Si prende il sentiero dei grandi alberi dalla Conca d’Oro , Pizzegoro, proseguendo per la località Casare Asnicar , fino a raggiungere il Linte (tiglio) delle Montagnole , pianta secolare presso la Malga Sebe da qui parte il Vallone .
Descrizione
Il percorso non è certamente per tutti , sconsigliato in discesa anche se fattibile per chi ha un ottima conoscenza di se stessi , gambe e materiali buoni , la pendenza non è eccessivamente difficile essendo un Vajo che porta da Malga Sebe , fino sulla cima al Passo della Porta sul sentiero 202 proveniente da Campodalbero e che va verso Campetto , la salita prosegue in una carrareccia che porta presso l’anello e Malga Anghebe , poi si prende a sinistra addentrandosi nel tratto boschivo , alternando così con tratti detritici e altri prativi con un bosco giovane , si continua a salire anche con tratti di un certo impegno dove il terreno diventerà sempre più detritico ed instabile , fino a raggiungere quasi la forcella in cui il terreno sarà ripido è prativo , molto pericoloso nelle giornate piovose , raggiunta la forcella sia scende per alcune decine di metri , fino a raggiungere la carrareccia che porta fino al Passo della Porta .
Questo itinerario non esiste in nessuna mappa, è un vajo e quindi non un sentiero per tutti . E’ ben segnalato da colore rosso ed è stato segnato da un ricercatore di nuovi sentieri che purtroppo ora mi sfugge il suo nome.
Dopo essere saliti per andare verso Belluno ed aver superato Santa Giustina , si prende verso Sospirolo , prendendo poi quella che porterà attraverso la Valle del Mis , sull’omonimo lago.
Descrizione
Potrà sembrare essere facile parlare del lago e della Valle del Mis , che fa parte di quella preziosissima ed immensa parte del Parco delle Dolomiti bellunesi , certo non ha grosse attrattive come potrebbe essere Misurina o Braies , ma soprattutto non così osannato come altri laghi , ma credo sia molto di più , ma sono cose che solo una persona che ama profondamente la montagna nella sua solitudine e in quelle vertiginose creste che si innalzano su questa valle , i Monti del Sole e dell’Agnelezza e del Pizzocco , non sono certo altitudini dolomitiche , superano a malapena i 2000 metri , sono montagne che non permettono certo l’accesso all’escursionista “normale” ma portano dentro di se la parte più selvaggia delle Dolomiti Bellunesi . La valle parte dal Sospirolo per poi passare nel omonimo lago è proseguire fino ad entrare nell’Agordino , su una strada in cui le auto faticano a passare ed il canyon si restringe sempre più per poi allargarsi di nuovo verso Gosaldo e salire fino a raggiungere Agordo.
La strada che porta da Sospirolo ad Gosaldo , prima della costruzione della diga era una ardita opera che passava anche in località California , un paesino minerario situato tra il lago e l’alta valle del Mis verso Gosaldo a diversi km dal lago direzione nord , la stessa strada di tanto in tanto la chiudono per qualche frana, mentre la strada che contornava il lago è stata del tutto abbandonata , come del resto furono abbandonate anche le contrade di Gene , un luogo ormai del tutto abbandonato , dopo la disastrosa alluvione del 1966 dove le strade divennero totalmente impraticabili e la vita era diventata troppo difficile costringendo chi li abitava di spostarsi più in basso , ora alcune case stanno riprendendo vita nel periodo estivo , e si sale ancora anche a piedi dalla parte superiore del lago .
Le miniere di California
Sulle miniere di California veniva estratto il Cinabro , una roccia minerale a base di mercurio , utilizzato per la fabbricazione del vetro , oltre che per strumentazioni come barometri e termometri , veniva usato anche in tintoria , ed in farmacia come antibiotico.
California si raggiunge solamente a piedi attraversando un precario ponticello, quel che resta sono solo ruderi circondati da piante , diventando così difficile la visita , come fosse un vero paese fantasma , spazzato via dall’alluvione , è un luogo di infinita tristezza , dove si può riflettere sul suo abbandono la notte in cui le acque frane e detriti lo portavano via ed i suoi abitanti che salivano sulla destra e sinistra per mettersi al sicuro , tornando dopo poco tempo per non trovare più niente di quello che era stato questo villaggio .
Esiste inoltre una piccola Area Ristoro, Camper e Punto Informativo Pian Falcina :
Per informazioni e prenotazioni: gestore Patrizio De Biasi 348 415 2619
Le escursioni su questo magnifico ed incontaminato luogo le documenterò a breve su altri post , e sono fattibili in giornata per chi ha un buon passo , mentre invito le famiglie con bambini , a rimanere sulle più facili e belle :
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°25 Monte Baldo 1:30000
Come Raggiungere
Ci sono due sistemi per raggiungere il Rifugio Monte Baldo 1100 m , si può raggiungere Avio e si prende sulla sinistra salendo per diversi km , seguendo le indicazioni per il Rifugio , al primo bivio si tiene la sinistra fino a raggiungere un bivio con una stradina sterrata che porterà proprio al Rifugio , in alternativa si può salire anche da Mori passando per Brentonico e proseguendo fino a raggiungere prima il bivio che sale da Avio e poi la stradina che porterà al rifugio.
Descrizione
Più che di una semplice ferrata la Gerardo Sega è un sentiero ad anello in una fantastica valle , dopo aver raggiunto il rifugio Baldo 1100 m si scende verso la valle , attraverso alcune case addentrandosi poi in una mulattiera che scende in una stretta e fantastica valle a fianco di un canale fluviale, passando per una stretta gola molto carina e con una certa pendenza , si raggiunge così il Sas della strega , cui la leggenda narra di una vecchia strega che sia rimasta schiacciata dal sasso caduto durante il suo passaggio , si scende ancora fino a raggiungere un bivio di raccordo in località Preafessa , dove sulla sinistra inizia il percorso che porterà all’attacco della Ferrata Gerardo Sega , molto panoramica anche se corta e poco difficile, ma in alcuni tratti adrenalinica , superato il piccolo ponticello tibetano , si raggiunge una grandiosa e alta cascata , ci si addentra nel bosco, per raggiungere poi i piedi delle cenge strapiombanti dove lo spettacolo si amplificherà grazie alle irte pareti , li si potrà finalmente vedere l’attacco , che parte con una piccola scaletta ,ed un traverso mozzafiato , per poi attraverso un canalino salire sul traverso successivo , in passaggi molto stretti e panoramici , si raggiungono poi alcuni brevi passaggi sotto cengia privi di corde ma molto sicuri ed incredibilmente belli , dove da sopra si potrà notare il passaggio fatto prima decine di metri più in basso , si ricomincia salire un canalino attrezzato e poco esposto , ed attraverso un tratto boschivo raggiungere l’ultimo pezzo verticale che porterà infine nel pezzo più incredibile ed esposto , con una visuale sulla Valle di Avio mai vista , raggiungendo così la fine della ferrata , si continuerà con saliscendi tra pascoli di quota e piccole baite , raggiungendo così poi la chiesetta della Madonna della neve , e poi il Rifugio Baldo dove ci attenderà un meritato ristoro.
li «giallo» degli otto militari di Bagdad precipitati sui monti in provincia di Vicenza L’elicottero iracheno era in Italia per montare nuove i i recchiature La destinazione era l’aeroporto della Malpensa, dove il veicolo doveva essere preso in consegna dai tecnici dell’industria aeronautica «Caproni» per conto di una ditta di Roma – Sono stati recuperati i corpi delle vìttime – Numerose interrogazioni parlamentari VICENZA — Probabilmente era diretto all’aeroporto della Malpensa dove doveva essere preso in consegna dalla società Caproni Vizzola, l’aereo militare irakeno precipitato lunedì sui monti sopra Recoaro con otto soldati di Bagdad a bordo, tutti morti sul colpo. Alla Malpensa, i tecnici della Caproni avrebbero dovuto effettuare sul velivolo, per conto di un’altra società, l’Elettronica» di Roma, uno studio preliminare all’ installazione di apparecchiature per la radionavigazione e di ricetrasmettitori. L’elicottero doveva rimanere alla Malpensa circa due mesi e l’equipaggio doveva con tutta probabilità rientrare in patria, lasciando solo un tecnico a seguire i lavori. E’ più che un’Ipotesi. Ad affermare queste cose ieri è stato il vicepresidente e amministratore delegato dell’Elettronica, ing. Enzo Benigni, il quale ha anche detto che il lavoro di predisposizione degli apparati preludeva ad un possibile contratto tra il governo di Bagdad e la società romana. Le rivelazioni del dirigente dell’Elettronica, se serviranno forse a chiarire quello che in un primo momento sembrava un vero e proprio giallo internazionale, solleveranno anche delle polemiche, con particolare riferimento ai rapporti che l’Italia, paese produttore di tecnologie avanzate, Intrattiene con Irak da una parte e Iran dall’altra, due paesi in guerra. E già ieri queste polemiche hanno trovato voce In interrogazioni parlamentari (una del PCI) sulla vicenda e In alcune dichiarazioni. Intanto sono stati recuperati, dopo ore e ore dì lavoro sul costone montuoso ricoperto di neve sopra Recoaro, i corpi degli otto militari iracheni morti nello schianto. Un lavoro difficile quello del soccorritori, In una valle stretta e impervia, dove, in poco più di trent’anni, si sono Infilati senza più riuscirne altri sette piccoli veicoli. Il capitano del carabinieri Nicola Mele, che comanda la compagnia di Valdagno, ha detto che tra i resti dell’elicottero non è stato trovato nulla di particolare: qualche banconota araba, qualche passaporto, oggetti personali. L’ufficiale ha anche fornito l nomi delle otto vittime: Anwar Anigad Alood, 35 anni; Alood Hanid, 40; Ahmed Abdool Hadi, 29; Bassan Hussaln, 28; Ipassim Khaddam Alid, 28; Khalek Hawa, 30; Nawaz Ahmed. 33; Adld Assain, 33. Non si conosce però il loro grado né il loro incarico, si sa solo che risiedevano tutti nella capitale irachena. Nella segnalazione completa inviata al ministeri degli Esteri e degli Interni, agli Stati Maggiori e al Comandi superiori, il capitano Mele scrive che «l’elicottero irakeno marca Y L, di fabbricazione sovietica, era giunto a Venezia il 19 marzo ed era ripartito il 21 marzo, alle 12,42, da Venezia per Milano, per recarsi a Varese, presso l’industria aerea Agusta di quella città». Ma l’Agusta, che non ripara elicotteri di fabbricazione sovietica, ha smentito che il velivolo Irakeno fosse atteso nei suoi stabilimenti. Ad accrescere le tinte di giallo internazionale che colorano la vicenda c’è un’altra notizia: secondo i carabinieri di Venezia, oltre all’equipaggio precipitato con l’elicottero, che aveva alloggiato per due giorni all’hotel Cipriani della Giudecca, altri sette irakeni erano nella città lagunare all’hotel Ala, e di loro, dopo l’incidente di lunedì, si sarebbero perse le tracce. Sull’incidente aereo in provincia di Vicenza l deputati comunisti Cravedi, Angelini, Baracetti e Corvisieri hanno rivolto un’interrogazione al ministro della Difesa chiedendo di conoscere «se l’elicottero era stato autorizzato a sorvolare il territorio nazionale» e «quale missione stavano compiendo i militari dell’elicottero precipitato». Ciò anche in considerazione del fatto che «l’Irak è un paese in conflitto, e l’elicottero, notizia di stampa, ha sorvolato una zona militare di rilevanza strategica per la difesa del nostro paese». In una dichiarazione il socialista Accame afferma che «sono in corso contatti ad ogni livello fra le nostre autorità sia diplomatiche che militari, e le omologhe irachene per consentire un massiccio afflusso presso le nostre scuole militari di militari iracheni, fatto che, collegato all’eccezionale vendita di armamenti al paese medio orientale, fa assumere al nostro paese una ben chiara posizione nei confronti del conflitto fra Iran e Irak». Interrogazioni hanno presentato anche la DC e il PdUP .
Il forte non è accessibile e si presenta in pessime condizioni , vero che ci vogliano soldi per sistemare le cose , ma credo che la sistemazione del Forte Monte Ricco doveva essere a mio avviso meno appariscente e più consona alle vicende ed fatti storici ed al periodo di costruzione così facendo si sarebbero magari avuto qualche fondo per mantenere anche questo sito in condizioni magari migliori… per non dimenticare e per far , sapere …Luciano
Come raggiungere
Raggiunto il centro di Tai di Cadore provenendo dalla strada SS51 , al bivio si tiene la sinistra per circa 150 metri , poi si gira di nuovo a sinistra fino a raggiungere il Piazzale Dolomiti , lo si attraversa tutto e si imbocca la via Manzago che in una decina di minuti porterà al forte , raggiungibile in auto fino ad un posteggio adiacente .
Cenni storici
Fu costruito prima del 1885. Scopo principale dell’opera era di controllare la valle del Boite nel tratto di strada verso Tai. Esso aveva una facciata diritta, con profilo di terrapieno e parapetto di 8 metri, suddiviso in 4 parti da 5 traverse cave, e con l’asse principale diretto verso Venas. Su ciascuna delle piattaforme scandite dalle traverse potevano essere collocati due cannoni di medio calibro, mentre la parte compresa tra l’ultima traversa di destra ed il punto di spalla era attrezzata per la difesa della fanteria e consentiva pure l’uso di cannoni da campo. I due fianchi non erano paralleli tra loro e non evidenziavano particolari difese sulla copertura. Dal fianco sinistro e dalla gola la difesa poteva venir effettuata dalle casematte, mentre sulla facciata e sul fianco destro si poteva operare da un camminamento protetto da un parapetto: solo all’estremità, dove il fianco destro si congiungeva alla facciata, erano state ricavate delle casematte. Tutti i locali dei fianchi e della gola erano comunicanti tra di loro e con le casematte della facciata, nonché colle traverse cave e il camminamento di comunicazione ricavato all’interno del parapetto. Una rampa portava dallo stretto cortile interno al piano di copertura, da cui si poteva raggiungere il terrapieno o attraverso il terrazzo del fianco sinistro, o attraverso un ponte armato che oltrepassava a destra il cortile. Alla facciata era anteposto un fossato largo 8-10 metri, chiuso a nord da un muro a picco su un pendio scosceso, con una scarpa inclinata ed una controscarpa in muratura liscia alta 5 metri. Davanti al fossato si trovava una spianata larga 10 metri, ben visibile anche da lontano e simile ad un potente terrapieno inclinato nella parte anteriore , murato nella parte destra ed alto circa 30 metri nella parte più elevata. Davanti al fianco sinistro, come pure per metà della gola, compresa la caponiera, correva un fossato d’impedimento largo 5 metri ed altrettanto profondo, con controscarpa in muratura. Dal fianco destro e dalla parte destra della gola l’inaccessibilità veniva garantita da una controscarpa in muratura, mentre il fossato della facciata e del fianco sinistro veniva difeso da uno sporto (caponiera) di spalla dotato di 6 aperture, delle quali due verso il fossato della facciata ed una verso quello del fianco. Tutte le aperture erano costruite a mo’ di piombatoio (= caditoia) per agevolare la difesa della base stessa del muro, e la copertura era costruita con lastre di granito. Gli Austriaci erano convinti che le aperture fossero state costruite per l’impiego di cannoni a tiro rapido. Alla difesa del fianco destro era preposta pure nel punto di spalla una semicaponiera d’angolo, costruita su una ripida roccia e difendibile dal terrapieno superiore; essa era fornita di due piombatoi per la copertura della scarpa e della gettata di ghiaia e pietrame ad essa antistante. La gola veniva difesa invece da una caponiera a due piani dotata di aperture in ogni direzione, presumibilmente progettata anch’essa per l’installazione di cannoni a tiro rapido. Davanti al fianco destro e alla gola era stata ricavata una spianata di sassi e ghiaia, il cui punto più alto superava il livello del terreno naturale di 40 m circa in corrispondenza del punto di spalla destro, di 30 m circa nel punto di gola destro e di 15 m circa nel punto di gola sinistro. Il fossato di gola era attraversato da un ponte rilevabile che permetteva l’accesso all’entrata principale, sbarrata da un portone di legno coperto di lamiera di ferro, e quindi al cortile e agli adiacenti vani delle numerose casematte. Il magazzino principale delle munizioni, si trovava a destra della caponiera della gola e sotto il livello del cortile, scavato nella viva roccia con mine. Si pensa che tale magazzino fosse in comunicazione con i vani delle casematte poste sotto la facciata mediante una postierla ed una scala, e che tramite gli elevatori posti lungo il camminamento interno le munizioni venissero direttamente portate alle piattaforme dei cannoni. Per l’approvvigionamento dell’acqua esisteva poi sotto le casematte site a destra dell’ingresso principale esisteva una grande cisterna capace di 550.000 litri. La prerogativa del forte era un marcato effetto frontale. La facciata prendeva d’infilata la valle del Boite e la carrabile da Valle di Cadore alla stretta de La Chiusa, mentre sulla sponda sinistra del torrente copriva i pendii e la strada d’accesso a sud dei fienili Costa Piana. Non era compresa però la svolta della strada presso Vallesina, mentre sulla sponda destra del Boite venivano coperti i rocciosi pendii difficilmente percorribili posti di fronte alla confluenza del Rio Vallesina, ed inoltre la spianata su cui sorgevano i fienili Piano di Sotto. Il fianco destro copriva la zona circostante il Rio Secco ed i pendii di Nebbiù e Vissa, e la sella di Tai: a tal proposito gli Austriaci ritenevano molto probabile il piazzamento di cannoni su affusti girevoli fissi in corrispondenza delle luci delle casematte del fianco e della gola. Il fianco sinistro a sua volta prendeva sotto tiro radente dalle finestre delle casematte i pendii che dalla sommità rocciosa di M. Zucco digradano verso nord fino alla strada d’accesso. La gola poi copriva i pendii a nord di M. Zucco e la strada d’accesso al forte proveniente da Tai, compresa la diramazione per Ciaupa. Il presidio in caso di guerra prevedeva 1/2 o 3/4 di compagnia di fanteria e 60-70 artiglieri.
Armamento
8 cannoni da 120 mm o 150 mm a retrocarica (secondo altre fonti 4 cannoni da 149G) 3 pezzi a tiro rapido sul fianco destro , 6-11 pezzi, sempre a tiro rapido, per il fiancheggiamento del fossato (secondo altre fonti 4 obici da 210 mm)
La fine del Forte
C’era una volta il Forte di Col Vaccher a Tai di Cadore (Comune di Pieve di Cadore) e ora sta cadendo a pezzi. La questione è dibattuta e documentata nel forum. L’autore Cesare Vecellio, l’ha descritto come “opera fortificata, realizzata alla fine dell’800, tre le più importanti presenti in Cadore, in quanto aveva funzione di controllo della Val Boite e della carrozzabile”. Circa 20 anni fa, il Comune di Pieve di Cadore ha affittato i locali del Forte a Olivo De Polo, che con enormi sforzi e anni di lavoro era riuscito a ristrutturarlo, trasformandolo in abitazione, con locale pubblico e laboratorio per la lavorazione delle ceramiche (vasi,piatti ecc). Molti erano gli artisti che lo frequentavano e, nonostante il carattere imprevedibile il De Polo era riuscito a diventare un “personaggio”. Dopo la sua morte, una decina d’anni fa, la sua compagna Franca abitò nel forte ancora per qualche tempo, dopodiché l’immobile venne restituito al legittimo proprietario, ossia il Comune di Pieve di Cadore. Ed emerge il confronto con il Monte Ricco, altra fortificazione cadorina per il quale il Comune di Pieve sta investendo cifre importanti, per rimborsare le quali sarà necessario impegnare il bilancio comunale per molto tempo. Nel forum ci si chiede perché non siano stati preservati i locali di Col Vaccher, che erano perfettamente agibili e in buono stato, per destinarli ad uso pubblico, attraverso una nuova gestione.
Questo sentiero e molto utile per collegare il rifugio Bertagnoli 1250 m, al 202 che percorre le montagnole Alte , e privo di difficolta tecniche attraversa dapprima il boschetto adiacente al rifugio , per poi entrare nel canale detritico con alcuni piccoli passaggi con corda in acciaio e transitando sotto l’attacco della ferrata Viali sentieri 211, che poi dopo essere transitata sul 202 , imbocca la restante ferrata Ferrari del Gramolon 1814 m, per poi continuare in salita anche se ben compensata dai zig zag, ed incrociando il 210 che porta sul pulpito di pietra dove si trova la lapide di Bepi Bertagnoli , ma il nostro sentiero prosegue dritto salendo fino al bivio con il 205 che porta a Campofontana passando per la cima della Lobbia 1672 m, mentre sulla sinistra si sale prima sul Passo della Scagina 1548 m, e poi sull’imbocco del 202 che a sinistra prosegue verso malga Campodavanti e a destra verso il Passo Ristele 1641 m, e con un panorama molto bello sui pascoli della Val Fraselle che porta sull’abitato di Giazza. Facendolo assieme al 207 che proviene dal passo del Mesole permette di completare un piccolo anello passando per il Rifugio Bertagnoli dove si mangia bene e si viene accolti con simpatia ed ospitalità.
Questa escursione , con i tempi e i dislivelli complessivi sono stati calcolati mantenendo una certa proporzionalità negli sforzi legati alla preparazione fisica , all’esperienza personale , non si tratta come il precedente post che tiene tutti i rifugi buoni percorrendolo in 4 giorni , mentre quello che cerco di spiegare qui , è che lo si può percorrere in tempi meno dilatati e usando solo due pernotti , ma nessuno impedisce di usare tutti i rifugi .
Questo è IL GIRO COMPLETO DELLE MARMAROLE . I tempi sono fattibili , certo volendo lo si può fare in meno tempo , ma se volete fare le gare , iscrivetevi a qualcuna , oppure fatelo come ho fatto io in 19h fermandomi solo ai rifugi per mangiare. buon cammino
Questo itinerario, non è un’escursione qualsiasi, è un cammino verso qualcosa d’inspiegabile, di quello che può “dare” la Montagna, alcune emozioni si potranno descrivere, altre rimangono nel cuore di chi lo percorre , non è una cosa impossibile da realizzare, ma quello che potrete raccogliere da questa escursione, farà parte delle vostre conoscenze e di Valori, che conserverete per le generazioni future, oppure riporrete in quel baule dei ricordi, dove conservate le vostre cose più preziose. Luciano
Il percorso delle Marmarole Runde, e un itinerario ad anello che compie un giro completo su questo fantastico gruppo che sono le Marmarole, situate nella parte alta di Belluno tra Auronzo di Cadore, San Vito di Cadore, Calalzo Di Cadore e Domeggie di Cadore. Il percorso si snoda in più tappe, poi ovviamente dipende dalla velocità di progressione, in ogni caso per godere appieno di questo fantastica escursione meglio farla in 2-3 giorni. Qui in questo post v’illustrerò tappa per tappa …di questo magnifico viaggio. Si parte da Auronzo Di Cadore per un viaggio nella natura , dove pare che tutto il resto si fermi nel tempo.
1° TAPPA : AURONZO DI CADORE – RIFUGIO CHIGGIATO
Punti di appoggio : Auronzo di Cadore 862 m- Monte Agudo 1585 m- Rifugio Ciarèdo 1969 m- Rifugio Baìon 1826 m – Rifugio Chiggiato 1911 m
Tempo di percorrenza: 6h – 8h
Dislivello totale: 1150 m
Quota massima raggiunta: 1988 m
Sentieri usati: 271-1262 -268 – 28 – 272 – 262
Dal centro di Auronzo si sale leggermente sulla ciclabile passando per la centrale elettrica situata sulla sinistra del torrente Ansiei , poco lontano dalle piste da sci e dalla seggiovia che porta al Monte e Rifugio Agudo 1585 m , attraverso i due tronconi si guadagna molto tempo salendo con la seggiovia , raggiunto il Rifugio si ridiscende leggermente verso il primo troncone , per poi entrare attraverso il bosco seguendo il segnavia n.271 , se invece si sale a piedi ricordo che la pendenza sia notevole e sia il punto più ripidi dell’intero tracciato , si sale attraverso il bosco e qualche tratto di pista da sci dove in estate viene installata la rotaia del fun bob , una salita molto bella ed affascinante sul cuore di queste montagne Cadorine che hanno sempre il suo perchè , un sottobosco in cui la natura e la vita primeggia . Il n.271 prosegue in un bosco incantato , superando tratti boschivi estremamente appaganti , con il sentiero che si fa spazio nelle sue ripide valli , per poi in cresta sulla Croda del Grazioso e raggiungendo così quota 1700 m, dove poi entrarà in una carrareccia con alcuni tratti di salita cementati , passando cos’ sotto le creste del Col Burgiou seguendo poi il segnavia n.1262 , dove si inizierà anche a vedere in lontananza il Rifugio Ciaredo , la carrareccia entrerà nei pascoli di Tabia Forzèla Bassa per poi raggiungere il Col dei Buoi 1802 m , imboccando il n.268 si sale ora verso il Rifugio Ciaredo 1969 m, ammirando la vastità dei pascoli della Valle ciampevieì , e del Pian dei Buoi , mentre sull’estrema sinistra si possono notare le fortificazioni di Col Vidal e Col Cerverà , si imbocca il n.28 che in circa 25 minuti porterà al Rifugio Ciaredo 1969, ai piedi della Cima Ciaredo . Si prosegue ora attraverso il n.272, un sentiero con poco dislivello che attraverso mughi e rocce sempre ai piedi delle Marmarole porterà al Rifugio Baion 1828 m molto bello ed accogliente con sculture in legno ed i suoi verdi pascoli, si prosegue per il n.262 , l’alta via del Tiziano costeggiando i piedi della Croda Bianca e del Cimon della Froppa , mantenendosi a quote intorno i 1900 m infatti il dislivello anche di questa parte di percorso risulta abbastanza lieve , si raggiunge un piccolo pezzo attrezzato da una corda in acciaio priva di difficoltà alpinistiche ma posta in loco per un’aspetto di sicurezza. Superato il vallon della Froppa in breve tempo si raggiunge la forcella Sacù ed infine il Rifugio Chiggiato 1911 m, situato in una piccola spianata dove lo scenario appare incredibile e salendo sulla Croda Negra si potrà ammirare il lago di Domeggie , mentre la visuale si disperde nella fantastica ed incredibile Val D’Oten , spaziando fino alla capanna degli alpini , e sulla forcella piccola il Rifugio Galassi ( ex caserma militare ) , e li al suo fianco il Re , sua Maestà Antelao 3264 m . Ma qui noi troveremo rifugio per passare la notte dopo una giornata con panorami mozzafiato ai piedi di quelle montagne poco rinomate , ma grazie a questo estremamente fantastiche. Le Marmarole .
2°TAPPA : RIFUGIO CHIGGIATO – RIFUGIO SAN MARCO
Punti di appoggio : Rifugio Chiggiato 1911 m- Capanna degli Alpini 1390 m-Rifugio Galassi 2012 m – Rifugio San Marco 1823 m
Tempo di percorrenza: 4h20 6h00
Dislivello totale: 1025 m
Quota massima raggiunta: 2120 m
Sentieri usati: 260 – 255 – 227
Dopo un sonno ristoratore e una buona colazione, sì riprende con la lunga discesa del percorso n.260 che ci porterà da quota 1911 m a quella del Pont de la Diassa 1140 m , entrando così nella fantastica e detritica Val D’Oten , qui si sale in una stradina chiusa al traffico dove nel periodo estivo esiste una navetta che porta le persona dal Bar La Pineta 1045 m( a circa 15 minuti a piedi dal bivio che scende dal Rifugio Chiggiato ) alla Capanna degli Alpini 1390 m , raggiunta la capanna d’obbligo visitare le Cascate de le Pile a circa 10 minuti dalla Capanna e sul sentiero che sale al Rifugio Galassi , si inizia a salire proseguendo con il n.255 per l’alta Val D’Oten dapprima in mezzo al bosco con una discreta pendenza , per poi uscire dal bosco e proseguire un primo tratto detritico della Valle , per poi salire attraverso in un zigzagare continuo tra rocce detritiche e mughi , mentre rimane discreto l’impegno di risalita attenuata dai numerosi tornanti , fino ad uscire dai mughi e attraverso alcuni passaggi detritici raggiungere il Rifugio Galassi 2013 m , al cospetto di Re Antelao ed i suoi incredibili lastroni , mentre sulla sinistra di potrà osservare in lontananza la via attrezzata della Ferrata del Cadorin nel Ghiacciaio dell’Antelao . Si prosegue salendo ora un altro centinaio di metri attraverso il n.227 che dapprima raggiungerà la Forcella Piccola 2120 m dove la visione panoramica sulla Valle di San Vito di Cadore è incredibile , poi si prosegue attraverso una discesa a cui bisogna prestare attenzione per non perdere la via , e soprattutto per l’instabilità dei detriti raggiungendo il Rifugio San Marco 1823 m, praticamente sulla Col da chi da Os in un paesaggio da favola , un vero rifugio , dove la simpatia ed l’accoglienza delle persone si vive davvero in prima persona , un rifugio una famiglia. Qui si potrà ammirare un scenario incredibile ai piedi del Re Antelao con i suoi lastroni , mentre sulla parte destra il Caregon del Padreterno ovvero il monte Pelmo dal versante del Rifugio Venezia , ed al cospetto dei strapiombi della via Attrezzata Berti del Sorapis . Una Buona cena ed un sonno ristoratore rinvigorirà muscoli e gambe , mentre il cuore porterà dentro ciò che l’occhio ha visto.
3°TAPPA RIFUGIO SAN MARCO – AURONZO DI CADORE
Rifugi di appoggio : Rifugio San Marco 1823 m – Auronzo di Cadore 862 m
Tempo di percorrenza: 6h307h30(6h San Marco-fermata autobus per rientrare con i mezzi)
Dislivello totale: 550 m
Quota massima raggiunta: 2255 m
Sentieri usati: 226– Strada Forestale ciclabile Riserva di Somadida– Val Del Rin
Si parte dal Rifugio dopo una buona colazione, imboccando il n.226 che sale verso la Forcella Grande 2255 m attraverso un stretto canalone che porterà su una forcella spettacolare , sul fianco destro la maestosa Torre dei Sabbioni , mentre sulla sinistra sopra i ghiaioni la Cima del Sorapis 3205 m e della Crode della Caccia 3002 m , si inizia a scendere per la valle di San Vido , qui la valle è molto ampia , si incrocia anche il bivio per l’Alta via N.3 segnavia n.246 e poi in seguito l’Alta via N.4 segnavia 247 sentiero Minanzio (che fa parte dell’anello del Sorapis) , continuiamo a scendere in questo scenario magnifico di mughi , alberi e quel torrente che pare giochi tra i sassi , si passa sotto la Cengia ed il Corno del Doge , dove una via attrezzata alpinistica ci ruota attorno , la discesa è abbastanza semplice e gradevole anche se la sua lunghezza è notevole , la valle si restringe e si passa in un pezzo un pò più complesso sotto il Ciadin del Doge , la valle si restringe tra pareti strapiombanti quasi da fare mancare il fiato , nel suo zigzagare dentro la Val del Fuogo , fino a raggiungere più in basso la Riserva Naturale della Foresta di Somadida , inutile descriverla …non ne saremmo mai capaci davanti questa bellissima e protetta oasi paludosa , si scende ancora fino a superare il Ponte degli aceri , poi il Ponte Piccolo e raggiungere cosi il Ponte degli Alberi , dove si potrà incrociare la strada 48 che porta ad Auronzo di Cadore mentre poco più avanti si potrà trovare la fermata dell’autobus che porta ad Auronzo .
Per chi invece vuole portare a termine questo bellissimo viaggio , può proseguire per la ciclabile costeggiando dapprima il torrente Ansiei e poi entrando nel fitto bosco di Socento , ssi prosegue raggiungendo quota 1018 m sulla destra si noterà una stradina sterrata che sale verso il Cason delle Regole e prosegue fino a raggiungere quota 1285 m , incontrando una bellissima radura Pian della Sera che poi discenderà a Tabìa vecelio Segate , poi successivamente a Casol del Rin , presso l’omonima Val del Rin dove li a poco si raggiungerà la trattoria La primula situata nella fantastica Val del Rin , li attraverso la strada asfaltata scenderemo fino ad Auronzo di Cadore , completando così il nostro incredibile e fantastico viaggio .
Il forte io l’ho trovato chiuso , ma credo che la sistemazione del Forte Monte Ricco doveva essere a mio avviso meno appariscente e più consona alle vicende ed fatti storici ed al periodo di costruzione così facendo si sarebbero magari avuto qualche fondo per mantenere anche questo sito in condizioni magari migliori… per non dimenticare e per far , sapere …Luciano
Come Raggiungere
Raggiunto Tai di Cadore dopo aver superato la Caserma Fortunato Calvi , si prosegue verso Pieve di Cadore , raggiunta la chiesa si scende fino a raggiungere un piazzale in cui spicca la sede del Soccorso Alpino , li si lascia l’auto per salire attraverso prima Via dell’Arsenale e poi Via Fortunato Calvi .Si sale in circa 20 minuti dapprima su strada asfaltata e poi su stradina sterrata fino a raggiungere il Forte Monte Ricco ed il suo incredibile panorama.
Cenni storici
Si tratta di una fortezza che sorgeva già molto prima del periodo bellico , nel XII secolo un Castello che venne risistemato con l’entrata del Cadore nella Repubblica di Venezia , venne poi successivamente modificato tra il 1982-1895 cambiandone la destinazione d’uso trasformandolo in Forte per proteggere la valle ed il territorio Italiano dall’Impero Austroungarico, divenendo cosi il Forte Ricco , anche se essendo troppo distante dal Fronte di attacco della Prima Linea venne poco usato . Nel 1917 venne occupato dalle truppe Austroungariche e successivamente fatto saltare , nella seconda Guerra Mondiale lo si voleva riutilizzare , ma le sue cattive condizioni non venne sistemato e totalmente abbandonato per la seconda volta.
Il Forte aveva un ampio fossato di gola di circa 6 metri di larghezza e 5 metri di altezza , con una controscarpa in muratura ed un ponte levatoio , il fossato era protetto da una caponiera con mitragliatrice, per l’armamento le batterie composte da 4 cannoni da 120mm in Ghisa e 4 pezzi a tiro rapido e alcune mitragliatrici Gardner mod.1886, aveva una guarnigione di circa 80 uomini , numerosi locali di servizio e una cisterna di raccolta acqua di 400.ooo litri , situata nel sotterraneo sulla destra del cofano di gola
Fu costruito per impedire al nemico di passare dalla stretta di Tre Ponti verso Pieve di Cadore e Tai di Cadore , in cui il nemico avrebbe avuto la strada libera per la Valle del Piave , ed attraverso anche la vicinanza del Forte Batteria Castello a circa 200 metri fungevano da sorveglianti sul passaggio del nemico in Valle .
Piccole riflessioni personali
Il forte è stato in parte ristrutturato ed in parte abbandonato a se stesso in alcune fasi di ricostruzione , e se ne notano evidentemente le condizioni, non sono certo io a giudicare il lavoro fatto, ma credo per rispetto dei morti e di chi ha combattuto per un’Italia libera non sia corretto il lavoro che è stato fatto su questo sito , ripristinare le opere in cui si possa intervenire è certamente cosa buona , ma trasformare qualcosa che dovrebbe essere ” per non dimenticare … e per fare sapere ” in un centro congressi con pavimenti laminati e termoconvettori oltre ad essere un dispendio economico anche un insulto a chi qui dentro a vissuto a pane ed acqua , ma questo è il mio modesto parere di semplice montanaro . Luciano
Dopo cento anni, qualcuno può portare un fiore sulle loro tombe. I parenti non sapevano dove fossero sepolti i bisnonni e i prozii caduti sul fronte della Grande Guerra nel 1917 tra cima Neutra e monte Cimone, sulle alture vicentine sopra il Comune di Arsiero. Ma una ricerca incrociata, tra i recuperanti del posto e il centro studi Ana di Verona ha permesso di ricostruire le loro storie e di portare sulle tombe di quei giovani i parenti di oggi. È accaduto alcuni giorni fa, al cimitero di cima Neutra. Un ex cimiterino di guerra inghiottito dalla natura che ha fatto il suo corso riparando le ferite della terra martoriata dalle deflagrazioni di quell’immane conflitto. Una sessantina di volontari hanno cercato quel luogo sepolto e scomparso nella vegetazione, lo hanno riportato alla luce, hanno ripristinato le croci che indicavano i luoghi di sepoltura dei soldati che al termine del conflitto furono traslati nel cimitero di Arsiero. Seicento ore di lavori condotti da Manuel Grotto, e l’ex cimitero è riemerso. E durante quella fatica è spuntato un cippo. Portava i dati di un soldato veronese del Sesto Alpini. I recuperanti hanno avvisato il centro studi Ana di Verona, di via del Pontiere, coordinato da Giorgio Sartori, che elaborando il lavoro di ricerca in questi anni condotto da Lucia Zampieri, lo storico Dario Graziani e Luciano Stocco, ha avvisato gli «archeologi» della Grande Guerra che gli Alpini del Sesto lassù erano 16, di cui 9 veronesi. I recuperanti hanno scavato ancora, riportando alla luce altri due cippi, riaprendo così la storia di Marino Zoppi, Pietro Speri e Agostino Bennati. Tra le pietre tombali c’era anche un cippo dedicato al 6° reggimento Alpini. Il ruolo del centro studi è stato determinante non solo nel ricostruire gli ultimi istanti di vita di quei soldati, ma anche per ritrovarne i parenti oggi, che avevano cercato invano i loro cari, girando di sacrario in sacrario, e che, con i recuperanti vicentini e gli alpini veronesi, sono saliti a cima Neutra dove, in una accorata cerimonia, hanno potuto ricordare i loro cari e poi raggiungerne le tombe: Zoppi e Bennati ad Arsiero ne hanno una individuale, probabilmente perché fu trovata la targhetta di riconoscimento. Gli altri sono sepolti nel sacrario collettivo. I tre sono appunto Agostino Bennati, del battaglione Val d’Adige e di Cazzano di Tramigna, alpino telefonista del quale oggi un pronipote porta il nome; il sergente Marino Zoppi, medaglia d’argento al valore militare, del battaglione Val d’Adige, nato a Monteforte d’Alpone, e di pari corpo e grado, di Pietro Speri, nativo di Negrar. Furono tre delle 150 vittime delle audaci azioni intraprese fra l’estate del 1916 e 1917 per respingere, dalle alture vicentine, l’offensiva austriaca e per riprendere monte Cimone. Lassù furono sepolti con altri sei veronesi. I sergenti Zoppi e Speri muoiono insieme il 30 giugno 1917 a località Redentore sul monte Cimone, entrambi medaglia d’argento al valor militare perché – addetti alla sezione mitragliatrice – per meglio colpire un riflettore nemico, si offrono volontari per trasportare l’arma in un luogo battuto dall’artiglieria nemica. Bennati, già ferito nel 1915 a malga Zures (altro luogo simbolo per gli alpini del Sesto), muore in località Cismon, sulle alture vicentine, il 3 agosto 1917. Ma lassù resta anche Battista Zanolli (nato nel 1893) di Bussolengo che cade a quota 1036 del Cimone vittima dello scoppio di una spoletta sotto un’intensa pioggia di artiglieria il 4 giugno 1917; cinque giorni dopo, mentre trasporta il rancio della mattina, lungo un camminamento che da cima Neutra porta al posto avanzato della sua compagnia, Ettore Marzari (1882) di Garda è ferito da un colpo di fucile e muore all’ospedaletto 09. Francesco Righetti (1891) di Marano, il 26 giugno 1917, chiude gli occhi nell’ospedale da campo 08 per le ferite riportate in combattimento. La vita di Giacomo Maccagnan(1897) di Bosco Chiesanuova è recisa dallo scoppio di alcune bombarde a Cason Brusà il 20 luglio dello stesso anno. Quattro giorni dopo cade Matteo Baltieri (1887) di Badia Calavena, a quota1056. Il 26 luglio, infine, lo raggiunge Domenico Bertaiola (1893) di Valeggio che spira all’ospedale da campo Sant’Orso ferito in assalto. Ora si può portare loro un fiore, negato dal tempo e recuperato grazie ai cinque anni di commemorazioni della Grande guerra e alla generosità di volontari che hanno restituito un posto nella storia alle loro storie.
Salgo sul Monte Cimone dal sentiero CAI 544 , forse il più bello , anche il più difficile con i suoi tratti ripidi e arditi , che porta su quel monte straziato dalla mina 14000 kg , lo hanno reso tozzo e provocato una voragine grandissima , con i suoi 12oo morti nel periodo del 1915-18 dove il sacrario spicca nel cielo , quasi un urlo di dolore .
Ma sono qui per parlare di loro quelli che lavorano di nascosto sui sentieri e che non si mettono MAI in mostra , silenziosi e operativi senza se e ma , che rendono tutti quei sentieri sicuri , che recuperano quei tratti di mulattiere che il tempo e la natura cercano di coprire come fossero vere e proprie ferite inferte dall’uomo al nostro pianeta .
Sono qui che lavorano sul recupero nel sentiero CAI 542 uno dei più belli del Cimone , il monte Sacro , hanno già recuperato il cimitero italiano , conosciuto a pochi che era riempito sterpaglie e piante , per rendere un giusto onore a quei ragazzi che qui ci hanno lasciato la vita nei loro vent’anni.
Un grosso GRAZIE , a chi come questi volontari del CAI di Thiene e Arsiero , per il lavoro svolto , senza di voi tutto questo andrebbe disperso … per non dimenticare e per far sapere…