Si sale a Cortina D’Ampezzo e si prosegue verso Dobbiaco , raggiungendo così la località Carbonin , al bivio nel villaggio Croda Rossa prendiamo la strada per il lago di Misurina, poco dopo aver imboccato la strada sulla destra troveremo un ampio posteggio in cui lasceremo l’auto . Si può raggiungere questo luogo sia anche da Auronzo di Cadore passando per il lago di Misurina , oppure da Dobbiaco .
Descrizione
Il sentiero parte poco lontano dal villaggio Croda rossa , salendo verso Cortina D’Ampezzo , si imbocca il sentiero 37 che fa parte anche dell’altavia n°3 , che costeggia ed usa una strada che porta al Rifugio Vallandro ed al Forte omonimo ,la salita non presenta difficoltà ed è praticabile da tutti , molto bello il sottobosco ed il panorama incredibile sia sul versante della Croda Rossa D’ampezzo che sul gruppo del Cristallo nel versante Trentino , parte del percorso è sulla carrabile e parte in sentieri che accorciano la distanza , senza grosse pendenze si raggiunge il rifugio Vallandro 2040 m , raggiunto il rifugio ed ammirato lo splendido scenario che si apre sia sulla prateria di Prato Piazza e la grandezza immensa della Croda Rossa e la vastità del Gruppo del Cristallo , sulla Cresta Bianca , sul Circo del Cristallo , lo spigolo della Cresta di Costabella conosciuta anche con il nome Schönleitenschneide , ed la Val Prà de Vecia che nel periodo bellico 1915-18 sono stati teatro di sanguinosi combattimenti , dal fianco del rifugio si sale su un sentierino in costa che permette panorami nella valle di grande bellezza con alcune postazioni di osservazione verso quello che fu l’antico confine austroungarico , qui la salita è un pò più impegnativa , ma abbastanza corta fino ad entrare il un ampio prato adibito al pascolo , diviso dal sentiero che sale fino al monte Specie 2307 m , la distesa prativa non la si può nemmeno descrivere , la bellezza di questi territorio la rende incredibilmente fantastica , raggiunta la cima la visione sulle Tre cime di Lavaredo , il Monte Piano e Piana con il sentiero dei pionieri che sale dal Lago di Landro , l’immensità della Croda Rossa , in questo panorama che spazia Gruppo del Cristallo fino alle Tofane , mentre sul basso le praterie di Prato Piazza completano un’incredibile panorama , si scende prendendo il 40A, verso la Malga di Prato Piazza dove è possibile anche mangiare qualcosa , proseguiamo con il 40A poi verso l’hotel Croda Rossa e Prato Piazza , da lì prenderemo il sentiero 18 che scende verso località Carbonin , passando ai piedi della Croda Rossa e imboccando la Val dei Chenòpe , che non presenta difficoltà tecniche , se non in un piccolo tratto più ripido , molto bella ed appagante con una piccola cascatina , si scende abbastanza velocemente e si arriva alla casa Cantoniera dismessa per poi entrare nel canale fluviale attraversandolo per salire sulla ciclabile che ha sostituito l’antica ferrovia che portava a Dobbiaco, percorrendo circa 3km si raggiunge il punto di partenza , esiste un altro punto di salita per il sentiero 34 che sale dal Lago di Landro ma risulta molto più lontano dal punto di vista del rientro , anche se di poco , sale da Val Chiara dove la zona presenta anche numerosi postazioni e baraccamenti del periodo bellico.
Cenni storici
Alla vigilia dell’apertura delle ostilità il generale Nava, comandante della 4° armata, dando ai comandi di due corpi d’armata da lui indipendenti le direttive d’azione per i primi atti di offesa, indicava come primi obiettivi da raggiungere sul fronte del cadore ; uno la presa di possesso dell’intero massiccio del Monte piana ; due le ha prese in possesso della conca di Cortina d’Ampezzo entrambi questi obiettivi erano nella zona del primo corpo d’armata al comando del generale Ragni . Il comando del corpo d’armata rispose di non ritenere possibile l’occupazione dei due obiettivi. Riguardo al monte Piana e il suo infatti prevedeva che non sarebbe stato possibile sistemarsi stabilmente perché efficacemente battibile delle artiglierie austriache, soprattutto da quelle del codice Specie e del Monte Rudo, confidava, tuttavia che neppure l’avverario avrebbe avuto la possibilità di stabilirsi qualora le artiglierie italiane da campagna e da montagna, sostenute da adeguati contingenti di fanteria avessero avuto il tempo di appostarsi lungo il fronte col Sant’Angelo Misurina malga di rimbianco forcella Longeres, così da portar controbattere efficacemente il tavolato superiore del Monte. Riguardo la conca di Cortina D’Ampezzo, il comando del corpo d’armata prevedeva gravi difficoltà per occuparla, mentre rilevava il valore inestimabile di tale occupazione . In realtà molte furono le incertezze che accompagnarono queste prime operazioni di guerra del Cadore scrive in generale Faldella. Orientato ad applicare procedimenti ossidionali per superare le fortificazioni nemiche il generale Nava non vide in quei primi giorni di guerra l’utilità di azioni condotte rapidamente e di sorpresa, che potevano conseguire successi, facilitando l’ulteriore sviluppo delle operazioni. Nelle direttive che emanò il 7 Aprile, il generale Nava vietò di prendere iniziative e si riserbo ogni decisione circa l’opportunità: di prevenire nemico su alcuni punti di capitale importanza per le successive operazioni il generale Cadorna intervenne, sebbene in ritardo, per evitare che la quattro armata rimanesse del tutto inoperosa, in attesa del parco d’assedio , e il 22 maggio fece spedire, a quella sola Armata, il telegramma numero 215 contenente l’ordine di imprimere alle operazioni ” spiccato vigore cercando di impadronirsi al più presto possibile posizioni nemiche oltre il confine, necessaria ulteriore sviluppo operazioni ” il generale Nava diciamo allora, alle 13:30 del 23 maggio un ordine stupefacente premesso che il nemico avrebbe potuto disporre di grandi forza, avvertì che nelle operazioni tendenti a sorprendere l’avversario occorreva essere “avveduti e cauti “. Secondo lui, l’occupazione della conca di Cortina avrebbe potuto: “trarre un mal esito delle operazioni “. I comandanti di corpo d’armata dovevano meditare su tale considerazione, far conoscere il loro parere e proporre, a ragion veduta, gli atti di prima offesa che, al loro giudizio si possono meglio compiere senza incorrere sui più gravi rischi punto il comandi di corpo d’armata ricevettero questo ordine 8 ore prima dell’inizio delle ostilità quando già le truppe avrebbero dovuto essere pronte a trapassare le frontiere . I comandanti, invece di spingere ad agire di sorpresa, dovevano meditare e proporre punto i risultati corrispondono alle premesse e furono deplorevoli.
Un giudizio altrettanto severo sarò dell’operato dei generale Nava nei primi giorni di guerra e formulato dal generale Fadini:
Il generale Nava comandante della quarta armata italiana destinata ad irrompere in Val Pusteria, non si muoveva e soprattutto non sapeva che pesci pigliare nel giro di poche settimane sarà tra i primi è senz’altro il più illustre tra i silurati di Cadorna ma intanto “è lentissimo e titubante e nonostante le energie fisiche esortazioni del comando supremo dimostra scarso spirito offensivo il suo vecchio timore dei responsabilità” .
A proposito del telegramma del 22 maggio di Pieri commenta :
Sembra che il Cadorna intendesse l’occupazione mediante colpi di mano, degli elementi avanzati degli sbarramenti nemici come il Col di Lana e Sasso di Stria , ed il Son Pauses . Ma simili colpi di mano non erano affatto “in conformità delle direttive dell’aprile 1915” che anziché gli sconsigliavano . Ne il Nava, nei due comandanti di corpo d’armata ritennero possibili .Comunque nè il Cadorna ne i suoi sottoposti pensavano che si potesse, all’apertura delle ostilità girare per alto gli sbarramenti e penetrare in tal guisa profonda nel territorio nemico. Inazione italiana meraviglio anche l’avversario infatti generale Krafft Von Dellmensingen comandante dell’AlpenKorps tedesco annota sul suo diario “apprendo che il nemico non ha intrapreso finora nessun ,nulla di serio. Si vede che non sa cogliere il suo vantaggio”. Il 27 maggio il comando supremo, constatato “che il nemico non è in grado o almeno non intende di contrastare seriamente la nostra avanzata” diramo l’ordine di guadagnare con un primo balzo il maggior terreno possibile:
Conviene qui e approfondire di questo stato di cose …occupando subito quelle posizioni oltre il confine, la cui conquista , quando il nemico avesse il tempo di portarvi adeguate forze , costerebbe a noi grossi sacrifici… Aspettando per operare con decisero offensiva , che tutti i mesi per vivere e combattere siano perfettamente organizzati, noi rischieremmo di dover ben presto consumare quei mezzi per conquistare obiettivi ,che oggi potremmo raggiungere senza colpo ferire.
Quest’ordine determinò l’avanzata delle truppe a passo Tre Croci e sulla Val Boite al’altezza di Zuel conquistando anche la conca di Cortina , interessante ricordare che tali occupazioni furono precedute da un’audace esplorazione del Sottotenente Matter 55°Fanteria ,questo partito da Misurina il 26 maggio verso il Passo Tre Croci, abbatte il cippo di confine e raggiunge il passo , lo trova sgombro e quindi ritorna a Misurina con un lungo canocchiale sequestrato sul piazzale antistante all’albergo.
Il giorno seguente 27 maggio mentre il resto della compagnia occupa i Tre Croci e SonForca scende a Cortina con una pattuglia e trova sgombrata dagli austriaci c’è già il 20 maggio avevano ritirato tutte le autorità militari e si limitavano a inviare, di notte, qualche pattuglia da Fiames e da Son Pauses. Va a cercare le autorità del paese e invita il capo del Comune e Decano ad accompagnarlo a Tre Croci . Qui li presenta il maggiore Bosi, il futuro magnifico eroe del piana comandante del battaglione, il quale in breve colloquio dà assicurazione che, qualora non vengano fatte rappresaglie contro le truppe occupanti, sarà rispettato ogni persona e ogni cosa ed invita a rientrare a Cortina. Nel pomeriggio del giorno successivo e durante tutto il 29 maggio il grosso delle truppe italiane occupa tutte le conca Ampezzana risalendo lentamente da Acqubona e Zuel .
Fonte : La guerra in Ampezzo e Cadore- Antonio Berti -Mursia
Non si può vivere la storia , senza avere la capacità di sentire solo la campana dei vincitori , bisogna vedere sempre da ambo le parti , come stanno le cose , perchè come si dice la verità sta nel mezzo , certo i tedeschi nei nostri comuni di danni ne hanno fatti , ma non è che le camice nere ed i partigiani in alcuni casi siano stati da meno …ma il soldato che spara per difendersi da un’altro soldato certo non è ne migliore ne peggiore , ma quando si spara sulla popolazione inerme che non può e non ha i mezzi per difendersi , credo deva essere presa in maniera diversa, e con il dubbio del se e del ma , anche se un’analisi seria può essere fatta solo da chi accetta il confronto , è lo fa per capire , per non dimenticare e per far sapere . Cailotto Luciano
Il Comando a Recoaro Terme
Alle Fonti Regie e nel centro cittadino si stabilirono tutti i comandi dell’Amministrazione militare, dell’Esercito, della Marina, dell’Aviazione e del Genio della Wehrmacht con i loro ufficiali superiori, soldati, ausiliarie e addetti ai servizi logistici. Albert Kesselring scelse questo posto per 3 motivi principali: Recoaro Terme non è un obiettivo strategico, possiede un collegamento molto rapido con il Brennero passando per Campogrosso e perchè la cittadina aveva un numero molto alto di edifici come alberghi, ville, ecc…, l’ideale per ospitare i 1500 soldati tedeschi. Proprio la presenza dell’Alto Comando tedesco spiega una concentrazione unica di rifugi antiaerei, in roccia o in superficie, comunemente chiamati bunker. In rapporto alla superficie e alla popolazione non esiste in Veneto ed in Italia un altro luogo con una simile quantità di rifugi in galleria e in superficie. Già prima di maggio del ’44, mentre si combatteva sul fronte di Cassino e in previsione di un arretramento sulla Linea Gotica, Kesselring aveva individuato Recoaro Terme come sede del suo Quartier Generale. La cittadina termale offriva molteplici vantaggi, aveva un alto numero di alberghi e di ville signorili, un rapido collegamento con la pianura e un buon collegamento a nord attraverso il Pian delle Fugazze sulla strada statale Schio-Rovereto. A ovest e a nord sul Passo di Campogrosso il Comune di Recoaro Terme confina con il Trentino e quindi era adiacente all’Alpenvorland, territorio del Reich. Il 17 maggio 1944 i Tedeschi iniziarono i lavori per il loro nuovo Quartier Generale. Il progetto prevedeva uffici, alloggi per i militari e rifugi antiaerei nell’area delle Fonti e nel centro cittadino. Il trasferimento dell’Alto Comando a Recoaro Terme avvenne a metà settembre del 1944. I militari occuparono i principali alberghi del centro, le scuole, tutte le ville signorili e tutti gli edifici delle Fonti Centrali. Un documento redatto dal Comando tedesco il 22 settembre del 1944, riporta con precisione l’elenco degli edifici occupati dai comandi e dai rispettivi generali, le opere di difesa assegnate e il numero di soldati che vi potevano trovare protezione. In quattro fogli dattiloscritti sono contenute in tre colonne informazioni sugli alloggi occupati, sul personale militare e sui vari tipi di rifugi.
I Rifugi
Per esigenze belliche furono occupati le scuole, due edifici e l’ufficio postale delle Fonti Centrali, l’autorimessa di un albergo e il deposito dell’industria d’imbottigliamento dell’acqua minerale. La seconda colonna del documento contiene notizie sul personale, numero e incarico, relativo a ogni fabbricato. Conosciamo dove erano alloggiati i comandanti dell’Artiglieria, delle Truppe corazzate, della Polizia militare, dei Trasporti, del Genio, della Giustizia … e sappiamo anche che erano in funzione una stazione meteorologica e l’infermeria per la truppa con l’ambulatorio dentistico. In due ville erano alloggiati il giudice militare e il capo dei cappellani militari dell’esercito. L’ultima colonna riporta i tre tipi di rifugio costruiti: bunker, gallerie e trincee antischegge. A ogni fabbricato occupato era assegnato un rifugio a cui fare riferimento. Per ogni bunker e galleria, così come per ognuna delle 10 trincee paraschegge elencate, vengono riportati la superfice utile in metri quadrati e il numero massimo di persone ospitate calcolate in numero di due per metro quadrato. I rifugi antiaerei in galleria (Stollen) sono contraddistinti da lettere dell’alfabeto mentre per i bunker in superfice sono stati usati i numeri arabi. Dopo appena quattro mesi di lavoro le difese antiaeree più importanti, in galleria o in cemento armato in superficie, erano già disponibili con una capacità di circa 2500 persone. La progettazione e la realizzazione delle opere fu affidata alla Todt (OT), un’organizzazione militare tedesca che si occupava di fortificazioni e infrastrutture su tutti i fronti di guerra, fra cui anche il Vallo Atlantico in Normandia. Sotto la direzione di ufficiali e sottufficiali tedeschi lavoravano ingegneri, tecnici, impiegati e operai italiani dai 16 ai 60 anni regolarmente assunti e remunerati. Gli uffici avevano sede all’Albergo Gaspari nel centro cittadino. Alla fine della guerra vi svolgevano la loro attività 25 militari tedeschi agli ordini di un maresciallo. Al personale dell’OT di Recoaro Terme erano affidati il controllo e la progettazione delle opere con la predisposizione degli elaborati grafici necessari ai cantieri. I disegni tecnici, composti di piante, sezioni trasversali e longitudinali opportunamente quotati, erano molto accurati. Ognuna delle 12 tavole giunte fortunosamente fino a noi riporta il nome della galleria, la data di inizio dei lavori, la scala di riduzione grafica, l’orientamento e le pendenze. Una poligonale chiusa con indicati gli angoli in gradi sessagesimali e centesimali, le distanze e le pendenze, permetteva di scavare contemporaneamente dai due ingressi e di congiungere le due gallerie con la massima precisione.
CONTATTI :
APERTURA MENSILE DEL BUNKER KESSELRING SIAMO APERTI TUTTE LE DOMENICHE DI LUGLIO E AGOSTO E SETTEMBRE
Reparti tedeschi a Valdagno (agosto 1943-aprile 1945) del Prof. Maurizio Dal Lago
Tra l’agosto del 1943 e l’aprile del 1945 furono acquartierate a Valdagno tre unità tedesche. La prima a giungere, tra il 15 e il 20 agosto 1943, fu un’unità appartenente alla Luftwaffe. Si trattava del Luftnachrichten Betriebsabteilungen zur besonderen Verwendung 11 (Reparto trasmissioni e controllo di volo per impieghi speciali 11). Nella primavera-estate del 1943 esso era stanziato nella provincia di Poznan: comandato dal tenente colonnello Friederich Silomon, era strutturato su quattro compagnie, per un totale di circa mille uomini. Nell’estate del 1943 fu trasferito in Italia settentrionale in attuazione del piano di invasione “Asse”. A quell’epoca il reparto era passato sotto il comando del tenente colonnello Fritz Trippe, che era nato a Reichenbach, nella bassa Slesia. A Valdagno furono dislocati lo stato maggiore del reparto, la 4a compagnia e la colonna delle attrezzature. In tutto circa 400 uomini. La 1a compagnia al comando del tenente Schufred fu mandata a Dobbiaco; la 2a compagnia, comandata dal capitano Khun, era dislocata a Padova; la 3a compagnia con il tenente Boguniewski si trovava a Verona. Dipendevano inoltre dal reparto la 4a compagnia del 28° reggimento trasmissioni aeree al comando del capitano Klein, di stanza a Milano, e la 5a compagnia del 35° reggimento trasmissioni aeree sotto il comando del tenente Jonigk ad Arzignano. Il Luftnachrichten Betriebsabteilungen aveva il compito di garantire l’allestimento dei cosiddetti posti di comando tattico, di curare l’impianto e la manutenzione dei collegamenti radio e telefonici tra le varie unità della Wehrmacht, nonché di fornire informazioni aggiornate sul movimento dei propri aerei e di quelli del nemico. Gerarchicamente esso dipendeva dal Comando Traffico Volo tedesco, che si era trasferito da Treviso all’aeroporto Dal Molin di Vicenza il 1° agosto 19434. Per acquartierare la truppa a Valdagno furono requisite la settecentesca villa Valle, le sedi della GIL maschile e femminile, quella del Ginnasio pareggiato, alcune aule dell’Istituto industriale chimico-tessile. In seguito, in previsione dell’arrivo a Recoaro del Comando superiore Sud Ovest del Feldmaresciallo Kesselring, furono requisite anche le scuole elementari del capoluogo e delle frazioni, la villa padronale dei Marzotto e molte case private nel centro storico. I 14 ufficiali alloggiavano all’hotel Pasubio . La sede del comando venne posta nella Casa del Fascio in piazza Dante (il Partito fascista repubblicano, una volta costituitosi il 25 ottobre 1943, dovette traslocare nelle stanze del palazzo Festari). Vice comandante del reparto era il capitano con funzioni di maggiore Karl Kurz. Aiutante presso lo stato maggiore era il tenente Gehrard Suder. La 4a compagnia era sotto la responsabilità del capitano Arthur Sackel, che aveva alle sue dipendenze il tenente Franz Hauser e il sottotenente Wartermann. Il tenente Josef Stey comandava la colonna delle attrezzature e, contemporaneamente, era addetto all’ufficio del presidio. Ufficiale pagatore era il tenente Walter Führ, mentre la funzione di medico del reparto era svolta dal dr. Armin Schütte; il compito di interprete fu affidato in un primo tempo al tenente Schultz e poi al caporale alto atesino Enrico Zorzi. Nel marzo del 1944 il colonnello Fritz Trippe fu sostituito dal maggiore Ludwig Diebold, un ingegnere austriaco nato a Vienna nel 1907. Infine, dal febbraio 1945, il reparto fu comandato dal tenente colonnello Ludwig Hörger, che aveva come aiutante il capitano Lorenz. Il comandante del Luftnachrichten Betriebsabteilungen era anche il comandante del presidio di Valdagno, dal quale dipendevano tutti gli altri distaccamenti tedeschi dislocati nei centri della Valle dell’Agno: Recoaro, Cornedo, Castelgomberto, Brogliano e Trissino. Lo Jagdkommando di questo reparto eseguì, secondo l’ordine del maggiore Diebold, la sanguinosa rappresaglia di Borga di Fongara (11 giugno 1944). Sempre Diebol ordinò la fucilazione dei “Sette martiri” a Valdagno (3 luglio 1944). Il reparto partecipò anche al rastrellamento di Piana di Valdagno (Operazione Timpano, 9 settembre 1944). Il Luftnachrichten Betriebsabteilungen abbandonò il centro industriale valdagnese tra il 24 e il 25 aprile 1945, e si ritirò verso Bolzano al seguito del Comando superiore Sud Ovest del Generale Heinrich von Vietinghoff-Scheel che in quei giorni aveva lasciato a sua volta la sede di Recoaro Terme, dove era arrivato nel settembre del 1944. Il giorno della capitolazione, il 2 maggio 1945, il reparto si trovava a Brunico.
Il Reparto “Orianenburg” Si è accennato che nel Lehrkommando 700 c’erano alcuni appartenenti alle SS. Questi erano una quindicina di uomini che provenivano dal reparto Oranienburg, costituito nell’autunno del 1943 con elementi che in precedenza avevano condotto pesanti e sanguinosi scontri con i partigiani in Croazia e che erano stati puniti e degradati al fronte per i più diversi motivi. Costoro dovevano “riabilitarsi” attraverso una “prova”, cioè partecipando ad azioni particolarmente pericolose. In parte erano veri e propri criminali, altri invece avevano infranto il rigido codice d’onore delle SS con mancanze relativamente modeste. I membri delle SS rappresentavano un problema costante perché dal punto di vista disciplinare non erano sottoposti al comandante del reparto, ma direttamente all’Obersturmbannführer Otto Skorzeny11. È da segnalare che Hermann Georges, il soldato ucciso a Borga di Fongara da partigiani rimasti sconosciuti, era un “combattente del mare” di stanza a Valdagno, e più precisamente una SS che proveniva dal reparto Orianenburg. L’efferata rappresaglia dell’11 giugno 1944, che costò la vita a 17 persone della contrada recoarese, fu condotta dallo Jagdkommando del reparto della Luftwaffe al comando del tenente Joseph Stey, rinforzato per l’occasione da una ventina di uomini dell’LK 700 comandati dal tenente di vascello Herbert Völsch.
Il “Lehrkommando 700” Nel gennaio del 1944 giunse in città il reparto “Combattenti del mare Brandeburgo”, una formazione dell’Abwehr, il Servizio segreto militare tedesco diretto dall’ammiraglio Wilhelm Canaris. Questa era una unità di incursori subacquei la cui nascita si deve alle sollecitazioni di Alfred von Wurzian, un ufficiale viennese, compagno di spedizioni del ricercatore marino austriaco Hans Hass. La sua idea era di munire di bombole di ossigeno e di pinne gli incursori che dovevano essere condotti di notte da un sottomarino nelle vicinanze di porti nemici. Essi poi, avvicinatisi a nuoto agli obiettivi, avrebbero applicato il materiale esplosivo alle carene delle navi nemiche. Wurzian aveva illustrato le sue idee alla Marina da guerra tedesca nell’estate del 1942, ma in quel momento vennero accantonate perché gli alti comandi puntavano sulle grandi navi da combattimento e, soprattutto, sui sottomarini. Per un piccolo gruppo come gli incursori subacquei non si vedeva un reale utilizzo nonostante i successi degli incursori italiani. Solo nel gennaio del 1943 il progetto di Wurzian fu ripreso e valutato positivamente dall’Abwehr. Wurzian, pertanto, fu inserito nel Regiment Brandenburg con l’incarico di costituire un gruppo di sabotaggio sottomarino. Ma il progetto procedette molto lentamente. Nella primavera del 1943 il comandante della Decima Mas, Junio Valerio Borghese, incontrò Wurzian e lo invitò a partecipare all’addestramento degli uomini “Gamma”, una unità molto simile a quella cui stava lavorando il Wurzian, che accettò l’invito e partecipò, nell’estate del 1943 a Quercianella-Sonnino, vicino a Livorno, al corso d’addestramento dei “Gamma”. Nel gennaio del 1944 gli uomini selezionati per diventare incursori marini furono mandati a Valdagno dove qualche mese prima erano giunti anche i “Gamma” al comando del tenente di vascello Eugenio Wolk e del suo vice, il tenente, e medaglia d’oro al valor militare, Luigi Ferraro. A Valdagno, infatti, esisteva una piscina coperta adatta all’addestramento. Gli incursori tedeschi furono acquartierati nei locali del Dopolavoro Marzotto nel quale insisteva la piscina. Il reparto, denominato “Combattenti del mare Brandeburgo”, era formato da una quarantina di militari provenienti dalla marina, dall’esercito, dalla aeronautica (paracadutisti), dal servizio segreto e dalle SS. Primo comandante dell’unità fu il capitano Neitzker del Servizio segreto militare. Wurzian era il responsabile dell’addestramento. Nel marzo del 1944 Neitzker fu sostituito dal capitano Friedrich Hummel, sempre appartenente all’Abwehr. Nel giugno del 1944 il reparto cessò di dipendere dal Servizio segreto militare e fu assegnato alla Kriegsmarine. Di conseguenza il 21 giugno 1944 i “Combattenti del mare Brandeburgo” cambiarono denominazione, e assunsero il nome di Lehrkommando 700. Ne divenne comandante l’ufficiale medico dr. Armin Wandel. All’esterno, infatti, il commando era mascherato come centro di convalescenza per soldati nel quale i feriti venivano resi nuovamente abili per il fronte attraverso molto sport ed attività fisica. La giornata dei sabotatori tedeschi cominciava alle 7 del mattino con due ore di piscina. Poi seguivano tre ore di marcia e, nel pomeriggio, due ore di addestramento militare. Erano frequenti anche le marce sulle colline circostanti e sulle pendici delle Piccole Dolomiti. Oltre che a Valdagno, dove aveva sede il Lehrgangslager 704, il Lehrkommando 700 disponeva del campo d’addestramento (Lehrgangslager 701), sull’isola di S. Giorgio in Alga, nella laguna di Venezia, del Lehrgangslager 702 a Bad Tölz e del Lehrgangslager 703 a List auf Sylt. Alla fine di giugno del 1944 il quartier generale dell’LK 700 venne trasferito da Valdagno a S. Giorgio in Alga, mentre comandante del campo di Valdagno divenne il tenente di vascello Herbert Völsch. Nel settembre 1944 gli appartenenti al Servizio segreto militare ed alle SS lasciarono il Lehrkommando 700 a causa dei numerosi conflitti di competenza tra SS e Marina da Guerra. Gli incursori delle SS fondarono un proprio gruppo segreto a Bad Tölz sotto il comando del liberatore di Mussolini, l’SS Obersturmbannführer Otto Skorzeny, con il nome SS-Jagdkommando Donau. Wurzian, pur appartenendo al Servizio segreto militare, rimase a Valdagno come responsabile dell’addestramento del-l’LK 700. Nel novembre 1944 l’LK 700 venne ritirato dall’Italia e trasferito a List auf Sylt9, località sulla costa occidentale dello Schleswig, al confine con la Danimarca. Il 16 settembre 1944, tre appartenenti all’LK 700 furono catturati dagli inglesi nelle acque davanti a Fano, dopo che la loro imbarcazione era rimasta senza carburante. Il 20 settembre, i tre (Karl Heinz Kaiser, 24 anni; Herbert Arthur Kein, 21 anni e Oskar Otto Georg Kuehn, 25 anni) furono interrogati a fondo dal servizio segreto alleato in quanto sospettati di una missione di sabotaggio contro le navi ormeggiate nel porto di Ancona. Sulla base delle informazioni date dai tre prigionieri, l’Intelligence Section presso l’Headquarters delle Mediterranean Allied Air Forces indicò, nel mese di ottobre del 1944, come possibile obiettivo di bombardamento l’Isola di S. Giorgio in Alga. Un mese dopo, il Servizio segreto alleato segnalò la presenza a Valdagno di una «School for Swimming Saboteurs», composta di italiani e tedeschi, proponendone il bombardamento in quanto «the destruction of this school would greatly reduce the risk to Allied Shipping in the Mediterranean Theatre» (23 novembre 1944).
Il Bombardamento del 20 aprile 1945
Il 20 aprile, compleanno di Hitler, gli Alleati bombardarono chirurgicamente le Fonti Centrali; due giorni dopo, nel corso di una riunione, all’interno del bunker di comando, fra i principali responsabili politici e militari tedeschi presenti in italia, fu stabilita la cessazione dei conflitti. Il 29 aprile fu quindi ratificata a Caserta la resa incondizionata. I bunker furono oggetto di una pesante incursione aerea il 20 aprile 1945 quando 18 bombardieri americani B25J Mitchell decollati da Rimini sorvolarono Recoaro Terme e da 3000 metri sganciarono con incredibile precisione 135 bombe da 250 kg sul Quartier Generale tedesco. Il bombardamento aereo si concentrò esclusivamente sull’area delle Fonti Regie e distrusse la sede del Comando, le ville e gli alberghi dove alloggiavano gli ufficiali. I rifugi antiaerei resistettero alle esplosioni e la maggior parte dello Stato Maggiore si salvò all’interno del bunker del Comando. A dimostrare la fiducia che i Comandi riponevano nelle opere di difesa antiaerea basta questa considerazione sull’attacco aereo ripresa dal diario di von Vietinghoff:
“I comandi tedeschi in Italia erano avvezzi ad avere a che fare con attacchi aerei, ed erano di conseguenza preparati. Naturalmente ogni volta si verificava un breve disturbo, nella pratica insignificante, perché ognuno aveva il suo posto di lavoro stabilito nei grandi ricoveri e la centrale telefonica era comunque sicura nelle profondità della montagna”.
Gli ultimi giorni di Guerra – La Resa ( fonte: prof. Maurizio Dal Lago suo libro “L’ultimo mese di guerra nella valle dell’Agno”
L’8 marzo del 1945 iniziano in Svizzera i contatti segreti tra i tedeschi e gli americani (operazione Sunrise) per arrivare alla fine del conflitto. Da parte tedesca tali contatti erano tenuti da Karl Wolff – all’insaputa di Hitler – e da parte americana da Dulles. Wolff aveva le mani legate, non poteva fare nulla senza coinvolgere il Comando di Recoaro. Decide quindi di recarsi a Recoaro una prima volta il 28 marzo per capire le intenzioni di Vietinghoff, (comandante in capo del fronte Sudovest e del gruppo di armate C) che però considera la resa ancora prematura. Wolff persiste nel tentativo di convincere Vietingoff che bisognava fare in fretta: gli alleati avanzavano molto velocemente e quindi ben presto non avrebbero più avuto alcun interesse alla trattativa. Ma il vecchio ufficiale prussiano – che il 18 aprile aveva ricevuto l’ordine perentorio di Hitler di “combattere fino all’ultimo uomo” – non voleva correre il rischio di essere accusato di alto tradimento. A metà aprile anche il generale Graziani, massimo responsabile militare dell’esercito della Repubblica di Salò, va a Recoaro per dire a Vietinghoff che Mussolini non credeva più alla vittoria finale e la situazione era disperata. Venerdì 20 aprile il Comando di Recoaro venne pesantemente bombardato. Neppure questo fatto bastò a convincere Vietinghoff ad accettare la resa. Dovettero raggiungerlo a Recoaro due giorni dopo Rahn, Wolff e Hofer (i rappresentanti della sovranità tedesca in Italia). La decisione di terminare l’insensato combattimento e di inviare una delegazione al quartier generale degli Alleati per delle trattative sulle condizioni di un armistizio venne presa a Recoaro, nell’alloggio di Vietinghoff, domenica 22 aprile 1945. I plenipotenziari tedeschi raggiunsero quindi Caserta, dove la resa venne firmata il 29 aprile 1945. Il comando Sud-ovest e il gruppo di armate C furono i primi ad arrendersi in Europa, dove le armi tacquero solo il 9 maggio 1945.
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°104 Cortina e Dintorni 1:25000
Come Raggiungere
Si sale da Cortina verso il Passo Falzarego , dopo alcuni km si incrocia il bivio con il passo Giau , lo si imbocca e si sale fino ad incontrare una stradina sterrata sulla sinistra con un cartello indicativo da dove parte il sentiero che sale verso i Lastoi , presso la località Ponte Peziè de Parù . Si lascia l’auto e si prosegue a piedi.
Descrizione
Questo percorso ad anello molto bello e panoramico , si sale attraverso il sentiero 434 che parte da una stradina a Ponte Peziè de Parù 1512 m , subito fin dall’inizio sale ripido in una stradina forestale molto ripida , il sentiero mostra nonostante la folta vegetazione scenari visti già ma da angolazioni molto diverse , il bosco è incantato , un sottobosco incredibilmente bello , il sentiero non molla mai fino a raggiungere la quota di 1876 m , dove troveremo dapprima il Cason del Formin , e un primo bivio che sale con il 437 dal Ponte de Recurto , qui noi cambieremo sentiero imboccando il 435 che ci fa entrare nella Val de Formin , divenendo anche meno ripido , mentre il 434 porterebbe direttamente al lago di Federa e al Rifugio Croda da lago Palmieri 2046 m attraverso la Val Negra . Proseguendo sul 435 , lo stesso si inerpica in tratti ancora boschivi e si iniziano a vedere la creste della Croda , iniziando con le Ciadines , poi Croda Bassa da Lago , mentre il sentiero prosegue tra massi detritici di notevoli dimensioni ed ancora qualche tratto boschivo , per poi uscire definitivamente dal bosco e salire su alcuni ghiaioni con discreta pendenza , raggiunta la quota 2300 circa appariranno nella loro vastità i Lastoi del Formin con scenario che varia dal lunare dei Lastoi a distese prative di un verde incredibile , si sale ancora calpestando queste pietre erose dal tempo , che fanno vedere scenari non visibili in altri luoghi , mentre in lontananza si individuano le creste dei Lastoi , la Ponta del Giau , il Gran Diedro ed infine più in alto e lontano la Ponta dei Lastoi del Formin a 2657 m , , mentre leggermente più a sinistra lo Spiz de Mondeval 2512 m , mentre noi raggiungeremo la forcella Formin 2463 m , una pausa per ammirare l’enorme bellezza e grandezza di questo luogo , da perdere gli occhi nel vedere la distesa prativa subito sotto alla Forcella , si scende ora sempre dal 435 per raggiungere forcella Ambrizzola 2274 m , dove diversi sentieri saliranno a raccordarsi con il nostro , ora da forcella Ambrizzola imboccheremo il 434 attraverso una mulattiera , con a destra una prateria dedicata al pascolo del bestiame ,passando sotto le Creste della cima Ambrizzola e la Croda da Lago , un paradiso che ricolma in quel lago di Federa a fianco del Rifugio Palmieri Croda da Lago 2046 m un luogo dove il tempo pare si sia fermato e la mente potrà vagare in quelle praterie che non conoscono il tempo , una sosta magari per il pranzo e d’obbligo anche se poi la mente da li non vorrà più scendere . Si costeggia il lago imboccando il 431 anzichè il 434 che porterebbe in poco tempo a quella mulattiera ripida dopo il Cason del Formin , mentre il 431 scende meno ripido e porterebbe fino al rifugio Lago D’Aial , si scende abbastanza dolcemente in un sottobosco incantato con alcuni tratti un po più pendenti , superando anche la palestra di roccia del Becco D’Aial , e a pochi minuti si raggiungera un bivio non segnalato a sinistra , mentre a destra prosegue il 431 , si imbocca a sinistra su una stradina forestale che ti permetterà di raggiungere la ciclabile ovvero il 406 e poi in circa 25 minuti , il bivio con il 434 , dove tenendo la destra e superato il ponte avremo chiuso l’itinerario e raggiunto Ponte Peziè de Parù 1512 m, un bellissimo ed unico percorso nel suo genere , nella sua bellezza e varietà di scenari che avremo incontrato in questo nostri viaggio.
La leggenda di Merisana
Nella Val Costeàna c’è una collina che un tempo si chiamava Col de la Merisana. Poco lontano vi scorre il Ru de ra Vèrgines, Torrente delle Vergini. I vecchi ampezzani raccontavano che avesse quel nome perché abitato dalle Ondine, abitatrici di acque e boschi, che sul mezzogiorno d’estate uscivano dal ruscello. La loro regina si chiamava Merisana e la sua sovranità si estendeva da monte Cristallo fino alle montagne azzurre dei Duranni. Gli alberi si chinavano e le ubbidivano, le onde si abbassavano quando si avvicinava a riva, aveva un grande potere ma era infelice: il pensiero che vi fossero sulla terra infinite creature sofferenti e non poterle aiutare rattristavano il suo cuor pietoso. Accadde che il Rej de Ràjes (il Re dei Raggi) del regno dietro l’Antelao si fermò un giorno presso il torrente e gli parve di sognar ad occhi aperti scorgendo, per un solo istante, il dolce viso di Merisana. Passò un intero anno col pensiero di quel “sogno”, finché non ne parlò col re dei Lastojères che gli disse che non era un sogno ma sarebbe bastato andar a mezzogiorno per vederla. Così riuscì a conoscerla e parlarle e dopo solo sette giorni le chiese di sposarlo. Lei rispose ch’era ben felice di farlo, ma non poteva celebrar nozze finché ci fossero stati al mondo tanti infelici: prima avrebbe dovuto trovar modo di render tutti lieti. Nessun uomo avrebbe dovuto bestemmiare, né le donne lamentarsi, né i bimbi piangere, né gli animali soffrire. Il re si consultò coi suoi saggi ma non era fattibile. Dovette tornar indietro a chieder di rinunciare o limitare il desiderio. Merisana allora chiese che valesse almeno per un giorno, ma il re le fece comprendere che nemmeno questo era possibile. Merisana si rassegnò a limitare ancora la richiesta -il mezzogiorno è l’ora che più mi piace. A mezzogiorno ci sposeremo e almeno per un ora tutti saranno felici: uomini e animali, alberi e fiori!- Il re non poteva chiedere di più, così mandò notizia a uomini, animali, alberi e fiori che il giorno dopo ci sarebbero state le nozze del Rèj de Ràjes con Merisana e ogni pena sarebbe stata alleviata. Tutti si rallegrarono e per gratitudine le piante fecero sbocciare i fiori più belli e uomini e animali li raccolsero per portarli a lei. Fiori e le fronde furono così tanti che non si sapeva più dove metterli, così due nani della montagna li raccolsero e fecero un albero, il làrice. L’albero non aveva però vigore vitale, così Merisana si tolse il velo da sposa e lo posò sopra l’albero che inverdì e fiorì. Il larice è un albero strano. È una conifera ma i suoi aghi non sono sempre verdi e in autunno ingialliscono e cadono come le foglie dei latifogli. Questo accade perché è un albero formato da piante d’ogni specie. Quando in primavera il larice si desta dal sonno invernale è facile distinguere attorno ai suoi rami, rivestiti di teneri sottilissimi aghi, il tessuto lieve del velo da sposa di Merisana.
Definire il sentiero Ivano Di Bona , attrezzato o ferrata è un eufemismo , difficoltà alpinistiche di questo sentiero vanno oltre la semplice via attrezzata , vero che i pezzi attrezzati non sono un gran ché difficoltosi , ma la lunghezza e l’avvicinamento a questa via va ben oltre sempre se la si vuole completare un tutta la sua lunghezza…ma in questo ambiente severo è nel silenzio più assoluto , pregno di storia e di fatti bellici che il montanaro trova il suo ambiente naturale , e percorrere l’itinerario in tutta la sua lunghezza diventa qualcosa di ardito , più di 20 km 1600 metri di dislivello sulle tracce della storia… per non dimenticare e per far sapere… Luciano
Si sale fino al Passo Tre Croci situato sopra a Cortina D’Ampezzo (attenzione se si parte dal Passo bisogna tener conto di più di un ora per raggiungere il rifugio ) si raggiunge il rifugio Son Forca a 2235 m , si può usare anche la seggiovia di Rio Gere , purtroppo il punto migliore per partire con questo itinerario sarebbe il Rifugio o Bivacco Lorenzi 2932 m raggiungibile con l’impianto però dismesso e quindi non più utilizzabile , il consiglio è quello di dormire al son Forca .
Descrizione
Dopo aver dormito al Rifugio Son Forca 2235 m, si prende il canalone che sale sulla forcella Son Stounies , ascesa difficile su terreno detritico dove non è più possibile usare la seggiovia dismessa da tempo che ti farebbe guadagnare la quota di partenza più agevolmente, anche il rifugio Lorenzi è dismesso , rimane solo un bivacco di emergenza , raggiunto il rifugio sulla forcella a destra inizia la ferrata Bianchi che porta sul Cristallo di Mezzo a 3154 m ( se si vuole percorrere anche questa insieme all’altra bisognerà aggiungerci circa 2h rendendo ancora più difficoltoso l’itinerario ) , si prosegue a sinistra raggirando la stazione di controllo dell’ex-seggiovia salendo su scale in ferro che danno l’accesso ad un scala dritta che ti porterà sulle prime cengie esposte e poi attraverso una galleria uscire su alcuni passaggi con corda in acciaio incontrando le prime postazioni di ricovero e baracche , fino a raggiungere poi la famosa passerella che ti permetterà di superare un grosso avvallamento ( che è stata fatta saltare nel famoso film di Cliffhanger ) seguita subito da una ritta scala , qui raggiunta la cresta si potranno ammirare scenari incredibili , ora il sentiero prosegue con corda in acciaio proprio sulla cresta , con difficoltà quasi irrisorie , fino a raggiungere prima il bivio con il Cristallino di Mezzo 3008 m , per poi proseguire verso la cresta Bianca 2932 m , da li si scende passando per alcuni ricoveri a forcella Granda , dove troveremo prima postazioni di osservazione e tiro , poi alcune baracche di Ricovero , si scenderà poi ancora mantenendo la creste a sinistra raggiungendo il Bivacco Buffa Da Perero sulla forcella Padeon a 2700 m , dedicato al Col. Carlo Buffa da Perero al comando del Battaglione Cadore il 7°Alpini , bivacco ricostruito nel 1972 ad opera della Compagnia Genio pionieri Cadore ( la mia compagnia quando ho fatto il militare nel 1986 ) ristrutturato dopo il crollo dagli alpini del 6°reggimento al comando del Col. Italo Spini , ammirando lo scenario lunare del Graon del Forame . Si prosegue risalendo raggirando il fianco e proseguire verso la Cima Padeon 2862 m , per poi proseguire sotto la cresta nel versante di Cortina verso il Vecio del Forame , si continua trasversalmente fino ad una forcella situata sopra il Forame de Inze , da lì si scende di quota notevolmente fino su ghiaione detritico fino ad incontrare il bivio che divide in due la via per chi a corto di forze e di tempo volesse rientrare fino al rifugio Son Forca 2235 m, e poi ridiscendere al Passo Tre Croci 1803 m. Mentre per chi volesse continuare si prosegue sulla destra raggirando il crinale roccioso e riprendendo poi quota verso il Monte Zurlon dove incontreremo ancora altre numerose postazioni e Baracche con ancora i muri esterni in buone condizioni , si continua per le ultime fortificazioni sopra il Forame de Inze , fino a raggiungere il punto di discesa verso il rifugio Ospitale , passando per il Col dei Stombe e raggiungendo in fondo la ciclabile ovvero il Sentiero n° 203 della Val padeon che ci porterà a salire gradualmente fino al lago artificiale (che alimenta i cannoni della pista da sci ) ed infine al passo son Forcia 2109 m , dove da li attraverso il sentiero rientreremo al Passo Tre Croci dove avevamo lasciato l’auto il giorno prima , questa escursione è completa , farla in un giorno senza il rifugio Lorenzi od il Rifugio Son Forca e come descritto qui senza l’ausilio della seggiovia ( che ti fa risparmiare forze , ma sicuramente non ti permette la partenza all’alba ) in questi casi l’itinerario risulta molto impegnativo , anche facendone metà .
Cenni storici
Scrivere qualcosa sul gruppo del Cristallo potrebbe apparire cosa semplice , guardandolo da sotto , ma sono tanti gli episodi che hanno infiammato questo monte .
Alle 23 del 19 ottobre del 1915 le due compagnie di alpini con il maggiore buffa da Perero in testa varcano da forcelle grande e raggiungono sui ghiacciai un plotone di sciatori che le ha preceduti di poco. Gli alpini hanno raggiunto la cresta di Costabella e procedono in fila indiana lungo la sottile cresta il primo è alpino scorge d’improvviso davanti attraverso uno squarcio della nebbia una cinquantina di metri a distanza un’austriaco di vedetta, il primo sparo gli alpini prendono immediatamente posizione sulla cresta formandosi un parapetto con la neve e il combattimento comincia e artiglieri di forcella grande vendono finalmente i bersagli e possono entrare in azione ma gli austriaci sono fortemente trincerati e fortemente appoggiati dall’artiglieria , gli alpini sulla cresta invece sono scoperte in posizione tale da non potersi spostare e da non poter eseguire alcun tiro efficace sul nemico, sparano con i fucili e con le mitragliatrici sul circo dove l’altra compagnia compagnia ha superato i reticolato tagliati nella notte dal plotone di sciatori e ha raggiunto le trincee di val Prà del vecio , ma il movimento è arrestato da fuochi incrociati di mitragliatrici appostate presso il Torrione del forame di fuori a 2455 sulle spalle occidentale della cresta di Costabella
Nella notte del 20, mentre gli alpini sostano sulla cresta di Costabella e sotto il ghiacciaio di a cresta bianca due squadre raggiungono di il pezzo da 70 appostato in un ripiano di roccia poco a nord della forcella Padeon alle 3 partono dal pezzo e si calano nel circo per un canalone di neve poi rasentando lungamente la base delle rocce del vecchio del forame raggiungono un masso sul crinale che dalla lastronata del vecchio scende a forcella verde, il piccolo posto austriaco è 50 m più in là, sta sorgendo l’alba, un tascapane carico di bombe sfugge dalle mani di un alpino. E allarme. Una nutrita scarica di fucilate investe immediatamente il gruppo più avanzato e uccide una decina di alpini tutti gli altri del gruppo di testa più o meno gravemente feriti vengono fatti prigionieri, uno soltanto riesce a sfuggire.
Arriva un fonogramma, molto energico che incita ad avanzare. Il maggiore Buffa Da Perero che comanda le attacco, raccoglie attorno a sé al riparo di un masso i pochi ufficiali superstiti e comincia il fonogramma : un fremito occorre per le vene di tutti. Letto il fonogramma, il maggiore, ritto, calmo, scandendo le parole, aggiunge :
signori ufficiali, andiamo alla morte facciamo vedere come sanno morire gli alpini
L’attacco immediatamente ripreso, generale, risoluto. Due ufficiali danno il grido e si lanciano contro i reticolati virgola in testa ai loro plotoni. Cadde l’uno con il cranio fracassato da una bomba a mano, l’altro colpito da una pallottola in fronte: e morti, rotolano l’uno e l’altro per la neve del lungo, ripido declivio fin giù in fondo al circo, ad impigliarsi nei reticolati nemici. Viene tentato ancora un estremo sforzo con un’altra squadra. Il caporale che la segue grida :
“fioi, avanti, per l’onor del bataion; chi che torna indrio lo copo mi !”
Una pallottola immediatamente fulmina l’uomo che ha lanciato quel grido. Il comandante della compagnia ferito due volte . Il maggiore, barcollante, arso dalla febbre per infezione di una ferita riportata il giorno prima, viene ferito ancora: una pallottola di fucile ed attraversa della spalla. Chi assiste da forcella grande vede sulla cresta tagliente profilarsi degli alpini che avanzano uno dietro all’altro; e vede la fila diradarsi sempre di più, mentre molti feriti rotolano giù per il declivio di neve, ma non un alpino indietreggia, non uno esita ed ognuno avanza ed è ucciso o ferito. Mentre si combatte lassù ad altezze sovrane , 1500 m più sotto nella piana boscosa di Rufreddo fanti e bersaglieri, partiti del col de strombi, tentano invano di conquistare il costone nord ovest del forame. Combattono accanitamente , sanguinosamente , per sei giorni ma sono costretti a ritirarsi sulle posizioni di partenza , per il fuoco micidiale di fronte, i contrattacchi violenti, per resistenza degli articolati di ferro cementati, disposti su tre ordini estesissimi, con campanelli di allarme e buchi e fosse celate tra i mughi, e per il fuoco laterale di “cecchini” annidati tra i mughi e dirupi della Croda dell’Ancona . Lassù, in ogni cresta in ogni forcella in ogni anfratto di Croda, laggiù, tra l’intrico dei mughi e delle boscaglie di abeti, vi sono uomini in armi e in agguato. Gli uni coadiuvano gli altri nell’azione concordemente diretta da un fine comune. Quelli e questi ugualmente ammirabili e pur quanto diversi.
Carlo Buffa Da Perero
Voglio spendere due parole sul personaggio , che per chi ha fatto l’alpino magari ricorda , ma per tanti è semplicemente uno qualsiasi , ma vale la pena di ricordare :
Nacque a Torino il 20 dicembre 1867 e morì in combattimento nei pressi di Castagnevizza il 5 novembre 1916. Nato da nobile famiglia piemontese, studiò nel Collegio Militare di Milano e, passato alla Scuola Militare di Modena nell’ottobre 1885, due anni dopo ne uscì sottotenente di fanteria assegnato al 50° reggimento, fu inviato, nel 1890, in Africa e promosso tenente rimpatriò nel 1892. Nel gennaio 1896 passò negli alpini, assegnato al 4° reggimento, e nel 1903, con la promozione a capitano, fu trasferito al 2° alpini. Nell’aprile 1914 fu in Tripolitania col battaglione Fenestrelle del 3° alpini ed ebbe un encomio solenne pel fatto d’arme di Chaulam. Rientrato in Italia nell’agosto dello stesso anno e promosso maggiore nel febbraio 1915, fu mobilitato nel maggio per la dichiarazione di guerra all’Austria. Al comando del battaglione Cadore del 7° alpini, meritò una medaglia d’argento al v. m. nelle operazioni per la conquista del Monte Cristallo ove si condusse brillantemente, benché due volte ferito. Ritornato al fronte dopo le cure in ospedale, con la promozione a tenente colonnello, nell’agosto 1916, assunse il comando del 138° reggimento fanteria della brigata Barletta con il quale raggiunse la zona carsica, nell’imminenza dell’offensiva autunnale. Ricevuto l’ordine di attaccare le posizioni austriache nella zona di Castagnevizza, il 1° novembre 1916, guidando personalmente i suoi battaglioni, superò di slancio la prima linea nemica e con un secondo balzo portò il reggimento fin sulla seconda linea, incalzando l’avversario e catturando numerosi prigionieri. Ripresa la marcia in avanti e quando già gli obiettivi fissati dal comando della Divisione erano stati raggiunti, una granata nemica lo colpì in pieno, troncando la nobile vita.
Motivazione della medaglia d’argento al valor militare :
“Avendo fatto tentare successivamente l’assalto di una trincea nemica, lungo una sottile e difficile cresta di ghiaccio, da due squadre comandate da ufficiali, delle quali tutti i componenti rimasero morti o feriti, si poneva egli stesso alla testa della terza squadra e si slanciava all’assalto riportando due ferite. Monte Cristallo, 21 ottobre 1915”
Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Alla testa del suo reggimento, con sereno sprezzo del pericolo, lo condusse alla conquista di una forte e contrastata posizione nemica. Superatala, con meraviglioso ardimento e mirabile slancio, sempre in prima linea, proseguì nell’azione, inseguendo il nemico, frustrandone ogni tentativo di resistenza e spingendosi fino alla linea più avanzata del campo di battaglia. Ivi, con insuperabile serenità ed incrollabile fermezza, per una intera notte e fino al mezzogiorno dell’indomani, seppe col suo valoroso reggimento resistere agli accaniti contrattacchi dell’avversario ed alle sue ripetute minacce di avvolgimento, assicurando così la completa, brillantissima vittoria conseguita dai nostri nel pomeriggio dello stesso giorno. Sulla stessa linea più avanzata, trovò morte gloriosa, mentre si studiava di affermare la vittoria col consolidamento delle posizioni conquistate. Locvizza, Kastanjevizza, 1 -4 novembre 1916.”
Fonte : La guerra in Ampezzo e Cadore- Antonio Berti -Mursia
La leggenda dell’umile Pastore e la Principessa
La leggenda narra che, tanti anni or sono, sul monte Cristallo si ergesse un castello. E fosse abitato da un’incantevole principessa: ovviamente la sua bellezza non passava inosservata agli occhi dei pretendenti. Ma lei non cedeva alle lusinghe dei corteggiatori. La ragazza era assai furba: per rapirle il cuore, avrebbero dovuto raccontarle una storia che la riguardasse. I giovani aguzzavano la fantasia, ma si perdevano nel racconto, distratti dalla bellezza e dagli occhi cristallini della principessa. Inoltre non riuscivano mai a superare le domande trabocchetto del ciambellano di corte. Un giorno, però, la fanciulla udì un canto melodioso, accompagnato da parole che la colpirono dritta al cuore. Subito volle sapere chi si nascondeva dietro quelle parole: era Bertoldo, un giovane pastore follemente innamorato di lei. Più volte aveva provato a entrare a corte per cantare la sua storia d’amore, ma fu sempre cacciato, essendo considerato di basso rango. Tuttavia, la fanciulla volle incontrarlo a tutti i costi: Bertoldo accolse con gioia la possibilità. E raccontò la sua storia, legata alla Terra dei Beati, dove prima di scendere nella terra, lei era una bellissima regina, lui un umile pastore che cantava dal giardino per renderla felice. Un giorno, un angelo con il compito di portare entrambi sulla Terra chiese al pastore quale fosse il suo desiderio. E lui lo espresse in un orecchio di modo che nessuno potesse sentirlo. Arrivati sulla Terra, il desiderio venne esaudito. Incuriosita, la principessa chiese quale fosse il volere di questo pastore. E Bertoldo le rispose: «Il desiderio di poter continuare a vedere occhi celestiali e cristallini come i tuoi». La principessa rimase folgorata e se ne innamorò. Ancor oggi, il nome di Bertoldo è legato al monte Cristallo, che gli ampezzani chiamano “Croda de Bertoldo”. Francesca Mussoi
Era bello e grandioso un’opera che dava visibilità alla zona , conosciuta per molte altre bellezze , L’avez de Prinzep , Luserna ed altri tanti luoghi per gli amanti della montagna , anche a ricordo di quella sera di tempesta dove sia il passo Vezzena che la meravigliosa piana di Marcesina si è vista deturpare e abbattere alberi come stuzzicadenti , io come tanti c’ero , ed abbiamo aperto la strada del passo Vezzena …ma la mente umana così bacata e malata , e capace di tutto , ricordo i 7 focolai sul Novegno del 2020 , ma finchè non si puniscono i piromani come si deve rendendo pubblica ed esemplare la punizione, continueranno ad imperversare , ma quando si và a toccare un bene comune di tutti la privacy non dovrebbe esistere . Il drago e volato in cielo per mano dell’uomo , anche se definirli così non sarebbe certo corretto , creato con amore da una mano esperta e reso accessibile a tutti …ora rimane la rabbia ed il dispiacere di un opera così e credo che a Marco Martalar salire lì , sia costato non poco , ma la vita riparte più decisi di prima , nella speranza che nelle indagini e fotocamere esca qualcosa che riesca a beccare chi ha fatto questo , e che la pena sia ESEMPLARE .
Fonte : il Corriere delle Dolomiti , articolo di Francesco Dal Mas 5 agosto 2023
«Ma la montagna non è una Gardaland» sbotta Giuseppe Dal Ben, direttore generale dell’Usl1 Dolomiti, dando i numeri dei soccorsi: 37.254 chiamate al 118 nei primi sei mesi del 2023 (la media annuale è di 73-74 mila) con 7.812 missioni, di cui 58 con gli elicotteri.
Che cosa infatti sta accadendo in alta quota? Che tra le 651 persone che chiedono aiuto, il 44% è rappresentato da escursionisti, cioè semplici camminatori. Tra questi, il 14,6% si mette nei guai “per incapacità”, il 7,4% perché perde l’orientamento, il 2,8% perché si lascia sorprendere dal maltempo; che una percentuale analoga di persone chiede che le si vada incontro perché è in ritardo.
Soccorsi, insomma, non strettamente sanitari. I volontari del Cnsas o gli elicotteri Falco 1 e Falco 2 ti vengono a prendere perché sei in difficoltà e il più delle volte ti portano all’auto o in albergo, anziché in ospedale. A questo punto è ovvio che l’escursionista paghi per la sua imperizia. E il conto è salato.
Le cifre le ha svelate il direttore Dal Ben in presenza del direttore del Suem 118 Giulio Trillò, del direttore del Dipartimento Prevenzione Sandro Cinquetti e dei vertici del Soccorso alpino, il delegato interprovinciale Alex Barattin e il coordinatore regionale Rodolfo Selenati.
Va precisato, fra l’altro, che i cambiamenti climatici, con le bombe d’acqua, le raffiche di vento, le temperature sempre più alte che sciolgono il permafront congelante, perché lo zero termico si alza anche di 1500 metri sopra le vette della Marmolada, rende i percorsi pieni di spiacevoli sorprese: dagli alberi di traverso sul sentiero, ai ghiaioni ruscellati, ai crolli improvvisi. Anche se i volontari del Cai sono sempre pronti ad intervenire rimettendo in sicurezza gli itinerari.
Dal 2020 l’Azienda sanitaria ha emesso 1.036 fatture per un importo di ben 2 milioni e 22 mila euro, due su tre a carico di italiani.
Solo nei primi sette mesi di quest’anno, nonostante che il maltempo abbia rallentato la frequentazione delle alte asperità, gli amministrativi di Dal Ben hanno staccato ben 164 fatture per un ammontare di 409.156 euro. Ma, attenzione: fino alla fine del mese scorso, gli stranieri hanno rappresentato la maggioranza, col 54%.
Il direttore generale ha ammesso che non è facile convincere i malcapitati a pagare il transfer; più convincibile è lo straniero. Il problema è – come ha fatto notare Selenati – che il 95% di coloro che scarpinano lungo i sentieri di montagna o si avventurano sulle sempre più ambite ferrate, oppure inforcano credendosi campioni la e-bike, «non sono nemmeno assicurati». E la botta, quando arriva, è sicuramente pesante.
Gli inglesi sono, quest’estate, in testa alla classifica dei soccorsi, seguono i polacchi, i ceki, gli americani dei paesi bassi, i francesi.
Un volo per sfinimento (il 2% dei casi) può costare anche 4mila euro. Perché, dunque, tanta leggerezza nell’affrontare le terre alte?
Purtroppo – hanno ammesso Selenati e Barattin – ci si fionda in montagna anche senza preparazione, magari affrontando itinerari impegnativi, solo perché sospinti dai social e dagli influencer. Giulia Calcaterra che si fa portare sulla Torre Venezia del Monte Civetta dall’elicottero (non certo quello del Suem) «è un brutto esempio assolutamente da non imitare».
Oltretutto – raccomanda il direttore del Suem, Trillò – si tenga conto che determinati interventi sono così difficili da mettere a repentaglio anche la vita dei professionisti e dei volontari.
Recentemente, pertanto, si è stati costretti – come riferisce lo stesso Trillò – a uscire con i due Falco contemporaneamente. Anzi, al riguardo Dal Ben ha precisato che il Suem è attrezzato per il volo notturno, ma per determinati soccorsi in parete, di una difficoltà unica, il personale specializzato è in formazione, per cui ci si affida necessariamente ad altri equipaggi.
Questione di mesi, comunque, e i due Falco potranno intervenire in qualsiasi salvataggio. Va detto, per la precisione, che il secondo elicottero sarà attivo – all’aeroporto di Belluno – nel pieno della stagione estiva e “probabilmente”, anticipa Dal Ben – lo sarà anche in quella invernale.
“la montagna che conosco io e quella in cui si rotola nei prati , si ammira il cielo sdraiati sull’erba , ci si bagna quando c’è la neve , e si ammira la pioggia quando c’è il temporale , questa è la semplicità della montagna , questo è quello che mi piace della vita …la semplicità. Luciano Cailotto (Luke)”
Buongiorno a tutti voglio ringraziare chi , usa , e chi ha usato , chi mi segue con la stessa passione che io scrivo e faccio post sul mio piccolo sito , perchè 1.700.000 visualizzazioni , 4157 persone che mi seguono , e 3873 followers di facebook , da più 60 paesi del mondo con più di 20 visualizzazioni , credo siano dei bei numeri , ma la cosa di cui io vado fiero , è che non è a pagamento , lo mantengo io personalmente ed è totalmente gratis . GRAZIE DI CUORE , di chi commenta , di chi mi scrive , di chi mi chiede informazioni e di chi si affida per programmare un escursione. GRAZIE A TUTTI .
QUESTO ARTICOLO E’ DI PROPRIETA’ DEL SERVIZIO FORESTE E SERVIZIO FAUNISTICO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO , CHE RINGRAZIO PERSONALMENTE SIA PER L’AUTORIZZAZIONE A PUBBLICARE L’ARTICOLO SIA LA COMPLETEZZA DELLE INFORMAZIONI
La presenza di grandi quantitativi di piante danneggiate disperse nei boschi ha permesso alle popolazioni di bostrico di passare da una presenza endemica ad una presenza epidemica, destinata a durare qualche anno. In previsione di tale pullulazione, che si verifica regolarmente dopo estesi danneggiamenti dei boschi per schianti da vento o da neve, la provincia di Trento subito dopo la tempesta Vaia aveva attivato un sistema esteso di monitoraggio delle popolazioni dell’insetto, in collaborazione con la Fondazione Mach.
Di seguito una serie di risposte alle domande che più frequentemente sul bostrico, sui metodi per riconoscere le piante infestate e sulle strategie possibili di lotta.
BIOLOGIA DEL BOSTRICO
Cos’è il bostrico?
L’Ips thypographus, meglio noto come bostrico tipografo, è un piccolo insetto coleottero del gruppo degli Scolitidi, di forma cilindrica e di colore bruno, lungo circa 4-5 mm. E’ endemico dei boschi del Trentino e attacca prevalentemente l’abete rosso, in cui si sviluppa sotto la corteccia scavando intricate gallerie, che interrompono il flusso della linfa; in tal modo porta inevitabilmente a morte le piante in breve tempo.
In primavera, i maschi sopravvissuti all’inverno penetrano nelle piante e costruiscono una camera nuziale, in cui si accoppiano in genere con due-tre femmine. Queste scavano poi gallerie lunghe fino a 10-15 cm e parallele all’asse del tronco, dove depongono in media 80 uova.
Le larve (bianche, senza zampe e con il capo scuro), nutrendosi, scavano gallerie di 5-6 cm in senso ortogonale all’asse del fusto, ma sempre sottocorticali; al termine dello sviluppo si trasformano in adulti, dando vita a una nuova generazione che potrà insediarsi su altre piante. Ciò può avvenire nello stesso anno, se le condizioni climatiche lo consentono, oppure nell’anno successivo, dopo lo svernamento.
Larva di bostrico
Le gallerie scavate dalle femmine e dalle larve danno origine ai caratteristici sistemi che spiegano il nome di tipografo dato alla specie.
galleria scavate dalle femmine (parallele all’asse del fusto) e dalle larve (ortogonali all’asse del fusto)
Come riconoscere una pianta attaccata?
Il bostrico colonizza singole piante indebolite o sotto stress, scavando piccoli fori nella corteccia. L’infestazione può essere riconosciuta già all’inizio grazie all’emissione di rosura rossastra dal foro di ingresso; in caso di pioggia, tuttavia, questi segnali non sono più visibili. Un altro sintomo è la perdita di resina, prodotta dalla pianta nel tentativo di difendersi dall’attacco, che può colare lungo il tronco.
Foro di entrata del bostrico
Spesso la pianta è attaccata nella sua parte medio-alta e pertanto è più difficile individuare sintomi evidenti. I segni tardivi della colonizzazione dei tronchi – che però non consentono alcun controllo efficace – sono la decolorazione degli aghi, la loro caduta con la chioma ancora verde, il distacco della corteccia, le specchiature del picchio.
Caduta degli aghi ancora verdi a causa di un attacco di bostrico
Quando la chioma assume un colore rosso intenso, gli insetti si sono in genere già involati. Alla fine le piante presentano una colorazione grigia per la perdita completa degli aghi; in quest’ultimo caso gli insetti si sono allontanati già da diverso tempo.
Perché gli abeti rossi infestati dal bostrico muoiono?
Una volta penetrato sotto corteccia, il bostrico scava delle gallerie di riproduzione. Le larve a loro volta scavano altre gallerie perpendicolari all’asse del fusto, che interrompono il flusso di linfa nel floema. In tal modo gli zuccheri prodotti dalla chioma non raggiungono più le radici. Inoltre, quando penetrano nei tronchi, gli adulti trasportano anche funghi patogeni, che intasano i vasi di conduzione dell’acqua nell’albero (xilema). Entrambi i fattori, la distruzione del floema da parte delle larve e la ridotta conduttività dell’acqua dovuta all’infestazione fungina, portano gli abeti a morte rapida nel periodo di vegetazione.
Il bostrico sotto corteccia muore durante l’inverno?
Le uova e le larve giovani muoiono a temperature inferiori a -10, -15°C persistenti per diversi giorni. Le larve mature e le pupe presentano una maggior resistenza e gli adulti maturi possono sopravvivere anche a lunghi periodi di freddo. Negli inverni miti e umidi il bostrico svernante sotto corteccia può subire danni a causa di infezioni fungine, che però non hanno un’influenza decisiva sulla densità di popolazione.
Quando inizia l’attività di diffusione del bostrico in primavera?
Il bostrico di solito inizia a sciamare in primavera da metà/fine aprile, raramente già alla fine di marzo, con temperature superiori a 16,5°C e tempo asciutto, anche se i voli diventano significativi sopra i 18°C. Tuttavia, in primavera, anche altri fattori sono decisivi nell’avvio dello sfarfallamento, come la durata della luce del giorno e la somma delle temperature (gradi giorno, indicanti una stima delle ore di riscaldamento necessarie).
Così, secondo lo stato attuale delle conoscenze, tre condizioni devono essere presenti perché gli svernanti inizino il loro volo in primavera:
una temperatura dell’aria superiore a 16,5 °C;
una certa somma di temperatura (con valori soglia noti, ma probabilmente da rivalutare in un contesto di cambiamento climatico);
una certa durata della luce diurna, come si ha circa da metà aprile in poi.
Quando termina l’attività di diffusione del bostrico in autunno?
L’attività di diffusione può terminare solo dopo diversi giorni con temperature diurne e notturne costantemente sotto i 16,5°C, precipitazioni persistenti o un periodo di luce diurna troppo breve (<14 ore) in autunno.
Che influenza hanno la temperatura e la luce sull’attività di sciamatura e di infestazione?
La temperatura e la durata della luce diurna influenzano l’attività del bostrico. Il volo di sciamatura inizia con una temperatura diurna di 16,5° e una durata della luce diurna >14 ore. A seconda della temperatura, gli adulti impiegano da 1 a 2 settimane per creare la camera nuziale, per accoppiarsi e per deporre le uova. Dopo di che possono involarsi nuovamente per creare una nuova covata, che dà origine alla cosiddetta generazione sorella. Anche la velocità di sviluppo dei singoli stadi è fortemente dipendente dalla temperatura. L’intero ciclo di sviluppo, da uova ad adulti, dura da 6 a 8 settimane Gli adulti neoformati necessitano, inoltre, di una fase di alimentazione, sempre sotto corteccia, per diventare individui maturi; tale fase richiede in genere 1-2 settimane, anche in questo caso in base alla temperatura.
Individuo immaturo e pupa (fase di trasformazione da larva in adulto)
Per questi motivi, mentre in alta quota si sviluppa una sola generazione in un anno, a quote medio-basse si svolgono facilmente due generazioni.
Quando si passa da una fase endemica a una fase epidemica?
La presenza in bosco di materiale schiantato, ancora integro e umido, favorisce la proliferazione del bostrico, portandolo dallo stato endemico a quello epidemico, condizione in cui esso diventa aggressivo e attacca anche piante sane in piedi. Lo spostamento progressivo su nuovi nuclei di piante produce danni estesi, talora senza soluzione di continuità. A favorire le pullulazioni concorrono periodi caldi e siccitosi, soprattutto in primavera-estate.
Quanto può durare una infestazione da bostrico?
Le esperienze dei paesi centro-europei hanno dimostrato che le pullulazioni di bostrico, che si sviluppano dopo gravi eventi di schianto di alberi, durano in media 5-6 anni, con la massima infestazione nel 2° e 3° anno e una riduzione progressiva in quelli successivi. Va tuttavia rilevata l’importanza degli andamenti stagionali più o meno favorevoli all’insetto. In generale inverni lunghi e freddi riducono il tempo a disposizione per lo sviluppo di due generazioni annuali e aumentano la mortalità invernale. Estati fresche e piovose accrescono la resistenza delle piante, mentre prolungati periodi siccitosi durante il periodo vegetativo accrescono la sensibilità delle piante all’attacco degli insetti.
Un albero riesce a resistere all’attacco del bostrico?
Se la disponibilità di acqua è sufficiente e la vitalità dell’albero è alta, l’abete rosso può inizialmente difendersi dall’attacco dei coleotteri della corteccia. La foratura innesca il flusso di resina della pianta, che uccide i singoli coleotteri. In anni normali, se il numero di coleotteri è molto elevato (1000), un abete rosso non riesce ad ucciderli tutti. Se poi l’abete rosso è indebolito da lunghi periodi di siccità anche il potere difensivo degli alberi è ridotto perché c’è troppo poca acqua disponibile per la produzione di resina. In questo caso anche un numero inferiore di coleotteri (200) può essere sufficiente per attaccare con successo le piante.
Il bostrico ha nemici naturali?
Sì, tra gli antagonisti naturali vi sono predatori (coleotteri e picchi), parassitoidi (vespe) e funghi. Pur non essendo in grado di impedire la pullulazione, essi contribuiscono, assieme ai meccanismi di autoregolazione della popolazione di bostrico e all’andamento climatico, a far rientrare le fasi di picco delle pullulazioni.
DIFESA DAL BOSTRICO
E’ possibile contenere l’infestazione?
Sebbene sia molto difficile individuare gli alberi infestati, è molto importante riconoscere repentinamente i primi sintomi di attacco, come i fori di entrata o l’emissione di resina lungo il tronco. L’individuazione precoce degli alberi infestati e il loro immediato abbattimento, seguito da esbosco o scortecciatura, costituiscono nell’insieme la più efficace misura di lotta contro il bostrico, ma solo se avviene prima che gli adulti abbiano abbandonato le piante, quando ancora non sono visibili gli arrossamenti che indicano l’avvenuto sfarfallamento. Nel caso invece le chiome siano già arrossate o grigie può essere conveniente lasciare le piante in bosco a protezione di quelle ancora sane, sia perché fungono da schermo per la radiazione solare, sia perché al loro interno sono ancora presenti gli antagonisti naturali del bostrico, che possono contribuire al suo contenimento.
le piante dalla chioma arrossata sono già state abbandonate dagli insetti, la loro asportazione risulta inefficace, soprattutto su versanti intensamente attaccati
In un contesto endemico i focolai, isolati e di piccole dimensioni, riescono ad essere controllati in maniera efficace con l’asportazione delle piante attaccate nelle quali l’insetto è ancora presente, che sono in genere piante ancora verdi; le piante con chioma arrossata o secca, infatti, sono state già abbandonate dagli insetti.
Nell’immagine un focolaio iniziale: in questo caso, per bloccare l’infestazione, può essere utile asportare le pianti verdi vicine a quelle secche
In caso di forte pullulazione, con il moltiplicarsi ed estendersi dei focolai, possono essere interessati versanti interi, per cui la prevenzione attraverso l’asportazione delle piante attaccate perde efficacia e il controllo o la riduzione della popolazione di insetti non è più un obiettivo perseguibile.
Perché anche gli alberi infestati con la chioma verde devono essere rimossi? Non sono ancora vivi?
Non necessariamente. Anche gli alberi con la chioma verde possono essere infestati dal bostrico. L’infestazione è chiaramente riconoscibile dalla rosura marrone che il coleottero espelle scavando nella corteccia. Altri segni di infestazione sono i fori e la presenza di gocce di resina. In caso di dubbio si può verificare sotto la corteccia con un coltello.
Evidente foro di entrata del bostrico sulla corteccia
Negli stadi avanzati l’infestazione può essere riconosciuta anche dalla caduta della corteccia. Tuttavia, quando la chioma dell’abete passa dal verde al rosso o gli aghi e la corteccia cadono, di solito è già troppo tardi per combattere il bostrico. In tal caso vanno piuttosto cercati nuovi segni di infestazione nelle immediate vicinanze.
In ogni caso una pianta di abete rosso infestata dal bostrico è destinata a morire.
Le piante colpite dal bostrico devono essere sempre rimosse?
Non necessariamente. In boschi coetanei adulti o maturi con chiome raccolte in alto, l’asportazione delle piante bostricate può esporre nuovi margini al sole, indebolendo le piante e facilitando l’espansione dell’attacco. In zone dove il bosco svolge funzioni di protezione da scivolamenti di neve o da rotolamento di sassi, anche la presenza di piante secche in piedi garantisce un livello superiore di protezione rispetto ad un versante scoperto, almeno temporaneamente. Dove invece le piante bostricate si trovino su terreni ripidi, a monte e a ridosso di infrastrutture o case, può essere opportuno rimuoverle lasciando comunque le ceppaie tagliate alte e in qualche caso abbattendo alcune piante in senso perpendicolare alla pendenza a fini protettivi.
Le trappole a feromoni sono efficaci per il controllo del bostrico?
Trappola a feromoni per la cattura del bostrico
No, le trappole a feromoni non sono efficaci per la cattura del bostrico, perlomeno non nella sua fase epidemica. Nonostante il gran numero di individui che una trappola può catturare in una stagione, solo una piccola parte della popolazione può essere intercettata. Il raggio d’azione del feromone è di qualche decina di metri e anche se le trappole sono posizionate una vicino all’altra, in modo da creare una nuvola di feromone all’interno di un’area aperta, si riesce a intercettare solo una minima parte della popolazione di scolitidi. Ci sono diverse ragioni per questo:
la risposta degli adulti ai feromoni non è sempre uguale, e può essere influenzata da vari fattori;
il potere attrattivo delle piante, dovuto sia al feromone di aggregazione emesso dagli adulti all’interno delle stesse, sia a composti volatili prodotti dagli alberi attaccati e/o stressati (cairomoni), è spesso maggiore di quello del feromone sintetico;
molti si muovono nello spazio della chioma o nel fusto e quindi non raggiungono l’area della nuvola di feromone;
le trappole possono essere posizionate solo ad una distanza di sicurezza dal soprassuolo, quindi vengono catturati solo i coleotteri che si trovano nella zona di azione della trappola, cioè fuori dal soprassuolo o ai margini delle fratte da vento;
l’uso intensivo delle trappole per la cattura massale comporta alti costi di controllo e manutenzione. I feromoni, infatti, evaporano in estate entro poche settimane e devono essere sostituiti. Altro tempo è necessario per controllare, svuotare e se necessario pulire la trappola, almeno ogni 14 giorni.
La trappola a feromoni non è adatta quindi per un riduzione efficace delle popolazioni di bostrico, quanto piuttosto per un controllo delle densità di coleotteri esistenti, per monitorare l’attività di sciamatura e per stimare il potenziale di riproduzione.
Come intervenire con i tagli nelle aree colpite dal bostrico?
In caso di schianti da neve o da vento, nel caso di boschi a prevalenza di abete rosso, la prima misura da adottare è la rimozione o scortecciatura delle piante colpite e di tutto il potenziale materiale riproduttivo (alberi caduti o tronchi con corteccia), prima che la nuova generazione di adulti sfarfalli. L’asportazione è tanto più importante quanto più il materiale danneggiato è sparso e può quindi costituire più a lungo un substrato di possibile diffusione del coleottero, anche se in genere la raccolta di schianti sparsi è più costosa rispetto agli schianti concentrati. L’intervento efficace per la riduzione della popolazione di bostrico deve interessare le piante con chioma ancora verde, che vedono ancora la presenza sotto corteccia dell’insetto. La rimozione di piante a chioma arrossata o già grigia non ha più efficacia preventiva per la diffusione dell’insetto, in quanto gli insetti si sono già involati. Peraltro l’individuazione delle piante infestate ancora verdi è particolarmente complessa, in quanto spesso gli insetti sono situati nella parte alta della chioma e diventa di difficile attuazione quando i focolai di infestazione sono molti e ravvicinati.
Sotto il profilo operativo vanno pertanto distinte due situazioni diverse, che richiedono diversi approcci selvicolturali.
Popolazione di bostrico in fase endemica, con pochi focolai distanti ed isolati. In questo caso la pratica tradizionale di riduzione sul nascere della popolazione può ancora avere effetto. L’asportazione deve avvenire prima della fase di sfarfallamento degli adulti che hanno svernato sotto corteccia (entro marzo-aprile) o prima dello sfarfallamento della prima generazione (generalmente entro giugno). L’assegno deve asportare soprattutto le piante verdi infestate attorno al nucleo arrossato, in modo da trovare un margine stabile che può essere dato da una composizione diversa del bosco, da piante più giovani o con chioma profonda, da un cambio di morfologia. La creazione di nuovi margini, soprattutto se non sufficientemente stabili, espone infatti le piante di margine a stress e può favorire l’ulteriore espansione dell’attacco.
Focolaio in fase iniziale o di tipo endemico
Popolazione di bostrico in fase epidemica, con molti focolai ravvicinati o focolai molto estesi. In questo caso diventa praticamente impossibile contenere la popolazione dell’insetto attraverso una lotta di tipo selvicolturale, per la difficoltà di individuare in tempi utili tutte le piante verdi infestate. L’eccessiva fretta nell’asportare le piante infestate può avere addirittura un effetto contrario, esponendo nuovi margini a stress e danneggiando i vari antagonisti naturali presenti nei boschi (predatori, parassiti, ecc.) e che in molti casi si sviluppano con un leggero ritardo temporale rispetto al bostrico. In questi casi, piuttosto, è meglio attendere che l’attacco si stabilizzi per effettuare l’assegnazione e l’utilizzazione delle piante.
Infestazione epidemica
Quale strategia adottare per la difesa dal bostrico?
La migliore strategia per contenere i danni da bostrico resta la prevenzione.
Il recupero degli schianti in tempi tali da ridurre il pericolo di infestazione (entro un anno) è facilitato nel caso di perturbazioni da vento o da neve localizzate. Nel caso di schianti estesi ad un’intera regione ciò evidentemente è più difficile e la pullulazione diventa inevitabile, anche se restano incerte l’entità e la durata, che dipendono molto anche dall’andamento climatico. In genere, anche sulla base delle esperienze centro europee seguite alle tempeste Gudrum, Lothar e Vivian, la durata della pullulazione può arrivare a 5-6 anni o più dopo l’evento iniziale.
E’ opportuno allora cercare di intervenire ancor prima, in tutti i casi dove è possibile, con la creazione di boschi misti con varie specie e ben strutturati, con piante di classi di età diverse. Questo tipo di boschi infatti è più capace di resistere in caso di pullulazioni ed è in grado di ricostituirsi prima, nel caso di infestazioni che portino alla perdita dell’abete rosso.
Tale orientamento è ancora più importante se si considera il previsto aumento delle temperature medie causato dai cambiamenti climatici, che potrebbe accrescere il rischio di pullulazioni di bostrico nei prossimi anni.
QUALITA’ DEL LEGNO BOSTRICATO
Il legno delle piante attaccate dal bostrico è utilizzabile solamente come legna da ardere?
No, le gallerie scavate dal bostrico non penetrano nel legno e quindi le caratteristiche tecnologiche del materiale non vengono alterate direttamente dall’azione dello scolitide, consentendone l’utilizzo come legname da opera.
Gli attacchi di bostrico arrecano danni secondari al legname?
Il legname attaccato dal bostrico può andare incontro in tempi più o meno lunghi a decadimenti estetici e tecnologici, dovuti sia a cause biotiche che abiotiche.
Cause biotiche:
Azzurramento: alterazione del colore del legno causato da funghi trasportati all’interno della pianta prevalentemente dagli insetti scolitidi. Le caratteristiche tecnologiche del legno non vengono modificate, ma l’alterazione cromatica, che avviene soprattutto con condizioni climatiche calde e umide, rende il legname inadatto per gli impieghi “a vista”, consentendone l’utilizzo solamente per realizzare manufatti non visibili o verniciati.
Gallerie scavate da xylofagi secondari: le piante secche in piedi, ma anche quelle già tagliate e conservate in catasta, possono essere soggette all’attacco di insetti che si sviluppano all’interno del legno, rendendo quest’ultimo inadatto alla segagione. Oltre al danno causato direttamente attraverso l’azione di rosura, anche questi insetti possono trasportare nel legno funghi che ne alterano la struttura.
Cause abiotiche:
Il materiale legnoso secco in piedi può presentare tensioni, ritiri e fessurazioni che determinano una riduzione della resa di lavorazione, sia al momento delle utilizzazioni forestali che della segagione in segheria.
SITUAZIONE IN TRENTINO
A cosa servono le trappole a feromoni?
Ad attirare e catturare individui adulti in fase di volo. In situazioni di forte pullulazione, tuttavia, le trappole hanno una scarsa efficacia per il contenimento dell’epidemia, sebbene svolgano un ruolo essenziale nel monitoraggio del suo andamento. Il conteggio periodico degli individui catturati consente di verificare quando viene superata la soglia di attenzione e il raffronto tra le catture primaverili e quelle autunnali permette di fare delle proiezioni sull’andamento potenziale della pullulazione.
E’ possibile usare dati da telerilevamento per l’individuazione degli attacchi di bostrico?
Il rilevamento della cosiddetta fase di “attacco verde”, cioè il rilevamento di un’infestazione quando la chioma è verde, finora non è stato ottenuto in modo affidabile. Anche con le immagini della gamma del vicino infrarosso (NIR) non è stato possibile rilevare una chiara risposta spettrale nella fase di attacco verde. Il rilevamento dell’infestazione dall’alto funziona solo quando le chiome virano al rosso; a quel punto però i coleotteri hanno già in buona parte abbandonato le piante.
Ciononostante è possibile usare il telerilevamento indirettamente. L’individuazione delle aree dove le chiome sono già diventate rosse durante l’estate consente di localizzare i siti dove il materiale non è ancora stato asportato. Laddove il coleottero ha abbandonato piante già morte, ci si può aspettare una nuova infestazione nelle immediate vicinanze. Le mappe create con i dati satellitari possono consentire di ridurre lo sforzo di segnalazione delle aree colpite da parte dei distretti forestali, aiutando a prevenire l’ulteriore diffusione del bostrico. Attualmente sono in corso contatti con la Fondazione Mach per mettere a punto un sistema di rilevazione automatica attraverso il telerilevamento.
Quale è lo stato attuale della pullulazione in provincia di Trento?
Nel corso del 2019 erano già stati riscontrati aumenti delle catture di bostrico nelle 220 trappole distribuite sul territorio provinciale subito dopo la tempesta Vaia, soprattutto nella parte meridionale della provincia, peraltro non particolarmente colpita dagli schianti.
Nel corso del 2020 l’effetto Vaia si è reso più evidente, con un incremento significativo delle catture in tutto il settore nord orientale della provincia, in particolare nei distretti a sud della catena del Lagorai (Pergine Valsugana e Borgo Valsugana), superando in quasi l’80% delle trappole la soglia di attenzione di 8000 individui per trappola, oltre la quale le popolazioni sono da ritenersi in fase epidemica di rapida e intensa crescita. Tale dinamica è stata favorita, oltre che dalla quantità di materiale ancora presente in bosco, anche dall’andamento meteorologico dell’inverno 2019-2020 e della primavera successiva, che ha consentito alle popolazioni di bostrico una maggiore sopravvivenza alla stagione invernale e un netto anticipo del volo degli svernanti e, quindi, della diffusione.
L’effetto di tale evoluzione si è reso evidente nel corso del 2021, durante il quale, nonostante la prolungata stagione invernale e l’assenza di periodi siccitosi nella generalità dei distretti forestali, si sono manifestati arrossamenti e morie di abete rosso diffusi, con particolare incidenza sui distretti orientali di Pergine Valsugana, Borgo Valsugana, Cavalese e Primiero, maggiormente colpiti da Vaia, ma con attacchi visibili anche negli altri distretti.
Una proiezione sul possibile andamento della pullulazione nel prossimo anno potrà essere fatta a conclusione dell’elaborazione dei dati raccolti nel 2021 nelle trappole di monitoraggio. A livello indicativo, le popolazioni appaiono ancora in fase di espansione nella parte del territorio più colpita dalla tempesta Vaia, con una tendenza allo spostamento verso quote più elevate, mentre nelle aree più calde e meridionali della provincia il picco potrebbe essere stato già raggiunto, pur potendo presentare una variabilità locale delle situazioni.
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°104 Cortina e Dintorni 1:25000
Non esiste in qualsiasi altra descrizione un anello che dal basso sale su queste cime , infuocate dalla battaglia , qui in questo post voglio rendere voi partecipi di questo percorso che anche se ardito è accessibile da buona parte delle persone abituate a trekking dolomitici.
Come Raggiungere
Dopo essere saliti ad Auronzo , oppure a Cortina d’Ampezzo, si sale fino al Lago di Misurina poi si prosegue verso Dobbiaco fino a raggiungere e superare il lago di Landro, appena giunti al Hotel Tre Cime si trova sulla destra un ampio posteggio a pagamento che permette di imboccare diversi sentieri che salgono sia sul monte Piano 2306 m e Piana, che anche sulle Tre Cime di Lavaredo . Lasciata l’auto si prosegue per il sentiero interessato.
Sentiero dei Pionieri–Pionerweg
Si sale prendendo il sentiero dei Pionieri molto bello e panoramico che porta sul monte Piano 2306 m forse è uno dei più antichi, basti pensare che la ferrata sulla parte alta è stata ideata e costruita nel 1916 per poi essere risistemata nel 1980 (superabile anche senza percorrerla deviando a destra ), inizialmente sale piano salendo sul letto del torrente per poi attraverso le prime tracce di mulattiera sale zigzagando aumentandone poi la ripidità e presentando alcuni tratti con corda in acciaio fattibile anche senza imbrago, il panorama verso la valle e molto bello ed ampio su buona parte della sua estensione , man mano che si sale si restringe leggermente fino ad incontrare un punto poco lontano dalle creste in cui si trova un piccolo cimitero austriaco , e dove si possono scorgere sulla sinistra verso la val della Rienza , continuando poi a salire si raggiunge un tratto di via ferrata in cui è indispensabile l’imbrago ma è raggirabile sulla destra, per poi ricongiungersi quasi sulla vetta dove nel versante della Valle si scorge la centrale elettrica e l’arrivo della teleferica che parte dalla Val di Landro, numerose le postazioni ancora intatte prima di raggiungere la vetta del monte Piano , dove si trova anche la Croce di Dobbiaco , si prosegue una visita del monte Piano o del Pianto come lo definivano gli austroungarici , praticamente un museo a cielo aperto di incredibile conservazione grazie a chi mantiene questo luogo curato e in un certo senso sacro.
Ho voluto dedicare un post solo a trattare questo luogo dove l’eroismo e il sangue ha fatto da cornice su questi aspri monti , nel rispetto di molte vite spezzate , qui su questo museo a cielo aperto dove i recuperanti hanno lasciato qualche reticolato e cavallo di frisia si può ammirare tutto questo , al cospetto di quelle grandi montagne culla dell’alpinismo mondiale . Luciano
Raggiunta la quota della cima , l’itinerario prosegue attraverso diversi punti di riferimento numerati che da questa posizione porteranno al giro completo , anche se il punto di partenza sarebbe il Rifugio dedicato al maggiore Angelo Bosi a 2224 m dove all’interno si può recuperare una cartina planimetrica delle postazioni numerate per una maggiore comprensione delle vicende da 1 a 25 per usare le posizioni numerate bisogna salire dalla via principale e più semplice ovvero quella che sale dal lago di Misurina al rifugio Maggiore Bosi. Noi siamo saliti dal sentiero dei Pionieri , proseguendo un pò a caso tra le posizioni si dovrà esplorare prima il Monte piano sia sulla destra che a sinistra , poi raggiunta la Forcella dei Castrati era a quota 2272 m, si salirà sul Monte Piana 2324 m, ovvero la parte italiana dove scendendo verso il Rifugio si potrà risalire sul comando italiano un collegamento fino a raggiungere la prima linea dove si trovavano i ricoveri e depositi di munizioni salendo tra le spaccature del terreno e anche qualche tratto impegnativo servito da opportuna a corda , consigliabile per i meno esperti di salire sui pratoni sovrastanti . Si incontra il comando di compagnia che domina la val Popena , fino a raggiungere all’imbocco di una galleria, proseguendo su questo galleria si raggiunge la prima linea . Dopo aver raggiunto il pianoro tozzo del Monte Piana si potrà avere una visione completa di quello che sono state le cruenti battaglie che hanno insanguinato queste due tozze e quasi insignificanti cime , messe di fronte a cime di ben più grande interesse sotto il profilo alpinistico ed esplorativo , solo dopo averci confrontato con la storia si potrà veramente capire l’importanza di queste due quote Monte Piana 2324 m e il Monte Piano 2306 m considerando che la Forcella dei Castrati era a quota 2272 m.
Mappa del Monte Piana e Piano
Dopo aver percorso in largo ed in lungo il Monte Piana ed il Monte Piano , si scende fino alla Forcella dei Castrati era a quota 2272 m.
Sentiero dei Turisti
Dove un bivio ci permetterà di prendere il sentiero 6B definito del Turista , una doverosa considerazione dev’essere fatta , si chiama sentiero dei Turisti ma non per questo si può prendere sottogamba, è un sentiero di tutto rispetto , si scende sotto la cresta del Monte Piana con panorami mozzafiato , fino a raggiungere dei ghiaioni un pò instabili attrezzati con scalini e passerelle di legno , per poi raggiungere dapprima un boschetto di mughi e poi un boschetto di aghiformi lungo il letto del canale che porterà sul lago di landro fino a ricongiungersi con il 6 Sentiero dei Pionieri completando così un anello di circa 7 ore.
SAMSUNG CAMERA PICTURES
Cenni storici
Il sentiero dei pionieri , fu tracciato molto prima del 1915 dall’esercito austroungarico per poter salire e fortificare il confine visto che passavo dalla forcella dei Castrati separando così il monte Piano (austriaco) dal monte Piana (italiano) , questo tracciato venne poi affiancato da una teleferica e un gruppo di baraccamenti per le truppe compreso anche un ospedale da campo ed una centrale elettrica, per alimentare i compressori per i martelli pneumatici usati per scavare il complesso sistema di trincee in quota, venne poi abbandonato per un lungo periodo , poi nel 1980 fu riaperto e mantenuto sempre nelle condizioni attuali.
Monte Piano e Piana
Dopo essere divenuto metà turistica abbastanza ambita nonostante poco conosciuta , fu costruito a poca distanza tra i due confini il Piano Hutte , poi ci salì il poeta Carducci affezionato a questi luoghi , dove per omaggiarne la visita alla suo morte si eresse la piramide Carducci , casualmente a ridosso del confine austroungarico , una zona che dopo l’eccidio di Sarajevo sarebbe divenuta uno dei tratti più contesi e sofferti , con maestosi lavori di trinceramenti scavi e soprattutto una guerra di posizione molte volte all’arma bianca , i turisti si allontanarono ben presto e torno il silenzio , mentre iniziarono a sopraggiungere nella valle pattuglie in perlustrazione e truppe al lavoro per occuparsi dei varchi di accesso al Monte Piano , costruendo il famoso è ardito sentiero dei Pionieri Pionierweg che partiva dalla Val di Landro che allo scoppio della guerra divenne l’unica via per salire sul monte. Mentre nella parte italiana sì iniziarono i lavori di comunicazione per salire anche si sul Monte Piana sia per quanto riguarda basi logistiche che le posizione di artiglieria durante la primavera del 1915 battaglione alpini pieve di Cadore sali con due batterie batterie da montagna ingenti austro-ungarici erano gli assediati come compagnia di Landsturmer e Standschutzen , il 23 maggio del 1915 alle ore 19 l’ufficio postale del Imperiale Regio informo che l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria il 5 giugno il maresciallo Goiginger assunse il comando della divisione Pustertal dato che conosceva molto bene le zona e si rese conto subito dell’importanza strategica del Monte Piano mentre le nostre truppe presidiavano le cime del Monte era evidente occupare l’intero tovagliato con le pochi uomini .
il 7 giugno del 15 un soldato finito il turno di guardia si addormentò su una roccia e precipito nel vuoto , ci fu il primo attacco le posizioni italiane, gli austro ungarici salirono nella notte da Carbonin uscendo così indisturbati nel tratto che va dalla forcella dei Castrati e la piramide Carducci , agli italiani presi di sorpresa non rimaneva l’attacco con la baionetta, numerosi i feriti e 22 morti, ma gli austriaci rimasero bloccati per giorni costretti sotto un fuoco di artiglieria italiano che impediva loro qualsiasi movimento .
Nei giorni successivi in un assalto alla baionetta caddero 22 alpini poi ci fu un cambiamento del tempo freddo pioggia teoresi impossibile gli attacchi giorno prima c’è il 14 da Misurina di un se un battaglione di rinforzo nella zona della piramide Carducci ci furono due giorni di attacchi dove venne ucciso il maggiore Bosi il comando viene assunto dal maggiore al Gavagnin qui combattimenti si portassero fino alle 3 del mattino i nostri Fanti riuscirono ad invadere che posizione a Versailles e quanto pareva forse perduto il Pianoro Nord dagli austro-ungarici tutti i cannoni austriaci di Prato Piazza e Col di Specie di l’anno dell’Alpe mattina del Monte Rudo e tavolo in azione e anche i due cannoni portati su monte Piano a circa 300 metri dalle linee italiane facendo un fuoco indiavolato costringendo così gli italiani a ritirarsi a volte anche dei gas asfissianti alle ore 11 si chiuse la seconda degli numerose rosse pagine del Monte del pianto . Il terzo attacco Europa visto per metà agosto mentre la guerra si trova trasformando una gara di mantenere le proprie posizioni anche se i lavori di preparazione avvenivano in maniera scrupolosa perché la parte italiana e lavorava per prepararsi per l’inverno successivo con le slavine che sarebbero diventate la parte più pericolose, la più grande del 5 marzo del 16 che travolse circa 150 austriaci e l’inverno furono apportate diverse posizioni di appoggio le guardie di Napoleone. I nostri avversari vennero così a trovarsi a circa 300 metri di distanza dalle nostre linee anche se i loro trinceramenti erano molto più protetti e avevano solo piccole feritoie per dei fucili mitragliatrici che puntavano verso le nostre linee. Il 13 dicembre la neve aveva così raggiunto un altezza di circa 7 metri e le temperature sfioravano in meno 42 le sentinelle raggiungevano i punti di appoggio strisciando per non venire travolte dalle bufere del vento così gli italiani iniziamo a lavorare costruendo postazioni sotterranei per essere riparati del gelido inverno. Nel gennaio del 17 gli Austroungarici sospettarono gli italiani lavorassero a una postazione da mine il 14 luglio sulle postazioni italiane e sul Monte piana si scatenò violentissimo temporale e riversarono un enorme quantità di fango riempendo i cunicoli , un potente scoppio della galleria da Mina causò un vero e proprio disastro multi di nostri soldati rimasero per terra privi di conoscenza la causa dello scoppio fu un fulmine che colpisce sistema di innesco . Il 10 ottobre molti rinforzi raggiunsero gli austro-ungarici e a copertura delle artiglieria gli austriaci attaccavano 18 di ottobre 18 lanciamine e l’aggiunta di 74 cannoni e coprirono l’avanzamento , mentre nevicava e con l’uso di gas asfissianti ma essendo in netta inferiorità raggiunsero solo la galleria Napoleone il 3 novembre del 17 le truppe italiane si dovettero ritirare le monte Piana , gli austriaci seguivano occupando posizioni che erano state tenute degli italiani, per gli austriaci furono gli ultimi giorni per la loro antica Gloria mentre gli italiani stavano marciando verso la seppur sofferta e dolorosa vittoria .
Fonte storica: Guida ai musei a cielo aperto delle dolomiti Orientali grande guerra per non dimenticare . Antonella Fornari -edizioni DBS
Per approfondire vi invito ad acquistare questo fantastico libro descritto con grande passione ed amore per questi luoghi , dove la memoria fonda le proprie radici nella storia d’Italia.
Tempo di percorrenza del sentiero : 3h15 Da Cesuna 4h Da Campiello
Dislivello totale : 350 m
Quota massima raggiunta : 1233 m
Come Raggiungere
Questa linea , come avevo già descritto nell’Anello Campiello-Monte Paù -Zovetto -Val Magnaboschi-Monte Lèmerle , è possibile prenderla da Campiello il tratto tratteggiato , sulla strada che porta a Tresche Conca , ma si può anche salire da Cesuna , e volendo si sale anche in auto fino al Zovetto , ma vi invito ha lasciare l’auto in basso , vicino ai due cimiteri e salire dapprima sullo Zovetto , e poi sul Monte Lèmerle , la lunghezza di questo itinerario si aggira sulle 3h30-4h , con poca difficoltà di dislivello.
Riflessioni
Ho dovuto fare un post solo per scrivere , sintetizzare e riassumere l’importanza ed il grande sacrificio di sangue versato su queste posizioni , quasi inesorabilmente dimenticate da chi pratica il semplice escursionismo , ma l’importanza di questi siti , parla solo percorrendoli e qui vi voglio informare per approfondire , Campiello , Monte Paù , Monte Zovetto , Val Magnaboschi , Monte Lèmerle , certo , anni di guerra non si possono documentare in poche righe , ma qualcosa si deve dire su questa linea che ha bloccato agli austroungarici di scendere sulla pianura Veneta.
Cenni storici
Nella zona di Cesuna gli italiani andarono a schierarsi fra il monte Lemerle, il monte Magnaboschi, il monte Pau e il monte Zovetto. Qui i reparti, disorganizzati e non pratici del terreno, riuscirono incredibilmente a resistere ad un ulteriore tentativo di affondo austriaco. Le brigate Granatieri (1° e 2° reggimento), Forlì (43° e 44° reggimento fanteria), Trapani (144°, 149° e 150° reggimento fanteria), Modena (41° e 42° reggimento fanteria), Udine (95° e 96° reggimento fanteria) e Liguria (157° e 158° reggimento fanteria) ressero l’urto sebbene il pericolo di uno sfondamento si presentasse imminente a più riprese. Riporta Gianni Pieropan nel suo libro Le montagne scottano: “Quando il giornalista Giuseppe De Mori si riaffacciò sullo Zovetto, stando a fianco dello stesso generale Papa (comandante della brigata Liguria che aveva tenuto la linea dello Zovetto), esso gli apparve bruciato, sconvolto, tutto un terriccio giallo ed un pietrame grigio, seminato di cadaveri e gemente di feriti, una visione tragica e nel contempo sublime, perché da quelle buche, da quei crepacci, da quelle trincee di cadaveri si vedevano emergere gli elmetti dei Fanti e le canne dei lori fucili, rari, ma impavidi e intrepidi”. A testimonianza di questi fatti d’armi, in loco, ancora oggi, sono ben visibili i monumenti dedicati a questi reparti.
Monte Zovetto
Il zovetto regala un panorama unico nella conca di Asiago , il Monte della brigata “Liguria”, qui gli uomini guidati dal gen. Achille Papa , che aveva voluto tenacemente quella difesa anche a dispetto dello scetticismo di alcuni superiori, seppero realizzare su una delle alture più brulle spoglie della zona un autentico miracolo. Dopo una serie di azioni di pattuglie della sottostante Val Canaglia, condotte nei giorni 7 ed 8 giugno 1916, a partire dalla preparazione di artiglieria del 13 fino a tutto il 16 i soldati della “Liguria” arrestarono ogni urto da parte della 68°brigata di fanteria Austroungarica . Lo fecero potendo contare solamente sulle trincee scavate da loro stessi, con scarso supporto di artiglieria, senza rancio caldo e dovendo affrontare sempre più espedienti tattici da parte degli abili avversari e perdendo alla fine quasi 2000 uomini. Nonostante la conquista della Casara Zovetto, il pronto intervento dei reparti di rincalzo consentirà di contenere l’assalto Austroungarici precludendo loro la possibilità di sfondare le ridottissime linee della “Liguria” e di dilagare in Val magnaboschi. La giornata chiave del 15 giugno viene così descritta dal cap. Valentino Coda :
“ora di austriaci hanno adottato una nuova tattica. Senza sospendere né rallentare il fuoco di artiglieria, le fanterie a piccoli drappelli, a sbalzi periodici di poche decine di metri si spostano obliquamente verso le ali di di ogni nostra ridotta, tentando di accerchiare le posizioni che sono valse a rompere l’attacco frontale. Siffatta manovra impone ai difensori un raddoppiamento della vigilanza: bisogna alzare la testa oltre agli ultimi scherm,i sollevarsi di tutte le spalla, imbracciare il fucile, far fuoco, il che significa lungo andare, essere sfracellati da una granata. Quando tuona così tremendo il cannone, istinto fa sì che anche gli uomini più coraggiosi si rannicchino in fondo ai ricoveri, ma i difensori dello Zovetto non hanno più nulla di umano.“
La trincea del Zovetto faceva parte della linea di rinforzo italiana , con la funzione di collegare , la zona di Campiello con Cesuna , val Magnaboschi ed il Monte Lèmerle , questo tratto di trincea recuperato permetteva con postazioni di mitragliatrice di sorvegliare la Val Magnaboschi , oltre ad essere utilizzate come osservatorio di artiglieria.
Già nell’aprile del 1917 giunsero in Italia dal Regno Unito i primi gruppi di artiglieria per sostenere i nostri attacchi sul Carso. Dopo la sconfitta italiana sull’Alto Isonzo ed il ripiegamento del nostro esercito sulla linea Altopiano-Grappa-Piave, che venne inviato in Italia un Corpo di Spedizione britannico oltre a 6 divisioni francesi. Tali truppe vennero tenute lontano , nel timore che un ulteriore crollo da parte italiana potesse coinvolgerle, soprattutto sul piano morale. La tenuta dei nostri reparti sull’intero arco difensivo e la ripresa offensiva realizzatasi con la prima battaglia dei Tre Monti convinsero i nostri alleati della volontà del nostro esercito di proseguire il conflitto. Divisioni inglesi e francesi cominciarono quindi a dare il cambio alle nostre unità più provate, prima sul Montello e quindi proprio sull’Altopiano dei Sette Comuni. Qui, nel settore compreso tra l’abitato di Cesuna e la strada del Barental, dalla fine del mese di marzo 1918 venne schierato il XIV Corpo d’Armata, al comando di Lord Cavan, che comprendeva la 7°, la 23° e la 48° Divisione. E proprio la 23° e la 48° Divisione nel giugno 1918 affrontarono la Battaglia del Solstizio fronteggiando l’assalto dei reparti ungheresi della 38° Divisione Honvéd. Nonostante alcuni cedimenti locali davanti a Cesuna, nel settore della 48a Divisione, l’intervento delle artiglierie italiane schierate sul nodo del Cengio e un deciso contrattacco inglese consentì di respingere l’assalto austriaco. Il 9 ottobre la 73° e 23° Divisione vennero inviate sul Piave dove; nel corso della Battaglia di Vittorio Veneto, diedero un decisivo contributo allo sfondamento delle Iinee austriache. Sull’Altopiano rimase la 48° Divisione che nell’offensiva finale, assieme ai reparti italiani e francesi, si lanciò all’inseguimento degli austriaci sino alle porte di Trento.
Val Magnaboschi
La zona di combattimento e cimiteriale di Val Magnaboschi rappresenta certamente per i fanti italiani quello che il Cengio simboleggia per i Granatieri e quello che l’Ortigara ha finito col significare per gli Alpini. Essa è diventato il sacrario naturale del sacrificio della nostra fanteria sull’Altopiano dei Sette Comuni, come testimonia anche la colonna romana postavi a ricordo nel dopoguerra. Gli eventi bellici che ne consacrarono tale significato coincisero con la fase determinante e conclusiva dell’offensiva austriaca della primavera del 1916, nota nelle fonti italiane come Strafexpedition (Spedizione punitiva). Perduto il nodo del Monte Cengio ed annientata la resistenza della Brigata Granatieri il fronte italiano, per decisione del Gen. Rostagno, impressionato da quanto in precedenza accaduto, si era ritirato dietro il profondo intaglio della Val Canaglia e correva sulle alture di Monte Paù-Monte Zovetto-Monte Lemerle per proseguire poi verso il Kaberlaba ed il Torle. La Valle di Magnaboschi veniva così a costituire l’immediata retrovia e la principale via di collegamento di questi improvvisati capisaldi. Fu naturale che essa divenisse, a partire dal 6 giugno 1916, il principale obiettivo del 1° Corpo d’armata austro-ungarico, anche perché il suo comandante, il Gen. Kirchbach auf Lauterbach, non ritenne opportuno affrontare l’ostacolo della Val Canaglia e puntò decisamente sul centro del nuovo schieramento italiano. Oltre quella valle si prospettava, comeun miraggio, la vista della pianura veneta e la possibilità della sua conquista. Lo stesso comandante d’Armata, l’ungherese Gen. Kovess von Kovesshaza, vide nell’occupazione della linea Lemerle-Kaberlaba-Sisemol la premessa indispensabile per la caduta di Monte Paù, l’ultimo pilastro occidentale dell’Altopiano prima dello sbocco al piano. Fu così che nei giorni successivi prima la 32° e quindi la 33° Divisione italiana di fanteria dovettero difendere, sostenute dalla poca artiglieria che stava salendo a fatica sull’Altopiano, l’urto della 34° Divisione austroungarica. La sera del 16 giugno 1916 gli austriaci sfondarono in Val Magnaboschi, oltre la Casera, nel punto di collegamento della Brigata Liguria con la Forlì: due compagnie della Brigata Liguria furono accerchiate e catturate costringendo i comandi superiori ad arretrare la Brigata sul Magnaboschi abbandonando lo Zovetto. La resistenza italiana era stata comunque tale da provare i reparti austriaci al punto da impedire loro di sfruttare il momentaneo successo.
Così descrive uno momenti maggiormente rischiosi il comandante la Brigata Forlì:
“Si apre al nemico un più facile ingresso per la selletta di Magnaboschi, però tappato con un battaglione del 214°, giunto nella mattinata in rinforzo al 43°. Il nemico tenta di forzarlo, dopo violenta preparazione di fuoco il 17, ma provvidenziale un altro rinforzo arriva in quel momento al comandante del 43°: il battaglione del 214° col comando di reggimento. I due battaglioni vengono lanciati al contrattacco. Eroico contrattacco, fieramente guidato dal comandante di reggimento Boncolardo, e dai due comandanti di battaglione Boschetti e Poggesi.”
La 34° Divisione austroungarica tra il 15 ed il 16 giugno ebbe a contare 243 morti e 1313 feriti mentre le perdite della 33° Divisione italiana assommarono a 234 morti, 868 feriti e 647 dispersi. La valle venne così ad accogliere le spoglie dei caduti italiani ed austriaci, come accoglierà quelle dei caduti del Corpo di Spedizione britannico che qui venne schierato dalla primavera del 1918 e che ebbe modo di dare il suo decisivo contributo all’arresto dell’offensiva austriaca sull’Altopiano durante la Battaglia del Solstizio. Nel dopoguerra la creazione dei due cimiteri , in cui le sepolture degli uomini dei Reggimenti dell’Oxfordshire e del Buckinghamshire, cosi come dei fucilieri del Northumberland e dei fanti del Gloucester erano di fronte a quelle dei fanti delle Brigate “Liguria”, “Trapani”, “Arno” e “Forlì”, visitati oltretutto dallo stesso re d’Inghilterra, costituì un fatto di assoluto rilievo nell’elaborazione di una memoria collettiva non solo nazionale e divenne un importante elemento nelle buone relazioni tra i due paesi.
Selletta e Monte Lèmerle
La vita nelle trincee costruite dava l’idea di buche fatte alla meglio , giusto per ripararsi , che consentivano una grama esistenza se non solamente una soppravvivenza agli attacchi , soprattutto quando queste venivano costruite sotto il fuoco dell’artiglieria nemica o subito a ridosso del punto di attacco. Dopo l’offensiva è l’arretramento delle truppe austroungariche , queste linee furono ricostruite dal Genio e la differenza si vede come siano fatte ccon logiche di progettazione e secondo alcuni standard , tesi a garantire la sicurezza dei difensori , una buona visuale di tiro , e non ultima dare una condizione di vita perlomeno migliore di una buca piena di terra. Il corpo Britannico che subentrò agli italiani continuo la sistemazione in questo senso.
Bunker inglese sul Lèmerle
Le divisioni britanniche avevano al loro interno un battaglione di pionieri che venivano usati per la creazione di trincee , ripari , baraccamenti per le truppe e postazioni varie , il bunker non era altro che il posto di comando dei pionieri 9°South Staffordshire rgt, che realizzo buona parte delle opere assieme alla 23° divisione , tra Cesuna e la strada del Barental (strada dell’orso) che porta da Asiago a Bassano del Grappa .
Cima Lèmerle
Questa cima che ora è quasi completamente coperta dal bosco , svolse nella strafexpedition un ruolo importante fungendo da fulcro con il monte Kaberlaba e Torle , collegando la val Magnaboschi allo Zovetto e a Passo Campiello , a partire dal 6 giugno fino al 18 giugno 1916 , venne attaccato dagli austroungarici la 34°divisione del Banato di Temesvar , e battuto da tre brigate di artiglieria campale e dal raggruppamento di artiglieria pesante Janecka . Tra le forze italiane invece l’appoggio dell’artiglieria era scarno , e nonostante i pochi trinceramenti riuscirono a resistere fino all’attacco del 24°rgt fanteria di Czernoviz , ma fu subito dopo riconquistato in contrattacco da due battaglioni di Bersaglieri , gli altri sforzi da parte degli austroungarici di sfondare la linea difensiva italiana sono stati vani , sul Lemerle e sulla cresta combatterono soprattutto i fanti della brigata Forlì 43°e 44° rgt , il Gen. Franchi loro comandante riporta così:
“Dieci giorni e dieci notti di eroismo e di sacrificio avevano vissute quelle valorose truppe , in un continuo inferno di fuoco e di sangue , in una continua tragedia di lotta e di morte ,con privazioni di rancio, con le labbra spesso riarse della sete e dalla febbre, prive di sonno e di riposo; nessuno, nessuno ebbe il pensiero alla fuga, alla disperazione, all’esonero.“