Ci sono delle realtà che qualche volta vengono bistrattate da chi dovrebbe prendersene cura, con quell’amore che il montanaro conosce bene ,ed è il motore della propria esistenza in un legame con il territorio che non conosce confini. Luciano cailotto
La nuova vita della baita Cristellin è un passo verso l’amore infinito per quella piccola ma grande realtà della Val Zoldana dove ci si sente a casa e dove ci si sente in famiglia, perché questa è la Val Zoldana…e perché si torna sempre dove si è stati bene… un grosso in bocca al lupo a chi ha avviato e crede in questo progetto…
“Chi più in alto sale, più lontano vede; chi più lontano vede, più a lungo sogna.”
un grosso in bocca al lupo per la nuova vita della Baita Cristelin…
Ci sono luoghi dove il montanaro trova la pace , sono luoghi poco trafficati e poco praticati dai pseuoalpinisti e pseudoescursionisti, questo piccolo paese che genera grandi emozioni per gli occhi di chi sa guardare e per chi si sa ancora emozionare, qui il montanaro guarda con i suoi occhi un paese a misura d’uomo, pane per i suoi denti dalle asperità severe delle Pale di San Martino ad i sentieri più facili del Passo Rolle, dalle piste da sci , allo scialpinistica del Rosetta in un scenario che non si descrive con le parole, ma bisogna salirci e forse qualcosa verrà più chiaro…Buon Cammino . Luciano
Certo San Martino e forse meno conosciuto di altre località montane, che gli escursionisti ricercano per le loro montagne nel cuore dolomitico…ma le Pale di San Martino, sono montagne severe, irte e aggressive. Non sono per tutti , il loro scenario lunare, il salire su quote così alte rimanendoci per ore le rendono uniche, perchè lo sono…il paesino a 1450 metri di quota è qualcosa per montanari che non vivono certo in comodità perche la vita in montagna non è certo facile. Il luogo è incredibile il parco del Paneveggio , Fiera di Primiero , Mezzana ed altri .
LA NASCITA’ DI UN PAESEdi Marco Toffol
Il primo impatto dei visitatori della nostra località era naturalmente quello con le meravigliose cime del gruppo della Pala: i primi forestieri, inglesi e mitteleuropei, avevano in effetti “scoperto” la zona proprio per la loro passione per le arrampicate. All’inizio, la piana di San Martino era comunque caratterizzata solo da una chiesetta, un ospizio, risalenti entrambi al XI secolo, ed alcuni edifici rurali. In pochi anni, l’intraprendenza di pochi pionieri, fece nascere un paese!
LA PRIMA GUERRA MONDIALEdi Marco Toffol
La prima guerra mondiale investe San Martino e tutto il Trentino solamente nel 1915, quando già da quasi un anno l’Impero è impegnato nella guerra contro la Russia. I giovani della valle abili alle armi sono reclutati nei corpi d’elité delle truppe austro-ungariche e combattono il nemico nelle pianure della Galizia. Il 23 maggio 1915 l’Imperatore Francesco Giuseppe I da ai suoi popoli l’annuncio che il regno d’Italia ha “tradito” la decennale alleanza stipulando un patto segreto con l’Intesa e dichiarando guerra alla monarchia ed aprendo così il tanto temuto secondo fronte. Il piano di difesa austriaco, elaborato da tempo vista la scarsa affidabilità dell’alleato, prevede l’arroccamento delle truppe sulle cime delle Fassaner Alpen, il Lagorai, e il conseguente abbandono della valle di Primiero. Come logica conseguenza, gli edifici di San Martino, ad eccezione della Chiesa, vengono incendiati ed il paese è ridotto ad un cumulo di rovine. Ma non trascorrono che pochi anni dalla fine delle ostilità e la tenacia dei primi pionieri del turismo, i Toffol, Panzer e Langes, fa rinascere le strutture e con esse la fama internazionale di San Martino di Castrozza.
LA STORIA di Marco Toffol
Alpe di Castrozza: così si legge nei documenti più antichi che si riferiscono a questa ampia conca di pascoli ai piedi di alte vette inaccessibili. Un’ipotesi fa derivare Castrozza da castrum, avamposto militare romano situato lungo una via secondaria (la Via Claudia Augusta passava a circa 50 km da qui) a supporto degli eserciti impegnati nell’opera di conquista dei territori alpini. In seguito venne eretto un Ospizio per mano di una comunità religiosa spontanea, che adottò una regola di tipo benedettino. Fonti documentali attestano che l’Ospizio di Castrozza aveva la finalità di dare assistenza ed ospitalità a pellegrini, viandanti e commercianti che a partire dall’alto Medioevo si trovarono spesso ad affrontare la non facile impresa di attraversare le Alpi. I monaci sparirono misteriosamente dalla località a metà del Quattrocento ed il monastero venne sostituito da un beneficio semplice senza obbligo di cura d’anime, che conservava però il precedente dovere di ospitalità ai viandanti. Una nuova epoca cominciò per San Martino di Castrozza alla metà dell’Ottocento: viaggiatori e viaggiatrici inglesi, animati da uno spirito romantico e decadente che li spingeva ad affrontare lunghi ed avventurosi tour nelle Dolomiti inesplorate, “scoprirono” le Pale di San Martino. Le montagne catalizzarono dapprima ambizioni ed interessi di appassionati escursionisti, geologi, botanici. In un secondo momento intrepidi alpinisti, non più solo britannici, affrontarono anche le ardite guglie dolomitiche. Alcuni nomi: Francis Fox Tuckett, John Ball, Leslie Stephen, Edward Whitwell, Theodor von Wundt, per non dimenticare le signore Imminck e Thomasson. Per compiere queste storiche ascensioni, gli scalatori si avvalsero della collaborazione di cacciatori o pastori locali. Col passare degli anni, questi aiutanti accompagnatori diventarono degli eccellenti e ricercati professionisti, le leggendarie guide alpine Aquile di San Martino. La locanda dell’Ospizio risultò ben presto inadatta a dare adeguata ospitalità a questi primi esploratori ed alpinisti; iniziò così la costruzione dei primi alberghi per opera di imprenditori valligiani e stranieri. In breve San Martino di Castrozza divenne una località di villeggiatura di primo piano nel panorama turistico internazionale. Incendiata durante la Iª Guerra Mondiale dalle truppe austriache in ritirata, la San Martino dei prestigiosi alberghi risorse nel primo dopoguerra, ormai annessa al territorio italiano. Negli Anni Venti decollò anche il turismo invernale a completamento dell’offerta turistica della stazione.
Dopo la conclusione secondo conflitto mondiale, favorito anche dal miracolo economico, a partire dagli anni ’50-’60 il paese ha subito un’importante espansione oltre che ad un miglioramento delle strutture alberghiero-ricettive accompagnato da un vasto aumento delle aree sciabili che hanno reso San Martino di Castrozza una delle più conosciute località turistiche del nord Italia. Nel 1952 ha ospitato la terza edizione della 3-Tre, tra le più antiche competizioni mondiali di sci alpino , vinta dal francese Francois Baud .
Tempo di percorrenza del sentiero : 3h00 Al bivaccoFiamme Gialle
Dislivello totale : 455 m Classe : EEA-D
Quota massima raggiunta : 3005 m
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°101 Pale di San Martino 1:25000
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Non mi stancherò mai di dire che le Pale di San Martino siano qualcosa di incredibilmente fantastico, la severità di questo gruppo montuoso non è certo paragonabile alle Dolomiti bellunesi, qui qualsiasi sentiero è DIFFICILE, se non per la difficoltà tecnica , per la sua lunghezza , io stesso non conosco zone più complesse sotto il profilo organizzativo.
Come arrivare
Si sale attraverso la valle di Vanoi fino ad arrivare a San Martino di Castrozza , superato l’abitato si imbocca la strada che porta al Passo Rolle e si raggiunge la stazione di partenza della funivia di Colverde.
Descrizione
Imboccato il sentiero 701 che sale sul Col Verde dove si potrebbe salire anche in funivia, se aperta, si imbocca poi il segnavia 706, che sale diretto fino all’imbocco della ferrata, in circa 1h30-2h,il dislivello della ferrata è di 455 m , ma se si parte da San Martino si parla di 1485 m, il percorso è molto bello , con tratti attrezzati ed alcuni percorribili senza corda , ma presenta alcuni passaggi verticali e alcuni traversi in cui non bisogna distogliere l’attenzione il percorso sale il versante del Cimon della Pala, su un scenario che solo pochi luoghi vantano di avere , la ferrata è molto esposta con un panorama incredibile sul paradiso per i montanari, San Martino di Castrozza un paese a misura d’uomo. La roccia è dura , pulita e con tanti appigli anche se i tratti più difficili ci vuole tecnica e fisico, la lunghezza di questo itinerario e certamente tosta, soprattutto se poi si vuole fare un passaggio sulla Cima Vezzana 3192 m, il tempo di percorrenza si allungherà fino a 9-10 ore complessive, poi si può proseguire sia rientrando a piedi oppure con la funivia, il percorso richiede preparazione fisica eccellente.
Il Ritorno
Il ritorno da questo sentiero viene fatto scendendo verso il Passo del Travignolo 2950 m, si imbocca il sentiero 716 della Valle dei Cantoni risalendo poi al Passo Bettega 2611 m, per poi rientrare al Rifugio Rosetta e scendere dal 701 fino a San Martino di Castrozza.
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°101 Pale di San Martino 1:25000
Come arrivare
Si sale attraverso la valle di Vanoi fino ad arrivare a San Martino di Castrozza , superato l’abitato si imbocca la strada che porta al Passo Rolle e si raggiunge la stazione di partenza della funivia di Colverde.
Descrizione
Anche se il sentiero non è segnalato come difficile io, un occhio di riguardo nel percorrerlo lo avrei, il sentiero parte dapprima su una piccola carrabile che porta ad imboccare al bivio il sentiero n.725 del Cacciatore volendo seguire una traccia segnalata nelle cartine ufficiali poi raggiunto il bivio si andrebbe ad imboccare il n.701, risulta più conveniente salire dalle stazione di partenza della funivia Colverde . Il dislivello è importante e presenta alcuni tratti attrezzati con corda anche se non necessitano l’uso di imbrago. Dalla partenza della funivia del Colverde si imbocca il sentiero 701, che presenterà un primo tratto prativo sulle piste da sci che con poca pendenza porterà fino alla stazione di arrivo di Colverde, raggiunta la funivia di scambio che porterebbe a pochi metri da Cima Rosetta, il sentiero comincia a salire più ripido tra mughi e larici, per alcuni tornanti, fino ad arrivare sotto le creste della cima Corona e fino a raggiungere il bivio con la ferrata Bolver-Lugli. I suoi imponenti zig-zag su un terreno molto detritico e ghiaioso ti portano in mezzo alle rocce di un colore unico, il sentiero si inerpica severo su ripidi pendii con numerosi parti attrezzate da cordini , ed alcuni veri e propri corrimano passando poi vicino ad un traliccio della funivia, il sentiero si fa ripido e bisogna prestare molta attenzione, fino a raggiungere l’ultimo tratto in cui la pendenza molla un pò è lascia lo spazio al pianoro dove in mezzo si potrà ammirare il rifugio Rosetta Pedrotti immerso in un scenario unico che ti entra dentro e ti scatena infinite ed incredibili emozioni. Lo scenario delle Pale di San Martino è qualcosa di una bellezza unica ed ineguagliabile. La salita anche se severa e difficile porta in un luogo indefinibile sotto il profilo panoramico e della maestosità delle sue creste e cime che intorno al rifugio Rosetta , al ghiacciaio della Fradusta si spazia in un scenario lunare
Ritorno
Il ritorno per chi non volesse scendere dallo stesso può essere fatto dal 702 che passa per il passo Val de Roda e scende attraverso un folle zig-zag fino alla funivia di partenza per il Col verde, in alternativa per chi dovesse essere in difficoltà potrà discendere in Funivia
Ricordo inoltre che questo sentiero viene usato anche per il Rosetta Vertical Trail Run per informazioni : info@rosettaverticale.it
Dedicato a chi lavora… con un’amore vero… per la propria terra, a dimostrazione che l’unione fa la forza.
Una considerevole parte del Gruppo Amici del Sentiero di Recoaro Mille si è ritrovata a festeggiare in amicizia e allegria la conclusione della stagione di manutenzione dei sentieri 2024.
Il Gruppo di Volontari ha una lunga storia. Nato 40 anni fa con l’ obiettivo di rendere piacevole e sicuro camminare tra i borghi di Recoaro Mille, ha migliorato nel tempo i sentieri esistenti, oltre che a crearne di nuovi collegando le zone di Borga – Piasea – Busa di Pizzegoro – Rasta – cabinovia per Recoaro Terme – Monte Spitz – Fantoni e Fongara.
Manutenzioni costanti negli anni con sfalcio, taglio ramaglie e rovi, sistemazione del fondo di ghiaia e scalini, e quest’ anno con la posa dell’ opportuna segnaletica.
Un Gruppo vivace e propositivo ad oggi di 40 volontari composto ancora da alcuni decani che lo hanno fondato (lunga vita) e da giovani leve entusiaste dell’iniziativa. Il nostro futuro.
Un ringraziamento speciale all’ Amministratore Comunale di Recoaro Terme per il sostegno fornito alla buona riuscita dei lavori annuali. Lucia Camposilvan
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Come Raggiungere
Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo si prosegue per Val Parola raggiungendo così il Forte Tre Sassi a sinistra mentre sulla destra parte il sentiero dei Kajserjager.
Descrizione
Raggiunto il forte Tre Sassi , oppure il posteggio vicino dove si sale sul Sas de Stria, si prosegue per il sentiero che raggira tutto il massiccio ad una quota più bassa per circa 30 minuti fino a raggiungere un bivio poco segnalato ma intuitivo che ti porterà alla ferrata Fusetti, la via è abbastanza corta ma presenta alcuni tratti che non permettono certo errori accompagnati da tratti ricchi di appigli, anche se molto sporchi e detritici, alcuni tratti più verticali la rendono moderatamente difficile, non è certo l’ideale per la prima esperienza in ferrata, i suoi tratti con pochi appigli e sporchi la rendono insidiosa, la discesa viene fatta dall’itinerario che scende dal Sas de Stria fino a tornare in posteggio .
Cenni storici
Nell’ottobre del 1915, l’esercito italiano fronteggiava gli austriaci tra le cime del Lagazuoi e del Col di Lana : il Sas de stria domina la sottostante strada delle dolomiti che percorre il Passo Val Parola e il Passo Falzarego , e costituiva quindi un importante punto strategico. Dopo alcuni tentativi falliti di attacco alla postazione, rimasta in mano agli austriaci, fu ordinato al reggimento sotto il comando dell’allora Colonello Achille Papa di tentare una nuova incursione. Il sottotenente Fusetti si offrì volontariamente di guidare un gruppo di soldati nella conquista della vetta, situata a 2477 metri di quota, per poi sorprendere gli austriaci posizionati nelle trincee più in basso. Raggiunta la cima la notte del 18 ottobre, dispose i suoi uomini in attesa dei rinforzi, che però tardarono ad arrivare. Furono invece avvistati da alcuni soldati austriaci saliti sulla cresta: scattato l’allarme, iniziarono i combattimenti. Nonostante la resistenza organizzata dal Fusetti, gli italiani furono ben presto accerchiati: molti restarono feriti, e il sottotenente fu colpito alla fronte, mentre si sporgeva fuori del riparo per sparare. Al termine di una sanguinosa battaglia, i pochi superstiti si arresero, dopo aver deposto tra i crepacci le salme dei compagni caduti.
La storia di quanto era accaduto fu ricostruita grazie alla loro testimonianza, e a quella del tenente al comando degli austriaci. Prima di affrontare la rischiosa spedizione, il sottotenente aveva lasciato una lettera alla famiglia, in cui esprimeva i suoi sentimenti e le ultime volontà, e nella quale chiedeva espressamente che il suo corpo rimanesse nel luogo in cui era stato ucciso.
Per il valoroso comportamento, il 25 febbraio 1923 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Le sue spoglie non furono mai ritrovate, ma un cenotafio lo ricorda nel Sacrario militare di Pocol .
A ricordo dell’impresa, nel 2018 gli Alpini , impegnati senza successo nella ricerca dei suoi resti, hanno realizzato una Via ferrata in suo onore che ripercorre il tragitto seguito dalla spedizione.
Medaglia d’oro
«Prescelto a capo di un manipolo di animosi per l’occupazione di un forte baluardo alpino, dal nemico accanitamente difeso, arditamente ne scalava una ripida parete, quasi a picco, sorprendendo le vedette nemiche e conquistandone la vetta più alta, sulla quale piantava il tricolore. Accerchiato da preponderanti forze, opponeva eroica resistenza, cercando più volte di sfondare la linea nemica; ma rimasto isolato, esaurite tutte le munizioni, dopo lunga e disperata resistenza, colpito a morte, cadeva da prode sul campo. Eroico esempio delle più nobili virtù militari che, anche alla vigilia dell’azione, presagio della sicura morte cui andava incontro, egli aveva voluto consacrare in una nobile lettera di estremo saluto alla famiglia.» — Sasso di Stria, 18 ottobre 1915.
Lettera testamentaria
«16 ottobre 1915 Dai pressi del castello di Buchenstein
Con mano sicura esprimo colle parole che seguono non le mie ultime volontà, ma quei miei pensieri che desidero sopravvivano, per quelli che mi amano, alla mia morte. Sono alla vigilia d’una azione d’ardimento, dal cui esito dipendono in gran parti le sorti d’una vittoria. A me, ai miei compagni d’armi non manca gran copia di fede: l’esito, con la vita, con la bella morte, sarà degno del nostro imperturbabile amore per la Patria. Se cadrò, papà, Gina, angelo mio, amici e parenti che mi amate, non abbiate lacrime per me: io la morte, la bella morte l’ho amata. Non pensatemi col petto squarciato, nell’ultimo spasimo, ma dal furore d’un impeto eroico svanire in una beatitudine suprema. Io ho sognato, nelle peregrinazioni del pensiero nelle grandi questioni umane e cosmiche, un avvenire di perfezione nelle cose morali e nelle fisiche. Ho amato la Patria mia, nell’intimo delle sue divine bellezze, delle sue tradizioni. Ho amato sopra ogni cosa l’umano genere, campo ove è possibile e necessaria la lotta, dove è desiderabile e probabile il pacifico trionfo delle idealità non sacrileghe. E appunto perché ho stimato necessaria la lotta io mi sono volonterosamente, serenamente battuto. Che il mio povero corpo semplicemente riposi dove sono caduto, io desidero; inumato coll’onore delle armi, fra i miei commilitoni. Che il sacrificio mio, umile fra tanta gloria, sproni, se c’è, l’ignavo e dia sangue al codardo. Babbo mio, Gina mia, angelo mio, parenti, amici, voi che tanta parte siete dell’anima mia, con la memoria … della mamma, in alto i cuori! Con tenerezza serena, con fede, nella pace dell’anima cristiana, sul campo, al cospetto del nemico che non temo mi firmo Mario.Questa lettera contiene il mio testamento. Faccio un obbligo d’onore a chi è incaricato di verificare per censura la corrispondenza, di non profanarne il contenuto. Questa lettera potrebbe essere trattenuta per qualche tempo.
Sono incredibilmente sorpreso , questo sito nato per aiutare chi montanaro non è ad avvicinarsi nel fantastico mondo delle nostre montagne , un lavoro svolto con passione e tenacia , ma e con la stessa emozione del montanaro che vorrei abbracciarvi tutti e come voglio con orgoglio ricordare che questo sito e completamente gratuito perchè i costi li sostengo io per non avere pubblicità occulta che disturba la lettura e la visione …vi ringrazio tutti… Luciano Cailotto
Dopo essere salito a Cortina D’Ampezzo si prende per il Passo Falzarego 2105 m , oppure salendo direttamente da Agordo passando per il lago di Alleghe si imbocca la salita che porta al Passo Falzarego , molto meno trafficata è più corta se si vuole raggiungere solo il Passo.
Descrizione
La cengia Martini è una cengia di arroccamento prima della galleria che sale sul piccolo Lagazuoi , teatro di una resistenza estrema degli alpini, è conveniente farla prima di salire sulla galleria degli alpini, si tratta di una cengia attrezzata che porta nei baraccamenti italiani del Lagazuoi , negli osservatori e nelle postazioni di tiro verso il Sasso di Stria. Si sale con l’imbrago e caschetto meglio anche la frontale, come nelle Galleria, fino a raggiungere il punto del camino di mina che non è stato usato, lo scenario e mozzafiato sia nei panorami che nei ricordi storici della situazione di vita dei soldati nei tre anni di Cengia. I passaggi di per se non sono difficili, anche se alcuni esposti e richiedono massima attenzione, il ritorno dev’essere fatto dallo stesso sentiero fino al bivio della galleria che porterà all’antecima del Lagazuoi.
Cenni storici
Durante la Grande Guerra la linea del fronte dei combattimenti tra l’impero austro-ungarico e il Regno d’Italia passava tra il Sasso di Stria e il piccolo Lagazuoi e tagliava la zona del passo Falzarego. Qui i due schieramenti militari si fronteggiavano a poca distanza. La Cengia Martini fu la postazione più importante in questo settore del fronte. Mentre gli austro-ungarici erano arroccati sulla sommità del Lagazuoi, tra il 18 e il 19 ottobre 1915 due plotoni di Alpini occuparono la cengia posta a metà della parete del Piccolo Lagazuoi. L’occupazione era stata preceduta da numerose ricognizioni notturne sul posto, attraverso un terreno roccioso molto aspro e difficile, nelle immediate vicinanze delle posizioni austriache. Così, sotto il comando del maggiore Ettore Martini, gli Alpini riuscirono ad occupare la Punta Berrino, lo spigolo roccioso che si protende in avanti a est dell’Anticima e a occupare e ad attestarsi sulla cengia che attraversa la parete meridionale del Piccolo Lagazuoi da ovest a est. Questa cengia si rivelò essere una posizione privilegiata per colpire la postazione Vonbank austro-ungarica a difesa del passo di Valparola, una vera spina sul fianco degli Austriaci perché consentiva agli italiani di colpire dall’alto le trincee del passo. La truppa era ricoverata in baracche-ricovero addossate alla roccia e capacità nel totale di offrire ricovero a 140 uomini. Col tempo la Cengia Martini venne dotata di camminamenti, cucine, mensa, magazzino, telefono, stazione teleferica, posto di medicazione, fucina, falegnameria, fureria. Venne inoltre scavata una galleria per permettere di raggiungere la cengia dalla base della Punta Berrino e proteggere i portatori dall’artiglieria del Sasso di Stria. Un’altra galleria, detta dell’Anfiteatro, sarebbe dovuta sbucare sopra le trincee austriache sul versante occidentale della cengia per attaccarle dall’alto ma rimase incompiuta. Attorno alla Cengia Martini la lotta infuriò per tre anni. La maggior parte degli sforzi degli austro-ungarici su questo fronte furono concentrati nel tentativo di allontanare gli italiani dalla Cengia Martini, 4 mine furono esplose sulla montagna creando il grande ghiaione che oggi si vede alla base del Lagazuoi.
Per le azioni sul Piccolo Lagazuoi il Maggiore Martini ricevette una medaglia di bronzo, una d’argento, una croce al merito e la croce di cavaliere della Corona d’Italia.
Le nostre posizioni conquistate il 25 ottobre 1915 erano la Cengia Martini e Punta Berrino dedicato al Cap. Berrino che li ci lascio la vita , le nostre posizioni costarono un enorme sacrificio di sangue per i due anni che le mantenevamo salde , avevamo due teleferiche che arrivavano dalla base del canalone Travenanzes e dal Canalone del Falzarego, mentre le loro teleferiche arrivavano dalla Val Parola e dalla Tagliata ‘ntra i sass.
Le mine di guerra del Piccolo Lagazuoi furono memorabili :
La prima del 14 gennaio 1917 con l’obbiettivo di fare saltare la cengia Martini ma per un errore tecnico si pensa di intasamento sfogo la sua potenza verso gli austriaci recando numerosi danni . La contromina italiana era già pronta ma visto che l’esplosione non creo paure ed il raggio d’azione non fu ritenuto pericoloso si penso di non farla brillare, la mina degli austroungarici si ritenne pressappoco di circa 15000 kg di esplosivo.
La seconda mina del 22 maggio 1917 con l’obbiettivo la posizione avanzata della Cengia Martini, gli italiani ben interpretarono il lavoro del nemico ed essendo previsto il brillamento della mina nella notte, le posizioni del possibile scoppio furono sguarnite per poter essere poi riprese dopo l’esplosione nonostante lo scoppio potente della mina non ci furono perdite.
Mina italiana a quota 2668 era la cima più meridionale del Piccolo Lagazuoi ovvero un bastione avanzato con delle pareti a picco che dominava tutte le posizioni italiane del monte Cengia Martini-punta Berrino-Passo della Fede e nella zona del Passo Falzarego dopo il brillamento di questa mina la zona che era saldamente occupata dagli austroungarici, fu occupata dagli italiani la mina che era di 33000 kg eseguita dal Tenenti Malavezzi, Cadorin e Tazzer con 5 mesi di lavoro fu fatta brillare il 20 giugno del 1917 e successivamente, attraverso la galleria, tentarono la conquista delle postazioni intoccate dall’esplosione. L’azione, anche stavolta, non ebbe né vincitori né vinti: gli austriaci ripiegarono e rinforzarono rapidamente le trincee scampate all’urto della mina. L’anticima cadde in mano italiana, ma tentare di occupare l’intero ripiano del Piccolo Lagazuoi avrebbe portato ad ulteriori gravi perdite tra gli Alpini. Il cratere provocato dalla mina italiana è tuttora individuabile, assieme all’immenso accumulo di detriti scivolati a fondovalle, sia di questa che delle altre mine austriache. La quarta mina austro-ungarica, esplosa nel settembre del 1917, ebbe una potenza minore rispetto a quella del maggio precedente e portò all’ennesimo nulla di fatto.
Dopo il danno la beffa, e la tristezza dei montanari come me, che alle 7 di mattina dalle Cinque Torri sentono le ruspe al lavoro, anzichè i rumori del bosco e della montagna, per quel Dio denaro che ormai è in possesso a pochi, e quei tanti politicanti che fanno le cose con i nostri soldi togliendoli da ciò che veramente conta. Luciano Cailotto
Articolo di Silvia Granziero 1 marzo 2024 ” The vision “
Come molti nati e cresciuti in città, intrappolata in casa tra i vari lockdown, negli ultimi anni ho maturato una crescente attrazione per la montagna, che oggi in Italia è la cosa più simile alla natura incontaminata che abbiamo. Lì vado per allontanarmi dalla cappa di smog della pianura, lì ascolto finalmente il silenzio e fermo, per una volta, la ruota della settimana lavorativa. Sono sensazioni comuni, e così anche io, come tanti, ho sentito una fitta al petto vedendo le seghe abbattersi sui larici di Cortina d’Ampezzo, la settimana scorsa, per fare spazio alla nuova pista da bob per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Se, superata l’emozione suscitata dal rumore della motosega nel silenzio del bosco, ci si pensa razionalmente, ci si accorge che il problema oltre al taglio degli alberi in sé è più vasto, ed è collegato al motivo stesso dell’operazione: la costruzione di una pista che sarà usata per una manciata di gare e poi, presumibilmente, abbandonata per mancanza di neve – dato che già oggi l’indicatore dell’acqua stoccata nell’accumulo di neve in montagna ha raggiunto il -64% rispetto alla media del periodo 2011-2022, situazione che ha già fatto saltare diverse gare, in italia e non solo , uno spreco rappresentativo del nostro approccio miope all’ambiente montano.
Nonostante i pareri contrari, la grande macchina dei Giochi – e degli affari – però si è messa in moto con l’accordo per lo sviluppo e coesione firmato a novembre dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente della Regione Veneto Luca Zaia, per un finanziamento da 33,5 milioni di euro per realizzare bacini idrici per l’innevamento e collegare la Ski Area del Civetta e la Ski Area Cinque Torri. Rientra in questo ampio disegno il progetto della Società Infrastrutture Milano Cortina 2026 (SIMICO) per realizzare una pista di bob, skeleton e slittino, siglato ufficialmente a inizio febbraio; così la settimana scorsa è iniziato l’abbattimento di circa 600 larici nei pressi di Cortina, in un contesto, quello delle Dolomiti, che ha già 1.200 km di piste da sci.
A protestare non sono solo gli ambientalisti: sul progetto ha espresso perplessità il Comitato Olimpico Internazionale (CIO),secondo cui la pista non sarà praticabile a lungo dopo i Giochi, mentre gli impianti esistenti sarebbero sufficienti per tutti gli atleti e le gare. Poi è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a ritenere “quasi impossibile” finire i lavori entro il 15 marzo 2025 per i collaudi e le eventuali correzioni. Motivi validi per rinunciare a ricostruire la pista da bob e slittino intitolata al campione Eugenio Monti realizzata per i Giochi invernali del 1956, chiusa nel 2008 e smantellata nel 2023; si sarebbe potuto tutt’al più riaprire la pista di Cesana, in Piemonte, costata ai tempi 110 milioni, usata per i Giochi di Torino del 2006 e chiusa dal 2011; o, ancora meglio, sfruttare le strutture già operative in Austria e Svizzera, come suggerito dallo stesso CIO. Cosa che bisognerà fare comunque se i lavori non saranno finiti per tempo, con relativi costi aggiuntivi per l’affitto degli impianti.In ogni caso, come andrà a finire può farlo intuire proprio la vicenda del tracciato di Cesana: pochi anni di operatività e una manciata di gare che non hanno certo ripagato, nemmeno simbolicamente, gli enormi costi sostenuti per la realizzazione dell’impianto; quello di Cortina dovrebbe costare 81 milioni, comunque troppo rispetto ai poco più di 30 che avrebbe comportato riavviare un tracciato già esistente, senza contare gli sprechi materiali e i problemi ambientali di cui oggi, rispetto al 2006, dovremmo essere più consapevoli.
Tra le altre cose, infatti, c’è anche il sospetto – espresso dagli abitanti alla consigliera regionale di Europa Verde Cristina Guarda, che ha inoltrato una segnalazione al Nucleo Forestale di Cortina d’Ampezzo – sull’entità degli abbattimenti; secondo un’indagine condotta dalla rivista “l’Altra Montagna” , infatti, il progetto finale individua come “da tagliare” quasi 2mila larici, contro i 5-600 pubblicizzati. Sono piante con un’età media di circa 150 anni, con un valore ambientale, ma anche culturale e sociale, non solo per i turisti, ma anche per gli abitanti della zona. Come fa notare “l’Altra Montagna”, poi, a fronte del taglio del lariceto era stato previsto un indennizzo da oltre 23.500 euro: è lecito aspettarsi, quindi, che ora la cifra venga adeguata all’estensione del disboscamento. Soldi che si sommano alle spese per la realizzazione di quell’impianto mostruoso che sono le Olimpiadi e che non tiene conto dei costi indiretti delle conseguenze ambientali, a partire dalla perdita della copertura boschiva e dei suoi effetti: dalla minor capacità di assorbimento di anidride carbonica a un maggior rischio idrogeologico, alle conseguenze dell’affluenza di pubblico e mezzi sull’equilibrio della fauna locale. E tutto questo non si risolve attraverso compensazioni economiche.
Anche perché le infrastrutture in costruzione si sommano alle migliaia di impianti di risalita presenti sulle Alpi – 450 solo nel sistema Dolomiti Superski – per lo più volti a sostenere l’economia dello sci, comparto che ha fagocitato sempre di più le montagne italiane, sovrastando ogni altro settore. Il docente di Economia e Gestione delle imprese all’Università di Trento Umberto Martini, esperto di gestione del turismo in quota, sottolinea come negli anni l’approccio invece di migliorare sia sempre più insostenibile: fino agli anni Ottanta si sciava anche a 800 metri e in primavera la montagna andava “a riposo” turistico per riaprire in estate, stagione adatta all’escursionismo; un andamento che sta cambiando negli ultimi decenni, con la contrazione della stagione sciistica e con estati che, ormai invivibili in città, attirano sempre più persone in quota ed estendono le aperture annuali dei rifugi; aumentano anche i rischi a cui turisti poco esperti si espongono in un ambiente reso più instabile dalla crisi climatica.
Tenere conto di questi cambiamenti, tra l’altro, farebbe bene allo stesso turismo invernale, che in Italia vale10 miliardi di euro annui annui e che oggi è minacciato dalla crisi climatica. Per questo, per sopravvivere, avrebbe bisogno di un piano di adattamento e di diversificazione. Si tratta, infatti, di un turismo che dipende dalle condizioni meteorologiche e la crisi climatica accorcia la stagione invernale, porta la neve sempre più in alto,verso i 2000 metri, provoca eventi meteorologici imprevisti, accresce il rischio di valanghe e crolli e impone nuovi ritmi all’economia turistica. Se le Olimpiadi invernali continuano a essere viste come una grande occasione di crescita –spesso apparente – e non come l’opportunità per interrogarsi sul futuro degli sport invernali e del loro rapporto con l’ambiente, nemmeno il cambiamento nella fruizione “quotidiana” delle Alpi è andato di pari passo con un cambiamento culturale. Tuttora, molti turisti non sanno adattare i propri comportamenti all’ambiente e si aspettano forme di intrattenimento “cittadine”, dall’aperitivo allo shopping, suggerite dalla stessa narrativa del marketing turistico; così gli operatori si adeguano nel nome del guadagno. Intanto dopo un lungo braccio di ferro non solo tra maggioranza e opposizione, ma interno alla Lega stessa, il Consiglio regionale veneto ha dato il via libera alla costruzione di strutture ricettive di lusso sopra i 1600 metri di quota, stanze panoramiche in vetro e legno “ad alto impatto emozionale” (oltre che ambientale, come pensano molti esperti del settore) – come quelle che già esistono anche sul versante trentino delle Dolomiti – in deroga ai limiti di edificabilità urbanistica.
Intanto, c’è chi difende la costruzione di nuove infrastrutture a Cortina, sostenendo che le funivie incentivino i visitatori a evitare l’automobile, nonostante gli studi sul tema evidenzino che questo succede solo se i progetti sono realizzati secondo un’attenta analisi del contesto e delle abitudini dei visitatori, oltre ad associarsi a strategie di disincentivo dell’uso della macchina. Abbattere boschi, costruire nuove infrastrutture costose e presumibilmente inutili in una località già addomesticata da cemento e piste non sembrerebbe la strategia più efficace per ridurre il traffico automobilistico. Certa, invece, sarebbe l’ulteriore urbanizzazione dell’area, con altre strutture turistiche e punti di ristoro, necessari per permettere al maggior numero di persone possibili l’accesso alle vette, che già oggi è un privilegio, se il principale modo che tanti conoscono per goderne, cioè tramite lo sport invernale, può arrivare a costare anche sugli 80 euro per uno skipass giornaliero, cui si aggiungono il viaggio e l’eventuale noleggio dell’attrezzatura, dato che gli sciatori occasionali di rado investono in attrezzatura tanto costosa per goderne solo pochi giorni.
Dovremmo porci degli interrogativi sulla nostra incapacità di fruire di un luogo se non antropizzandolo e sulla nostra spinta a trasformare l’ambiente incontaminato in un parco giochi come unico modo per apprezzarlo. Anche il Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (PNACC) dà la priorità alle esigenze turistiche e commerciali, concentrandosi sulle tecniche di snow farming per conservare la poca neve sulle piste, senza preoccuparsi di un vero adattamento climatico, dimenticando la biodiversità, gli habitat e la vita stessa degli abitanti delle Dolomiti, che nel territorio di Cortina d’Ampezzo sono passati da oltre 8000 ad appena 5000 tra il 1971 e il 2021, andamento simile al resto della provincia di Belluno che, nel ricco Veneto, sconta la carenza di servizi come i trasporti pubblici e la sanità.
Mentre ci ricordiamo dell’ambiente solo come risorsa da sfruttare, il turismo di massa e le grandi opere condannate a vita breve non dovrebbero essere la nostra priorità se vogliamo realmente far sopravvivere la montagna. Cortina è, in questo senso, la metafora del nostro problematico rapporto con l’ambiente : lo addomestichiamo a nostra immagine e somiglianza, e vi cerchiamo un tornaconto economico senza preoccuparci delle conseguenze, per poi dimenticarcene quando non ci serve più, come succederà alla pista da bob. Così, però, non stiamo facendo altro che distruggere uno dei pochi luoghi che ancora ci curano dallo stress urbano.
ATTENZIONE QUESTE VIE FERRATE PRESENTANO PARETI VERTICALI CON DIFFICOLTA VARIABILE , CHE VANNO DA UN PASSAGGIO SEMPLICE ORIZZONTALE A SALITE DIFFICILI , IN OGNI CASO E OBBLIGO L’USO DEL CASCHETTO IMBRAGO E SET DA FERRATA E MEGLIO ANCHE I GUANTI .
Come Raggiungere
Si sale da Cortina verso il passo Falzarego, raggiunto il Col Gallina ovvero il Ristorante da Strobel 2060 m, in fondo il posteggio si nota il sentiero. Scendendo invece dal Passo Falzarego si raggiunge Strobel .
Descrizione
Imboccato il sentiero in fondo al posteggio del Ristorante Strobel, si sale fino a raggiungere la carrabile segnavia 423, che porta a sud verso il rifugio Di Bona , raggiunta una piccola radura dove si notano dei ruderi della prima guerra, si imbocca un sentierino poco visibile e segnalato che porterà all’attacco della via circa 30 minuti. La via non è impossibile ma molto esposta agli eventi climatici, e completamente al sole, i passaggi non sono difficili ma alcuni richiedono molta attenzione, dai primi scivolosi 10-15 metri, ad un passaggio chiave dopo un traverso molto semplice , le altre parti del percorso non presentano passaggi difficili , fatte di molti appigli e gradini permettono di procedere in maniera spedita con un panorama ineguagliabile su quel crinale roccioso che ti porterà in quota 2559, sul monte Col del Bos e sulla linea di trincea della guerra del 15-18, si tratta di una ferrata non proprio difficile ma non per principianti.
Il ritorno
Viene fatto attraverso un sentiero che porta in un canalini abbastanza detritico, fino a raggiungere il fon do dell’attacco della via stessa, oppure proseguendo per la forcella del Bos si potrà scendere dalla parte opposta , ricordo che il canalino detritico presenta diversi punti in cui bisogna prestare attenzione , e ricordo inoltre che la via stessa presenta poco dopo un passaggio complicato il rientro nel sentiero di discesa.