Parte dal cuore di Schio lo Schio City Jungle, un mix emozionante che unisce in un unico percorso le storiche vie del centro con le lussureggianti colline che fanno da corolla naturale all’urbanizzata piana scledense. “Startline” da “Piazza Duomo”, breve sfilata tra le vetrine di via Garibaldi e su, in salita, verso il convento dei frati cappuccini e “Poleo” dove il tracciato diventa puro trail tra i sentieri segnati tra i boschi di faggio fino a “Formalaita” dalla quale attraverso un largo sentiero prendendo la direzione delle pendici dell’”Acquasaliente” si raggiungono i 650m di contrà “Quartiero”; breve occhiata al panorama, lunga discesa, a tratti molto tecnica e selvaggia con passaggi suggestivi e impegnativi tra cascatelle e guadi nella boscaglia fino a “Piane” dove imboccando il già famoso “Sentiero Natura” si torna a intravedere la cupola del Duomo.
Il più sembra fatto e l’arrivo sembra lì ad un km ma prima bisogna correre tutto d’un fiato il parco della “Valletta”, ridiscendere, stringere i denti e salire alla conquista in un ultimo slancio la pittoresca location della torre merlata del “Castello”, da qui alla fine un solo km, da correre rapidissimo tra le vie del centro per tagliare la “Finishline” di nuovo ai piedi del Duomo. Tre passi in città, fuori dalla città, per chi ama l’asfalto ma strizza l’occhio al trail, la soluzione si chiama “Schio City Jungle”!!!
Schio ULTRA Jungle: 47km e 2900 metri di dislivello, dal centro di Schio alle verdi colline, costeggiando torrenti impetuosi e valli incantate, frizzanti salite e sentieri arditi, 2 Montagne da conquistare e 2 Forti da espugnare, Monte Enna e Monte Novegno, boschi fatati e panorami diversi, sentieri inediti in luoghi unici, puro stile Jungle, la natura all’ennesima potenza.
Vi porteremo fino a lassù, dove la natura lascia il posto alla storia, tra i musei a cielo aperto di Forte Enna e Forte Rione, i lunghi panorami sulla pianura dal Novegno e le bellissime trincee del Vaccaresse. La fatica sará oramai alle spalle, manca solo la discesa, profumo di traguardo nell’aria, ultimi metri, siete arrivati in Fabbrica Alta, al termine del vostro Ultra viaggio. Lo Schio Ultra Jungle è una gara qualificante UTMB e darà a tutti i finisher 3 punti.
Inanzitutto volevo ringraziarvi tutti per la giornata di oggi è scusarmi per gli incidenti di percorso che ci sono stati . Noi ce L abbiamo messa tutta ma all’ ignoranza della gente è difficile tenere testa…. Soprattutto a quella delle persone ,che subito dopo aver ascoltato le prime chiacchiere , ci hanno definito animali da palcoscenico ma con delle belle lacune organizzative… Gente come noi , con la stessa passione… Va ben dai mettiamo tutto in saccoccia e cerchiamo di migliorare…. Adesso sono stanco e polemico .. Ci sentiamo domani … Un abbraccio
Tre gare con tre diversi format possibili abbinati a tre giorni di musica e stand gastronomici: è tutto pronto per una nuova edizione della Schio City Jungle, il festival di sport che nel fine settimana invaderà Schio. A partire da venerdì sera passando per sabato e domenica tanta musica e buon cibo in Fabbrica Alta. Domenica invece spazio ai trail: percorso da 18 chilometri per lo Schio City Jungle, mentre sono ben 48 quelli previsti nello Schio Ultra Jungle, fattibile anche in coppia nella versione “Jungle-Twin”.
Tre gare, due distanze, una festa. E’ questa la sintesi di Schio City Jungle 2017, che giunge alla terza edizione e triplica le proposte. “Già con l’edizione del 2015, il Salomon City Trail, c’era stata una buona risposta e il territorio aveva lasciato intuire le proprie potenzialità per farsi conoscere anche attraverso queste iniziative – ha dichiarato Aldo Munarini, assessore allo Sport – dietro a questa manifestazione ci sono grande passione e tanto tanto lavoro, si pensi solo alla fatica che è costata ripristinare sentieri e tracciati per rendere possibile il passaggio degli atleti, che in questa edizione si spingeranno a quote superiori, nelle nostre montagne circostanti”.
Come negli anni scorsi responsabili dell’intera macchina organizzativa sono i Summano Cobras, l’associazione sportiva che ha ideato e voluto l’evento. Importante la proposta sportiva messa in campo in questo 2017, con ben tre format di gara nei due percorsi da 18 e 47 chilometri.
La partenza dello Schio Ultra Jungle è fissata per domenica mattina alle 7, con gli atleti che si misureranno sull’impegnativo percorso di 47 chilometri che sconfina anche nei comuni di Valli del Pasubio e Torrebelvicino. Distanza che è possibile correre anche in coppia mista, con il cambio che avverrà in prossimità del monumento Vallortigara. La Schio City Jungle invece prenderà il via domenica alle 9.30. 18 i chilometri di gara.
Per tutti e tre i giorni in Fabbrica Alta ci sarà inoltre la presenza di diverse Onlus per la raccolta fondi di specifici progetti e il Club Fuoristrada, che mostrerà con piccole esibizioni in pista artificiale la funzione di questi mezzi in situazioni di emergenza.
Non ci sarebbe bisogno di scrivere , di fronte a questo piccolo lavoro fatto con passione ,rispetto ed umiltà dall’ Amico Sergio che ho potuto conoscere di persona , una persona semplice che ha provveduto a recuperare materiali della grande guerra e li ha voluti esporre in un luogo ben preciso , costruito su un piccolo antro di roccia in posizione dominante la val Canale . non ha usato fondi , e non ha voluto mettersi in vista nel farlo . Si qualcuno lo ha aiutato , magari per trasportare quello che lui ha messo nel suo piccolo angolo di ricordi , l’ha fatto con amore e con vocazione . Peccato che qualcuno glielo voleva fare togliere , quasi fosse un affronto a questo luogo sacro , ma probabilmente era solo invidia per chi ha avuto questa bellissima idea , io ci passo sempre , dando un’occhiata , per vedere se sono stati aggiunti materiali recuperati , nel rispetto del lavoro svolto dal mitico Sergio .
Ti ringrazio Sergio per dare l’opportunità a tutti di poter vedere questi cimeli nel piccolo museo a cielo aperto , nel posto dove sono stati raccolti e dove sono tornati , dove e giusto che essi rimangano per ricordare alle generazioni future , che la guerra non porta a nessuna parte non ci sono ne vinti ne vincitori , soltanto morti .
PER NON DIMENTICARE E PER FAR SAPERE , GRAZIE SERGIO
VOGLIO SEGNALARE A TUTTI CHE LA TERZA FOTO , QUELLA SPECIE DI SCAFFALI , NON E’ OPERA DELL’AMICO SERGIO MA BENSI ‘ IL LAVORO PER ECOMUSEO FATTO CON I SOLDI DELLA REGIONE VENETO , UNA DOVEROSA PRECISAZIONE , VISTO CHE VOLEVANO FAR RIMUOVERE IL MUSEO A SERGIO E LASCIARE QUELLI CHE VENGONO DEFINITI GLI SCAFFALI DELLA MEMORIA , IO TRA I DUE RIMUOVEREI GLI SCAFFALI SONO IN CONTRASTO CON L’AMBIENTE CIRCOSTANTE , MA è GIUSTO CHE CI SIANO SOPRA CI SONO LE OSSA DEGLI EROI COSI’ ALMENO NON VENGONO CALPESTATE .
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 3h30 (2h per i piu veloci)
Dislivello totale : 1000 m Classe : EEA Attrezzato
Quota massima raggiunta : 1370 m
Descrizione
Per raggiungere questa via ferrata , si sale fino ad Arco (TN) e si prende la strada che porta a Pietramurata , sulla destra si trova un Bar il New Entry , li si può lasciare l’auto da li appena prima del bar ci sono le indicazioni per la via ferrata ovvero il sentiero 426 che porta a Passo Duson , che normalmente viene usata in discesa per rientrare dalla ferrata Che Guevara , consiglio di usare l’imbrago anche nella discesa ci sono passaggi non difficili ma complice la stanchezza e le foglie che possono coprire dei sassi o radici potrebbe essere molto pericolosa , la ferrata in salita non presenta difficoltà ed e composta da un sentiero di avvicinamento abbastanza lungo ed in parte boschivo , ma molto bello per poi culminare con il passaggio alla ferrata abbastanza corta . Non presenta panorami particolari come la Che Guevara ed e quindi di poco interesse alpinistico e geografico , ma fondamentale per accorciare i tempi di rientro .
RICORDO A TUTTI CHE SI TRATTA DI UN SENTIERO ATTREZZATO ED E OBBLIGATORIO L’USO DELL’IMBRAGO E DEL CASCHETTO . RICORDO INOLTRE CHE SAREBBE MEGLIO PERCORRERLO ASSIEME A PERSONE ESPERTE O PRATICHE DI SENTIERI ATTREZZATI
Itinerario : Valdagno – Giani – Biceghi – Tomba – Baita vecia – Val del Boia
Tipo di terreno : asfaltato con poco traffico e diverso tratto sterrato circa 18 Km
Tempo di percorrenza dell’anello : 2h20 di corsa
Dislivello totale : 920 m
Quota massima raggiunta : 922 m
Partenza da Valdagno si sale prima verso la Figigola , poi Figigola di sopra attraverso il boschetto si raggiunge la contrada Giani e scendendo nella valletta per poi risalire ai Rocchi , si prosegue sulla strada asfaltata fino ad incontrare un ripido bivio a sinistra che porta sua ai Biceghi , proseguendo all’interno della contrada si sale verso i Meceneri per poi sboccare sulla strada che dai Tomba porta a Castelvecchio , da li mantenendo la destra si arriva ad un bivio si mantiene la destra e si procede per contrada Munari , poi si sale la strada sterrata per qualche km fino ad ritrovare un po di discesa che porta alla Baita Vecia , ovvero quella bellissima Baita piena di fiori situata all’inizio della Val Del Boia e bivio per altri sentieri molto belli , come il Braggion a destra con le sue molteplici diramazioni appena si raggiunge la selletta con il Cavallaro , quello più dritto che porta alla Croce dei Castiglieri o del Castiglieron . Si scende a tutta per la fantastica val del Boia fino ad arrivare a Campotamaso per poi attraverso la strada asfaltata ritornare prima a Novale e poi Valdagno .
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 4h30 (2h30 per i veloci)
Dislivello totale : 1380 m Classe : EEA Attrezzato
Quota massima raggiunta : 1630 m
RICORDO CHE QUESTA FERRATA E MOLTO DURA SOTTO IL PROFILO FISICO , TRA SALITA E DISCESA RICHIEDE CIRCA 8 ORE ( PER I MENO PREPARATI ) , E RICORDO CHE SE IL RIENTRO VIENE FATTO DALLA FERRATA DEL RAMPIN L’ATTENZIONE VA MOLTIPLICATA PER IL FATTO DI ESSERE STANCHI . INOLTRE ESSENDO UNA VIA TOTALMENTE ESPOSTA AL SOLE E MEGLIO EVITARLO NEL PERIODO ESTIVO E PORTARE MOLTA ACQUA DA BERE
Descrizione
Per raggiungere questa via ferrata , si sale fino ad Arco (TN) e si prende la strada che porta a Pietramurata , sulla destra si trova un Bar il New Entry , li si può lasciare l’auto visto che la discesa solitamente verrebbe fatta dalla Ferrata del Rampin che arriva proprio nel posteggio , mentre per chi volesse discendere dal 427 l’auto la può sistemare nella zona industriale vicino la Cava , perche da li parte il sentiero della Ferrata Che Guevara.
La ferrata di per se non presenta particolari difficoltà tecniche sul suo tracciato , anzi devo dire che è abbastanza semplice , ma a livello di lunghezza e di difficoltà fisica e molto dura , mentre dal punto di vista panoramico , presenta del scenari che non si possono descrivere ne con le foto ne con le parole resta a voi , sopratutto a chi ha la possibilità di cimentarsi in una cosa così.
La discesa dal sentiero del Rampin ovvero la ferrata , risulta un po tecnica e occorre anche li l’imbrago , prestare molta attenzione nelle foglie che possono nascondere diverse insidie sopratutto il primo tratto boschivo ,poi superato il tratto attrezzato diventa un sentiero normale .
Nella parte sommitale prendendo la destra anzichè la sinistra si entra nel sentiero che scende fino alla cava attraverso il 427 , anche se lo stesso risulta essere molto più lungo.
RICORDO A TUTTI CHE SI TRATTA DI UN SENTIERO ATTREZZATO ED E OBBLIGATORIO L’USO DELL’IMBRAGO E DEL CASCHETTO . RICORDO INOLTRE CHE SAREBBE MEGLIO PERCORRERLO ASSIEME A PERSONE ESPERTE O PRATICHE DI SENTIERI ATTREZZATI
Ci sono due vie per salire al Cornolò , la prima quella ufficiale sale ad Arsiero e si prosegue la strada verso Posina , superata la galleria e scesi di quota lungo il rettilineo si incontra un bivio a destra che porta nella Val Rio Freddo , si prosegue dritto fino a superare la stretta gola del torrente Posina , si prosegue fino ad incontrare una mulattiera sulla destra abbastanza nascosta nella parte iniziale a causa delle reti paramassi che ne complicano la vista. Inoltre e presente i resti del corpo di guardia del Forte.
La seconda via per salire al forte Cornolò forse più semplice a livello di facilità e sicurezza e quella che arrivati al primo bivio che porta Rio freddo la si imbocca e poco più avanti si lascia l’auto vicino una cabina dell’Enel da li si sale il ripido bosco che porta ad un pianoro prima di vedere le rovine del forte.
Il forte ormai si presenta solo come un ammasso di rovine il sentiero e privo di segnalazione e bisogna avere un po di orientamento , e in basso sulla valle riofreddo si nota l’omonima contrada Cornolò
Cenni storici
Il Forte fu costruito in maniera innovativa e presentava un’opera di sbarramento nella valle , che con la batteria scoperta di monte Aralda che forniva una buona copertura di appoggio . Il forte presentava 4 moderne installazioni con pozzo e con la cupola leggera da 40mm in acciaio dotate di 4 cannoni da 75mm A praticamente una struttura unica con due bastioni dotati di 4 mitragliatrici in casamatta a protezione delle mitragliatrici , era lungo circa 60 metri , il forte fu fatto saltare in aria durante la ritirata del 25 giugno 1916 .
1 maggio 1913: secondo quanto riferito da un confidente, a causa della sua sfavorevole posizione, questa opera dovrebbe essere abbandonata e ciò dovrebbe rispondere a realtà. Cornolò è un ottimo sbarramento stradale, le corazzature non sono ancora installate e dispongono di corazze antischeggia per pezzi da 120 mm, che possono agevolmente essere trasferite. L’edificio a due piani hai/ puntamento di tiro principale verso Castana, è lungo 45 m ed è situato appena a Sud Ovest de lpunto più elevato della dorsale sulla quale è piazzato. A Sud del Forte, sul lato Nord della strada per Arsiero e sulle pendici Sud del monte cui poggia, c’è una Caserma in muratura a due piani lunga 20 m ed alta 7,collegata con una poterna alla polveriera. A 500 m a destra ed a sinistra del Forte,collegate con strade, ci sono due postazioni d’artiglieria, ciascuna per 3 pezzi da120 mm e puntamento principale di tiro Castana e la Val di Rio Freddo. I 4 cannoni da 120 mm A assegnati a Cornolò si trovano presso la Caserma e vengono utilizzati per addestramento. 15 febbraio 1914: sebbene si confermi la presenza di cupole corazzate con tutti gli accessori, visualmente il fatto non può essere constatato. Si notano 5 punti uniformi scuri sul tetto, paragonabili più a scudi piani per casamatta. Una recentissima credibile informazione informa che si tratta di cannoni da 75 mm A su piattaforme a scomparsa, per cui fu anche spiegata la difficoltà di riconoscerle. Il Forte ha ora anche una linea di Fanteria sul fianco destro e la casupola ivi esistente è scomparsa. 15 maggio 1914: le numerose contraddizioni fra le singole notizie non consentono di ottenere un chiaro quadro dell’armamento e del tipo di corazzatura. Con prudenza viene anche assunta l’informazione che il Forte non sarebbe armato e che sarebbe usato soltanto come caserma. “
Fonte : Robert Striffler Da Forte Maso a Porta Manazzo
Ma ricostruire le vicende di questo forte in maniera reale risulta molto difficile varie vicende e situazioni storiche e possibili errori ne complicano le cose , sia per il suo abbandono di chi fosse la responsabilità e sopratutto la ricostruzione dei fatti sulla sua distruzione da parte degli austroungarici.
Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000
Come Raggiungere
Dopo aver superato l’abitato di Arsiero si prosegue verso Lastebasse sulla strada che porta a Folgaria , poco dopo aver superato San Pietro di Valdastico e Casotto , si supera anche l’abitato di Sella si trova un bivio che sale sulla sinistra , mentre l’auto la si può lasciare sulla destra .
Descrizione
Questo Anello e composto dal sentiero 561 e 565 , poi per collegare i due sentieri si è costretti a scendere per la vecchia pista da sci delle Fratte , risulta facile il collegamento perche in ogni caso basta seguire la seggiovia abbandonata
Si sale sulla strada asfaltata che porta a Montepiano , una contrada molto bella che dispone anche di una piccola Chiesetta , anche se a quanto ho potuto vedere quasi tutte le case chiuse , da li su una strettoia parte il sentiero , molto bello anche se in parte boschivo ma con una visuale in autunno senza le foglie molto interessante , il sentiero sale abbastanza ripido , ma presenta dei tratti esposti molto belli dapprima sulla valle Loza , poi salendo sul crinale del monte propone una visione sia a destra che a sinistra per poi arrivare alla Chiesetta del Restele ed incrociare la strada che porta da Tonezza del Cimone ai Fiorentini e successivamente al Passo Sommo . Si prosegue la salita sulla stradina che porta al Passo della Vena , per poi proseguire con il sentiero poco di sotto al Passo , lo scenario panoramico è unico da cima Grappa , lo Spitz di Vezzena , il Cimone , il Portule , il becco di Filadonna , io consiglio la piccola variante che porta a Monte Melagnon dove essendoci solo mughi si rimane estasiati e completamente presi dalla vista panoramica , per poi mantenendo questa vista salire fino al Forte Campomolon , da li si vede uno scenario unico , sperando nel tempo , buona visione .
Arrivati sulla cima di Forte Campomolon dopo aver ammirato i resti del forte si scende lungo la pista delle Fratte che porta fino ad incrociare la strada che da Tonezza porta ai Fiorentini , da li ricompaiono i segnavia che portano a Ponte Posta attraverso il 565 , molto bello ed interessante , passa per i pascoli fino ad incrociare i Baiti Frangini , poi scendendo attraverso una carrareccia si passa per la Malga Costa , poi si entra in un boschetto , per poi incontrare nuovamente alcune baite di Boscoscuro ed infine si antra prima in un bosco poi si scende nella valle Rua fino ad arrivare in località Ponte Posta , questo anello molto bello permette di vedere un panorama molto bello ed unico sempre la giornata permettendo .
Piccole Riflessioni Personali
A parte alcune opere che offuscano questo anello , si possono ammirare le grosse antenne che io non ho voluto fotografare , per poi sul versante della val D’astico scendere da quello che resta della seggiovia delle Fratte , un luogo in completo abbandono , hanno persino tolto il motore della seggiovia senza rimuovere i seggiolini che rimarranno sospesi per sempre insieme alle corde hai tralicci , ma del resto funzione così in italia , le cose si spremono fin che producono soldi poi e più facile abbandonarle , inquinando e mutando per sempre i luoghi dove passa l’uomo , per poi finire alla stazione di partenza con l’impianto di produzione neve mezzo smontato ed il residence in abbandono anche se credo sia abitato da chi ci sale nel periodo estivo .
Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver superato l’abitato di Arsiero si prosegue verso Lastebasse sulla strada che porta a Folgaria , poco dopo aver superato San Pietro di Valdastico e Casotto , si supera anche l’abitato di Sella si trova un bivio che sale sulla sinistra che porta a Montepiano , poi si arriva il località Ponte Posta , li c’e un ampio posteggio , all’imbocco della Contrà si nota il segnavia che passa all’interno del paese .
Descrizione
Altro sentiero molto bello che sale dapprima nella valle Rua , per poi salire con discreta pendenza mentre poi uscendo dalla valle si addentra nel bosco e sale fino a Pizzo di Boscoscuro per passare poi sulle bellissime baite di Boscoscuro e incrociare il sentiero 567 nella zona di Malga Costa entrando così nei fantastici pascoli quasi pianeggianti di Baiti Frangini fino ad arrivare ad incrociare la strada che da Tonezza porta ai Fiorentini.
Da li si può scendere per diverse parti come il 561 prendendo la strada verso Tonezza , oppure per chi più preparato può anche proseguire attraversando la strada e salendo verso le sciovie (abbandonate ) delle località Fratte , da li volendo si può salire fino al Forte Campomolon attraverso la pista anche se il sentiero non è segnalato basta tenere la seggiovia a destra e tenerla come riferimento per individuare il sentiero , la discesa a questo punto si può fare sul 561 .
Cartografia : CAI Valdastico e Altopiani trentini 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver superato l’abitato di Arsiero si prosegue verso Lastebasse sulla strada che porta a Folgaria , poco dopo aver superato San Pietro di Valdastico e Casotto , si supera anche l’abitato di Sella si trova un bivio che sale sulla sinistra , mentre l’auto la si può lasciare sulla destra .
Descrizione
Si sale sulla strada asfaltata che porta a Montepiano , una contrada molto bella che dispone anche di una piccola Chiesetta , anche se a quanto ho potuto vedere quasi tutte le case chiuse , da li su una strettoia parte il sentiero , molto bello anche se in parte boschivo ma con una visuale in autunno senza le foglie molto interessante , il sentiero sale abbastanza ripido , ma presenta dei tratti esposti molto belli dapprima sulla valle Loza , poi salendo sul crinale del monte propone una visione sia a destra che a sinistra per poi arrivare alla Chiesetta del Restele ed incrociare la strada che porta da Tonezza del Cimone ai Fiorentini e successivamente al Passo Sommo . Si prosegue la salita sulla stradina che porta al Passo della Vena , per poi proseguire con il sentiero poco di sotto al Passo , lo scenario panoramico è unico da cima Grappa , lo Spitz di Vezzena , il Cimone , il Portule , il becco di Filadonna , io consiglio la piccola variante che porta a Monte Melagnon dove essendoci solo mughi si rimane estasiati e completamente presi dalla vista panoramica , per poi mantenendo questa vista salire fino al Forte Campomolon , da li si vede uno scenario unico , sperando nel tempo , buona visione .
Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000
Come raggiungere
Dopo aver salito il costo di Asiago superato l’abitato di Tresche Conca si prosegue verso Canova per poi alla rotatoria imboccare la strada per Camporovere , dopodiche si prende la strada della Val D’assa fino ad arrivare al Passo Vezzena dove si lascia l’auto .
Descrizione
Questo itinerario e molto importante sotto il profilo storico per i grandi avvenimenti che successero nell’altipiano delle Vezzene , Basson , Campo Luserna , Forte belvedere una linea di aspi combattimenti .Il sentiero 205 non partirebbe da li ma da qualche km più a nord , ma risulta essere più utile partire da li salendo dopo l’albergo prima verso il forte Busa Verle da dove come narrava Fritz Weber parti il primo colpo di cannone verso il forte Vezzena perche avrebbero visto alcuni fanti italiani salire verso il forte. Si sale il sentiero 205 su un terreno ripido e divenuto oramai boschivo verso il forte Vezzena situato ad una quota molto più alta , il sentiero poi esce dal bosco e sale ripido su fondo roccioso e strapiombante verso il lago di Levico e Caldonazzo donando dei scenari fantastici ed incredibile , il sentiero e sicuro e non presenta difficoltà senonchè la salita che poi spiana leggermente quando si incrocia la mulattiera , per poi vedere il Forte nella sua grandezza il sentiero poi prosegue con saliscendi passando per Bocca di Forno , risalendo verso cima Mandriolo per poi arrivare fino a Porta Manazzo , con una visuale verso Malga Larici .
Cenni storici
Forte Busa Verle
Il forte Verle venne costruito come linea di sbarramento e di controllo per la Val D’assa e poco distante dal Passo Vezzena , in una specie di altipiano dove con la sua mole possente controllava il pianoro , era situato vicino al confine di stato austroungarico ed a causa della sua posizione fu bombardato più volte da l’artiglieria italiana . Come scriverà l’ufficiale del forte Verle Fritz Weber : le orecchie fischiano , le vene della fronte si inturgidiscono , il sangue esce dalle orecchie , …sei ore passate nell’osservatorio servono ad espiare tutti i peccati che un uomo normale può commettere nella sua vita . Nonostante i ripetuti attacchi il forte verle non fu mai preso dagli italiani , neanche dopo aver attaccato con l’artiglieria a più riprese non sono riusciti a penetrare a causa dei grovigli di reticolati e del fuoco incrociato delle mitragliatrici a difesa del forte . Un tentativo anche fu fatto per scavare un tunnel per minare e far saltare il forte abbandonato nel maggio del 1916 a causa della Strafexpedition .
La notte del 30 maggio 1915 dopo giorni di bombardamento il forte appariva fortemente danneggiato alcuni reparti del battaglione alpini Bassano tentarono un attacco appoggiati da alcuni reparti della Brigata Ivrea , ma la pioggia e il buio li colse in un terreno totalmente ignoto e furono respinti ancora prima di attaccare , nel forte intanto furono riparati alla meglio i danni subiti , mentre gli italiani piazzarono due obici da 305 il giorno 15 agosto del 1915 iniziarono un fuoco incessante fino al 25 per poi sferrare un un nuovo attacco da parte del battaglione 162 della Brigata Ivrea con la convinzione che l’opera sarebbe stata distrutta e abbandonata , ma l’unico obice rimasto e la difesa con le mitragliatrici della parte frontale del forte riservarono una sorpresa tremenda il tentativo di sfondamento italiano veniva respinto causando gravissime perdite . Fritz Weber
Forte Vezzena
Il forte di cima Vezzena , Spitz Vezzena costruito come occhio sull’altipiano dalla sua posizione permetteva un ottima visuale sia verso la Valsugana che passo Vezzena , divenendo un punto di osservazione e di difesa , costruito adattandosi alla sommità rocciosa di cima Vezzena con uno strapiombo verso la Valsugana di circa 1300 metri nel periodo della guerra di duramente battuto dai colpi di artiglieria italiana anche se molti proiettili grazie alla sua posizione strategica finirono per sorvolare la struttura finendo nella valle , ma il 30 maggio del 1915 il la 63° compagnia del battaglione alpini Bassano assalto le sue posizioni inutilmente occupando però l’ antistante vetta dello Spitz Leve. Ci riprovarono gli alpini del Val Brenta rimanendo impigliati nei reticolato divenendo bersagli per le mitragliatrici del forte , gli italiani riuscirono però ad impedire i rifornimenti al forte , che venivano fatti la notte con rischi grossissimo a causa del fuoco del piccolo e medio calibro. Il forte era armato con 5 mitragliatrici Schwarzlose da 8 mm poste in due casematte corazzate fisse, ed una nell’osservatorio girevole posto sulla sommità dell’opera. Non era dotato di artiglieria, ma durante l’estate 1915 venne portato nei pressi del forte, in posizione defilata dai tiri dell’artiglieria italiana, un cannone da 75 mm da montagna, che fu usato anche in funzione di artiglieria antiaerea.
Porta Manazzo
Porta Manazzo zona molto importante per gli italiani costituita da una guarnigione di circa 300 uomini con molte bocche da fuoco distribuite sull’avvallamento proprio per impedire agli austroungarici gli approvvigionamenti sul Forte Vezzena e il forte Busa Verle :
La 147° con un obice da 305mm , la 540° con 4 cannoni da 149mm tipo G , la 563°con 2 cannoni da 149mm di tipo A , in tutto erano 10 pezzi di artiglieria , ai quali si aggiungevano la 145° con un altro obice da 305mm piazzato in valle degli Sparavieri e la 543° con 4 obici da 210mm piazzati a Costa di sopra.
Altopiano delle Vezzene e Basson
Qui riporto una piccola cronistoria tratta dal Libro :
1914-1918 La grande Guerra sugli Altipiani ( Edizioni Rossato ) La tragedia del Basson nelle parole di un superstite (Ricordi del generale Zava nel 50° della battaglia )
Il settore che più ci interessava era il campo trincerato fra i declivi della Val d’Astico e quelli, quasi a picco sulla Valsugana, e si stendeva dai forti di Luserna alle posizioni fortificate di Costalta e del Basson, ai forti di Busa di Verle e Cima Vezzena, che dal nemico, assieme all’apparato difensivo di cui si è detto, era chiamata «La trincea d’acciaio» e costituiva la cortina esterna della difesa di Trento. Tutte le posizioni approntate a difesa anche fuori dei forti veri e propri, erano costituite da triplice o almeno duplice ordine di trincee molto robuste e coperte, con antistanti due o tre fasce di reticolati di filo spinato larghe circa tre metri. Nonostante queste condizioni, le artiglierie dei nostri forti e delle nostre batterie ottennero nei primi giorni effetti che parvero prodigiosi. I nostri tiri, bene aggiustati sui forti di Luserna, Cima Vezzena, Busa di Verle arrecarono danni assai gravi da farei ritenere, per qualche settimana, che le pericolose bocche da fuoco del Luserna dovessero tacere per sempre e che anche il forte Verle avesse ridotto la sua capacità distruttrice. Si allentò di conseguenza anche il nostro fuoco dei forti e delle batterie mentre ci furono inviati anche cannoni più potenti, i 210 e batterie navali. I primi, di ghisa, scoppiavano dopo pochi colpi; i secondi dovettero fermarsi in attesa che venissero costruite le strade mancanti per il loro trasferimento. Ma intanto gli Austriaci ci avevano preceduto, riparando silenziosamente i guasti arrecati ai forti, restituendo loro la primitiva efficenza ed aggiungendo, in posizioni più arretrate, allo scoperto, ma ben scelte e difese, batterie da 105 cm. e 152 cm., modernissime e quindi più micidiali. Inoltre, gli Austriaci portavano un paio di obici da 30,5 cm. che in pochi giorni, con tiri ben aggiustati, misero fuori servizio il forte Verena. Un solo colpo centrò la postazione di un cannone, scoppiando dentro al forte stesso ed uccidendo circa 40 artiglieri. Uguale sorte subì il forte di Campolongo e gi altri distanti dalle nostre posizioni. Questa fu una grave iattura per la nostra nazione, poiché venne a mancare il tiro di preparazione sulle basi austriache da attaccare e non permise la distruzione dei reticolati in modo da aprire ampi varchi attraverso i quali doveva sferrarsi l’attacco dei nostri Fanti. I gravi irreparabili danni subiti dai nostri forti e la mancanza dei loro tiri ebbero anche un effetto depressivo sul morale di tutti noi che avevamo la sensazione di veder crollare il tetto della nostra casa. Chi ha fatto la guerra ben può quindi immaginare quale fosse lo stato d’animo della truppa che si accingeva all’attacco, rendendosi conto di non aver altro appoggio che nel proprio coraggio e nelle proprie forze, fisica e soprattutto morale. Questa era la nostra generale convinzione, nonostante la vigorosa azione preparatoria allorché dal comando di settore fu decisa l’offensiva. L’azione venne preceduta come sempre da una conferenza avvenuta alle Mandrielle, dove per l’occasione, il comandante della 34° Divisione Generale Oro, riunì a rapporto i comandanti ai suoi ordini. La Divisione era composta organicamente: Brigata Ivrea 153°-154° Fanteria-Brigata Treviso 115°-116° Fanteria – Battaglione Alpini di Val Brenta – Gruppo Oneglia di artiglieria montagna ed una compagnia di zappatori del Genio comandata dal Capitano Vece. È da notare che nel corso di tale rapporto, nella discussione intervenuta a seguito delle parole di incitamento del Generale, il Col. Riveri, che aveva fatto riconoscere il più possibile il fronte d’attacco dai suoi ufficiali guastatori, obiettò come sino a quel momento fosse mancata l’azione dell’artiglieria per un tangibile risultato rivolto alla distruzione o almeno al danneggiamento del reticolato, in modo che gli attaccanti potessero, attraverso i varchi aperti, portarsi al rovescio delle trincee per espugnarle o per sguarnirle dai difensori. Con l’usato piglio soldatesco il Col. Riveri disse, senza mezzi termini, che i varchi non erano stati aperti e che pertanto era costretto ad esprimere il suo disappunto e le sue riserve per la rapida occupazione, in caso di azione a fondo, dei trinceroni del Basson. Chi fu presente narra come il Generale Oro, valoroso ma della vecchia scuola conformista, che non gradiva rilievi, rispondesse con la cinica frase «I reticolati si aprono con i denti o coi petti». Il Col. Riveri fu molto avvilito, ritenendo giustamente di essere stato frainteso, mentre il suo coraggio ed il suo valore erano ben conosciuti fin dalle azioni in Libia, quale aiutante del generale Cantore alla conquista del Garian, nel corso di un’azione in cui si era meritato la medaglia d’argento. Questo particolare abbiamo tenuto ricordare in quanto può aver avuto qualche riflesso nella generosa impulsività del Col. Riveri nel guidare l’azione d’attacco al Basson. I piani dell’operazione della Divisione erano i seguenti: la Brigata Ivrea ed il Battaglione Alpini Val Brenta avrebbero dovuto attaccare risolutamente le posizioni nemiche di Vezzena, Verle e possibilmente occuparle; il 115° Fanteria della Treviso rincalzato da un battaglione del 116° avrebbe dovuto agire con azione fiancheggiatrice e dimostrativa sul fortino Basson. A richiesta del Col. Riveri, comandante il 115° Reggimento, venne compresa nell’ordine di operazione la facoltà di impegnare a fondo il Reggimento qualora si fosse presentata l’occasione favorevole e vennero assegnate due batterie dell’artiglieria divisionale che dovevano spostarsi da Campo Rosà al Costesin per seguire il movimento delle truppe e sostenere con un tiro diretto l’azione del 115°, qualora questo si fosse impegnato a fondo. Ed ecco come si svolsero le varie fasi del combattimento: all’ora prescritta, le 23 esatte del 24 agosto, quando i Fanti della Ivrea e gli Alpini del Val Brenta iniziavano l’attacco, i Fanti del 115°, si erano già portati sulla posizione di partenza da Malga Brusolada pronti a slanciarsi in avanti contro il Basson. Disgraziatamente, sulla destra per la micidiale reazione del nemico, il Comando di Ivrea, con il Battaglione Val Brenta erano costretti a sostare nel Bosco Varagna e a desistere dall’impresa loro assegnata dell’occupazione delle posizioni di Vezzena-Verle. Nel frattempo, sul fronte del 115°, Basson, gli esploratori e guastatori del II e 111Battaglione avevano già iniziato in più punti il taglio dei reticolati, riuscendovi in parte. Secondo gli ordini del Comandante di reggimento il 110 Battaglione con il Col. Curti, era stato dislocato in prima linea con due compagnie, esattamente la Vela VIII; in posizione avanzata, le altre due, la VI e la VII di rincalzo, mentre il 111 Battaglione, comandato dal Cap. Savardo, veniva schierato alla sinistra del 110 Battaglione, pure con due compagnie in prima linea e con le altre due ammassate a Casera Bisele, ed infine il primo Battaglione, al comando del Ten. Col. Marchetti, in seconda linea a 200 metri dal II Battaglione, al coperto nel bosco…
Questo resoconto parzialmente vero presenta alcune note e precisazioni non veritiere e in alcuni casi errate sulle vicende della battaglia di Col Basson .
Fonte : Franco Luigi Minoia ” L’assalto di Col Basson “Editrice Lampi di Stampa
Qui sotto il monumento eretto a 300 metri da colle Basson in memoria dei Fanti del 115° Treviso