Voglio augurare un grande in bocca al lupo a questi due ragazzi che prendono in mano uno dei più prestigiosi rifugi delle Piccole Dolomiti , ma non voglio dimenticare i grandi e mitici fratelli Baschera che per 53 anni hanno mantenuto questo non facile impegno a cui invio un grande grazie di cuore per i meravigliosi momenti passati insieme. Buon Cammino e in bocca al Lupo . Luciano Cailotto
“È fatta! Firmato il contratto per il rifugio Fraccaroli. Andrea e Miriam sono ufficialmente i nuovi gestori. Un caloroso augurio di buon lavoro e un grande abbraccio da tutti i soci e le socie”. L’annuncio è del Cai Cesare Battisti di Verona e il rifugio è quello sulle Piccole Dolomiti caro anche a tanti trentini, alensi e vallarseri e non solo.
E a far notizia è l’età dei nuovi gestori. Sommando gli anni si arriva solo a quota 44. Ma sono grandi appassionati di montagna il 25enne Andrea Laghetto e la 19enne Miriam Roso: per il prossimo triennio gestiranno insieme il rifugio «Mario Fraccaroli», portando una ventata di novità su Cima Carega.
Vivono rispettivamente a Schio e Valli del Pasubio e quando è stato pubblicato il bando per la nuova gestione, hanno deciso di provare, mettendosi in gioco
Siamo sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. Nel film il racconto si svolge nel tempo di una sola nottata. Gli accadimenti si susseguono sempre imprevedibili: a volte sono lunghe attese dove la paura ti fa contare, attimo dopo attimo, fino al momento che toccherà anche a te. Tanto che la pace della montagna diventa un luogo dove si muore. Tutto ciò che si narra in questo film è realmente accaduto. E poiché il passato appartiene alla memoria, ciascuno lo può evocare secondo il proprio sentimento.
Riflessioni Personali
Questo film , girato sulle nostre montagne narra il peso della vita in trincea con i pidocchi , freddo e bombardamenti a cui sono sottoposti i soldati nel periodo bellico 1915-1918 , soldati che avevano vent’anni , una giuventù che ha coperto con il sangue questi luoghi che non sto qui ad elencare , tanti essi sono , torneranno i prati … si i prati sono tornati ma quei soldati che non sono tornati hanno lasciato qui il loro sangue e la loro vita , a loro va il mio massimo rispetto , di chi ha combattuto per la libertà , e come riporta la frase sul piazzale lozze dell’Ortigara
Testimonianza e simbolo d’ogni umana sofferenza , queste sacre cime ricordino quanto ardua sia la conquista della pace . Gianni Pieropan
…Per non dimenticare e per far sapere….
Qui sotto ci sono alcune foto scattate sul set cinematografico , presso la Val Giardini di Asiago , dove la trincea usata come set è ancora li .
BUONGIORNO , MOLTE VOLTE MI E’ STATO CHIESTO DI INSERIRE LA TRACCIA GPS SUI MIEI ITINERARI, NON LHO MAIVOLUTO FARE E NON LO FARO’ MAI, PERCHE RITENGO SIA OPPORTUNO IMPARARE A LEGGERE LE CARTINE PRIMA DI UTILIZZARE PROGRAMMI O APPLICAZIONI CHE POTREBBERO ESSERE PROBLEMATICI SENZA RETE E CON BATTERIA SCARICA, VI INVITO TUTTI A PRENDERNE ATTO RINGRAZIANDO SEMPRE DOVEROSAMENTE CHI COME IL SOCCORSO ALPINO SI PRESTA AL SOCCORSO IN QUESTE SITUAZIONI. Luciano
Attenzione alle informazioni sui tracciati quando non c’è copertura telefonica
Ieri sera due escursionisti, che avevano perso il sentiero, credevano di essere in un posto diverso da quello in cui si trovavano in realtà. E può capitare che posizioni mandate tramite messaggio indichino punti distanti anche svariati chilometri. Non fate affidamento solamente sulle applicazioni open source gratuite, che hanno necessità di connessione dati e costante riaggiornamento Gps che in montagna, fuori copertura, risultano spesso impossibili e sviano da posizioni corrette. Sono stati ritrovati molto distanti dal punto in cui credevano di essere – lui in stato di ipotermia dopo le ore passate al freddo con forte vento – due escursionisti che si sono persi ieri in Lessinia. L’allarme al Soccorso alpino di Verona era arrivato passate le 19 dai Carabinieri, contattati nell’unica telefonata al numero di emergenza riuscita alla coppia, prima di perdere completamente copertura e non essere più raggiungibile. Dalle prime scarne informazioni, si sapeva che i due avevano trovato ricovero in uno stabile che ritenevano Malga Lessinia. Lì, però, quando i Carabinieri sono arrivati, hanno trovato i gestori che stavano andando via, ma la coppia non c’era. I soccorritori si sono portati al Bivio del Pidocchio, a Erbezzo, per avviare la ricerca, poiché, riascoltando la chiamata, gli escursionisti dicevano di essere passati alla Fontana degli alpini, che avevano poi proseguito fermandosi in questo stabile che, probabilmente per la scarsa copertura, Google maps indicava come Malga Lessinia. Individuato il sito della Fontana degli alpini, una squadra è partita con il quad diretta alla prima struttura presente segnata sulla cartina sulla sinistra orografica, dove però non c’erano. I soccorritori si sono messi nuovamente in moto verso altri tre edifici più distanti sulla destra orografica e anche lì nessuna traccia. Sono quindi tornati indietro, controllando ogni manufatto e puntando a una malga molto a nord, Malga Lago Boaro e lì finalmente li hanno trovati alle 22.20, riparati in un ricovero laterale. Lei, una 27enne di Villafranca Tirrena (ME), che indossava abbigliamento più pesante, stava bene, lui, un 29 enne di Sovizzo (VI), presentava invece chiari segni di ipotermia. La squadra ha dato loro piumini e guanti e un soccorritore è subito rientrato con il ragazzo al Bivio del Pidocchio, dove era stata fatta arrivare l’ambulanza che lo ha preso in carico per i controlli del caso. In un secondo viaggio è stata poi trasportata a valle anche la ragazza. Entrambi sono stati a lungo con il personale sanitario e hanno poi rifiutato di essere accompagnati in ospedale.
Porta un bambino nel bosco e lui si sentirà libero , porta un adulto sul bosco e lui si sentirà bambino .
Non puoi vivere una favola se ti manca il coraggio di entrare nel bosco , e se nel bosco incontrerai il lupo avvisalo di stare lontano dagli umani . Luciano
Tempo di percorrenza: 3-4h circa 10 km
Dislivello totale: 552 m
Quota massima raggiunta: 907 m
Come Raggiungere
Si sale la val Chiampo fino a raggiungere e superare Crespadoro ed imboccando la strada che porta a Campodalbero si continua a salire per circa 10 km , se si proviene da Arzignano Chiampo oppure Vicenza , se invece si sale da Valdagno arrivati al bivio dello Zovo di Castelvecchio si continua fino a Marana , per poi continuare verso Campana e scendendo si prosegue per raggiungere località Campodalbero dove parte questo percorso .
Volendo si può anche sostare sulla contrada più bassa e partire completando lo stesso il percorso visto che si tratta di un anello.
Questo piccolo grande capolavoro che la comunità di Campodalbero ha reso possibile e visibile a tutti non è facile da descrivere , è una grande dimostrazione che se si lavora tutti per lo stesso obbiettivo il risultato può essere incredibilmente unico . E’ un percorso poco difficile ed praticabile a tutti molto emozionante soprattutto quando ci sono i presepi che sono di una bellezza epica .
Qui dove il tempo sembra essersi fermato ed il valore umano esprime la sua massima grandezza , raccontare e descrivere ciò che l’occhio ed il cuore raccoglie non è certo possibile si rimane impietriti davanti a cose fatte cosi , alla semplicità della grandezza .
L’ambiente che qui si ammira e circonda è unico nel suo genere , molto lontano dal rumore assordante delle città , ma ricco e pregno di quei valori imperniati nel tempo che hanno reso grandi le comunità di poche centinaia di persone che qui dimostrano il grande amore per la propria terra .
Ora basta parlare , perche tanto le parole non sapranno mai esprimere quello che il cuore e gli occhi qui , in questo angolo di paradiso potranno vedere e raccogliere. Luciano
24 Dicembre. È la vigilia di Natale. L’oscurità della sera confonde l’orizzonte, non si riesce più a distinguere dove finisce la montagna e dove comincia il cielo. Ma lassù, in cima al Cengìo, un gruppo di intrepidi amici sta per rallegrare ancora una volta il Natale, sicuri che, ovunque esse siano, la Stella riscalderà le anime delle persone che la osserveranno, mostrando ancora una volta come una semplice decorazione, fatta con amore, può portare lo spirito del Natale in ogni cuore.
Lunghezza totale:+360mt Lampade in uso:165 Lunghezza impianto:+1200mt
Come raggiungere
Dopo aver superato l’abitato di Schio si prosegue verso Torrebelvicino , superando sulla sinistra Pievebelvicino , dopo aver imboccato la tangenziale si prosegue fino a raggiungere il bivio che sulla sinistra porta in Viale Rimembranza ( zona Artigianale) si superano alcuni fabbricati fino a raggiungere un bivio che sale verso Riolo fino a raggiungere l’ultima contrada dove lasceremo l’auto.
Descrizione
Il percorso nn presenta difficoltà è per tutti si sale per circa 45 minuti sul monte Cengiò 832 m, ovvero la parte della stella. Poi attraverso un sentiero molto bello e pianeggiante raggiungere le code della Stella Cometa situate sul monte Sindiò 838 m passando per la piccola rifugio adibito dal Gruppo Stella , il dislivello è moto esiguo circa 300 metri , ricordo che la stella viene montata solo nel periodo natalizio ed illuminata solo il 24-25 dicembre .
Si sale attraverso la strada della Valdastico dopo essere usciti a Piovene Rocchette per chi sale da Vicenza , si supera l’abitato di Lastebasse e si Raggiunge Località Nosellari imboccando la strada per il lago di Lavarone per poi proseguire fino ai Gionghi , li si può lasciare l’auto e proseguire a piedi per circa 2 km , su una carrareccia che porta presso la località Magrè , oppure si può salire fino alla località Magrè e salire a piedi riducendo di molto il percorso.
Drago di Vaia
Questa scultura di legno, è la più grande d’Europa ed è il simbolo della rinascita dei boschi del Triveneto, colpiti dalla terribile tempesta Vaia dell’ottobre 2018. Il legno utilizzato proviene infatti dagli alberi caduti a causa del forte maltempo di quel periodo. Il Drago Vaia è stato realizzato, tra ottobre e novembre 2021, dallo scultore di Asiago Marco Martalar, all’interno del progetto Lavarone Green Land. L’opera, con i suoi 6 metri di altezza e 7 metri di lunghezza, è costituita da 2000 pezzi di legno della tempesta Vaia e da 3000 viti.
Lo Scultore
Marco Martalar Scultore del legno e artista del bosco , dove passo la maggior parte del tempo per creare e farmi ispirare.Gli alberi , gli animali , il silenzio , il fuoco e la natura ancora selvaggia, per me linfa vitale dove la mia arte trae nutrimento.
Il legno della scultura infatti non è trattato e con il tempo deperirà per l’effetto degli agenti atmosferici. Perciò, cambierà forma e, tramite la decomposizione, andrà a formare nuovo humus per i boschi. Gli alberi sradicati dalla tempesta saranno quindi nutrimento per altri alberi e contribuiranno a renderli più rigogliosi.
Quando sono arrivato sul grande prato che lo ospita mi sono emozionato , la quantità di persone era fuori dalla mia immaginazione , Persone sedute sul prato a godersi il sole l’aria, persone che passeggiavano , bimbi che giocavano. Lui era lì fermo come quando lo avevo lasciato, come quando lassù io e lui in solitudine stava nascendo, ora invece circondato da centinaia di persone, il tutto senza caos gente rispettosa con la voglia di toccarlo o fare una foto, è stato bello. Marco Martalar
Buongiorno , dopo un anno di sosta ho fatto di nuovo il mio calendario, non potendolo inviare per le dimensioni del formato 45 x 33 ,per chi desiderasse averlo metterò qui il file PDF per chi vorrà scaricarlo, naturalmente poi se lo dovrà stampare in qualche modo, o in qualche cartolibreria o da qualche fotografo.
Oggi sono qui a scrivere una storia , anzi nn è la mia storia , ma la storia di qualcosa di grande , e qualcosa che non mi stanchero mai di dire , si io sono un montanaro vero uno di quelli che si ferma ai rifugi , ma si ferma con la consapevolezza del significato stretto di rifugio :
Rifugio : Riparo, difesa, protezione contro insidie o pericoli materiali o spirituali: dare, offrire r.; trovare r. all’estero; cercar r. nella preghiera.
Il rifugio Fraccaroli come pochissimi altri rifugi che si contano nelle mani , dimostra che non contano le stelle come negli alberghi , che se togli l’affetto , simpatia , accoglienza e calore , non rimane niente , solo quattro mura e un tetto , ma grazie a Dio il rifugio e fatto di persone , e sono solo loro a fare la differenza . Ringrazio le mie gambe e che mi permettono di salire , su questi luoghi incredibilmente sinceri e vivi dove si respira e si sente il profumo di umanità dove tutti siamo uguali , e tutti mantengono quel rispetto e umiltà che ci rende migliori , il montanaro lo sa , perche da montanaro crede ancora in queste cose , crede nelle persone , crede che tutto possa essere possibile , è un eterno sognatore anche se conosce molto bene la differenza tra il giorno e la notte , crede veramente che siano le persone a fare la differenza .
Voglio ringraziare la famiglia Baschera , certo dispiace molto , però da buon montanaro vero , condivido in pieno le difficoltà di gestire un rifugio di questi tempi , in bocca al lupo per tutto , grazie di tutto Luciano Cailotto
La storia
La Famiglia Baschera ha lasciato lo scorso fine settimana la gestione del Rifugio Mario Fraccarolia 2.230 metri sul livello del mare, 40 metri sotto Cima Carega: «Noi fratelli Baschera, non lo riapriremo più… Dopo 53 anni è giunta l’ora di cedere il passo ad altri», è stato il tono del post scritto sulla pagina Facebook del rifugio, accompagnato da poche righe: «Ci sentiamo in dovere di ringraziare tutte le persone che in questi anni sono passate a trovarci, condividendo con noi l’esperienza di questa montagna e di questo rifugio. Buona vita a tutti», è l’augurio conclusivo accompagnato da un cuore e dalla foto in bianco e nero di Carlo Baschera che a qualche centinaio di metri dal rifugio saluta l’edificio e i tanti amici.
«Tutto inizia e tutto finisce, ma sono sereno perché capisco che è venuta meno l’energia e sono cessati anche certi stimoli, ma so di poter fare ancora dell’altro e quindi cambio aria», è il commento di Carlo. Nelle sue parole anche l’ammissione di una stanchezza che non è solo anagrafica: «Mi veniva tutto troppo scontato e ho capito di non essere più quello che volevo essere, anche se mi riconosco dinamico, intraprendente e alla ricerca di nuovi stimoli e quando un luogo e una professione cominciano ad andarmi stretti guardo alla possibilità di cambiare», confessa, aggiungendo: «Il tempo mi dirà se avrò fatto la scelta giusta o sbagliata».
Salito al Fraccaroli quando aveva solo un anno di vita, ha passato tutte le estati a un palmo dal cielo: «e 50 anni così non si dimenticano», ammette. Oltre al rammarico di un addio a un posto unico, c’è anche lo sguardo disincantato di chi ha visto il cambiamento delle presenze alpinistiche in questi ultimi decenni: «Se una volta bastava un camerone condiviso e un piatto di minestrone con una bottiglia di birra, oggi la gente sale in montagna e si aspetta un ristorante, arriva a tutte le ore e pretende di trovare aperto. Una volta alle 22 calava il silenzio in rifugio, oggi ci sono le escursioni notturne per vedere il cielo stellato o la luna piena e poi le alzatacce alle 5 per vedere l’alba e i gestori dovrebbero essere sempre disponibili, di notte e di giorno, ma io non reggevo più questi ritmi, mi toglievano anche l’aria da respirare. Capisco di andare controcorrente, ma il rifugio non può trasformarsi in autogrill e tanti non lo capiscono».
Sono cambiati gli escursionisti, ma la struttura è rimasta la stessa: «Dagli anni Ottanta non ci sono più stati interventi strutturali importanti, sebbene le esigenze siano cambiate. Certo ci sono stati il nuovo impianto idraulico, i pannelli solari, la nuova teleferica, ma la struttura è rimasta com’era. Non abbiamo mai avuto un bagno riservato ai gestori e la mattina ci dovevamo mettere in coda con la ventina di ospiti per usufruire della toilette. Per una doccia con acqua calda abbiamo dovuto attrezzarci per conto nostro e sono cadute nel vuoto le richieste di poter chiudere la terrazza creando una veranda e ampliando i posti a sedere per i pasti. Il luogo è bello e lascia incantati, ma la struttura è ferma e meriterebbe più attenzione. Non ce ne siamo andati per questo», conclude Carlo Baschera, «ma certo non ci ha aiutato a trovare nuovi stimoli».
Se la Luce restava spenta, capitava spesso che qualcuno ci chiamasse per sapere se andava tutto bene. Quella piccola lampada sul muro della malga era divenuta, ormai, un faro in montagna. Erano in tanti a dirci chi gli davamo speranza, che avevamo acceso in loro la voglia di uno cambiamento, e dato la sicurezza era rimasto qualcosa, qualcuno che ancora coltivava la sua diversità, senza lasciarsi assorbire dai modi sfrenati, dalle rigide burocrazie e leggi che spesso perdono il senso vero del mondo in cui viviamo. Per 6 anni abbiamo lottato come famiglia, sostenuti e aiutati da tanti che come noi ci credevano, per abbattere tanti preconcetti. Abbiamo perso e guadagnato amici in questo lungo periodo, qualcuno di questi ci manca tanto, Ermano, mio caro insegnante, Lele mio caro fratello, tu Rachele mia sorellina, roccia a cui vogliamo tanto bene… Abbiamo passato la più severa tempesta di questo secolo e anche trascorso qui il più severo Inverno e sempre con la benedizione della nostra cara Amata Montagna. Abbiamo visto il mondo cambiare come mai visto prima d’ora, ma noi abbiamo sempre creduto in ciò che facciamo e abbiamo provato a non cambiare, nonostante tutto. I nostri modi, il nostro mondo, sono rimasti gli stessi durante tutto questo tempo. Abbiamo fatto ciò che crediamo giusto, vivere la montagna in ogni sua stagione, vi ci siamo dedicati e abbiamo fatto del nostro meglio per curarla tutto l’anno. Una struttura in montagna, usata solo per una stagione, per un periodo limitato, sia questo l’estate o l’inverno, per noi rappresenta uno spreco delle risorse, uno sfruttamento e non una convivenza. Dobbiamo creare una struttura economica in montagna, integrata, rispettosa dei cicli naturali e sostenibile, non di prevaricazione e abbandono. C’è il bisogno di creare delle opportunità per le giovani famiglie che vogliono lavorare con passione a progetti ecosostenibile in aree montane, a tutela e salvaguardia del loro territorio. Questi sono i valori che abbiamo cercato di accrescere, curare e sui quali abbiamo cercato di fondare la realtà di Malga Foraoro. Purtroppo ora, con nostra amarezza, la luce dovrà rimanere spenta, il faro è stato offuscato della mancanza di visione e coraggio di un’amministrazione che continua a voltare le spalle e chiudere le porte, insensibile alla ricerca di un futuro economico sostenibile, un’amministrazione che non si dimostra capace di valorizzare la squadra di gestori giovani che hanno dimostrato la loro capacità imprenditoriale in questi ultimi anni, portando l’anello delle Malghe di Caltrano al suo attuale lustro, attraverso piani locali e non solo. La chiusura invernale della Malga, ormai aperta da 3 anni in questa stagione, è il risultato dell’arroganza di chi, come amministrazione, avrebbe dovuto tutelare e valorizzare questo patrimonio unico e dal grande potenziale e che invece con incuria e incapacità gestionale ha mostrato una negligenza senza paragoni. La famiglia Pozza Pereira vorrebbe ringraziare la Famiglia Sandona per la fiducia e le opportunità che ci hanno dato, lasciandoci carta bianca per la gestione di monte Foraoro. Vorremo dire grazie a Marco Sandona che in qualità di Sindaco ha avuto il coraggio di firmare la prima proroga, a Girolamo Zenari, a Ermano Zenari e tutta la famiglia Zenari che ci sono state sempre vicini, nei momenti più belli ma anche nei più difficili. A Lorella e Francesco chi ci hanno aperto la strada. A tutti i volontari internazionali chi ci hanno dato una mano, a tutti coloro che hanno lavorato con noi con passione e sorriso. Grazie. E infine un ringraziamento specialmente agli amici che sono sempre presenti, i Rigon, i Dal Santo, i Dal Pra, i Raumer, i Valincanta e i nostri sponsor, in particolare la Ercole Tempo Libero che è sempre stato presente. Tanti sicuramente mancano, ci scusiamo e speriamo sappiate quanto importanti siete per noi scusate, siete stati voi a darci la forza di credere, i nostri clienti, i nostri ospiti, i nostri amici a voi il nostro più sincero GRAZIE . Ci sarebbe ancora tanto da dire ma questa non è la conclusione del nostro libro , non ancora…
Il rifugio Alpino non è un ristorante od un albergo in cui contano le stelle , il rifugio alpino è fatto di persone ,uomini e donne , e fatto di calore , amicizia , accoglienza ,condivisione , solidarietà e conforto ; valori ormai persi nel tempo ma che qui hanno ritrovato la loro identità e forma , eh si nel rifugio contano le persone. Luciano Cailotto
Voglio raccontare una storia , quella di uno dei più belli ed antichi rifugi delle Dolomiti , ma prima voglio fare capire a voi lettori il significato della parola Rifugio che credo a molti non sia del tutto chiaro :
Rifugio: Riparo, difesa, protezione contro insidie o pericoli materiali o spirituali
La nuova gestione
Voglio spendere due parole per chi ha detto e dice : ma i giovani non hanno voglia di fare , ma nn hanno voglia di mettersi in gioco , nn si rimboccano le maniche … balle . I giovani hanno idee , hanno motivazione , hanno la grinta e questo ne è la dimostrazione, può sembrare facile gestire un rifugio , ma quando si tratta di un rifugio come il Nuvolau, nn stiamo parlando di una cosa qualsiasi , solo pensare gli anni di storia che qui ci sono passati fa rabbrividire. Io qui ci sono stato la prima volta nel 1986, quando con il campo estivo della mia compagnia Genio Guastatori del 7° alpini brigata Cadore siamo saliti dal Falzarego, tornarci ancora e sempre per me un’emozione , ma vederlo in mano a giovani con la voglia di fare mi commuove e mi rende felice , orgoglioso e fiero . Grazie Ragazzi un grosso in bocca al lupo a tutti , ci vedremo molto presto di nuovo . Luciano Cailotto
Emma
Viaggiatrice, ragazza au pair, marinaia, cuoca, cameriera, imprenditrice, rifugista, traduttrice, ragioniera, cronometrista, volontaria CISV… Parla 6 lingue, a volte dimentica l’italiano ma l’ampezzano mai, ama mangiare e camminare. Ultima passione: il cicloturismo!
Juan
Ingegnere cileno della sicurezza sul lavoro, pilota di droni, appassionato di storia e montagna, macchinista della teleferica. Ama andare in bicicletta, nonostante le numerose cadute. Primo sostenitore del sogno Nuvolau, sopporta e supporta Emma, ha mollato tutto e chiama il Rifugio la sua nuova casa.
Margherita
Musicista, maestra di flauto traverso, barista, cameriera. Attrice mancata, ama cantare e le lingue, odia cucinare, adora il caffè. La trovate nei suoi castelli in aria o impegnata in qualche impensabile progetto.
Angelo
Perito elettrotecnico, pilota di elicotteri, esperto di fotovoltaico e di tortellini, commercialista a tempo perso, libero professionista. Mente brillante, ogni progetto (delle sorelle) diventa una sfida! Ha mani d’oro, aggiusta tutto, anche il mondo.
Erika
Parrucchiera, ragazza au pair, barista, receptionist, studentessa di lingue. Re-inventrice di se stessa, cambia spesso taglio e colore di capelli, ama cucinare, meno camminare, gestisce i nostri social, ottimo pollice verde.
Cesare
Chef, direttore di ristoranti, allevatore, pompiere volontario, apprendista sarto. Leader nato, non elenca problemi ma trova soluzioni. Drogato di sci e sciate, ama il maiale, lavora a maglia e produce splendide calze di lana.
Nel 1883 il barone di Dresda Richard von Meerheimb si reca a Cortina d’ampezzo con molti problemi di salute , passati alcuni mesi vede che la sua salute migliorare ed inizia a fare alcune escursioni sul monte Nuvolau ,decide così di donare una discreta somma di denaro per la costruzione di un rifugio che verrà chiamato Sachsendankhütte, il rifugio del ringraziamento sassone. circa 10 anni dopo il rifugio rimasto in autogestione come confermato dall’alpinista Leone Sinigallia dove esiste una cassetta dove verranno lasciati i soldi per la consumazione non essendoci un gestore , gli alpinisti in transito sono 318 , nel 1911 sfioreranno i 1500. Nel 1912 l’unico mezzo per rifornire il rifugio sarà la teleferica ancora oggi in uso.
Il 23 maggio del 1915 quando inizia la guerra quando le truppe austroungariche si sono ritirate sul Lagazuoi , Sasso di Stria iniziano a salire i primi italiani il 28 maggio 1915 verso Cortina D’Ampezzo e poi come racconta Fedele Siorpaes “Salvador”, guardiano del Sachsendankhütte ovvero Rifugio Nuvolau e degli altri rifugi in Zona verrà poi arrestato mentre tentava di salire al Nuvolau . Gli italiani lo utilizzeranno come osservatorio per l’artiglieria italiana e per questo subirà ingenti danni .
Il 25 maggio del 1992 un fulmine causo un incendio che distrusse sia la teleferica che i gruppi elettrogeni , ma in quel frangente stavano girando la famosa pellicola di Cliffhanger , e furono proprio loro a Nel 1992 le vette di Cortina d’Ampezzo e delle Dolomiti ospitano il set di Cliffhanger – l’ultima sfida, la leggendaria pellicola di Renny Harlin con il divo Sylvester Stallone. Il 25 maggio un incendio originato da un fulmine distrugge teleferica e generatori del Rifugio Nuvolau. Sarà la squadra Cliffhanger, col suo elicottero rosso fiammante, a trasportare corda, argano e attrezzatura di vario genere in vetta e permettere così di iniziare i lavori di ricostruzione.
I gestori del Rifugio Nuvolau!
Chi, con amore e dedizione, ha gestito il Rifugio nell’arco della sua vita ultracentenaria? Le nostre ricerche hanno individuato 5 gestioni:
1893. L’Alpenverein sez. Ampezzo decide di affidare per la prima volta il Rifugio a un gestore. I visitatori aumentano di anno in anno ed è la decisione giusta da prendere… chi è però il primo “paron”? Non abbiamo trovato il suo nome.
1902. Che sia forse Giuseppe Lacedelli Zecca di Pocòl? Di certo è lui ad avere le chiavi nel 1902, quando viene allargato il piazzale antistante il Rifugio e costruito un muro di circa 1 metro.
1930. Finito l’incubo della Guerra, il Rifugio viene ricostruito e rimesso in funzione. Marcello Siorpaes se ne occuperà fino a dopo il secondo conflitto Mondiale, quando passerà alla conduzione del Rifugio Croda da Lago.
1950. La gestione passa nelle mani di Gilma e Guido de Zanna. Con il vicino Rifugio Cinque Torri i rapporti sono buoni e regna la collaborazione.
1973. Mansueto Siorpaes vince il bando CAI e si aggiudica la gestione del Rifugio. Sale con Joanne Jorowski e ci resta per ben 47 anni, fino al 2020.