Tempo di percorrenza del sentiero: 1h30 Da Piazza delle saline : 2h00
Dislivello totale : 250 m Da Piazza delle saline 350 m
Quota massima raggiunta : 2061 m
Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000
Descrizione
Dopo essere salito ad Asiago si procede verso Gallio , da li si risale la valle verso Campomulo superato anche Campomuletto si mantiene la sinistra per Malga Fiara , poi si prosegue sempre su strada sterrata fino ad arrivare in piazza delle Saline , da li mantenendo la sinistra si può arrivare al posteggio situato poco sopra a Busa della Pesa. Oppure si può lasciare l’auto anche in piazza delle Saline . Voglio ricordare che il problema più serio e quello dell’avvicinamento con l’auto sopratutto per la lunghezza della strada sterrata da percorrere , e che non si può percorrere con auto ad assetto ribassato .Il sentiero 839 per salire su questo monte non presenta particolare difficoltà , ma un consiglio ve lo voglio dare , non siate frettolosi e soffermatevi a visitarlo con accuratezza , ammirate la grandezza di quelle opere belliche che hanno lasciato il segno in questo campo di battaglia , osservate con quanto sacrificio in quei tempi 1915-1918 sia stato curata la parte logistica di questo luogo , come del resto anche ce ne siano altri nello stesso percorso , ma visto la grandezza storica ed umana di questo monte ho voluto pubblicarlo come un post singolo approfondito , senza inserirlo nel sentiero 839 . Ricordo che passando davanti al monte Forno anche li si presenta con molte baraccamenti e postazioni in quota , una visita tempo permettendo sarebbe molto interessante .
Cenni storici
Monte Chiesa
Questo monte era di importanza cruciale e centro logistico del 17° Rgt di Fanteria Kronprinz Sloveno che lo hanno potentemente fortificato e reso inaccessibile , a causa della sua conformazione rocciosa non venne mai preso dagli italiani e faceva parte di quella linea denominata ” delle alture ” che partiva da Monte Mosciagh , Zebio , Colombara , Buse magre di Galmarara , Monte Forno , Monte Cucco di Pozze , Monte Campigoletti , fino a Monte Ortigara , ancora oggi si può vedere tutto il camminamento ben visibile . L’unica parte della Linea delle alture che fu conquistata dagli italiani il 19/6/17 dagli alpini della 52° divisione e stato il monte Ortigara ma venne perduta dopo 6 giorni .
Dopo l’arresto della Strafexpedition le truppe dell’esercito Austroungarico ripiegarono in posizioni verso il Monte Zebio e la Val D’Assa mentre i reparti del 17 rgt Kronprinz Sloveno crearono il sistema difensivo posto sul monte Chiesa e la relativa organizzazione delle linee di retrovia con baraccamenti , ricoveri sia fuori che in caverna di grandissima importanza come il Thurmau tunnel , ed e stato proprio per la realizzazione di queste opere , per la morfologia del terreno e la grandezza di questo monte che gli italiani non riuscirono mai ad attaccarlo . Fu creata anche la Otto strasse che attraverso la Karl strasse collegava il monte Chiesa con la Busa del cavallo e sopratutto con l’altra Base Logistica di Campo Gallina qui passava anche la teleferica che poi era diretta a monte Campigoletti .
Il Thurmau tunnel
L’imponente sistema di gallerie e postazioni creato ed a lui intitolato , al comandante del reggimento Coll. Hugo Ventour Von Thurmau che garanti una resistenza ed un controllo logistico di importanza vitale . La galleria e imponente sia per il collegamento tra le baracche , che per alcune postazioni con una cannoniera che puntava verso il coston dei Ponari e in direzione del Campanaro con la relativa camera di osservazione . Mentre presentava anche una galleria che portava in due postazioni da mitragliatrici ed un osservatorio blindato in cemento . Poi e stato dotato di una scala che porta ai camminamenti superiori , con trincee di prima linea che seguono il lato orientale del pendio .
Busa del Giasso
Si tratta di una conformazione rocciosa generata dalle caratteristiche morfologiche del terreno , un buco enorme in cui la presenza di ghiaccio perenne forniva un ottimo luogo di refrigerio ma sopratutto per poter conservare molto bene le derrate alimentari che avevano problemi di deperibilità creando così in magazzino naturale a riparo anche dai colpi del nemico in quanto la Busa e molto riparata , gli sloveni del 17° reggimento lo sfruttarono fino al tardo autunno del 1917 , vista anche la loro posizione logistica e di comando situata sulla dolina degli sloveni ed il comando di Rgt. di li poco lontano.
La dolina degli Sloveni
La dolina degli Sloveni come altri avamposti logistici , e un sistema di baraccamenti adibiti alle truppe fornite di ricoveri in baracche ed in roccia , fornite da tutti i servizi di cui hanno bisogno , la presenza di molti baraccamenti di questo monte ne testimonia la grandezza . Questa dolina a forma molto circolare con i baraccamenti posti sul lato rivolto al nemico perciò molto protetti era in grado di dare ricovero e rifornimento ad una compagnia . Era così chiamata perche la maggior parte dei soldati del Kronprinz dell’esercito austroungarico erano tutti reclutati dalla Slovenia . Fuori dalla baracca principale presenta una lapide in onore di chi ha combattuto cioè la 2° Compagnia da Campo dell’imperiale e Regio 17° Rgt di Fanteria Kronprinz scritta in sloveno (dedicato al monte Triglav la montagna “simbolo ” per i Sloveni ) :
In mezzo alle rocce , in cima ai monti . Il reggimento Kronprinz si incorona di gloria . Triglav , nostra casa , tu fonte di lacrime . Per te combatte tenacemente con devozione.
Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000
Descrizione
Per imboccare questo sentiero dopo essere salito ad Asiago si prosegue prima per Camporovere e poi si imbocca la strada che porta verso Trento passando da Lavarone , dopo essere usciti dall’abitato di Camporovere si incontra una stradina sterrata sulla destra che sale la Val Gamarara , si prende e si sale per circa 4-5 km una strada non in buone condizioni ma basta andare piano , e non avere la macchina bassa ; si incontra prima la Malga Galmaretta li si potrebbe mettere l’auto ma salendo più in su si arriva a malga Galmarara , si lascia l’auto finalmente e si parte a piedi io ho preso la sinistra dell’anello.
Più che sentiero si tratta di una carrareccia abbastanza larga ed e praticabile a tutti , il primo tratto e abbastanza monotono e varia da pascoli a zona boschiva che credo sia molto bella nel periodo di massima fioritura primaverile , ma per il resto e abbastanza noiosa fino ad arrivare nel crinale e sopratutto nella discesa fino alla Eugen Strasse nel bivio dei Monumenti , da li i panorami cambiano e ci si addentra in quella parte di percorso che e la zona di Campo Gallina di massima importanza per il periodo storico 1915-1918 essendo la base logistica della 6° Divisione Austroungarica comandata dal Gen. Arthur Von Mecenseffy li si possono notare tutte le costruzioni , ricoveri e quant’altro e di poter capire l’importanza di tale sito , si sale fino alla sommità di selletta Mecenseffy dove si nota una lapide riportante i fatti e sopratutto la teleferica di monte Pallone raggiungibile in 1h tra andata e ritorno , ma per cui e indispensabile un certo senso di orientamento per poterla trovare , si prosegue passando per la zona dove e stato ucciso il Gen. Arthur Von Mecenseffy per poi arrivare attraverso la Karl Strasse al famoso Bivio Italia , per poi attraverso un sentiero in mezzo alle mughe ed a pascoli ridiscendere al bivio di passo Galmarara
Cenni storici
Bivio Monumenti
Dopo la costruzione di questa strada la Eugen Strasse e la succesiva Karl Strasse e poi della Zoviello Strasse , questo bivio dei Monumenti divenne un punto nevralgico del sistema . La 6° divisione austroungarica che aveva approntato il sistema logistico qui e a Campo Gallina scavarono una imponente galleria adibita al deposito munizioni visto che qui terminava la teleferica 14 proveniente dalla Val D’Assa e la 13 per Campo Gallina .
Base Logistica Campo Gallina
La primavera del 1916 dopo la cosidetta spedizione punitiva , Strafexpedition questa base assunse un’importanza vitale per l’esercito austroungarico fu continuamente ampliata perche ebbe poi un ruolo fondamentale nella Battaglia dell’Ortigara del giugno 1917 . La base comprendeva un parco veicoli molto grande situato verso la zona Monumenti , un ospedale da Campo , numerose baracche e depositi , era servita da una teleferica che saliva dalla Val D’Assa , nella parte superiore c’era una Chiesetta e un approvvigionamento idrico , avevano le prese d’acqua che salivano dalla Val Renzola . Fu sede del comando della 6° divisione di fanteria Austroungarica affidato al Gen. Arthur Von Mecenseffy fino alla sua morte sul campo di battaglia . Campo Gallina era considerato un obiettivo di fondamentale importanza per gli italiani , che concentrarono il fuoco delle artiglierie ed aeree sulla base che costituiva il cuore della logistica austriaca . Gli austriaci dovettero a questa base il fatto di reggere la linea difensiva di Monte Colombara – Monte Forno – Monte Chiesa – Monte Ortigara.
Chiesetta di Campo Gallina
Fu costruita in legno dai soldati della 6° divisione , alla fine della guerra fu smontata e portata a Roana , per sostituire la Chiesa parrocchiale distrutta dall’artiglieria italiana nella guerra . L’altare originale e ancora conservato all’interno della chiesa di Roana
Lapide di Gen. Arthur Von Mecenseffy
Il Gen. Arthur Von Mecenseffy , cadde il 6 ottobre del 1917 a quota 2055 sulla Karl Strasse poco lontano dal bivio Italia mentre stava rientrando in auto da una ispezione del fronte ferito mortalmente da una granata italiana che centrò in pieno la sua auto .
Comando 6° Divisione
Fu costruita nella parte alta di Campo Gallina sopra la Chiesetta un complesso sistema in quota per i comandi logistici ed tattici sia della 6° divisione di Fanteria che della 6° Brigata di Artiglieria Campale . Dal Giugno del 1916 fino all’autunno del 1917 la divisione comprendeva : 12° Brigata composta dal 20°e il 7° Feldjager ed il 17° Reggimento Kronprinz , e la 11° Brigata composta dal 27° Reggimento Konig der belgier ed il 2° Reggimento Bosno-erzegovese , dopo aver partecipato alla Battaglia dell’Ortigara la divisione partecipo ad altre battaglie sulle Melette di Gallio , poi fu ritirata dal fronte per le troppe perdite subite .
Teleferica di Monte Pallone
A quota 2160 avveniva lo smistamento delle teleferiche che salivano sopratutto dalla Valsugana , la più importante e nevralgica era quella che saliva al monte Pallone e che attraversava in cresta attraverso una galleria lunga circa una 40 di metri , ancora in buone condizioni e che permetteva di attraversare il monte portando del materiale verso l’ Ortigara , nella Busa delle Contese . Trovarla non è proprio semplice ma basta un po di orientamento e una cartina .
Cartografia : CAI Altopiano dei Sette Comuni 1:25000
Descrizione
Ci sono due vie per salire questo sentiero ed al Forte Campolongo , si può salire da Cogollo del Cengio passando per Tresche conca e proseguire fino ad Albaredo per poi imboccare la Val Martello , ovvero la via che porta a l’istituto Elioterapico di Mezzaselva . Oppure salire da Pedescala passando per Castelletto e superato l’abitato di Rotzo salire per la Val Martello , ovvero la via che porta a l’istituto Elioterapico di Mezzaselva .Superato il bivio con l’istituto , si prosegue fino ad arrivare in Spiazzo Garibaldi dove inizia il sentiero 810 . Io sono partito dallo spiazzo Garibaldi e credo sia la cosa più bella da fare (ma si può anche salire e scendere dal Rifugio Campolongo se si vuole fare meno fatica in circa 1h20 ), si sale in un sottobosco unico nel suo genere con una flora e una fauna che vi farà compagnia per tutto il viaggio , la salita e praticabile a tutti ed arrivati sul crinale la visione appaga qualsiasi sforzo , sempre tempo permettendo ci si può fermare ed ammirare il panorama che varia dalla spaziosità della Val D’astico , allo Spitz di Tonezza , al Cimone , il Forte Campomolon per poi ammirare sullo sfondo il Pasubio e le Piccole dolomiti , si continua a salire su questo sentiero diventato ormai carrareccia fino ad arrivare sul Forte Campolongo , DA VISITARE perdendo il tempo che ci vuole visto la maestosita dell’opera , e quella del suo recupero , ammirando ancora di piu il suo omonimo Forte Verena . Poi la discesa verso il rifugio Campolongo anch’essa molto bella in un sottobosco incantato per passare nella Caverna del Sieson , una voragine carsica profonda 96 metri , per poi continuare in un percorso pianeggiante fino al pascolo prativo del Rifugio Campolongo , poi scendendo a fianco della strada si raggiunge lo Spiazzo Garibaldi
Ci sono due vie per salire al Forte Campolongo , si può salire da Cogollo del Cengio passando per Tresche conca e proseguire fino ad Albaredo per poi imboccare la Val Martello , ovvero la via che porta a l’istituto Elioterapico di Mezzaselva . Oppure salire da Pedescala passando per Castelletto e superato l’abitato di Rotzo salire per la Val Martello , ovvero la via che porta a l’istituto Elioterapico di Mezzaselva .Superato il bivio con l’istituto , si prosegue fino ad arrivare in Spiazzo Garibaldi dove inizia il sentiero 810 circa 1h15, per chi invece vuole farla più corta può salire fino al Rifugio Campolongo e salire dal sentiero 810 circa 45 minuti . Si può anche compiere tutto il giro ad anello di circa 2h10 , poi dipende da quanto ci si ferma al Forte , che merita di essere visitato bene.
Cenni storici
Il forte Campolongo e stato costruito negli anni tra il 1908-1912 , su un costone roccioso dominante la sottostante Val D’Astico a quota 1720 , una costruzione molto simile a quelle del Forte Verena ed erano considerate le migliori opere fortificate della linea Italiana . L’opera blindata ormai totalmente ricostruita si rivela molto interessante e strategicamente molto ben riparata , e si possono osservare ancora integre ed in parte ricostruite le cupole di alloggiamento dei pezzi , le cisterne di acqua potabile la galleria di collegamento con gli alloggi , le varie polveriere posizionate nella parte che guarda verso la val D’Astico per essere più riparate .
Il forte presentava delle difese naturali a a sud e Ovest mentre a nord ed Est con il muro di cinta ed il fossato di gola , presentava edifici sia fuori che dentro le mura , era costruito su pui piani nel blocco batterie , con sotto posizionati gli alloggi e le polveriere , la struttura poteva sembrare poco robusta viste le tecniche di costruzione del periodo ma numerosi esami e emerso che l’edificio presenta dei particolari tecnologici come le condutture di rame di collegamento tra osservatorio e batterie , i sistemi di ventilazione per i gas di scoppio , ed anche un sistema a carboni attivi per purificare l’acqua piovana.
Il forte oltre ad essere dotato delle 4 mitragliatrici per la difesa ravvicinata , aveva 4 moderni cannoni da 149 in acciaio in cupole corazzate girevoli da 18 cm di spessore , il suo periodo di attività fu lo stesso del forte Verena e le sue cupole orientate contro il forte Campo Luserna , la Viaz e la Oberwiesen non che sulla Val D’Astico sia con i 4 cannoni da 149A , da 4 vecchi cannoni ad affusto rigido da 75 mm che con Obici da 280 mm schierati nelle vicinanze del forte . Il forte fu battuto da diverse posizioni che con la Strafexpedition sopratutto dalla dorsale di Costa Alta dove un Mortaio da 305 mm austroungarico lo danneggiò notevolmente nel luglio del 1915 lo stesso mortaio che colpì anche altri nosti forti . Inoltre fu preso di mira anche dal famoso Mortaio Skoda da 381 mm conosciuto come Barbara , appostato sulla zona di Millegrobbe nell’altipiano di Lavarone . Comunque i danni più grossi li fece il 305 mm e un 420 mm appostato a Malga Laghetto che aveva l’ordine di tirare sulle linee nemiche per proteggere l’avanzata. Il Campolongo risulto molto danneggiato ma senza subire perdite umane , venne sgomberato dalla guarnigione che riusci anche a mettere in salvo i restanti tre obici superstiti.
Dopo aver preso la strada per arrivare a Schio , sia che si venga dall’autostrada o da qualsiasi altra strada normale si prende per Valli del Pasubio giunti sulla periferia di Schio ovvero il località Poleo si imbocca sulla destra la strada che porta verso Santa Caterina di Tretto , dopo aver superato l’abitato si prosegue fino a contrada Rossi , dove si nota sulla sinistra una carrareccia in mezzo alle case , da li attraverso una strada prima asfaltata e poi sterrata ma in buone condizioni si sale fino alla Busa del Novegno .
Se invece si sale dalla zona di Santorso si prosegue salendo verso Bosco di Tretto e San Ulderico , per poi proseguire verso località Cerbaro e poi giungere a contrada Rossi , e poi a destra imboccando la carrareccia che sale fino in Busa del Novegno
Ci sono inoltre vari sentieri per chi invece volesse salire a piedi , gia documentati in altri post vi riporto i loro numeri 401-411-422-433-435-444-455
Scrivere qualcosa sul monte Novegno può sembrare a tutti cosa facile , ma non lo è , l’importanza strategica che assunse nel periodo della strafexpedition lo rese di una importanza vitale per la conquista della pianura veneta da parte del nemico , la potenza di fuoco nemico che il monte subì la si può vedere ancora ora , ma è solo salendo che si può notare l’effettiva importanza dello stesso . In fondo al mio post ci sono le foto delle Postazioni del Vacarezze , di Cima alta e del Monte Priaforà.
Il monte presenta lineamenti gentili e molto belli i sui pascoli sono di un verde unico che si confonde con le buche scavate dalle marmotte ed il terreno in alcune parti roccioso quasi carsico e altro prativo adibito a pascolo , la sua altitudine non è altissima , ma la Busa del Novegno rimane sempre nel cuore di chi ci sale , provate , saliteci con un pensiero solo , quello di chi e consapevole di varcare in un luogo in cui tanto sangue si e versato . Molti trinceramenti , postazioni di mitragliatrici , e piccoli medi calibri sono state recuperate con pazienza certosina …io non mi stancherò mai di sottolinearlo ….PER NON DIMENTICARE
Cenni storici
Normalmente faccio un riassunto di quello che c’è nei libri , ma in questo caso riporto tal quale il riassunto di Bepi Magrin , fatto nel libro di Pino Marchi …Non toccarono il verde piano .
La battaglia
Tra il31 maggio ed il 25 giugno del 1916 la Cima Alta era il cuore della difesa del Novegno. Dalla baracca comando lassù installata, il generale Carlo Petitti di Roreto comandante della 35/\ Divisione che succedeva al generale De Chaurand, destinato ad altro incarico, ed il suo Capo di S.M. Colonnello Garbasso dirigeva le operazioni incurante dell’infierire del bombardamento. L’11/\ Armata dell’Arciduca Eugenio, che aveva il compito di attaccare il Novegno, aveva per farlo, disponibilità di 264 bocche da fuoco, schierate contro le 55, antiquate degli italiani. Il fuoco concentrato di 26 pezzi di grosso calibro, 60 di medio e 178 di piccolo provoca sul monte un uragano mai visto prima. Si contrappongono dopo l’azione delle artiglierie 52 battaglioni di attaccanti (più 20 di riserva) a 12 battaglioni della 35/\ Divisione più 4 Battaglioni Alpini. La sproporzione delle forze è del tutto evidente. Si combatterà qui la battaglia più importante dal punto di vista dell’impiego di forze, della intera operazione offensiva di primavera. Il settore di maggior interesse nel quale si giocarono le sorti della battaglia del Novegno è compreso tra il Monte Vaccarezze e il monte Brazome. Le difese passive costruite dagli italiani in quel periodo erano ancora molto approssimative. Trincee superficiali e, scarse o mancanti cortine di filo spinato, pressoché totale assenza di ripari in caverna caratterizzavano la linea di difesa. Lo schieramento dei difensori poi, in particolare delle truppe del 69° Fanteria e del battaglione alpini Monte Matajur saliti dal Roccolo a sud di Santorso dove erano accampati, per riposarsi dopo precedenti e pesanti impegni che avevano decimato i reparti, era avvenuto solo la notte prima della battaglia. Il comando di Divisione aveva affidato al colonnello Luigi Bongiovanni comandante della brigata Ancona, la direzione delle operazioni. Gli ordini erano quelli di mantenere le posizioni muovendo nel contempo grosse pattuglie di alpini specialmente verso il Priaforà -già in possesso degli imperiali- allo scopo di ottenere informazioni sulle intenzioni avversarie. Verso le 6,30 del mattino del 12 giugno, iniziava un violentissimo bombardamento contro le trincee del Novegno, del Giove e del Passo di Campedello, venendo contemporaneamente pure battute le retrovie nella Busa del Novegno. Tutte le batterie disponibili ed in particolare i medi calibri dislocati in zona, risposero al fuoco con tiri di controbatteria. Apparve chiaro ai comandi italiani che le truppe difficilmente avrebbero potuto resistere quasi prive di ripari sotto una simile azione di sterminio. Verso le 8,40 giungevano già al comando del 69° fanteria (Colonnello Erasmo Pegazzani) le notizie di pattuglie nemiche che si accostavano alle prime linee. Le perdite italiane dovute al bombardamento, erano già molto rilevanti, ma le pattuglie nemiche venivano respinte. La completa distruzione delle linee telefoniche di collegamento stese tra il Comando ed i reparti, accecava questi ultimi rispetto a ciò che avveniva sulla montagna, sicché si dovettero inviare degli ufficiali osservatori per raccogliere notizie su quel che avveniva, in particolare sul Giove che si sapeva essere letteralmente sconvolto nelle sue difese dal pesantissimo bombardamento. Incaricato del compito fu il capitano Annibale Bergonzoli che, verificata la situazione, poté riferire al comando del 69° che le truppe, pur nuove al fuoco, nonostante le gravissime perdite subite, resistevano mantenendo la calma e preparandosi a contrastare l’imminente impatto delle fanterie. Alle Il,10, dopo quattro ore di fuoco ininterrotto, l’artiglieria allunga il tiro, e grossi pattuglioni di Kaiserjaeger del 1° e 2° btg/4° rgt., preceduti da nudei di mitraglieri, tentano l’assalto alle prime linee italiane. Essi avanzavano in formazioni dense, quasi in assetto di marcia, convinti che il fuoco terrificante della artiglieria avesse del tutto neutralizzato le difese. Affluiscono allora sulla linea tre compagnie italiane di riserva mentre si richiedono cartucce per organizzare al resistenza. I primi attaccanti vengono falciati dal fuoco di fanti ed alpini balzati fuori dalle trincee sconvolte. Sul Giove, nella strenua resistenza cade mortalmente ferito il maggiore Dante Posani che prima di morire chiede ai suoi uomini: “Giuratemi di resistere fino alla morte … l” Sarà obbedito l. Intanto il comando della brigata Ancona, fa avanzare il I° battaglione del 70° fanteria verso Cima Alta per rispondere a probabili nuovi attacchi e nel contempo rifornire i difensori di cartucce. La difesa del passo di Campedello, probabile direttiva principale di un nuovo attacco, viene affidata al colonnello Sapienza, comandante del IVO Gruppo alpino. Il generale Petitti di Roreto su richiesta del comandante della brigata Ancona, sospende il cambio previsto per la notte a venire, dei due battaglioni che presidiano i monti Cogolo e Caliano. Alle 13,30, tre compagnie del 1°170 fanteria giungono di rinforzo sul Giove, sul Cimetta e sul Busa si costituisce la riserva con il 2°170 e la compagnia comando, infine anche la 4/\ compagnia del 1° btg, che aveva provveduto al trasporto delle munizioni, resta di rincalzo sul Giove. Sul Giove di nuovo si abbatteva il bombardamento mentre dai Colletti di Velo e da Santorso, affluivano altre truppe di rincalzo del 209° fanteria. L’intensità del tiro si attenuò solo verso le 18,30 si poterono allora constatare l’entità delle perdite e gli effetti distruttivi del bombardamento. Due mitragliatrici erano state rese inservibili, ma anche una settantina di cadaveri nemici giacevano davanti alle posizioni verso il Priaforà. Intanto si erano presentati alle linee italiane due disertori austriaci: Joseph Obatel classe 1897 e Karl Hollander classe 1896 della 8/\/4° K.J. Da essi si apprendeva che di fronte tra il Brazome e il Giove vi erano il 1° e il 4° K.J. mentre più in basso verso Arsiero, erano pronti il 14° e il51 ° reggimento di fanteria. Nelle trincee i superstiti pativano fortemente la sete e la fame ed erano quasi privi di cartucce, allora dai comandi si diede ordine di provvedere e ricostituire nottetempo i depositi presso la linea riparando per quanto possibile i guasti prodotti dal bombardamento. Nella notte, mentre si provvede ai lavori più urgenti ed allo sgombero dei feriti il battaglione alpini Clapier, viene sostituito dal val Natisone. Al Cerbaro, iReali Carabinieri fermano tre soldati: Antonio Martini, Giuseppe Colapietro e Alfonso Assaloni del 69° reggimento ftr. I tre vengono ricondotti in Busa Novegno, dove accertata la loro colpevolezza, il comandante della Divisione ordina che i tre vengano fucilati per codardia di fronte al nemico. La fucilazione avviene alle 6,00 del 13 giugno ad opera degli stessi carabinieri. Alle 7,50 riprende il bombardamento sul Giove e sul Novegno, Alle 9,00 il comando della Divisione invia il proprio Capo di Stato Maggiore al Comando del ve Corpo d’Armata perché faccia presente la situazione e le gravissime perdite subite. In quel momento la situazione si presenta gravissima, interi reparti sono privi dei propri ufficiali e anche le batterie del gruppo Zardo, schierate in linea con le fanterie, avevano perduto in poco tempo: Comandante, Aiutante maggiore, 5 ufficiali e 12 serventi ai pezzi. Sul Brazome perde la vita intorno alle ore 9 del giorno 13 anche il capitano scledense Tito Caporali del Btg. Alpini Val Natisone, che cade colpito da una scheggia. Gli verrà concessa una medaglia di bronzo alla memoria. Da Cima Alta si ordina al r btg/70e ftr. di serrare sotto la prima linea, ma poi si sospende l’esecuzione dell’ ordine per evitare la decimazione dei reparti prima ancora che possano giungere in linea. Si predispone intanto una seconda linea di difesa attestata sulle alture dei monti Busa e Cimetta già occupati da batterie di artiglieria. Vi affluiscono il r batt./70e ftr., la 71/\ Batteria da montagna e dall’ ala sinistra vi giungono anche due compagnie del 63e ftr. provenienti da malga Pianeti. La pressoché totale mancanza di collegamenti impone al comando di inviare un ufficiale per accertarsi della situazione. Molti reparti risultano privi di ufficiali ed alcuni accennano a ritirarsi verso Busa Novegno. Sul Giove si resiste a nuovi attacchi che si svolgono tra le 10 e le 14 del giorno 13 ad opera del 3/\ e 4/\ Rgt. K.J. Fanti ed alpini superstiti dei bombardamenti reagiscono con lancio di bombe a mano, di sassi e ove è necessario in corpo a corpo usando le baionette a mò di pugnali. In questo frangente cade lottando il capitano Sergio Biffoli comandante della 7/\ Cp/69 ftr. E la linea non cede. Dal piano giungono a Cerbaro altre truppe messe a disposizione dal 37/\ ftr. e dalla Brigata Ravenna. Occorrerà ritirare il IVe Gruppo Alpino e riordinarlo a Torrebelvicino date le perdite gravissime subite. Sul Monte Giove, giungono dalle spalle, per errate valutazioni del tiro, i colpi da 149 mm del Forte Enna. Sul posto il comandante ordina che si cessi il fuoco anche da parte dei pezzi da 210 di Santa Caterina e degli obici campali postati a Sant’Ulderico. Questo aggravava la situazione italiana sul monte per il mancato concorso degli unici pezzi a tiro curvo disponibili e per le perdite di uomini e materiali determinate dallo stesso tiro italiano, nonché per l’effetto morale particolarmente negativo che subivano le truppe schierate a difesa. Intanto dalla cima più alta del Novegno (Monte Rione o Rivon) dove era dislocata una batteria in barbetta da 149, uno dei cannoni presenti era stato smontato da colpi avversari prima ancora che la 35/\ Divisione giungesse sul Novegno. L’altro pezzo continuava a sparare nonostante il tiro molto intenso di controbatteria. Per il surriscaldamento della volata, l’unico pezzo ancora efficiente ad un certo punto scoppiò. La notizia fu riferita al comando da un artigliere originario di Torrebelvicino tale Riccardo Bortoloso, allora il Generale Petitti di Roreto, dispose che nonostante il danno, il cannone continuasse a sparare sia pure a salve. In tal modo, la controbatteria imperiale, continuò a concentrarsi sull’obiettivo, risparmiando ulteriori danni alle truppe già in linea. Solo verso le 19 il fuoco nemico accennò a diminuire di intensità fino a cessare del tutto col sopravvenire della oscurità notturna. La spinta maggiore contro il monte Giove e il Novegno, cui gli imperiali attribuivano grande importanza per l’esito complessivo della battaglia, si era esaurita. Nei giorni che seguirono ritornò gradualmente la quiete sulla montagna sconvolta dai bombardamenti e disseminata di cadaveri per ogni dove. Sul Novegno costato ai difensori perdite ingentissime con 704 morti, e circa 2200 feriti si continuò la lotta fino al 16 giugno, poi gli imperiali, costretti a ritirarsi in posizioni più adatte allo stazionamento e alla difesa, abbandonarono per sempre la montagna e non vi poterono più metter piede. Il generale Dankl, comandante dell’ Armata del Trentino fu esonerato dal comando, al comandante della 35/\ Divisione generale Carlo Petitti di Roreto fu conferita la Commenda dell’Ordine Militare dei Savoia per aver fermamente diretto la difesa, resistendo sulle posizioni assegnate e infliggendo al nemico ingenti perdite.
Bepi Magrin
Fonte : Non toccarono il verde piano di Pino Marchi edizioni Edelweiss ( ormai introvabile )
Vorrei dire solo due parole su questo mio post , andateci solo per vedere dove può arrivare la stupidità e la presunzione dell’uomo che con il potere dei soldi vorrebbe trasformare la natura e plasmarla a suo piacere , finche non torneremo a scoprire gli antichi valori della vita tutto questo progresso sarà inutile , perchè verrà sempre male utilizzato .
Ci ho messo 30 anni per salire su questo luogo , alla fine ci sono riuscito , sono andato da Longarone fino a Casso e poi ad Erto .
9 ottobre 1983 ” Triste giornata tra gente meravigliosa …la sciagura è una cosa che dobbiamo sempre tenere presente per il domani .
Voglio segnalare anche lo spazio fotografico allestito al cimitero delle vittime del Vajont , nel piccolo paese di Fortogna situato a dopo Longarone verso Belluno , li oltre alle 1917 vittime , si possono vedere esposte al pubblico in orari di apertura una serie di fotografie e oggetti raccolti dopo la tragedia .
Vajont 9 ottobre 1963 ore 22.45
“Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua e traboccata sulla tovaglia . tutto qui .Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso grande come una montagna e di sotto , sulla tovaglia , stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi ” Dino Buzzati Il corriere della sera venerdi 11 ottobre 1963
Il Coraggio di Tina Merlin sul disastro del Vajont
La Merlin, staffetta partigiana, conosceva ogni angolo dei paesi di Erto, Casso e Longarone e aveva percorso mille volte i boschi intorno al Monte Toc, dove doveva essere costruita la grande diga. Aveva parlato e parlato ancora con tutti gli abitanti che si opponevano alla costruzione della diga perché tutto il terreno di quelle zone era friabile e pericoloso, ma la SADE non voleva ascoltare niente e nessuno. Prima di tutto il profitto, poi la popolazione . La Merlin venne addirittura denunciata per diffamazione dalla SADE, ma i giudici l’assolsero dopo la testimonianza degli abitanti di Erto e Casso. Lei continuò ad andare avanti e i parlamentari della zona presentarono tutta una serie di interpellanze in Parlamento, ma non successe niente. La SADE era più forte di ogni altro potere e la diga fu costruita nonostante le prime frane e le grandi spaccature nel terreno. Poi il 9 ottobre del 1963 la tragedia con il precipitare del Monte Toc nell’invaso della diga. Arrivarono giornalisti da tutta Italia e dall’Europa, ma i pochi superstiti di Longarone, di Erto e Casso, impedirono loro di avvicinarsi ai pochi sassi che restavano dei paesi. Come racconteranno poi Indro Montanelli ed Enzo Biagi solo Tina Merlin, la nemica della SADE, poté passare. Gli uomini, davanti a lei, si toglievano il cappello e le donne l’abbracciavano piangendo.
Erto e Casso
L’esistenza di Erto è documentata da resti di età romana risalente all’VIII secolo, mentre l’origine di Casso, più recente, è attestata nel secoloXI. Tra i due abitati permangono anche notevoli differenze linguistiche: a Erto si parla un dialetto intermedio dolomitico e il friulano , mentre a Casso un dialetto Veneto bellunese. Anche dal punto di vista ecclesiastico i due abitati sono separati: Erto fa parte della diocesi di Pordenone, mentre Casso è in diocesi di Belluno
Casso non è parrocchia propria, infatti rientra in quella di Santa Maria Immacolata in Longarone .
Alla fine degli 50 la comunità era profondamente legata all’economia agricola tradizionale, integrata con il piccolo commercio ambulante. A cavallo tra gli anni ’50 e ’60, la SADE realizzò il progetto di utilizzo della Valle del Vajont come bacino artificiale . Venne, quindi, innalzata nella forra del Colombèr una diga a doppia curvatura di 265 metri di altezza. Nel 1960, in occasione dell’inizio del primo invaso di collaudo, si verificarono due frane: di conseguenza, venne disposto il monitoraggio del versante instabile, dell’estensione di 200 ettari. Il serbatoio venne nuovamente collaudato effettuando un secondo riempimento nel 1962 e un terzo nell’anno successivo. Nonostante l’imminenza della frana non vennero adottate misure adeguate di protezione degli abitati.
La notte del 9 ottobre 1963 , dal vicino Monte Toc, situato di fronte alle frazioni di Erto e Casso, si staccò una parte della montagna che finì nel sottostante bacino idrico delimitato dalla Diga del Vajont. Le onde che ne scaturirono distrussero completamente le borgate di Fraseign, Spesse, Pineda, Prada, Marzana e San Martino e parte dei due capoluoghi. Questo tragico episodio, le cui vittime a Erto e Casso furono 347, è noto come disastro del Vajont .
La vicenda, che causò circa duemila morti per il conseguente allagamento della valle di Longarone.
Il comune, per la sua architettura peculiare, è stato dichiarato nel 1976 monumento nazionale e, pertanto, vincolato con la Legge 1089/39.
Negli ultimi anni, da un accordo con l’istituto nazionale della Montagna, si sta anche sviluppando il progetto “EcoMuseo Vajont: continuità di vita”, ideato per sostenere lo sviluppo del territorio e valorizzare il centro storico.
Medaglia d’Oro Per Meriti Civili
«In occasione dell’immane disastro abbattutosi sul suo territorio, nel quale numerose persone, perdevano la vita e molti fabbricati andavano distrutti, la forte popolazione di Erto-Casso, prodigandosi nell’opera di soccorso dei superstiti e di recupero delle salme, dava fulgida testimonianza, tra l’unanime ammirazione del Paese, di mirabile fermezza d’animo e di preclare virtù civiche.» Disastro del Vajont, ottobre 1963
Dopo essere arrivati a Longarone si prende sulla destra per salire ad Erto e Casso , superato il ponte si procede a sinistra per Codissago e si inizia a salire per una strada larga tutta a tornanti che riprende quota in fretta , arrivati al sesto tornante si nota una stradina sulla destra che porta ad un posteggio , dove e presente anche la galleria chiusa di proprietà dell’ Enel , li si può mettere l’auto e sulla destra compare il Cartellone schematico della via Ferrata , con tutti i consigli utili sui materiali , tempi , pendenze e grado di difficoltà . La ferrata e molto bella e richiede un impegno fisico discreto , la vista del vuoto sotto permane fino alla fine della stessa tranne che in alcuni passaggi orizzontale , rimane comunque una via di un certo impegno . Giunti alla fine della via non resta che scendere fino alla diga e alla chiesetta per poter vedere , come sia chiara e lampante la stupidità dell’uomo . Per la discesa e rientrare all’auto si scende per il sentiero di Sant’Antonio , appena si arriva nella strada asfaltata proseguire per la stessa fino al tornante successivo in circa 1 h di tempo , eventualmente si potrebbe scendere anche dal semaforo delle gallerie ma e tutta strada asfaltata e trafficata , li ci si impiega circa 45 minuti .
Vajont 9 ottobre 1963 ore 22.45
“Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua e traboccata sulla tovaglia . tutto qui .Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso grande come una montagna e di sotto , sulla tovaglia , stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi ” Dino Buzzati Il corriere della sera venerdi 11 ottobre 1963
9 ottobre 1983
” Triste giornata tra gente meravigliosa …la sciagura è una cosa che dobbiamo sempre tenere presente per il domani .”Sandro Pertini
Testimonianza per non dimenticare
Micaela Coletti aveva 12 anni e abitava con la famiglia a Longarone. Ha perso tutti i propri cari. “Il rumore per me assomigliava a quello di un mostro che stava arrivando – prosegue -. Poi il letto si è piegato in due, con me dentro, e ha preso una velocità terrificante. Sembrava che sotto il letto ci fosse un buco enorme, qualcosa che mi prendeva le mani e tirava giù. Le ho portate sul volto, istintivamente, e questo mi ha salvata, perché ho potuto respirare”. “Da casa mia – continua – ho fatto un volo di 350 metri in linea d’aria. Ero sottoterra, fuori solo con un piede e una mano. Ore dopo qualcuno vide la mano che si muoveva, arrivarono i soccorritori che mi tirarono fuori. ‘Venite, abbiamo trovato un’altra vecchia’ dicevano tra loro. Ma come, ho pensato io, se ho solo 12 anni…”. Piermarco Tovanella nel ’63 aveva 30 anni. Al volante della sua ‘Giulietta’ ultimo modello aveva accompagnato una cugina al cinema a Belluno. Il segnale del disastro – racconta – fu la luce che d’un tratto venne meno in tutta la città. A Longarone aveva i genitori e i fratelli. Forzò anche il posto di blocco dei carabinieri a Ponte nelle Alpi per raggiungere casa. Ma dovette fermarsi.
Il Coraggio di Tina Merlin sul disastro del Vajont
La Merlin, staffetta partigiana, conosceva ogni angolo dei paesi di Erto, Casso e Longarone e aveva percorso mille volte i boschi intorno al Monte Toc, dove doveva essere costruita la grande diga. Aveva parlato e parlato ancora con tutti gli abitanti che si opponevano alla costruzione della diga perché tutto il terreno di quelle zone era friabile e pericoloso, ma la SADE non voleva ascoltare niente e nessuno. Prima di tutto il profitto, poi la popolazione . La Merlin venne addirittura denunciata per diffamazione dalla SADE, ma i giudici l’assolsero dopo la testimonianza degli abitanti di Erto e Casso. Lei continuò ad andare avanti e i parlamentari della zona presentarono tutta una serie di interpellanze in Parlamento, ma non successe niente. La SADE era più forte di ogni altro potere e la diga fu costruita nonostante le prime frane e le grandi spaccature nel terreno. Poi il 9 ottobre del 1963 la tragedia con il precipitare del Monte Toc nell’invaso della diga. Arrivarono giornalisti da tutta Italia e dall’Europa, ma i pochi superstiti di Longarone, di Erto e Casso, impedirono loro di avvicinarsi ai pochi sassi che restavano dei paesi. Come racconteranno poi Indro Montanelli ed Enzo Biagi solo Tina Merlin, la nemica della SADE, poté passare. Gli uomini, davanti a lei, si toglievano il cappello e le donne l’abbracciavano piangendo.
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata: 3h20
Dislivello totale : 653 m
Quota massima raggiunta : 1835 m
Si sale in auto fino ad Arsiero e si prosegue verso Posina , si prosegue dritti fino a salire nel passo della Borcola dove inizia la val Terragnolo che porta a Rovereto da li si prosegue a piedi salendo il segnavia 124 . Il sentiero sale in prima parte abbastanza ripido in un sottobosco molto bello e tenuto abbastanza bene , per poi passare nella vecchia cava della Borcola ed uscire dal bosco nella zona della Borcoletta , da li si prosegue passando sui roccioni del Coston dei Laghi per poi arrivare sul mote maggio dove se il tempo atmosferico lo permettera si potrà ammirare un panorama molto interessante a 360 gradi , da li proseguendo per la strada sterrata a destra si continua fino ad entrare in una radura che poi porterà direttamente a Passo Coè ricordo che nell’altipiano di Passo Coè si può visitare sia la Base Tuono testimone della guerra fredda e la tristemente famosa Malga Zonta per l’eccidio ed i fatti dei partigiani nel 1945 , c’è anche il laghetto artificiale adibito per la neve nel periodo invernale .
Un altro itinerario quello che io ho tratteggiato porta a passo Coè ma aggirando il monte Maronia e il Cengio Rosso fino ad arrivare sulla strada asfaltata che da fondo Piccolo porta a Passo Coè , per poi proseguire sempre con il segnavia 124 fino a rifugio Camini e poi salire sulle piste da sci di Folgaria fino ad arrivare al Forte Sommo Alto proseguendo a destra , e poi continuando a salire sulle piste da sci si sale sul Plaut e si scende fino a Passo Coè . Questo e molto bello perche dopo il monte Maggio prosegue a sinistra per una mulattiera che costeggia la val Terragnolo fino ad arrivare ad incrociare il 136 che porta al Forte Dos delle Somme e poi a Serrada.
Mentre se si scende a sinistra si passa sul rifugio Stella d’Italia e poi si scende fino a Francolini cioè si arriva fino in Folgaria , sempre con il segnavia 124 e nelle vicinanze delle piste da sci .
Una cosa importante che devo segnalare , il sentiero 124 parte da Carbonare ed arriva fino al Passo della Borcola , in quanto fa parte del sentiero E5 , io ritengo più opportuno documentarlo in 2 parti visto che per chi lo sale farlo tutto intero possa risultare complesso a livello logistico .
Il forte sommo alto e raggiungibile a piedi da Folgaria , partendo da Francolini salendo verso il rifugio Stella d’italia e proseguendo per le piste . Ma lo si può raggiungere anche da Passo Coè sia per le piste da sci attraverso la Plaut , che sulla strada asfaltata che porta al rifugio Camini seguendo il segnavia 124.Esiste anche la possibilità di salire da Malga Val Orsara e l’omonima valle .
Cenni storici
E un opera di modesta costruzione se viene confrontato con il Forte Cherle oppure con il Doss delle somme , che sono di dimensioni molto più notevoli , ma risulta un’opera molto ben conservata e in posizione abbastanza strategica permette una buona visuale di collegamento tra i forti , e sorveglia il pianoro di Malga Melegna e controllava il Passo Coè . Fu costruito tra il 1911 e 1914 con una copertura dello spessore iniziale calcolato di 2.15 metri poi portato a 2.80 nella fase di costruzione , dopo i primi bombardamenti fu aumentato lo spessore nelle zone piu soggette ai colpi avversari fino ad arrivare a 3.50 metri , era composto da tre piani , uno totalmente interrato , aveva due cupole girevoli dotate di cannoni da 105 mm ed un’osservatorio
2 obici da 105 mm,mod. 09 in cupole girevoli in acciaio, spesse 25 cm
18 mitragliatrici modello 07/12, di cui 14 in corazza fissa.
, non presentava il solito classico fossato frontale , si presentava più come un piccolo campo fortificato . Davanti era dotato di tre casematte blindate con mitragliatrici , presentava inoltre 4 postazioni avanzate 2 sul lato est e 2 sul lato sud , collegate alla casamatta principale da lunghe gallerie sotterranee di circa 170-180 m tuttora percorribili e perfettamente ripulite . Nel maggio del 1916 nel bombardamento del Monte Maronia e del Costa D’agra con lo scopo di copertura delle Fanterie e preparazione del terreno da attaccare , che prima di questo periodo restava molto lontano dal Forte. Per dare energia al forte erano montate due dinamo elettrogene ed era dotato di due cisterne d’acqua di 380 hl per avere un approvvigionamento idrico in un terreno privo di sorgenti naturali
Tempo di percorrenza del sentiero solo andata : 2h30
Dislivello totale : 703 m
Quota massima raggiunta : 1938 m
Questo sentiero o meglio definito come carrabile , parte da bocchetta Campiglia e sale la parte opposta delle gallerie , e poco considerato sotto il profilo del salire , ma viene utilizzato dopo aver fatto le gallerie per scendere al posteggio evitando così la discesa per le gallerie . Mentre era molto più importante nel periodo della guerra del 1915-1918 . Anche se devo dire che per salire ora in auto al rifugio Papa senza andare al Pian delle Fugazze (per i mezzi autorizzati ) risulti la via più sbrigativa .
Cenni storici
La strada degli Scarubbi e stata costruita per poter salire da Colle Xomo , passando per bocchetta Campiglia fino ad arrivare alle porte del Pasubio , presente circa 1000 metri di dislivello in circa 10 km , dapprima era una semplice mulattiera costruita dagli alpini poco prima della guerra . Il 25 di maggio del 1915 con l’inizio delle ostilità fu percorsa dagli alpini della 259° compagnia del battaglioval Leogra e dal Battaglione Vicenza occupando il Pasubio , successivamente fu allargata dal Genio per poter fornire approvvigionamenti e munizioni , la percorrero anche in piena Strafexpedition i fanti del 3°battaglione del 218° Reggimento della Brigata Volturno , allo scopo di fermare l’avanzata dei reparti austriaci sul dente Austriaco . Inizialmente era l’unica via d’accesso al Pasubio anche se il transito più di qualche volta doveva venire di notte con numerosi problemi per i trasporti e le persone , a causa della presenza di artiglierie austroungariche nella dorsale della borcoletta e del Monte Majo che rendevano impossibile il transito con il chiaro del giorno nonostante la mimetizzazione con con frasche , reti e tralicci . Furono anche approntati diversi camini da mina nella parte più stretta della strada per fermare l’avanzata austroungarica. Inoltre il problema più grosso si ebbe quando l’inverno fece la sua parte rendendone impraticabile il passaggio , per queste difficoltà fu progettata e costruita la strada delle 52 Gallerie , per poter fornire approvvigionamenti di ogni genere in quota.