105 m per il sentiero 402 , per poi sotto le rocce strapiombanti del Lagazuoi girare sulla sinistra ed entrare nel percorso della galleria dapprima transitando anche per la cengia Martini ed altre postazioni con un occhio di controllo verso il Sass de stria , postazione austroungarica di confine , si prosegue la salita dento in una galleria in cui è indispensabile la lampada frontale , recentemente risistemata e ricostruite alcune sue parti come da origine nel periodo bellico , non si può che rimanere impietriti da questa opera di grande impatto emozionale un opera di grande ardimento che porterà l’escursionista in quota al Lagazuoi , dentro aquelle trincee a cielo aperto in un panorama incredibilmente unico, tempo meteorologico permettendo , meglio se viene fatto in discesa , dopo essere saliti per il sentiero dei Kajsejager situato sul versante opposto partendo dal Forte di Val Parola ora adibito a museo .Per la discesa è anche possibile scendere dal 401 che parte da sotto il rifugio e scende verso forcella Val Travenànzes , una delle più belle e lunghe valli del panorama dolomitico , per poi rientrare sul 402 e raggiungere l’auto.
Cenni storici
Il Piccolo Lagazuoi fa parte della Catena del Fánis a ridosso della quale si apre la selvaggia e contesa Val Travenànzes: una delle porte che l’esercito italiano doveva sfondare per poter avanzare verso il Tirolo. Nei ventinove lunghi mesi fra il maggio 1915 e l’ottobre 1917 il Piccolo Lagazuoi rappresentava un importantissimo baluardo che sbarrava il Passo Falzarego ed il sottostante Passo di Valparola e fu fortemente conteso dagli eserciti opposti che martoriarono la montagna con caverne difensive, gallerie di mina e postazioni per l’artiglieria. Fra le varie opere belliche realizzate, c’è la tortuosa Galleria del Piccolo Lagazuoi, un’opera che sfocia nello straordinario villaggio aggrappato alla roccia della famosa Cengia Martini . Ai piedi della montagna, poi, vi si contrappone la sottostante postazione Vonbank con le sue sei potenti linee di reticolati.
La galleria, come d’altronde tutto il museo all’aperto, è oggi percorribile grazie ai lavori di ripristino da parte degli Alpini e dai soldati austriaci e tedeschi in una sorte di comunione nel voler mantenere vivo il ricordo di questa atroce guerra.
Durante il corso della prima guerra mondiale, tra il 1915 e il 1917, il Lagazuoi fu teatro di aspri scontri tra le truppe italiane e quelle austroungariche , che costruirono complesse reti di tunnel e gallerie scavate all’interno del Piccolo Lagazuoi e tentavano a vicenda di far saltare in aria o di seppellire le posizioni avversarie con il metodo della guerra di mine.Tra il 18 e il 19 ottobre 1915 due plotoni di alpini occuparono alcune posizioni sul versante sud del Piccolo Lagazuoi, tra le quali una sottile cengia ribattezzata Cengia Martini in onore a Ettore Martini , che attraversa la parete da ovest a est ed era strategicamente importante, mentre le posizioni austro-ungariche si trovavano sulla sommità del monte. Per cacciare gli avversari da queste posizioni, fortificate e scavate nella roccia, gli austriaci fecero esplodere tre mine, la più potente delle quali il 22 maggio 1917 fece saltare in aria una parte della parete alta 199 metri e larga 136. Nonostante ciò, le posizioni italiane sulla cengia non vennero abbandonate. A loro volta gli italiani scavarono una galleria di duecento metri di dislivello all’interno della montagna, fino all’anticima del Piccolo Lagazuoi; il 20 giugno 1917 fecero brillare sotto di essa 32.664 chili di esplosivo e successivamente, attraverso la galleria, occuparono ciò che ne rimaneva. Il cratere provocato da quest’esplosione è tuttora individuabile. Dopo la battaglia di Caporetto gli italiani si ritirarono da tutte le loro posizioni e le operazioni militari nella zona ebbero fine.
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come Raggiungere
Questa fantastica via ferrata parte dal Rifugio Locatelli 2405 m , oppure dal Rifugio Pian di Cengia 2528 m , ovviamente bisogna dormire in rifugio , si potrebbe dormire e partire anche dal Rifugio Comici 2224 m oppure al rifugio Carducci 2297 m ma che da questi si dovrà procedere all’avvicinamento fino alla forcella Pian di Cengia , di circa 1h-1h30 . Resta inoltre da sommare il tempo per raggiungere il rifugio da dove si vuole partire , il mio consiglio è di salire sul Rifugio Pian di Cengia dove in 15 minuti si può raggiungere la Forcella Omonima.
Descrizione
Percorso molto bello , panoramico e in certi versi impegnativo essendo lo stesso attrezzato , ho preferito dormire al Rifugio Pian di Cengia 2528 m , raggiungendo poi prima la forcella Pian di Cengia e poi attraverso il sentiero 101 il Rifugio Locatelli 2405 m, dove si imboccherà la via per salire al Paterno , un primo tratto semplice senza corde , dove si percorre una galleria del periodo bellico 1915-18, per poi attraverso una via attrezzata salire sulla vetta , esiste anche la possibilità di salire anche dalla Forcella Lavaredo 2454 m , ma non è altrettanto importante e panoramico se non che nel primo tratto prima di entrare nel lato interno del vallone che sale nella forcella del camoscio. Raggiunta la Forcella del Camoscio, si risale un ultimo tratto di corde che porta nel pianoro detritico del Paterno 2744 m , finalmente la croce nella sua grandezza, si prosegue scendendo fino allla Forcella dei camosci per poi attraverso il sentiero delle forcelle porta direttamente alla forcella pian di Cengia, attraverso altri spezzoni di via attrezzata con passaggi interessanti e panoramici verso l’alpe dei Piani, questo itinerario molto importante sotto il profilo storico dove le caverne e fortificazioni furono molte vista la sua importanza strategica.
Risalendo mi ricordo la prima mia salita su questo monte, giugno del 1987 dove dopo aver dormito al rifugio Auronzo nel campo Estivo della compagnia Genio Guastatori Cadore , avevo 20 anni salimmo con le corde dalla Forcella Lavaredo , con il coro della Cadore a seguito giungemmo così sulla vetta dove in una piccola sosta il coro intonò Signore delle cime , in un tempo nebbioso e piovoso, una catena di emozioni che non dimenticherò mai , così dopo 34 anni ci volli risalire .
Cenni storici
I primi scontri 24-26 maggio 1915
Non era ancora giunto l’inizio della guerra in questo luogo , ma i preparativi sulle due forcelle erano in preparazione , verso le 8.45 un grosso rombo dal monte Piana e dal Monte Rudo che gli austriaci avevano trasformato in fortezza , partono i primi due colpi , il terzo shrapnel colpisce in pieno due alpini, i primi caduti sul fronte del Cadore, un forte sibilare di granate mentre il 25 maggio una granata colpisce in pieno la casermetta sui piani di Lavaredo , è il momento di rispondere , sulla casermetta delDreizinnenhütte sventola la bandiera della Croce Rossa , gli italiani sono convinti che sia una copertura per un deposito di munizioni e qualcos’altro , e si apprestano a portare l’artiglieria sulla Forcella Lavaredo e aprono il fuoco , dopo alcuni colpi rettificano il tiro ed al quinto colpo lo centrano in pieno incendiandolo ; sul Paternò la Guida alpina della val di sesto Sepp Innerkofler con Andreas Piller per poter controllare la precisione del tiro austriaco sulle posizioni italiane , mentre vede con amarezza che la sua casa arde colpita dal quinto colpo d’artiglieria italiana, e lui il proprietario del Dreizinnenhütte sorto nel 1882 che ha fatto la storia dell’alpinismo dolomitico.
La mattina del 26 maggio si intensifica il fuoco di artiglieria costringendo gli alpini a cambiare la posizione in forcella Lavaredo , dal monte Piana l’osservazione italiana vede un plotone austroungarico che sotto il crestone del Paterno cercano di salire sulla Forcella , si posizionano sulle finestre e costringono allo scoperto il piccolo presidio italiano ed a mantenere salda la posizione mentre i rinforzi arrivano e si apprestano ad un attacco sulla forcella che farà arretrare gli austroungarici . Ci furono 3 morti austroungarici , che furono lasciati sul posto, continuarono i movimenti di quei puntini neri visibili sulla neve per più di due settimane , una notte gli alpini scendono e trasportano i tre morti , seppellendoli sotto la Forcella Lavaredo con l’onore alle armi a compagnie riunite .
Qualche giorno dopo un plotone di alpini raggira la Croda del Passaporto in piena bufere sale sulla forcella omonima già abbandonata dal nemico , il 29 maggio gli italiani riescono a fare un presidio stabile in vetta al Paterno 2744 m, riescono faticosamente a portare un cannone da montagna sulla forcella del Camoscio dove comincerà presto a fare fuoco sulle posizioni austriache della Torre di Toblin.
Episodio del Paterno 4 luglio 1915
Una situazione che preoccupa molto il comando austroungarico per le posizioni strategiche conquistate dagli italiani , forcella del Passaporto, la cima del Paterno , Forcella del Camoscio e del Pian di Cengia, verso la metà di giugno viene incaricato il Feldmaresciallo Goiginger per studiare la situazione di un possibile attacco , mentre dovrebbe effettuare l’attacco il capitano Von Jaschke che comanda un battaglione di Landshutzen che conoscendo bene la zona si dichiarerà contrario ed in fatti verrà rimosso e sostituito dal Capitano Von Wellean che valuta l’operazione fattibile , ma non aveva alcuna conoscenza di compiere un azione militare su un luogo come questo ed in queste condizioni , appena vide le condizioni inorridì , mentre la guida Forcher era favorevole , Sepp Innerkofler era moto perplesso ritendo difficoltosa qualsiasi operazione sulla vetta presidiata dal nemico .
Sono in sei, volontari di guerra, quattro più che cinquantenni, guide rinomate della Val di Sesto (Sepp Innerkofler, Hans Forcher, Andreas Piller, Benitius Rogger). Hanno ricevuto l’ordine di arrampicarsi sul Paterno e di occuparne la cima. Sono armati di moschetto e di granate a mano. Escono da una baracca presso la Dreizinnenhütte devastata dall’incendio. Esce con essi il pattuglione guidato dal Christl, fratello del Sepp. Le Tre Cime si levano spettrali nella notte, inargentate pallidamente dalla luna, stagliate nel cielo terso. Si tuffano nel buio e nel silenzio. Nella notte fonda un ragazzo, il figlio del Sepp, staccate le braccia dal collo del padre, resta là, fermo, fissando a lungo quel buio dove la cara figura è scomparsa; poi si scuote, si volta, corre, come d’accordo col padre, verso la Forcella di San Candido … ad attendervi spasmodicamente l’alba: per vedere. I sei e il pattuglione passano presso la Salsiccia (il Frankfurter Wurstel) e imboccano il canalone ghiaioso che scende dalla Forcella del Camoscio. Procedono furtivi, lenti, per non smuovere sassi che possano destare l’allarme. Nell’alto delle ghiaie il Christl col suo Battaglione si ferma, resta in attesa degli eventi. I sei calzano gli scarponi da croda e attaccano la parete del Paterno. Salgono sicuri nel buio; conoscono perfettamente la via. È quella “Via nord-nord ovest” che lo stesso Sepp nel 1896 ha percorsa per primo e ripetuta innumerevoli volte. Salgono da un’ora: sono quasi in cresta. Sopra Cima Undici si diradano sempre più le stelle, spunta e si dilata un pallido chiarore: l’alba. Giungono sulla cresta. L’alta vetta del Cristallo s’indora. Un rombo e un sibilo alto: è il Monte Rudo che spara. Altri due rombi e due sibili più bassi: è ancora il cannone austriaco che rettifica il tiro. Un quarto rombo e un fragore di roccia colpita e frantumata. Il tiro è aggiustato, subentra di nuovo il silenzio. Ora i sei salgono uno dietro l’altro, per il filo della cresta. Da Forcella Pian di Cengia gli alpini scorgono le sei sagome nettamente profilantisi nel rosso del cielo. È l’allarme. Mentre i sei escono in parete ovest, si svegliano i pezzi e le mitragliatrici di Lavaredo. Pronte rispondono tutte le mitragliatrici austriache. Sopra il frastuono rombano i cannoni del Monte Rudo, un mortaio del Sasso di Sesto, un pezzo da 80 che sembra appostato nei pressi della Forcella di Toblin, un obice da 105 che dalla Torre dei Scarperi spara insistentemente contro la Forcella Pian di Cengia. E quelli sempre si arrampicano, a scatti, a sbalzi, si appiattano dentro ogni cavo, dietro ogni costola … Una scheggia rimbalza sulla fronte del Sepp; gli si riga la faccia di sangue, gli si offuscano gli occhiali, e continua a salire. Una pietra colpisce Forcher in fronte, sanguina, e continua a salire. Hanno quasi raggiunta la cima. Come ad un segnale d’un tratto, al frastuono, alla raffica ininterrotta di pallottole e schegge, succede un assoluto silenzio. In tutta la valle, su tutte le forcelle, sulle cime, di qua e di là delle trincee, si stende uno stato spasmodico di attesa. Si è scorto là in alto un uomo: è lassù, lento, che ascende. Eccolo, è giunto a dieci passi dalla cima. Si fa il segno della croce e con ampio arco di mano lancia la prima bomba oltre il muretto della vedetta della cima. Lancia la seconda e poi la terza. D’improvviso appare, dritta, sul muretto della vedetta della cima, la figura di un soldato alpino, — Piero De Luca del battaglion Val Piave — campeggiante nel tersissimo cielo, alte le mani armate di un masso, rigata la fronte di rosso da una scheggia della prima bomba. «Ah! No te vol andar via?». Prende giusto la mira, scaglia con le due mani il masso. Il Sepp alza le braccia al cielo, cade riverso, piomba, s’incastra nel camino Oppel, morto.
La galleria del Paterno
Ideatore di questa Galleria fu il Generale Segato , fu scavata per poter raggiungere il Sasso di Sesto conquistato dagli italiani anche nelle ore diurne riducendo cosi l’esposizione al fuoco nemico , di evitare la parte sotto il paterno soggetto sempre a valanghe , e con le feritoie poteva essere punto di osservazione verso la forcella Lavaredo, gli austriaci tentarono di impedirne i lavori e di riconquistare il Sasso di Sesto l’imbocco veniva dalla selletta della salsiccia attraverso una scala , mentre il pezzo che partiva dal Cadin del Passaporto risulta franato.
Il 21 aprile del 1917 gli austriaci attaccano il sasso di Sesto , dopo un avvicinamento attraverso una galleria scavata sulla neve impiegando circa due mesi , assaltano ed annientano il presidio italiano conquistando così il Sasso di Sesto.
Gli italiani iniziano il fuoco di artiglieria dal Paterno e fuoco delle mitragliatrici , uccidendo buona parte degli austriaci che si vedono perduti non conoscendo il complesso sistema labirintico , non riescono ad uscire senza munizioni combattono all’arma bianca , a mezzogiorno il Sasso è stato sgomberato dagli austriaci , drammatico è il racconto dall’aspirante ufficiale Von Lachmuller :
La nostra situazione appariva ormai solida e inattaccabile; ma si verificarono due fatti del tutto imprevisti. D’improvviso, senza che alcuno potesse comprendere come, i meandri più reconditi del sasso di Sesto ci apparvero stipati di italiani. Indubbiamente dovevano esserci, alla base del Sasso, una o più caverne, che non erano state individuate dai nostri quando lo avevano occupato nell’oscurità della notte e dalle quali al mattino gli italiani riuscirono a penetrare e le posizioni perdute. Che valeva, se ora qua ora là, noi riuscivamo a occludere con sacchi di sabbia l’imbocco di una galleria e ad appostarvi uno o due uomini per abbattervi ogni italiano che entrasse? Il sasso di sesto ci appariva come il labirinto di una tana di talpe, nel quale progressivamente penetravano e si distribuivano nemici. Più di metà della nostra piccola guarnigione era già caduta nelle loro mani. E poi venne la seconda cosa, o meglio non venne: chè, per quanto guardassimo verso la nostra linea, non si vedevano raggiungere i rinforzi sospirati, nè per la galleria, nè per il dosso nervoso. Sempre più infuriava il lancio delle granate e il fuoco dei fucili nelle viscere del Sasso è sempre più finivamo respinti verso le cima…
Fonte storica tratta dal Libro “Guerra in Ampezzo e Cadore” Antonio Berti , A cura di Tito e Camillo Berti , edizioni Mursia
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come raggiungere
Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo si prosegue per Val Parola raggiungendo così il Forte Tre Sassi a sinistra mentre sulla destra parte il sentiero dei Kajserjager.
Descrizione
Il percorso che sale sul Sasso di Stria è facile anche se ripido e con molte variazioni di pendenza fino ad entrare nel complesso sistema di trincee e passaggi strettissimi che si inerpica fino all’ardua vetta con un panorama unico verso il Passo Falzarego , e la sua strada che sale da Alleghe .
Cenni storici
L’importanza del Sasso di Stria nel periodo bellico è estrema gli austroungarici si posizionavano sul Passo Falzarego rientrando da Cortina D’ampezzo e rinforzavano le loro linee con il Forte Tre Sassi , il sentiero dei Kajserjager e l’invalicabile Sasso di Stria 2477 m. Fu sbarrata la strada che porta a Valparola con reticolati dove veniva concentrato il fuoco delle mitragliatrici tra il Lagazuoi ed il Sasso di stria. Il pesante bombardamento italiano del 15 luglio 1915 il forte Tre Sassi fu abbandonato e venne fortificato ulteriormente il Sasso di Stria divenuto un fulcro importantissimo per la difesa della Val Badia e Val Pusteria.
Galleria Goiginger
Nel 1916 il comandante Goiginger fece costruire una galleria di circa 500 metri che partiva dalla selletta Avanzata (verso il Passo Falzarego) che usciva lateralmente dal fianco in vista sulla strada per il Passo Valparola potendo così garantire i rifornimenti evitando il fuoco dell’artiglieria, e soprattutto la fucileria italiana posizionata sulla Cengia Martini , fu attrezzata con tutto l’occorrente pe la sopravvivenza , un gruppo elettrogeno , diverse vasche di recupero acqua, cucina, locali per magazzini, alloggio ufficiali, dormitori per i soldati, postazione riflettori e, naturalmente depositi di munizioni. Furono anche posizionate mitragliatrici e cannoni da 80 mm prelevati dal Forte Tre Sassi ormai inutilizzabile.
Furono inoltre costruite due rami di teleferica per portare i rifornimenti sul Sasso di Stria una proveniente dal Val Parola fino a circa la Postazione del Nido , e l’altra da San Cassiano a Valparola
Attacchi
Gli attacchi da parte degli italiani furono diversi , era fondamentale conquistare la posizione del Sasso di Stria , il primo del 15 giugno 1915 riuscirono a raggiungere la selletta del Sasso si stria ma non riuscirono mantenere la posizione per più di tre giorni , il bombardamento del 9 luglio 1915 che distrusse solo il Forte Tre Sassi
Nell’ottobre del 1915 la notte precedente l’occupazione della Cengia Martini , il plotone del Sottotenente Fusetti riusci a raggiungere la vetta del Sasso di Stria , ma venne sopraffatto dagli austriaci.
Vista l’impossibilità di sfondare tale punto di difesa , si passo a quella che fu chiamata la guerra di mine e così entrambi gli eserciti scavarono la montagna realizzando gallerie per collocare ordigni sotto le postazioni nemiche e farle saltare in aria. Quattro cariche austriache e una grande carica italiana esplosero sul Lagazuoi.
Era indispensabile liberare la via , quindi dovevano conquistarsi le vette circostanti come il Col di Lana poco lontano in linea d’aria al Sasso di Stria, quindi gli italiani scavarono una galleria sotto e la imbottirono con 5 tonnellate di esplosivo che fecero brillare il 17 aprile 1916 provocando un crollo di circa 10.000 tonnellate di roccia ed uccidendo metà contingente austriaco , per questo venne battezzato Col di Sangue , fu reso necessario liberare anche cima Sief , con l’installazione di una mina , ma le difese austroungariche furono invalicabili e non si riuscì a sfondare verso il Trentino , fu anche elaborato un possibile progetto per il Sass de Stria , ovvero scavare due cunicoli da mina , larteficie di tutto questo fu il Tenente Malvezzi quello delle mine del Castelletto e di quella sul Lagazuoi voleva far saltare la postazione Edelweiss e l’entrata della Galleria Goiginger così da impedire i rifornimenti , progettto che fu abbandonato dopo lo sfondamento di Caporetto ed il ritiro dal fronte dolomitico .
Galleria Goiginger( Fedmaresciallo Ludwig von Goiginger )
Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo.
Descrizione
Raggiunto il Pian del Menis si può lasciare l’auto ed imboccare il sentiero 440 che porta direttamente al Rifugio Scoiattoli 2255 m , oppure si può salire dal 419 passando per il rifugio Averau 2413 m, e scendendo così poi di quota fino al Rifugio , esiste anche una seggiovia che dal Rifugio Bai de Dones porta sempre allo Scoiattoli , in alternativa si può usare anche il Bus Navetta , tutti e due i sentieri non sono difficili e praticabili anche alle famiglie , lo scenario è incredibile sempre se il tempo lo permette , anche le quote che si raggiungono sono di una certa importanza. Le cime o vette visibili da questo luogo sono molte Lagazuoi , Tofana di Rozes , la schiena del Nuvolau. Tutto il sentiero storico e la possibilità di compiere un giro ad anello di 360 gradi attorno a questo luogo incredibile lo rendono davvero unico .
Cenni storici
Su questo luogo molto bello sia per l’aspetto panoramico e naturalistico offre un scenario molto importante per quello che riguarda il contesto storico e soprattutto bellico del 1915-1918 , la zona infatti è stata sottoposta a diverse battaglie su un terreno non di certo facile dove Kajserjager e Alpini si sono scontrati su queste terre di confine ,come riportato in questi musei a cielo aperto presenti su queste montagne , dal sentiero dei Kajserjager , alla galleria degli alpini , al museo Tre Sassi all’invalicabile Sasso di Stria , le Cinque Torri sono state un punto importante per la sorveglianza del Passo Falzarego 2105 m. Che come punto di osservazione strategico contava sull’Averau 2649 m anche se l’Osservatorio si trovava a quota 2477 m e sul Nuvolau 2574 m. Da qui si dominava e si aveva una visione completa di Valle Costeana , il Falzarego ed il Col di Lana , per non parlare della parte bassa che portava a Cortina d’Ampezzo , si controllava così un ampio settore di forze nemiche scorgendovi ogni loro movimento.
Nel 1915 furono occupate dagli italiani costruendo parte di quello che ora vedete ricostruito trincee e postazioni, linee telefoniche e telegrafiche, magazzini per viveri e armi, ripari per gli animali e fienili. Furono anche trasportati dei grossi cannoni da marina da 300mm , e supportati da due batterie che bombardavano la prima il Sasso di Stria , Valparola e Lagazuoi , la seconda Falzarego e Col dei Bos , le continue osservazioni e cambi di traiettoria di tiro, verifiche atte a vedere i danni causati al nemico misero ben presto fuori combattimento il Forte Tre Sassi al Passo di Valparola che fu quindi abbandonato dall’esercito Austro-ungarico.
Le trincee
Le trincee e le postazioni di questo luogo incredibile avevano molte funzioni , e furono realizzate per poter sorvegliare il nemico nei suoi movimenti , attraverso gli osservatori interrati e blindati per poter essere riparati dai tiri di fucileria , questa linea sarebbe stata inoltre di supporto nel caso di sfondamento nemico sul Passo Falzarego , la continua sorveglianza ed il continuo aggiornamento dei loro movimenti garantiva una precisione sia sul tiro di artiglieria che con la mitragliatrice.
Resoconti di guerra
“Ricognizioni di stamani fanno la certezza che il nemico sistema artiglierie sulle pendici orientali di Sasso di Stria. Il Comandante del nostro gruppo, informato, cerca, mentre scrivo, posizioni efficaci per battere la località anzidetta verso l’ovest delle Cinque Torri. La 9a Batteria del gruppo sta salendo le pendici di Cinque Torri per prendervi essa pure posizione… Ad agevolare l’arduo compito del gruppo da campagna manovrante alle Cinque Torri ho destinato circa 300 uomini utilizzati per riattare la mulattiera che vi sale dalla rotabile di Val Costeana e per aiutare i serventi nel trasporto dei pezzi di posizione.”
Pocol, 7 giugno 1915, Comando della Brigata Reggio, Magg. gen. Panicali.
“Questo Comando pregiasi informare che la sola batteria di medio calibro in condizione di concorrere ad una azione di fuoco contro la cresta di monte Casale e monte Cavallo è quella di due cannoni da 149 G in posizione nei pressi del lago di Val Dones.
Vennero date disposizioni per il necessario spostamento della direttrice di tiro, ma converrà collegare telefonicamente la batteria suddetta col Comando del gruppo di medio calibro di Cortina.
…in attesa di comunicare quando i due obici da 210 saranno in grado di aprire il fuoco nella nuova posizione, interesserebbe intanto, per guadagnare tempo, provvedere senz’altro al collegamento telefonico diretto tra il Comando di artiglieria in Cortina e la batteria al Lago di Val di Dones.”
Comando del IX Corpo d’Armata, Stato Maggiore. Il Ten. Gen. Goiran.
“15 giungo 1915… Abbiamo l’ordine di avanzare e prendere la trincea nemica del Sasso di Stria. Giunti a pochi metri si apre il fuoco. Io sono a fianco del ten. Lais. Sembra che siamo invulnerabili, tanto le pallottole ci rispettano. Verso le ore 16 il battaglione ha quasi terminato le cartucce. Il cap. Diana domanda un soldato senza paura e di buona gamba. Vengo presentato, ricevo un biglietto da portare a tre plotoni di riserva… e via di corsa tra il continuo fischiare delle pallottole… Siamo presi di mira dal nemico il quale ci fa piovere una vera grandine di palle… Si alza un nebbione fittissimo. Il battaglione ha l’ordine di dare l’assalto alla baionetta per ben 4 volte al grido: “Avanti Savoia” La fucileria nemica da dietro le trincee fa una vera strage dei nostri.”
Diario di Oreste Agnelli Zampa di Roma, 46° Reggimento Brigata Reggio
“Vi sono viveri di conforto abbondanti e due razioni di viveri per ogni soldato. La dotazione è adeguata.
Appena definita la dislocazione delle truppe, occorrerà fissare per ogni località il deposito viveri in relazione alla forza. Ritengo sufficienti 4 giornate in più della dotazione individuale.
Analogamente si provvederà alla ripartizione delle munizioni, costituendo depositi in tutte le località occupate. Ora si dispone di una baracca polveriera e di un ricovero per gelatina esplosiva.
Sono iniziati depositi di legna tali da far fronte al fabbisogno almeno per 8 giorni. Questo lavoro va intensificato per avere provviste sufficienti per almeno un mese.”
Itinerario : San Quirico – Sandri – Contrada Busati
Tipo di terreno : sentiero e mulattiera, sterrato circa 3 Km
Tempo di percorrenza del sentiero : 1h30
Dislivello totale : 371 m
Quota massima raggiunta : 707 m
Dopo aver lasciato l’auto in piazza della chiesa a San Quirico si prosegue verso la montagna Spaccata , Recoaro Mille , si sale sulla strada vecchia che passa per la località Sandri , per un primo tratto asfaltato , giunti ad un bivio che sale sulla destra abbastanza ripido lo si imbocca , si sale per circa un centinaio di metri fino a trovare sulla sinistra una indicazione di legno , che riporta Sentiero Busati , questo sentiero molto bello e variegato sale sulla destra della valle che va a salire fino alla contrada Pellichero , la visuale ed il panorama di questo sentiero permette un punto di vista totalmente diverso dal solito , il suo salire costante e un pò esposto lo rende molto bello ed appagante , i suoi passaggi su delle roccette spettacolari riempie gli occhi di paesaggi unici, fino a raggiungere un ampia zona prativa poco prima della Contrada Busati , si sale su una mulattiera con muri a secco fino al bivio che volendo porta in località Castagna ( ma si tratta di un sentiero di raccordo ) da li la salita diventa un spettacolo unico , è comunque un sentiero di poche ore praticabile a tutti , soprattutto a chi cerca una tranquillità interiore che questi luoghi a pochi passi di casa sanno regalare . Due parole le voglio spendere per la Fantastica contrada Busati , nota per il meraviglioso museo della Casa di Abramo e della Casa di Bepi Caliero , luoghi dove il tempo sembra fermato , ma ben mantenuto vivo da chi con passione e amore da vita a questo immenso valore umano , ricordo inoltre che questa contrada fatta di poche case sia nota anche per i suoi presepi , e che contradala si può raggiungere anche da località Pellichero , dove vi invito eventualmente lasciare l’auto , visto la stretta strada e il poco spazio nella contrada , e poi suvvia quattro passi non hanno mai fatto male a nessuno. Prendetevi il tempo di ammirare quella fantastica opera di recupero della Casa di Abramo , con tutti attrezzi e cose che si utilizzavano una volta e che molti di voi non conoscono e non sanno nemmeno a cosa servano , quando ritornerete a casa vi renderete conto che il progresso è utile solo se non si perdono le radici ed i valori imperniati nel tempo , dove le porte erano sempre aperte a tutti ed una mano lavava l’altra , e dove la contrada era luogo di incontro e di vita . Per il ritorno si può fare quello che transita per la contrada Castagna per poi ridiscendere al luogo di partenza .
Punti di appoggio: Passo Falzarego – Rifugio Giussani
Come raggiungere
Dopo essere salito a Cortina si prende per il Passo Falzarego 2105 m , si lascia l’auto sul piazzale della cabinovia e si prosegue imboccando il sentiero 402. In alternativa si potrebbe salire anche da Selva di Cadore.
Questo itinerario permette di salire e di circumnavigare la Tofana di Rozes , il sentiero richiede perciò una preparazione ottima e richiede l’uso dell’attrezzatura da ferrata per superare prima la galleria del Castelletto e poi la Ferrata Lipella , di una discreta lunghezza anche se poco impegnativa nella prima parte , proseguendo poi fino a raggiungere la seconda parte che ti porterà in vetta.
Descrizione del percorso
La Tofana di Rozes rimane per me una delle montagne più belle , si parte dal passo Falzarego , seguendo il segnavia 402 , fino a forcella Travenanzes 2507 m , si inizia a scendere fino ad un forcella Col del Bòs 2332 m , poi seguendo la base della Tofana si raggiunge il bivio che sale dal castelletto con una scaletta in galleria , dove e passata la storia e dove si possono ancora notare i resti di legno di quella angusta scala che portava i soldati dentro alle viscere di questa montagna , si esce su un ghiaione stabile , sulla sinistra il Castelletto , mentre proseguiamo alla destra per raggiungere il sentiero attrezzato Lipella , lungo è il suo percorso tra sali e scendi e traversi , non difficoltosi ma impiegano le buone forze destinate per il ritorno, si sale tra pareti con molti appigli e tra crepe caratteristiche di questa grande montagna , lo spettacolo della val Travenanzes lascia senza fiato , mentre si solleva lo sguardo verso la parete che tra mille cambiamenti di direzione continua a salire. Si arriva dopo diverse tiri al bivio che porta alla postazione Tre dita sulla sinistra , mentre a destra si prosegue per l’ultimo attacco alla vetta , anche se finita la via attrezzata si dovrà proseguire ancora per circa 20 minuti . Provo la risalita alla vetta dopo circa 150 metri mi tocca rinunciare visto la pioggia che inizia a scendere , non fa niente si prosegue tra il dirupo della Travenanzes ed il pian del Majarie appena raggiunta la postazione Tre dita 2696 m tra il vallone che separa la Tofana di Rozes dalla Tofana di Mezzo e dal Nemesis , per poi raggiungere la forcella Fontananegra ed il Rifugio Giussani 2580 m , prendetevi il tempo per dare un occhiata al ex rifugio Cantore ed ai baraccamenti del periodo bellico presenti su questo sito. Si ridiscende poi per il sentiero 403 che porta al Rifugio Di Bona , ma in una curva si incrocia il 404 che riporta prima a forcella Travenanzes e poi al Passo Falzarego
Piccolo cenno storico
“D’un tratto si scaricarono mille armi. Da ogni parte le palle fioccavano con violenza, come se volessero squarciare i massi che servivano da riparo agli jäger. Le mitragliatrici crepitavano ininterrottamente. Pareva quasi che la roccia stessa vomitasse proiettili, poiché il nemico non si faceva minimamente scorgere, tanto abilmente si era nascosto. Non si vedevano che pietre mulinare con un terribile fragore, martellare furiosamente, eruttare morte e sterminio! Ogni più piccolo anfratto, ogni appiglio, ogni spacco, ogni sporgenza sembrava in preda alla follia e partecipava a quella tregenda. E tutto il furore si riversava su quell’esiguo drappello di 60 Jäger! Ma costoro attendevano imperturbabili senza rispondere, che così aveva ordinato il loro capo. Mentre le palle e i frammenti di roccia turbinavano sopra le loro teste, sì che l’aria si impregnava della polvere prodotta dalle pietre stritolate, essi scrutavano acutamente attraverso le feritoie, spiavano cautamente oltre gli spigoli dei sassi disposti a parapetto, per avere il nemico a portata dei loro cannocchiali da puntamento, sin dal primo istante della sua avanzata. E l’istante venne; che il tiro durò solamente un quarto d’ora. Allora, cessato il fuoco di colpo, si ebbero alcuni secondi di silenzio; e subito dopo tutte le rupi si animarono. In un baleno esse brulicarono di figure fosche, che scaturivano da tutti i nascondigli del terreno frastagliato, balzavano di masso in masso, strisciavano felinamente, si arrampicavano sulle rocce, se ne calavano, si avventavano innanzi come in preda all’ebbrezza, seguendo i loro capi e trascinando seco tutti gli esitanti, affascinati da una volontà irresistibile, che tutti indistintamente spronava verso un unico punto. E i fucili degli Jäger germanici falciarono in mezzo a loro una copiosa messe. Dapprima avanzarono travolgenti le ondate degli Italiani, ma poi l’impeto delle prime file si infranse, i sopravvenienti recalcitrarono davanti ai sanguinanti cadaveri e ai disperati sguardi dei moribondi e si indugiarono dietro i massi più a lungo del tempo necessario a riprendere fiato. Si spinsero bensì nuovamente innanzi, e l’ondata successiva incalzò con impeto rinnovato, ma le loro file incominciavano ormai a vacillare e la loro foga a intepidirsi. Ed allorché gli Jäger ne ebbero di nuovo fulminato un gran numero, delimitando con pugno irresistibile un tratto di terreno che neppure il più animoso riusciva a oltrepassare senza soccombere, la fiumana nemica ristagnò ed alla fine si acquietò. Il primo assalto era stato stroncato.“
Generale Antonio Cantore
Forcella di Fontana Negra. Zona Tofane. È il pomeriggio del 20 luglio 1915, quando il generale Cantore rimane fermo, impassibile a due proiettili che lo sfiorano. Cade subito dopo, colpito mortalmente da un terzo colpo che lo centra in piena fronte, forando la visiera del berretto che portava. Nasce così la leggenda del papà degli alpini e noi in ogni occasione in cui accompagnamo i nostri reduci scomparsi diciamo che sono andati avanti e che andranno a trovare tutti i Caduti che li hanno preceduti nel paradiso di Cantore .
La nuova linea austriaca fu organizzata circa 600 metri dietro alla precedente, limitando di molto la portata del sanguinoso successo degli italiani (furono alla fine necessari tre assalti per impadronirsi della posizione!) che però videro in questo successo la “vendetta” per la morte del gen. Cantore.
Nel 1901 Don Filippo Martinelli ,parroco di Fongara , fece erigere delle croci sulle tre cime più alte che circondavano la chiesa : Cima Castiglieri , Cima Marana e Pizzegoro .
Per la croci dei Castiglieri fu tagliato un cantile vicino a Contrada Busati, venne portata in vetta a braccia da 70 persone di Fongara e innalzata con l’uso delle corde del campanile. Nel 1914 tutte le croci furono abbattute a causa della guerra in quanto potenziali punti di riferimento per il nemico. Finita la guerra le altre due croci furono ricostruite e riposizionate mentre quelle di Castiglieri non più più eretta.
L’associazione Fongara in collaborazione con altri gruppi di volontari e privati hanno ripristinato la Croce dei Castiglieri.
Per ripristinare questa croce , fu perciò tagliato un castagno sempre in contrada Busati , e trasportata in località Piasea per essere lavorata e preparata per il suo riposizionamento . Durante i lavori di scavo fu ritrovata la parte interrata di quella originale , che è stata messa su una teca proprio dietro a quella nuova.
La croce ultimata è stata trasportata con l’elicottero il 23 settembre 2008 , posizionandola sul Monte Castiglieron dove adesso domina la Valle , il 19 luglio del 2009 la croce fu inaugurata e benedetta .
Dimensioni
Altezza della croce : 11,50 metri
Braccia : 5,30 metri
Sezione legno : 33cm x 28cm
Peso croce : 16 quintali
Parte interrata : 2 metri
Un sincero ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato , sostenuto ed approvato la realizzazione di questa opera.
Io personalmente voglio ringraziare mio padre a quelle cose che mi ha insegnato ed a un suo grande amico , Pierino Torchia . Luciano
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 4h00
Dislivello totale : 1150 m
Quota massima raggiunta : 2320 m
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver superato l’abitato di Auronzo si prosegue per alcuni km raggiungendo così su una semicurva l’imbocco della Val Marzon , si sale per qualche kilometro con l’auto e raggiunto un piccolo slargo si lasci l’auto e si prosegue a piedi .
Descrizione
Il sentiero è per il primo tratto di circa un’ora su carrareccia asfaltata , con alcuni tratti di sentiero per accorciare il zig zag della strada , si arriva fino alla fine della strada in località Cason della Crosera, oltre al centro logistico, vero e proprio villaggio militare sorto nel giugno 1915, completo di infrastrutture e servizi per le truppe e gli ufficiali, è possibile visitare un piccolo cimitero di guerra, dominato da una croce in cemento con la scritta Pax, dove trovarono sepoltura soldati italiani, probabilmente tra i primi caduti sul fronte delle Tre Cime , e dove aveva sede un piccolo ospedale da campo , si prosegue salendo a sinistra , ricordandoci che in inverno non sempre si riescono a vedere i segnavia , rendendo così complicato l’itinerario e la sua percorrenza , e che ancora sofferente dopo quella tempesta Vaja che ne deformò il canalone detritico da li si prosegue la risalita uscendo finalmente dal bosco e dal canale , ammirrando la fantastica distesa di neve che sale fino al sentiero che porta a sinistra al Rifugio Auronzo ed a destra fino alla chiesetta degli Alpini e alla Malga Lavaredo . Tecnicamente il sentiero non è difficile ma le condizioni invernali ed il dissesto geologico lo rendono percorribili solo ad escursionisti esperti , con buona prestanza fisica e capacità di orientamento , si arriva sul Rifugio Auronzo , dove arriva anche la strada a Pedaggio ed il sentiero 101.
Cannone 203/45 A 1897 di Cason De Crosèra
“Allo scoppio del conflitto, come ben noto, molti pezzi di artiglieria di grosso calibro della difesa costiera furono destinati ai parchi d’assedio dei vari Corpi d’Armata. Così a partire dal mese di giugno 1915 anche al IV C. d’ A. operante in Cadore furono inviati numerosi obici e mortai, “artiglierie ultrapotenti”, per battere le opere permanenti austriache. In particolare nell’alta Val d’Ansei, nella zona di Misurina e Tre Croci, furono posizionati dunque alcuni obici da 305/17, da 280 A e da 210 G, ma il più famoso è senz’altro il cannone piazzato a Cason de la Crosèra, le cui immagini fecero davvero il giro del mondo, comparendo su diversi giornali e riviste dell’epoca (ad es. “The National Geographic Magazine”, voi. XXXII, n.l, luglio 1917). In prossimità del villaggio militare fu infatti posizionato un grande cannone da 203/45 A 1897 su affusto a ruote De Stefano. Il calibro era di 203 mm, la canna aveva una lunghezza di 45 calibri, la bocca da fuoco pesava kg 21.000, il peso totale “in batteria”, comprensiva cioè di bocca da fuoco e affusto, era di Kg 42.810. Il pezzo poteva sparare ad una distanza minima di 3.400 metri e massima di 14.200 metri una granata semi-perforante in acciaio del peso di kg 114,600, caricata con kg 6,050 di trotyl, con spoletta posteriore a percussione F.K.S. 1909. Oppure, in alternativa, una granata perforante in acciaio del peso di kg 115.895, caricata con kg 4,590 di trotyl, spoletta posteriore a percussione F.K.S. 1915′, o ancora una granata in acciaio del peso di kg 116,230, caricata con kg 6,625 di trotyl, spoletta posteriore a percussione F.K.S. 911 o F.K.2S.911. i II cannone arrivò a Calalzo, via ferrovia, nel giugno del 1915 e, messo su speciali carrelli muniti di cingoli “Buonagente”, giunse in Val d’Ansei trainato dalle autotrattrici del IV Parco di Tornede. La piazzola per ospitarlo fu ricavata di fronte al villaggio militare di Cason de la Crosèra, presso il ponte che scavalca il Rio di Val Marzon. Una cinquantina di metri più indietro, sulla destra della strada, furono realizzati il piano di scarico, i depositi per le granate e le polveri, in casematte a prova di bomba, nonché una baracca per gli artiglieri. I resti di queste installazioni sono, almeno in parte, ancora oggi visibili. Il 5 luglio il pezzo iniziò i primi tiri di aggiustamento contro le posizioni austriache del M. Piana e del Rautkofel.”
Dal libro: Tra fronte e retrovie. All’ombra delle Tre Cime. I servizi logistici nella Grande Guerra. Walter Musizza, Giovanni De Donà, Giuseppe Teza Edizioni DBS, 2014
«Arsiero, Asiago e quanti altri ancora, piccoli paesi di confine, nei giorni dell’anteguerra, Monte Grappa, Monte Corno e molti altri ancora, non è che contavate molto nei giorni della dolce pace»
Ernest Hemingway
Descrivere a parole questo sacro Monte teatro di grandi battaglie non è facile , salire per capire il perche della sua grande importanza strategica e fondamentale , su questo luogo sacro all’Italia hanno perso ma vita migliaia di persone ognuno per un proprio ideale o convinzione , anche se salirete in auto visitate il piccolo museo e la galleria Vittorio Emanuele III anche se non tutta aperta potrete vedere l’imponente opera logistica fatta nel periodo bellico, il Monte Grappa per quanto lo si salga non si finirà mai di scoprire , saliteci con l’umiltà e la voglia di capire , di imparare , di ricordare …per non dimenticare e per far sapere , per chi su questo monte ha perso la vita a soli vent’anni.
ORARIO:DAL 1/5 AL 30/9:10-14.DAL 1/10 AL 15/5:10-12 E 13-16. INGRESSO:GRATUITO NOTE:PER L’ILLUMINAZIONE DELLA GALLERIA:SOLO SU RICHIESTA PREVENTIVA RIVOLTA AL CUSTODE OPPURE ALLA DIREZIONE PRESSO IL SACRARIO MILITARE DI ASIAGO,TEL.0424/463088
Cenni storici
Il monte Grappa e considerata zona sacra , la galleria del museo e sorvegliata dall’esercito , nel suo sacrario giacciono le spoglie di 22.910 soldati morti durante il primo conflitto mondiale Ossario austroungarico con 10.295 morti di cui 295 identificati. Ossario italiano con 12.615 morti di cui 2.283 identificati.
Tra i due ossari, c’è la cosiddetta via Eroica lunga 300 metri, con a lato i cippi recanti i nomi delle cime teatro di guerra.
LE TRE BATTAGLIE DEL GRAPPA – PREMESSA
L’avversa conclusione della dodicesima battaglia dell’Isonzo, con la rottura del nostro fronte a Caporetto ed il necessario ripiegamento dell’esercito italiano sul Piave portarono, nel novembre 1917, il Monte Grappa in prima linea a sbarramento del settore montano tra il Brenta e il Piave.
Le nostre truppe, dopo una drammatica ritirata, pervennero alla nuova linea logore e stremate. Il disastro venne evitato grazie alla forza d’animo ed all’esperienza del Comandante Supremo, Generale Luigi Cadorna, il quale, nella circostanza, seppe coordinare il ripiegamento.
E malgrado la stanchezza e le gravi condizioni logistiche e tattiche, i nostri soldati si prodigarono alacremente per costruire una nuova barriera difensiva atta ad arrestare definitivamente il nemico che imbaldanzito dai recenti successi, puntava alla totale distruzione dell’Esercito Italiano.
La conquista del Grappa, infatti, avrebbe consentito agli austo-ungarici di dilagare nella sottostante pianura veneta e colpire alle spalle il nostro schieramento sul Piave, dal Montello al mare.
Consci dell’importanza del loro compito – “Monte Grappa tu sei la mia Patria” diceva la loro canzone -, i soldati del Grappa, anche a costo dei più gravi sacrifici, nella prima e seconda battaglia difensiva contesero accanitamente ogni palmo di terreno all’irruenza nemica, sino a stroncarne ogni velleità offensiva e travolgerla per sempre con la terza battaglia dell’ottobre 1918.
LA BATTAGLIA DI ARRESTO
La prima battaglia difensiva – quella di arresto dell’avanzata nemica – si svolse in due fasi: dal 14 al 26 novembre e dall’11 al 21 dicembre 1917.
Preceduti da un attacco ch’era stato però contenuto sull’Altopiano di Asiago, gli austro – ungarici, dopo una massiccia e violenta preparazione di artiglieria, il 14 novembre attaccano in forze le nostre nuove linee avanzate, tra Cismon e Piave; la lotta diventa sempre più aspra e accanita ed il nemico fa ricorso a tutti i mezzi di distruzione in suo possesso: dalle granate di grosso calibro, ai lancia fiamme, ai gas asfissianti. Aggredisce da est e da ovest il massiccio del Grappa e ne sgretola le difese avanzate a costo di gravissime perdite.
Dal 16 novembre vengono via via coinvolti il M. Tomatico, il M. Roncone e il Prasolan; poi, dal 20 novembre, le quote ed i costoni che convergono a raggiera su Cima Grappa: Col Caprile, M. Pertica, M. Fontanasecca, Col della Beretta, M. Salarolo, M. Spinoncia e M. Tomba. Località tutte di cui si leggerà poi il nome inciso sulle steli che fiancheggiano la Via Eroica del Sacrario. Per più volte il nemico viene respinto, ma ripete gli attacchi accanitamente, con forze sempre maggiori.
Il 26 novembre, con un violento combattimento, la brigata “Aosta”, reparti del 94° fanteria e del battaglione alpino “Val Brenta” ricacciano da Col Beretta al divisione austro – ungarica “Edelweiss” ed ha termine la prima fase della battaglia di arresto. Essa è stata la più dura e la più importante perché venne sostenuta dai nostri soldati quando non era stata ancora superata la terribile crisi della ritirata.
Nonostante l’accanimento degli attacchi, condotti con netta superiorità di forze, il nemico venne fermato dal disperato eroismo dei nostri soldati. Sul Grappa, come sul Piave, il sodato italiano compì prodigi di valore, superiori ad ogni aspettativa e riuscì a bloccare tutti i tenacissimi sforzi austriaci per mettere fuori combattimento l’Italia.
Fu solo dopo questa dura prova che, riacquistata la fiducia nelle nostre reali capacità, le truppe Alleate affluite in Italia, il 5 dicembre entrarono in linea da Monfenera a Nervesa con il XXXI C.A. francese ed il XIV C.A. britannico. Riordinate le sue forze, l’11 dicembre il nemico riprende con rinnovato vigore l’offensiva. Riappaiono ancora nel vivo della lotta Col della Beretta, Col dell’Orso, M. Spinoncia, Col Caprile, M. Asolone.
Nonostante la nostra strenua resistenza, il nemico riesce a strapparci il Valderoa e l’Asolone, giungendo ad affacciarsi sulla piana di Bassano. Ma gli ulteriori attacchi sono ovunque respinti ed il 21 dicembre il nemico desiste da ogni ulteriore tentativo.
La battaglia d’arresto è così vinta.
LA BATTAGLIA DIFENSIVA
Durante la stasi invernale, la nostra organizzazione difensiva venne rafforzata con lavori in roccia, trinceramenti, postazioni e reticolati, in previsione di altri e più massicci attacchi.
La nostra sistemazione sul Grappa era assai difficile perché eravamo ormai ridotti alle ultime propaggini montane verso la pianura, tanto che il Gen. Conrad definì la nostra condizione: “quella di un naufrago aggrappato ad una tavola di salvataggio, per cui sarebbe bastato mozzargli le dita per vederlo annegare”.
Ma doveva fare i conti con la tenacia e il valore dei nostri soldati.
Venne aperta nella viva roccia, al di sotto della cima del massiccio, la famosa galleria Vittorio Emanuele III.
L’opera – vero capolavoro d’ingegneria militare – fu dotata di formidabili postazioni di artiglieria in caverna e di sbocchi offensivi per i contrattacchi.
Il piano nemico prevedeva di sferrare con una armata – la 11a – l’attacco principale dagli Altopiani e dal Grappa per giungere, attraverso la piana di Vicenza, alle spalle delle nostre difese sul Piave che la 5 e 6 Armata austro – ungarica avrebbero attaccato frontalmente.
La grande battaglia, dall’Astico al mare, che prese poi il nome di Battaglia del Solstizio, si accese nella notte del 15 giugno 1918. Fu improvvisa ma non inattesa dal nostro Comando Supremo che, avuto sentore delle intenzioni del nemico, riuscì a far scatenare un potente tiro di contropreparazione quasi contemporaneamente a quello di preparazione delle artiglierie nemiche, riducendone sensibilmente gli effetti distruttivi. Sul Grappa, nell’attacco che ne seguì, gli austriaci, protetti da una fitta nebbia, riuscirono ad irrompere nelle nostre prime linee del IX C. A. e raggiungere Col del Moins e Col Moschin, spingendo pattuglie fino al Ponte San Lorenzo.
Anche al centro, nel settore del VI C.A., il nemico attacca direttamente Cima Grappa da più direzioni; a destra, nel settore del XVIII Corpo, dopo ripetuti attacchi e contrattacchi, riesce ad affermarsi sulla linea Solarolo – Valderoa.
Ma la sua irruenza viene subito bloccata e nella giornata successiva, il 16 giugno, i nostri irresistibili contrattacchi riescono a ricacciare il nemico da quasi tutte le posizioni conquistate.
Sul basamento della colonna romana collocata a Ponte San Lorenzo, la nostra vittoriosa reazione è ricordata dall’epigrafe: “Qui giunse il nemico e fu respinto per sempre il 15 giugno 1918”.
Il Comando Supremo, nel citare all’ordine del giorno l’eroico comportamento dell’Armata del Grappa, così dice nel bollettino di guerra del 18 giugno: “ciascun sodato, difendendo il Grappa, sentì che ogni palmo del monte era sacro alla Patria”.
Le 640 medaglie al valor militare concesse per quella battaglia, di cui 486 a sodati, ne sono la luminosa dimostrazione. La vittoriosa conclusione della battaglia difensiva ebbe un effetto determinante per l’esito della dura guerra contro l’Impero austro – ungarico.
LA BATTAGLIA OFFENSIVA
Il compito affidato all’Armata del Grappa era quello d’irrompere nel solco feltrino per facilitare l’azione dei rottura delle Armate 8 e 10 dal Piave verso Vittorio Veneto.
All’alba del 24 ottobre 1918 venne accesa – questa volta per nostra iniziativa – la terza battaglia del Grappa. La battaglia, preceduta dal violento tiro di preparazione della nostra artiglieria, si sviluppa sull’Asolone, Cima Pertica, Osteria del Forcelletto, Prassolan e Valderoa, dove d’impeto vennero raggiunti importanti successi, nonostante la tenace difesa ed i ripetuti contrattacchi mossi dal nemico il 27 e 28 ottobre, contro il Pertica ed il Valderoa.
Il 29 ottobre la 4 Armata, in concomitanza della grande battaglia offensiva del Piave, balza in avanti in tutti i settori, irrompe come una valanga sul nemico e ne travolge ogni residua resistenza.
Alle ore 15 del 3 novembre (ora dell’armistizio) l’Armata raggiunge la linea Borgo in Val Sugana – Fiera di Primiero in Val Cismon.
La battaglia è vinta! L’Armata del Grappa ha ben assolto il compito che la Patria aveva ad essa affidato