Itinerari trekking

la montagna è una maestra muta che insegna ad allievi silenziosi

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820 Anello del Monte Verena

Pubblicato da luke007 in 24 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Asiago. 2 commenti

Tempo di percorrenza dell’anello  : 3h30

dislivello totale : 496 m

Quota massima raggiunta : 2015 m

Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000

Descrizione

Dopo aver imboccato la Valdastico da Arsiero ed aver raggiunto l’abitato di Pedescala si sale fino a Castelletto , per poi proseguire fino a Rotzo , si prosegue fino ad incontrare un bivio che segnala ” Forte Campolongo ” si sale sulla strada di val martello fino ad arrivare a Casare di Campovecchio , mantenendo la destra si arriva sul Rifugio Verenetta , dove si lascia l’auto , per poi salire attraverso il sentiero 820 fino in cima Verena , inoltre si potrebbe salire anche con la seggiovia (nel caso fossero aperte ) . Il sentiero e molto interessante e praticabile per tutti non presenta difficoltà ed e per la maggior parte una mulattiera , ma lo spettacolo che vedrete dal omonimo forte lascerà il segno e le emozioni che potrete riportare nel viaggio di ritorno rimarranno nei vostri cuori , visitate anche il forte se potete , sarà parte del vostro bagaglio culturale per comprendere meglio il sacrificio umano che si e compiuto nella guerra del 1915-1918 , quando tre granate da mortaio 305 mm ne hanno perforato la casamatta in cemento , sappiate che questa e considerata zona sacra e come riporta la lapide : DAL SACRIFICIO DEL PASSATO UN RICORDO PER IL PRESENTE .

Per altri cenni storici , visitate il post:Forte Verena

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Forte Verena

Pubblicato da luke007 in 23 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari trekking, Storico. Tag: Asiago, Forti. Lascia un commento

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Tempo di percorrenza dell’anello :  3h30  

 dislivello totale : 264 m    

Quota massima raggiunta  :  2015m

Dopo aver imboccato la Valdastico da Arsiero ed aver raggiunto l’abitato di Pedescala si sale fino a Castelletto , per poi proseguire fino a Rotzo , si prosegue fino ad incontrare un bivio che segnala ” Forte Campolongo ” si sale sulla strada di val martello fino ad arrivare a Casare di Campovecchio , mantenendo la destra si arriva sul Rifugio Verenetta , dove si lascia l’auto , per poi salire attraverso il sentiero 820 fino in cima Verena , inoltre si potrebbe salire anche con la seggiovia (nel caso fossero aperte ) . Il panorama e la posizione strategica di questo forte e di questa posizione avanzata e molto strategica la si comprende solo quando si sale , la fatica sarà premiata da qualcosa di vero grande che le mie foto non sapranno mai donare di fronte a quello che vedrete . questa volta in fondo alla pagina del post ho riportato la mappa del percorso 820

Cenni storici 

Il forte Verena fa parte dello sbarramento Agno-Assa , assieme ai Forti Corbin e Campolongo , la sua posizione da come si nota dalle foto e molto strategica , definito anche con il nome di “Dominatore degli altipiani ” fu costruito tra il 1912-1912 , armato con 4 cannoni da 149A in cupole corazzate dello spessore di 180 mm , due postazioni per mitragliatrici e un’osservatorio anch’esso corazzato ,furono anche aggiunte in seguito due postazioni di obici da 280 mm in cima Civello , a Spelonca della neve e a Bosco Arzari ,  nei primi giorni della guerra il forte inflisse gravissimi danni ai forti austriaci di campo Luserna e Busa Verle tanto che il comandante di Campo luserna dopo tre giorni di bombardamenti incessanti il 28 maggio tentò la resa come raccontato da Frizt Weber , ma nel giugno del 1915 un colpo di granata da 305 mm si presume partito da Cost’alta penetro il parapetto e il muro del forte sotto la cupola 3 e li vi esplose causando 49 morti tutti artiglieri e anche il comandante Capitano Carlo Alberto Trucchetti . Il 22 maggio venne travolto e occupato da una pesante offensiva austroungarica , da questo forte il 24 maggio 1915 parti il primo colpo di cannone dando inizio alle ostilita sull’altipiano.

I maggio 1915

…esistono 4 forti costruiti nell’altipiano di Lavarone  , il Vezzena , Verle , il Luserna e Gschwendt , tra di loro furono costruiti 50 punti di appoggio di fanteria , una posizione avanzata tra il Verle e Luserna permetteva di dominare il fondo valle , nella posizione denominata Basson ha mille feritoie ed un presidio di 20 uomini , adirittura nelle ultime posizioni ci stanno 2-3 uomini ed alcune addirittura vuoti , la scarsità di filo spinato fa aggiungere del normale filo di ferro per costruire i reticolati …

III Il grande attacco

Per alleggerire la pressione che il forte Verena  aveva verso i punti d’appoggio austriaci era necessario metterlo fuori uso , poiche la posizione dei 4 cannoni da 150A era sovrastante la nostra e la loro gittata molto lunga , per questo era necessario bombardare il forte con un mortaio da 305 mm . Furono distrutte le cupole corazzate , la loro scomparsa ci riempie di gioia , nel vederle squarciate , il Verena quella dannata bestia , non è piu che un ammasso di rovine .Sui suoi spalti nessuna sentinella camminerà piu…

IV Aspirante Wrobleski

…salimmo sul forte per ispezionare , il nostro più acerrimo nemico , ci trovammo davanti un desolato cumulo di rovine gli scudi delle casematte squarciate e cadute nei sotteranei . Veniamo a sapere che durante il nostra bombardamento del giugno del 1915 uno dei primi proiettili del 305 mm dopo aver aperto una breccia nel blocco casematte , scoppio nel corridoio del forte uccidendo 53 uomini … Fritz Weber (Tappe della Disfatta – La fine di un esercito)

Relazione comando del Genio

Una relazione molto esaustiva inviata il 29 giugno 1915 al comando del genio dell I°Armata nella descrizione dei danni subiti dal forte a seguito del tiro prolungato del 305 mm si evidenzio un colpo che centro in pieno l’avancorazza della cupola n°3 causando la rottura del parapetto e di uno spicchio di corazza ; un altro colpo che sfondo il parapetto e attraversò il muto del locale sottostante alla cupola 3 e scoppio nel locale con conseguenze disastrose per il personale ; un terzo colpo che colpi la volta del corridoio retrostante alle cupole provocando un buco ad imbuto lungo 4 metri e circa 2 metri di larghezza , il 26 l’opera subi altre conseguenze sotto i colpi del micidiale 305 mm la rottura del pezzo e della corazza sulla cupola n°2 , la rottura del cielo del corridoio principale con penetrazione del proietto obliquamente , ed altri danni minori tali da renderlo inagibile . Purtroppo il forte non era stato costruito con il calcestruzzo scarso e i materiali non erano in grado di reggere l’avvento del mortaio da 305 mm , anche per quanto riguarda le cupole da 180 mm , mentre gli austroungarici le avevano da 300 mm , il quale desto molta preoccupazione tra le nostre forze facendo ritenere compromesse seriamente la resistenza delle nostre migliori opere di difesa. ( Verona 12 luglio 1915 )

Obice Skoda 305

Per il trasporto del mortaio fu necessaria la divisione dello stesso in due parti, affusto e canna, trasportabili da un trattore stradale prodotto dalla daimler con 100 cavalli di potenza che oltre a trainare l’obice, trasportava anche dai 15 ai 18 serventi. Il tutto poteva essere montato e preparato al fuoco in circa 50 minuti.

Il mortaio poteva sparare due tipi di proietto, uno con armatura pesante con spoletta ad azione ritardata dal peso di 384 kg, e un secondo proietto da 287 kg a scoppio convenzionale. Quest’ ultimo era capace di provocare un cratere di 8 metri di larghezza per 8 di profondità, e l’uccisione di fanteria nemica nel raggio di circa 400 metri.

Nel 1916, l’ M.11 fu aggiornato nella nuova versione M.11/16 dove la differenza principale fu soprattutto nella piattaforma di tiro ora in grado di ruotare di 360 gradi e nell’aumento della gittata a 12.300 metri.

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Anello Passo e cima Vezzena – Monterovere

Pubblicato da luke007 in 21 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, itinerari trekking impegnativo. Tag: Asiago. 7 commenti

Tempo di percorrenza dell’anello :  7h30  

Dislivello totale : 1900 m    

Quota massima raggiunta  : 1908 m

Sentieri interessati 601-235-205-599-299

Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000

Descrizione

Dopo aver preso la strada che porta verso Folgaria , prima di raggiungere Lastebasse , si arriva in località Scalzeri dove si può lasciare l’auto in un ampio posteggio , si prende la strada a destra e si attraversa il ponte , poi prendendo a sinistra si trova un segnavia generico con scritto ” strada de la riva ” che porta fino a Pedemonte ,  salendo un pò si trova il bivio con il 601 e lo si imbocca . Questo percorso richiede un impegno fisico di una certa entità , non ci sono pendenze inverosimili ma la sua lunghezza  e notevole con un accumulo di dislivello interessante ed una discesa molto lunga anche se molto bella per val rio Torto, passa in luoghi fantastici e incredibili , tratti di falsopiani boschivi e prativi molto belli , per poi culminare a Cima Vezzena o Pizzo di Levico per ammirare un panorama a 360° unico ed incredibile , ho allegato alcune foto ma le emozioni si provano sul campo , buon cammino a quel cuore impavido a cui piacciono queste sfide , ed a chi si cimenterà in questi anelli fisicamente difficili . Questo percorso e ideale per chi vuole allungare le distanze e fare qualcosa di più , naturalmente e inutile che ve lo ricordi : questo anello richiede una ottima preparazione fisica , di orientamento e se possibile evitatelo quando cambia l’ora per non rimanere in giro nel momento in cui viene buio , oppure fate come il sottoscritto portate SEMPRE con voi una lampada frontale .

601-3 601-31 235-25 235-27 235-31 235-38 Forte ve-3 Forte ve-1 Forte ve-4 235-29 599-299-26 599-299-10 599-299-5 599-299-1

153 San Liberale – Monte Boccaor – Monte Meatta

Pubblicato da luke007 in 20 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Monte Grappa. 2 commenti

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 2h30

dislivello totale : 895 m

Quota massima raggiunta : 1478 m

Cartografia : CAI Canale del Brenta e Massiccio del Grappa 1:25000

Descrizione

Dopo aver raggiunto in auto l’abitato di Crespano del Grappa si prosegue verso Possagno ,  arrivati in una rotatoria si prende per Fietta e si sale seguendo le indicazioni per San Liberale , si sale fino al rifugio San Liberale , si lascia l’auto e si imbocca il sentiero 151-153 si sale abbastanza rapidamente mantenendo la direzione 153 fino a trovare il bivio con la ferrata , lo si supera e si continua a salire superando inoltre in una curva il raccordo con il sentiero 151 che sale nel lato opposto della valle e che comunque porta sempre dentro il 152 quello che per intenderci porta a Cima Grappa , il sentiero e molto articolato e sale a zig-zag abbastanza irto anche se non presenta pendenze impossibili percorrendolo e conoscendo la zona si può individuare dove sale la ferrata Sassi Brusai . Questo sentiero permette una buona visibilità sul resto della valle , naturalmente quando si esce dal bosco , e una mulattiera che veniva adibita all’approvigionamento  delle truppe in quota , anche perche nella parte bassa della valle presenta numerose trincee , gallerie e ricoveri , cisterne , pompe di sollevamento e diverse funivie , tutte adibite con lo scopo bellico della grande guerra del 1915-1918 , ricordo sempre proprio perche “non si deve dimenticare MAI ” che le cruenti battaglie , il massiccio impiego di uomini e bocche da fuoco hanno reso celebre questo massiccio , e dove il nemico “se così si può definire ” non è riuscito a sfondare e dove la resistenza delle truppe e stata messa a dura prova , con enormi perdite sia da una parte che dall’altra dello schieramento .

Salite sempre con una profonda umiltà queste grandi valli ed immense cengie culminanti con un altipiano dalle forme strane e arrotondate , salite con il pensiero nel cuore di tanti che , in questo immenso e sinuoso monte hanno perso la vita , ciascuno per i propri ideali , ciascuno per i propri sogni di libertà , salite con passo leggero guardate ed ammirate con quanta maestria la natura a donato all’uomo questo massiccio monte , salite in silenzio e rispetto , prestate attenzioni a dove metterete i piedi , perche anche sotto il vostro piede , calpesterete un pezzo di qualche eroe che li ha lasciato i propri sogni ed ha perso la propria vita , ed a questo dovrete solo del rispetto .  Luciano

sacrario del grappa153-1 153-2 153-3 153-4 153-5 153-6 153-7 153-8 153-9 153-10 153-11 153-12 153-13 153-15 153-16 153-17 153-18 153-19 153-20 153-21 153-22 153-23 153-24 153-25

Ferrata Sassi Brusai

Pubblicato da luke007 in 17 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari attrezzati, itinerari trekking, itinerari trekking impegnativo, Storico. Tag: Ferrate, Monte Grappa. 3 commenti

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 3h00

dislivello totale : 942 m             Classe : EEA Attrezzato

Quota massima raggiunta : 1532 m

Cartografia : CAI Canale del Brenta e Massiccio del Grappa 1:25000

Descrizione

Dopo aver raggiunto in auto l’abitato di Crespano del Grappa si prosegue verso Possagno ,  arrivati in una rotatoria si prende per Fietta e si sale seguendo le indicazioni per San Liberale , si sale fino al rifugio San Liberale , si lascia l’auto e si imbocca il sentiero 151-153 si sale abbastanza rapidamente mantenendo la direzione 153 fino a trovare il bivio con la ferrata , il sentiero di avvicinamento e molto difficile , con una pendenza notevole , ma nello stesso tempo molto bello prettamente boschivo ed in ambiente selvaggio , questo diciamo che e uno dei problemi principali di questa ferrata , arrivati all’attacco della via la ferrata si presenta subito con la sua notevole verticale , il primo camino che da un esame più accurato e pieno di appigli in una roccia molto dura quasi dolomitica , non c’è che dire una ferrata molto bella soprattutto per queste creste situate nel bel mezzo della valle con i fianchi a strapiombo sul resto della valle , le sue creste affilate permettono una visuale interessante anche nel tratto prativo , proseguendo i tratti attrezzati si alternano con tratti prativi più o meno difficili ma tutti accessibili e con molti appigli , il secondo e semplice quasi a scalini , mentre nel terzo ci si deve fidare agli appigli molto resistenti e quasi a incastrarsi nella roccia per poi superare il tratto , superata la selletta del candidato si incorre ad un pezzo un po più complesso per la mancanza di appigli per i piedi ma con slancio atletico si va a superare in sicurezza anche questo , poi sempre salendo si trova un tratto interessante e da passare con cautela si nota una staffa a U per poi salire in un ampio incastro e ricercare un valido appoggio per il piede , poi risalendo sempre più in alto si inizia ad intravedere un pezzo del Sacrario del Grappa , dopo aver fatto l’ultimo tiro in verticale si raggiunge il bivio con il sentiero 152 che porta nel forcellino situato tra il monte Boccaor e il monte Meatta , a quota 1478 metri ,  solo per chi non volesse salire sul ponte Tibetano che collega i due pezzi della ferrata , e come ultima una parete dritta anch’essa raggirabile per concludere questa bellissima ferrata , non proprio per tutti che richiede preparazione fisica e anche esperienza in simili vie . Concludo con il fatto che il Monte grappa e stato teatro di grandi e cruente battaglie , ed e con profondo rispetto per le migliaia di vittime che si sale in questo che fu baluardo d’Italia

Cenni storici

Teatro di scontri decisivi nel corso della guerra del 1915-1918 e alcuni avvenimenti della 1945 con i partigiani, è conosciuto a molti per il il suo sacrario dalle imponenti dimensioni e che conserva le spoglie di italiani e austroungarici assieme ad un museo della Grande guerra della Galleria Vittorio Emanuele III . Famoso è anche il Sacello della Madonna Ausiliatrice inaugurato il 4 agosto 1901 dal cardinale Giuseppe Sarto . La statua fu mutilata durante il primo conflitto mondiale, ma venne poi ricollocata nel 1921. Alla Madonnina del Grappa è dedicata l’Opera assistenziale fondata, subito dopo la Guerra, con il  nome opera della divina Provvidenza Madonnina del Grappa .

Nella prima guerra mondiale, dopo la sconfitta italiana di Caporetto , la cima diventò il fulcro della difesa italiana, tanto che gli austriaci tentarono inutilmente e più volte di conquistarlo, per poi avere accesso alla pianura Veneta.
 

Ulteriore approfondimenti in :
https://itineraritrekking.wordpress.com/2015/01/26/920-cismon-del-grappa-monte-grappa/

Sacrario del Grappa

Il sacrario contiene i resti di 22.910 soldati ed è cosi disposto:

  • Settore nord, ossario austroungarico con 10.295 morti di cui 295 identificati.
  • Settore sud, ossario italiano con 12.615 morti di cui 2.283 identificati.
  • Tra i due ossari, c’è la cosiddetta via Eroica lunga 300 metri, con a lato i cippi recanti i nomi delle cime teatro di guerra.
  • All’inizio della via eroica, a nord, c’è il portale Roma: progettato e costruito dall’architetto Limoncelli ed offerto da Roma, sul portale è scolpito: “Monte Grappa tu sei la mia patria”, il primo verso della famosa canzone del monte Grappa.
  • Al centro dell’ossario italiano c’è il sacello della famosa Madonna del Grappa, la vergine ausiliatrice posta nella vetta il 4 agosto 1901 dal patriarca di Venezia Giuseppe Sarto (poipapa Pio X), a simbolo della fede cristiana nel Veneto. Durante la prima guerra mondiale, la Madonna del Grappa divenne simbolo della Patria e della protezione divina, al punto che una volta riparata dall’esplosione di una granata, prima di esser riposta nel sacello (4 agosto 1921) fece il giro dell’Italia su un vagone ferroviario al cui passaggio tutti lanciavano fiori, pregavano, piangevano, si inginocchiavano.

Nel sacrario c’è una tomba importante per la storia del Grappa, è quella del maresciallo d’Italia, generale Gaetano Giardino, che qui comandò l’armata del Grappa portandola alla vittoria finale

fonte : http://www.montegrappa.org/

 
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295-595 Carotte – Piccoli – Lavarone

Pubblicato da luke007 in 15 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Folgaria, Lavarone. 4 commenti

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata :  1h30

 Dislivello totale : 600 m    

Quota massima raggiunta  :  1037 m

Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000

Descrizioni

Dopo aver risalito la Val D’astico da Arsiero direzione Folgaria poco prima di arrivare a Lastebasse si nota un ponte sulla destra che porta in località Carotte , da li si sale sulla piccola chiesa al centro dove appena dietro c’è un posto dove mettere l’auto , ovviamente se si usa questo sentiero per il rientro la macchina si mette in altro luogo (come ho fatto io mettendola sul ponte a Brancafora)cosi facendo si ridiscende sulla strada asfaltata fino a Brancafora . Il sentiero parte proprio vicino alla chiesa di Brancafora , ricordo che il primo segnavia da seguire non è il 295 ma bensì il 595 il sentiero denominato anche Antica Via dell’ancino ( di Quà ) , arrivati al bivio con la strada che arriva da Dazio e porta a Oseli dove per intenderci si trova anche il Forte Belvedere , se si imbocca il sentiero 221 si può completare il percorso fino a Lavarone. Il sentiero e molto bello sale su un crinale qualche volta esposto per poi uscire dal tratto boschivo nella zona di Sas della mitrie si narra che qui si incontrassero i vescovi di Padova Feltre e Trento , anche se oggi rimane visibile solo uno dei simboli vescovili che viene associato a Padova o Vicenza , si sale fino a raggiungere la chiesetta dei Piccoli , dedicata alla madonna di La Salette che si narra sia stata costruita sopra un masso per opera di due italiani emigrati all’estero che l’avrebbero edificata per ringraziamento alla Madonna per aver salvato una bambina sopravissuta miracolosamente dopo essere caduta dallo stesso masso

Il covèlo di Rio Malo

Il covèlo non è altro che un anfratto di roccia , prettamente carsica che si trova poco lontano dall’abitato di Piccoli , profondo circa una 30 di metri che va a finire in un camino centrale , raggiungibile attraverso una robusta scala in ferro .

Il Còvelo è soprattutto noto per essere stato postazione di esazione del dazio vescovile. Storicamente ne abbiamo notizia fin dall’anno 1027. Data la posizione, controllava facilmente l’«imperiala», l’antica strada/sentiero che proveniva dall’alta Val Sugana attraverso la valle del Centa e che scendeva nella sottostante Val d’Astico. All’epoca era nota come la Strada de l’Ancino, divisa tra l’«Ancino di là» e l’«Ancino di qua». Il Còvelo fu dunque utilizzato come una sorta di grotta fortezza, presidiata da un drappello di soldati. Nel 1276 fu ceduto alla famiglia dei Belenzani. Durante la guerra combattuta dalla Lega di Cambrai contro Venezia (1508) fu occupato dalle truppe veneziane. Al termine del conflitto, tornato sotto il domino austriaco, perse d’importanza e fu abbandonato. 

Fonte : La Magnifica Comunità degli Altipiani Cimbri – di Fernando Larcher

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Comando Austroungarico di Virti

Pubblicato da luke007 in 14 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Folgaria, Lavarone. Lascia un commento

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata :  0h20 -1h30 Passando per il monte Rust

 Dislivello totale : 50-300

Quota massima raggiunta  :  1100-1282 m

Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000

Descrizione

Dopo aver salito la strada che da Arsiero porta a Folgaria si arriva a Carbonare passato per qualche km ci troviamo a Virti , dopo la curva con il cartello della comunita di Folgaria c’è un piccolo spiazzo , da li il sentiero scende fino a raggiungere il comando che si trova in una posizione molto protetta , oppure si può salire anche direttamente dal centro di Virti , si tratta di un’escursione molto corta e quindi io l’abbinerei al monte Rust , la struttura e molto interessante anche la posizione dove si trova strategicamente ottimale , ottimamente recuperato e ripulito da un gruppo di persone che hanno il mio elogio per riportare alla luce questi pezzi di storia . Nella mappa ho allegato anche il monte Rust con i suoi itinerari visto che sono poco difficili e tutti percorribili in un breve lasso di tempo . Comunque pere andare al comando austroungarico di Virti dopo aver superato Carbonare , e arrivati a Virti si trova il sentiero che porta nel bosco , in un luogo mimeticamente nascosto .

Voglio anche ricordare che ci sono molti itinerari di piccola e media lunghezza percorribili in queste zone stupende e poco conosciute ma fanno parte di un’immenso bagaglio culturale oltre che naturalistico , non siamo all’estero siamo in quella parte di Italia che crede e che investe per la comunità …salite per rendervi conto di questa magnificenza , non e una zona conosciuta da vip , ma e una zona fantastica a due passi da Casa .

Link : http://www.alpecimbra.it/it/

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Osservatorio austroungarico Monte Rust

Pubblicato da luke007 in 13 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Lavarone. Lascia un commento

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata :  0h20 -1h30 Passando per il monte Rust

 Dislivello totale : 50-300

Quota massima raggiunta  :  1100-1282 m

Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000

Descrizione

Per salire su questo Monte ci sono diversi percorsi da compiere a piedi :

-si può salire fino a Carbonare in auto salendo da Arsiero la Valdastico in direzione Folgaria , per poi prendere il sentiero segnalato , con un segnavia Monte Rust per poi ridiscendere per la località Virti

-si può salire con l’auto da Arsiero la Valdastico in direzione Folgaria fino al lago di lavarone e poi prendendo il segnavia nella parte sud del lago salire fino al Monte Rust per poi ridiscendere per località Chiesa

-si può salire  con l’ auto  da Arsiero la Valdastico in direzione Folgaria fino al lago di lavarone e per località Chiesa si arriva a Virti ,poi attraverso il sentiero della Pace salire fino al monte Rust , per poi ridiscendere verso Chiesa e poi tornare a Virti

-si può salire  con l’ auto  da Arsiero la Valdastico in direzione Folgaria fino al lago di lavarone e per località Chiesa poi attraverso il sentiero della Pace salire fino al monte Rust , per poi ridiscendere verso Chiesa scendendo dal lago di lavarone

In ogni caso il sentiero e molto bello , propone una visione panoramica a 360 gradi , se avanzate del tempo visitate in località Virti  dove c’era il Comando tattico austroungarico risalente alla guerra del 1915 -1918 , il paese di Lavarone e magari anche il forte Belvedere ; sono zone molto belle e sopratutto dove l’uomo ha trattato queste zone con profondo rispetto , cercando di conservarne le tradizioni e costumi

Cenni storici

Sul Monte Rust nei pressi del lago di Lavarone sorgeva nel periodo della guerra del 1915-1918 un punto cruciale di osservazione creato dalle truppe austroungariche con l’intento di avere , nel caso le normali linee di comunicazione radio fossero interrotte di poter usufruire di questi altri mezzi di comunicazioni fatti da segnalazioni ottiche e con piccioni viaggiatori , per fare ciò furono costretti trovare una postazione di osservazione che potesse essere così centrale da poter comunicare con parte della linea di difesa , dopo aver salito questo monte capirete il perchè di questa scelta ammirando i suggestivi panorami

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297-597 Brancafora – Forte Belvedere

Pubblicato da luke007 in 13 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Lavarone. 2 commenti

Tempo di percorrenza del sentiero solo andata :  2h00 

dislivello totale : 680 m    

Quota massima raggiunta  :  1177 m

Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000

Descrizione

Dopo aver imboccato la val d’astico da Arsiero per andare verso Folgaria poco prima di arrivare a Lastebasse , ovvero in località Scalzeri si gira sul ponte situato in una curva e si prosegue verso l’abitato di Brancafora , arrivati su un’altro ponticello si può mettere li l’auto sulla destra , oppure salire sempre sulla destra fino alla chiesa di Brancafora , da li parte il sentiero costeggiando una casa situata sulla curva che sale verso un ricovero per anziani , si può anche passare davanti al ricovero per poi deviare a destra e rientrare nel sentiero , il numero del sentiero non è riportato li quello che leggete nel segnavia e il ” Sentiero de riva ” che parte dai Scalzeri e che porta fino ai Ciechi . Ricordo inoltre che la prima parte il sentiero non e numerato con il 297 ma bensi con il 597 come riportato anche nella mappa , il sentiero e molto bello e sale sul crinale fino a raggiungere il Werk Belvedere per poi proseguire fino a località Cappella e Gionghi , dove si trova anche la sede del comune di Lavarone non che l’ufficio informazioni turistiche , che invito a visitare e se aperto acquistate una mappa molto interessante dei sentieri e dei luoghi da visitare in questo magnifico luogho a pochi passi dalla pianura , dove la mente potrà trovare il giusto equilibrio e sarà ninfa per le giornate passate nella nostra inutile routine .

Non sempre il progresso migliora la vita , quella e una cosa in cui vogliono farci credere le hobbies , io credo solo nella semplicità delle cose . Luciano

Link utile : http://www.alpecimbra.it/

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Eccidio di Malga Zonta 1944

Pubblicato da luke007 in 3 dicembre 2015
Pubblicato in: itinerari Running, itinerari trekking, Storico. Tag: Folgaria, Tonezza. Lascia un commento

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Malga Zonta si trova a confine tra il Veneto ed il Trentino , dopo essere arrivati ad Arsiero si sale verso Tonezza del Cimone superato l’abitato si prende sulla sinistra la strada che porta verso  Passo Coè e che poi prosegue fino a Folgaria , oppure si può salire da Folgaria ma per chi proviene da Vicenza e molto più lunga . Narrare con esatezza le vicende di malga Zonta non è facile e bisogna avere le capacità e la voglia di approfondire queste cose , ed in fondo a questa pagina troverete diversi link e raccolte di informazioni molto interessanti al fine di comprendere con efficacia le dinamiche di questa triste vicenda

Riflessioni Personali

Nei fatti svolti nel periodo del 1944-45 ci possono essere tanti punti di vista , ma io resto del fatto che in guerra non ci sono vincitori ne vinti , ci sono solo i morti

Qui vi riporto  fatti principali , non hanno la pretesa di dire qual’e la verità su Malga Zonta , di una cosa sono sicuro :

Che la guerra non porta in nessuna parte , e vero la verità sarebbe la cosa più bella si possa avere , per poter affermare chi e come ed anche perchè , sia successo tutto questo , ma il nostro dovere principale penso sia quello che la colonna mozza posta sul Monte Ortigara riporta a grandi lettere : PER NON DIMENTICARE , io ci aggiungerei anche PER NON COMMETTERE DI NUOVO LO STESSO ERRORE a questo dovrebbero servire il ricordare , e comunque tutto questo non può portare in nessuna parte , quando e finita la guerra , si contano solo i morti ed i feriti …a loro va il mio primo pensiero e cordoglio a chi ha pagato con la vita , da una parte all’altra dello schieramento .

I popoli che non ricordano la propria storia , sono destinati a ripeterla . George Santayana

Luciano 

Cenni storici Questi i Fatti ufficiali 

Nella notte del 12 agosto 1944 le truppe naziste iniziarono un rastrellamento nella zona di Folgaria e di Passo Coe, arrivando fra le 2.30 e le 3.30 a Malga Zonta, dove erano rifugiati dei partigiani Vicentini .

Dopo degli scontri a fuoco, le truppe tedesche ebbero la meglio e alle ore 8,30 fucilarono 17 persone scattando due foto che testimoniarono l’accaduto.

I 17 corpi vennero poi sepolti in una vicina buca dovuta allo scoppio di una bomba della prima guerra mondiale.

Ancora oggi non si ha l’assoluta certezza di come di svolsero i fatti, in particolare attorno alla figura di Bruno Viola detto il Marinaio, che secondo alcuni resoconti risulta fucilato a Malga Zonta, secondo altri caduto pochi giorni prima in alcuni scontri a fuoco con truppe tedesche.

I malghesi furono altresì risparmiati secondo alcune fonti, mentre altre fonti vengono inclusi fra i fucilati.

Approfondimenti storici

Qui sotto riporto gli articoli tratti dal Giornale di Vicenza con approfondimenti del caso , io ho letto e sono contento di averlo fatto :

Il Giornale di Vicenza, 14 luglio 2001

Smentito consigliere provinciale trentino sull’eccidio nazifascista di 57 anni fa
ERANO PARTIGIANI, NON LADRI
In un convegno a Folgaria la verità su Malga Zonta

«I fucilati di Malga Zonta? Partigiani inequivocabilmente inseriti nell’organico della Garemi. I saccheggi nel folgaretano? Li facevano un gruppo di balordi che con la Resistenza nulla avevano a che fare». Le risposte sono dunque arrivate. Le ha date lo scledense Ezio Maria Simini alla giornata di studi tenutasi due giorni orsono a Folgaria, incentrata sull’episodio di Malga Zonta e sull’uso in chiave politica del passato.
L’iniziativa, partita dal Dipartimento di studi storici dell’Università di Verona, in collaborazione con i Comuni di Folgaria, Schio e Rovereto ed enti culturali e museali, ha riunito insigni studiosi ed accademici. Un fronte compatto che ha voluto dare una risposta ed un segnale alle polemiche venute alla luce negli ultimi mesi, in particolare quelle di Piergiorgio Plotegher, consigliere provinciale trentino, che nel novembre scorso aveva chiesto di rivedere le celebrazioni annuali di Malga Zonta, ed i relativi contributi, «in modo che non si commemori chi aveva saccheggiato e creato pericolo alla popolazione degli Altipiani».
Il consigliere di An, affermando che i fucilati del 12 agosto ‘44 erano banditi estranei alla zona osteggiati dalla popolazione, aveva sollecitato la Giunta Provinciale a far eseguire uno studio apposito sulla tragica vicenda. Lo studio, “sponsorizzato” dal mondo accademico, è arrivato l’altro ieri sotto forma di una circostanziata e corposa relazione redatta da Ezio Simini. Lo storico della Resistenza e delle lotte operaie ha messo in luce le condizioni in cui si sviluppò il rastrellamento di Posina, con le formazioni partigiane indebolite dalla massiccia affluenza di nuove reclute, dall’enorme estensione del territorio controllato, dagli avvicendamenti nei posti di comando voluti dai vertici comunisti, dalla massiccia e articolata offensiva estiva posta in essere dai comandi tedeschi.
In questa situazione s’inserirono particolari vicende che ebbero un peso rilevante nell’episodio di Malga Zonta. «A Raga Alta -ha spiegato Simini-, vi era stato un pesante litigio tra Ferruccio Manea (Tar) e Severino Zordan (Bastardo), uomo della pattuglia del partigiano Negro, per questioni di autonomia. A fine luglio Valerio Caroti (Giulio), per evitare altri incidenti, decise di trasferire la pattuglia del Tar sul Pasubio, quella del Negro tra Malga Zonta e Malga Pioverna. Qui il Negro ed i suoi, tutti partigiani riconosciuti originari dell’Alto Vicentino, attendevano un lancio. Altro che banditi: erano pochi, solo alcuni armati, da poco arrivati, e non avrebbero potuto saccheggiare alcunché».
Chi fece allora i saccheggi, che a quanto pare ci furono? Simini ha tirato fuori l’asso nella manica, assicurando che la vicenda è assolutamente nuova ma perfettamente documentata: «Nella zona operava una banda di giovani, originari di Riofreddo di Arsiero, che si spacciavano per partigiani per eseguire razzie a danno della popolazione. Due furono catturati alla Strenta, forse da Bruno Viola, il Marinaio: uno riuscì a fuggire, l’altro, Fernando Dalla Fontana, si pentì e chiese di potersi riscattare. Fu rimandato a valle per convincere i compagni a restituire il bottino e consegnarsi, ma fallì. Ebbe però il coraggio di ritornare, sapendo di rischiare la fucilazione, ed il suo gesto fu apprezzato: fu aggregato alla pattuglia di Viola, giusto in tempo per essere fucilato, ma dai tedeschi. I suoi compagni, dopo la guerra, furono processati e condannati a Vicenza». Simini ha poi concluso la sua lunga esposizione narrando i fatti dello scontro vero e proprio e dell’eccidio finale, soffermandosi sulle ultime parole del Marinaio, che avrebbe anche sputato in faccia ai suoi carnefici.
La relazione è stata accolta con grande soddisfazione dagli studiosi e ricercatori convenuti, autori a loro volta, di seguito, di spunti interessanti. Vincenzo Calì, del Museo storico di Trento, ha esposto una panoramica della situazione nell’estate del ‘44; Mario Faggion ha fatto luce sulla figura della medaglia d’oro Bruno Viola; Maddalena Guiotto ha focalizzato sulle fonti archivistiche tedesche. L’assessore roveretano Fabrizio Rasera, espositore di una storia della celebrazioni di Malga Zonta, ha poi lasciato la parola allo storico toscano Giovanni Contini, studioso delle stragi tedesche e della loro memoria. I lavori, presieduti da Mario Isnenghi e da Enrica Piscel, si sono conclusi con l’intervento di Emilio Franzina, di cui riferiamo a parte, e con una tavola rotonda che ha visto partecipi, tra gli altri, Enzo Collotti Gustavo Corni e Camillo Zadra. Ma il momento più emozionante sono state le poche, simboliche parole pronunciate da Bruno Fabrello, all’epoca giovane malghese, miracolosamente sopravvissuto all’eccidio.

Il Giornale di Vicenza, 14 luglio 2001

«DANNOSO UNIRE LA STRUMENTALIZZAZIONE ALLE BEGHE LOCALI»

Mass media e ricerca storica a confronto. C’è stato spazio anche per questo alla giornata di studi su Malga Zonta, e non poteva essere altrimenti, considerando l’attenzione degli organi d’informazione verso avvenimenti del passato che suscitano nel presente, causa la loro valenza politica, discussioni e polemiche.
Emilio Franzina è intervenuto in modo specifico sull’argomento, chiamando in causa, insieme ad altri quotidiani veneti e trentini, anche il nostro Giornale. «L’uso pubblico della storia -ha detto lo storico di Vicenza- va gestito con prudenza. Il caso di Malga Zonta è esemplare: a beghe puramente localistiche, che non riguardano la sostanza delle cose, si aggiungono strumentalizzazioni politiche ben più ampie. Io sono convinto che tutti debbano avere l’opportunità di esprimere la propria opinione, e che ci possa essere dialogo tra giornalista e storico, ma a quest’ultimo deve essere riconosciuto un livello di esperienza e conoscenza leggermente superiore».
«Per quanto riguarda Malga Zonta -ha proseguito Franzina-, è irritante il tentativo di delegittimazione del passato per fini politici: si è voluto scollegare i fucilati dal movimento partigiano nazionale, e si vuole contrapporre al mito resistenziale altri miti. Va a finire che sono i giornali, poi, a creare una vera e propria opinione pubblica. Penso, per fare un esempio, alle lettere al direttore: a scriverle, ormai, sono sempre i soliti, quasi sempre politici. La gente è coinvolta, spesso senza difese, in un meccanismo ormai noto. Ogni volta che si parla di Malga Zonta poi si tirano fuori l’eccidio di Schio, Pedescala, le foibe, il Tibet».
E la polemica, aspra, ha trovato nuova linfa anche tra i muri della sala conferenze con l’intervento di Francesco Piscioli, consigliere comunale di Folgaria e critico risoluto di Malga Zonta sulle pagine della stampa trentina. Piscioli, peraltro osteggiato dalla platea, ha affermato che la commemorazione annuale è completamente estranea a Folgaria e ai folgaretani, ed ha esposto tre elementi, da lui definiti «falsi storici», riguardanti l’imprecisa didascalia delle notissime foto dei fucilati, l’iter mediante il quale le foto stesse vennero rese pubbliche, e le ultime parole di Bruno Viola, sostenendo: «Furono “Viva Stalin!“, non “Viva l’Italia!“». 

Il Giornale di Vicenza, 21 agosto 2002

Lo scledense Simini autore di una ricerca sull’intera vicenda
LA GUERRA DEGLI STORICI CONTINUA
Un anno fa a Folgaria contestazioni sulla ricostruzione

Malga Zonta 58 anni dopo: una delle pagine più conosciute della lotta di liberazione nel Vicentino durante l’occupazione tedesca si trova puntualmente al centro delle discussioni in concomitanza con l’anniversario della fucilazione di Bruno Viola e compagni, eseguita durante il rastrellamento nazifascista del 12-14 agosto 1944. Dopo la recente pubblicazione sul nostro Giornale della testimonianza di Alfredo Battistella, sfuggito per un soffio al rastrellamento, lo storico Marco Pirina, direttore del Centro studi “Silentes Loquimur” di Pordenone e noto per le sue ricerche sulle foibe, è intervenuto con alcune puntualizzazioni che, anche se non sembrano modificare la sostanziale ricostruzione dei fatti, rinfocoleranno probabilmente la polemica.
Al di là dei dubbi posti sull’identità del corpo di Bruno Viola sepolto a Caldogno, Pirina si rifà alle ricerche di Francesco Piscioli, consigliere comunale di Folgaria e critico risoluto delle celebrazioni di Malga Zonta sulla stampa trentina. La prima riguarda la notissima foto che ritrae i partigiani poco prima della fucilazione, da sempre pubblicata con la dicitura “gli ultimi istanti degli eroi di Malga Zonta“: molti di essi -Piscioli fa nomi e cognomi- sarebbero stati invece rilasciati perché semplici malgari. Poi vi è la questione dell’origine della foto, che non sarebbe stata trovata nel portafogli di un tedesco, bensì consegnata dal sottufficiale Karl Willmann, del comando di Lavarone, ad Annetta Rech, e da lei al generale Donà. Infine i caduti non furono gettati su di un letamaio, ma sepolti in una fossa fatta scavare al momento (su questo c’è la testimonianza di Bruno Ossato, pubblicata dal nostro Giornale il 13.10.99).
Le argomentazioni di Pirina, il quale aggiunge che i partigiani si distinsero nella zona per saccheggi e vessazioni, furono esposte dallo stesso Piscioli nel giugno dello scorso anno, durante la giornata di studi su Malga Zonta tenutasi a Folgaria. Piscioli, nell’occasione pesantemente osteggiato dai convenuti, affermò anche che le ultime parole di Viola furono “Viva Stalin!” e non “Viva l’Italia!“. Una versione che sembrerebbe avere un certo credito, stante la testimonianza di alcuni degli scampati. Sul resto, invece, gli storici del convegno respinsero le argomentazioni di Piscioli definendole insignificanti per la vera storia di Malga Zonta. Tra essi lo scledense Ezio Maria Simini, che a Folgaria presentò un’approfondita ricerca sull’intera vicenda, nella quale la responsabilità dei saccheggi veniva fermamente respinta e ricondotta ad una banda di giovani di Riofreddo di Arsiero che agivano spacciandosi per partigiani. Guerra tra storici di opposte vedute, allora? Inevitabile, ogniqualvolta si parli degli avvenimenti del ’43-’45.

Il Giornale di Vicenza, 12 settembre 2002

A Schio il libro di Simini contro il “revisionismo” di Piscioli
SU MALGA ZONTA UNA NUOVA “VERITÀ”

A Malga Zonta ci si scontra ancora, 58 anni dopo il rastrellamento tedesco dell’agosto ’44. L’ultima commemorazione dell’episodio, tenutasi a Ferragosto sui luoghi dell’eccidio, ha visto le opposte fazioni sparare vecchie e nuove cartucce.
Francesco Piscioli, consigliere comunale di Folgaria e contestatore di Malga Zonta, ha distribuito un opuscolo di una decina di pagine, ribadendo le sue ormai note posizioni (già riportate dal nostro Giornale) su quelli che considera“falsi storici“: il dubbio sull’identità del corpo di Bruno Viola sepolto a Caldogno, le modalità di ritrovamento delle foto dei fucilati tramite l’austriaco Karl Willmann, il fatto che molti di essi furono in realtà risparmiati perché malgari e non partigiani, gli errori contenuti nelle lapidi.
A Piscioli ha risposto lo scledense Ezio Maria Simini, presentando quella che può definirsi la prima pubblicazione specifica sull’episodio, frutto della ricerca eseguita dallo stesso storico della Resistenza per il convegno di studi su Malga Zonta tenutosi lo scorso anno a Folgaria. In “Malga Zonta. La ricostruzione di un’eroica vicenda partigiana malamente contestata” Simini, per fugare ogni dubbio, ha ammesso che alla vicenda storica ha nuociuto, negli anni, la ricostruzione retorica ed agiografica: una breccia nella quale -si legge-, «si incuneano i tarli di una contestazione interessata, intollerabili dicerie che puntano a minare le fondamenta stesse della Resistenza».
Simini ha ricostruito il rastrellamento tedesco del 12-14 agosto 1944, un’azione di forza, inserita in un più vasto piano di eliminazione della minaccia partigiana tra Veneto e Trentino, resa più grave dalla crisi di crescita e da dissidi interni alle formazioni resistenziali. Nell’operazione avvenne appunto la sparatoria di Malga Zonta tra la pattuglia del“Marinaio” Bruno Viola, poi medaglia d’oro, e i rastrellatori, che fucilarono 14 partigiani arresisi al termine dello scontro assieme a tre malgari. Il fatto che altri malgari, ritratti nelle foto, siano stati risparmiati, è ormai accertato; allo stesso modo la vicenda del ritrovamento delle tre foto (una però risulta mancante) in sostanza non diverge nelle ricostruzioni di Piscioli e Simini, e fa cadere la tesi del rinvenimento nel portafogli di un tedesco.
Simini dice pure di reputare verosimile la versione di Piscioli sulle ultime parole di Viola: «Vigliacchi i tedeschi e i fascisti. Viva Stalin!». Respinge fermamente, però, la tesi che il corpo del “Marinaio” non sia quello sepolto a Caldogno e che sia morto addirittura il 6 agosto a Folgaria, una settimana prima del rastrellamento, sulla base di un documento dell’Anagrafe di Caldogno (ma nessun familiare assistette, secondo Piscioli, alla riesumazione). Altra confutazione arriva sui presunti saccheggi partigiani, addebitati ad una banda di giovani delinquenti di Riofreddo di Arsiero, processati e condannati a Vicenza nel ’51. Infine la vicenda delle lapidi del ’46, ’62 e ’81, riportanti incongruenze e inesattezze nei nomi dei partigiani e civili caduti. Errori che potrebbero essere corretti dallo scalpello: «Per disarmare quanti sarebbero capaci di costruire polemiche tanto speciose quanto odiose», conclude Simini. 

Il Giornale di Vicenza, 12 agosto 2003

Eccidio di Malga Zonta, la testimonianza di Ampelio Cocco
«12 AGOSTO ’44, COMPIVO SEI ANNI. QUEL GIORNO UCCISERO MIO PADRE»
Furono 27 le vittime dell’operazione di rastrellamento dei tedeschi

«Mio padre è stato ucciso a Malga Zonta il 12 agosto 1944, poco dopo essere andato coi partigiani. Quel giorno compivo sei anni». È una storia triste, quella di Ampelio Cocco. Una storia personale che si lega con uno degli episodi più tragici della Resistenza locale, l’eccidio di Malga Zonta nell’estate del 1944, durante il feroce rastrellamento che colpì la Val Posina.
Ampelio Cocco, residente a Schio, compirà 65 anni oggi. Sarà a Malga Zonta ad assistere, come sempre, alla cerimonia che si tiene ogni anno in ricordo dell’eccidio e delle 17 vittime di quel tragico giorno, tra le quali ci fu non solo il padre Antonio, ma anche lo zio Angelo. Antonio Cocco, nato a Monte di Malo il 17 giugno del 1912, aveva fatto la guerra ed era rientrato a casa dai Balcani dopo l’8 settembre. Il più giovane Angelo Dal Medico, nato sempre a Monte di Malo l’8 novembre 1923, era il fratello della moglie Ida. Ampelio non era l’unico figlio della coppia: c’erano anche Pietro e Imelda, di quattro e tre anni. Una famiglia che stava andando verso un triste destino.
«Mio padre e mio zio -racconta Ampelio-, dopo che la situazione si era fatta difficile e i rastrellamenti tedeschi frequenti, decisero di unirsi ai partigiani della zona. Temevano di finire in Germania, ma non sapevano che li attendeva una sorte peggiore. Si erano infatti appena aggregati ad una pattuglia di Monte di Malo che venne ordinato il trasferimento verso gli altopiani trentini, attraversando la Val Posina e i Campiluzzi. La notte dormirono nella malga con Bruno Viola e gli altri, e la mattina presto si trovarono circondati».
«Dopo la battaglia e la resa mio padre e mio zio furono allineati al muro assieme agli altri e fucilati e sepolti in una buca di granata della Grande Guerra, come mi raccontò Bruno Fabrello, uno dei malghesi miracolosamente scampati alla strage. Li si può vedere nelle famose foto di Malga Zonta scattate appena prima della fucilazione: mio padre è il secondo da destra col berrettino, un po’ defilato, in quella dove si vede il soldato tedesco di spalle; mio zio è il secondo da sinistra, sempre col berretto in testa, nell’altra foto, quella presa dalla parte opposta».
Furono in totale 27 vittime del rastrellamento, tra il 12 ed il 14 agosto; decine e decine le case bruciate. Una vasta operazione, inserita nell’articolata offensiva estiva posta in essere dai comandi tedeschi per eliminare la scomoda presenza dei ribelli in tutta la fascia pedemontana, e che trovò le formazioni partigiane indebolite dalla massiccia affluenza di nuove reclute, dall’enorme estensione del territorio controllato, dagli avvicendamenti nei posti di comando della Brigata “Garemi” decisi in quei giorni dai vertici comunisti della formazione.
Antonio Cocco rimase orfano di padre proprio il giorno del suo sesto compleanno. E la famiglia si trovò di colpo senza sostentamento. «Credo che papà fosse l’unico tra le vittime sposato e con dei figli. Non ricordo quando venimmo a sapere della sua morte. So che mia madre andò a recuperare il corpo sul posto appena finita la guerra: erano rimasti solo degli scheletri, e riuscì a riconoscerlo dalla cintura dei pantaloni. In seguito ce la passammo veramente male: la mamma andò a lavorare al Lanificio Rossi a Schio, io e i miei fratelli finimmo in collegio a Santorso, dove non venivamo trattati propriamente bene. Furono anni difficili. Quando si provano tali sofferenze sulla propria pelle si ha solo voglia di augurare al mondo che certe cose non capitino mai più». 

Ulteriori approfondimenti
Questi approfondimenti non ho potuto inserirli per motivi di spazio ma vi invito a leggerli per comprendere meglio la storia

Fai clic per accedere a PONCINA-71-mga-Zonta-2015.pdf

http://www.questotrentino.it/articolo/8089/la_verita_sull_eccidio_di_malga_zonta.htm
http://www.associazionelatorre.com/2011/08/malga-zonta-a-quando-la-verita/

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