“la montagna che conosco io e quella in cui si rotola nei prati , si ammira il cielo sdraiati sull’erba , ci si bagna quando c’è la neve , e si ammira la pioggia quando c’è il temporale , questa è la semplicità della montagna , questo è quello che mi piace della vita …la semplicità. Luciano Cailotto (Luke)”
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QUESTO ARTICOLO E’ DI PROPRIETA’ DEL SERVIZIO FORESTE E SERVIZIO FAUNISTICO DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO , CHE RINGRAZIO PERSONALMENTE SIA PER L’AUTORIZZAZIONE A PUBBLICARE L’ARTICOLO SIA LA COMPLETEZZA DELLE INFORMAZIONI
La presenza di grandi quantitativi di piante danneggiate disperse nei boschi ha permesso alle popolazioni di bostrico di passare da una presenza endemica ad una presenza epidemica, destinata a durare qualche anno. In previsione di tale pullulazione, che si verifica regolarmente dopo estesi danneggiamenti dei boschi per schianti da vento o da neve, la provincia di Trento subito dopo la tempesta Vaia aveva attivato un sistema esteso di monitoraggio delle popolazioni dell’insetto, in collaborazione con la Fondazione Mach.
Di seguito una serie di risposte alle domande che più frequentemente sul bostrico, sui metodi per riconoscere le piante infestate e sulle strategie possibili di lotta.
BIOLOGIA DEL BOSTRICO
Cos’è il bostrico?
L’Ips thypographus, meglio noto come bostrico tipografo, è un piccolo insetto coleottero del gruppo degli Scolitidi, di forma cilindrica e di colore bruno, lungo circa 4-5 mm. E’ endemico dei boschi del Trentino e attacca prevalentemente l’abete rosso, in cui si sviluppa sotto la corteccia scavando intricate gallerie, che interrompono il flusso della linfa; in tal modo porta inevitabilmente a morte le piante in breve tempo.
In primavera, i maschi sopravvissuti all’inverno penetrano nelle piante e costruiscono una camera nuziale, in cui si accoppiano in genere con due-tre femmine. Queste scavano poi gallerie lunghe fino a 10-15 cm e parallele all’asse del tronco, dove depongono in media 80 uova.
Le larve (bianche, senza zampe e con il capo scuro), nutrendosi, scavano gallerie di 5-6 cm in senso ortogonale all’asse del fusto, ma sempre sottocorticali; al termine dello sviluppo si trasformano in adulti, dando vita a una nuova generazione che potrà insediarsi su altre piante. Ciò può avvenire nello stesso anno, se le condizioni climatiche lo consentono, oppure nell’anno successivo, dopo lo svernamento.
Larva di bostrico
Le gallerie scavate dalle femmine e dalle larve danno origine ai caratteristici sistemi che spiegano il nome di tipografo dato alla specie.
galleria scavate dalle femmine (parallele all’asse del fusto) e dalle larve (ortogonali all’asse del fusto)
Come riconoscere una pianta attaccata?
Il bostrico colonizza singole piante indebolite o sotto stress, scavando piccoli fori nella corteccia. L’infestazione può essere riconosciuta già all’inizio grazie all’emissione di rosura rossastra dal foro di ingresso; in caso di pioggia, tuttavia, questi segnali non sono più visibili. Un altro sintomo è la perdita di resina, prodotta dalla pianta nel tentativo di difendersi dall’attacco, che può colare lungo il tronco.
Foro di entrata del bostrico
Spesso la pianta è attaccata nella sua parte medio-alta e pertanto è più difficile individuare sintomi evidenti. I segni tardivi della colonizzazione dei tronchi – che però non consentono alcun controllo efficace – sono la decolorazione degli aghi, la loro caduta con la chioma ancora verde, il distacco della corteccia, le specchiature del picchio.
Caduta degli aghi ancora verdi a causa di un attacco di bostrico
Quando la chioma assume un colore rosso intenso, gli insetti si sono in genere già involati. Alla fine le piante presentano una colorazione grigia per la perdita completa degli aghi; in quest’ultimo caso gli insetti si sono allontanati già da diverso tempo.
Perché gli abeti rossi infestati dal bostrico muoiono?
Una volta penetrato sotto corteccia, il bostrico scava delle gallerie di riproduzione. Le larve a loro volta scavano altre gallerie perpendicolari all’asse del fusto, che interrompono il flusso di linfa nel floema. In tal modo gli zuccheri prodotti dalla chioma non raggiungono più le radici. Inoltre, quando penetrano nei tronchi, gli adulti trasportano anche funghi patogeni, che intasano i vasi di conduzione dell’acqua nell’albero (xilema). Entrambi i fattori, la distruzione del floema da parte delle larve e la ridotta conduttività dell’acqua dovuta all’infestazione fungina, portano gli abeti a morte rapida nel periodo di vegetazione.
Il bostrico sotto corteccia muore durante l’inverno?
Le uova e le larve giovani muoiono a temperature inferiori a -10, -15°C persistenti per diversi giorni. Le larve mature e le pupe presentano una maggior resistenza e gli adulti maturi possono sopravvivere anche a lunghi periodi di freddo. Negli inverni miti e umidi il bostrico svernante sotto corteccia può subire danni a causa di infezioni fungine, che però non hanno un’influenza decisiva sulla densità di popolazione.
Quando inizia l’attività di diffusione del bostrico in primavera?
Il bostrico di solito inizia a sciamare in primavera da metà/fine aprile, raramente già alla fine di marzo, con temperature superiori a 16,5°C e tempo asciutto, anche se i voli diventano significativi sopra i 18°C. Tuttavia, in primavera, anche altri fattori sono decisivi nell’avvio dello sfarfallamento, come la durata della luce del giorno e la somma delle temperature (gradi giorno, indicanti una stima delle ore di riscaldamento necessarie).
Così, secondo lo stato attuale delle conoscenze, tre condizioni devono essere presenti perché gli svernanti inizino il loro volo in primavera:
una temperatura dell’aria superiore a 16,5 °C;
una certa somma di temperatura (con valori soglia noti, ma probabilmente da rivalutare in un contesto di cambiamento climatico);
una certa durata della luce diurna, come si ha circa da metà aprile in poi.
Quando termina l’attività di diffusione del bostrico in autunno?
L’attività di diffusione può terminare solo dopo diversi giorni con temperature diurne e notturne costantemente sotto i 16,5°C, precipitazioni persistenti o un periodo di luce diurna troppo breve (<14 ore) in autunno.
Che influenza hanno la temperatura e la luce sull’attività di sciamatura e di infestazione?
La temperatura e la durata della luce diurna influenzano l’attività del bostrico. Il volo di sciamatura inizia con una temperatura diurna di 16,5° e una durata della luce diurna >14 ore. A seconda della temperatura, gli adulti impiegano da 1 a 2 settimane per creare la camera nuziale, per accoppiarsi e per deporre le uova. Dopo di che possono involarsi nuovamente per creare una nuova covata, che dà origine alla cosiddetta generazione sorella. Anche la velocità di sviluppo dei singoli stadi è fortemente dipendente dalla temperatura. L’intero ciclo di sviluppo, da uova ad adulti, dura da 6 a 8 settimane Gli adulti neoformati necessitano, inoltre, di una fase di alimentazione, sempre sotto corteccia, per diventare individui maturi; tale fase richiede in genere 1-2 settimane, anche in questo caso in base alla temperatura.
Individuo immaturo e pupa (fase di trasformazione da larva in adulto)
Per questi motivi, mentre in alta quota si sviluppa una sola generazione in un anno, a quote medio-basse si svolgono facilmente due generazioni.
Quando si passa da una fase endemica a una fase epidemica?
La presenza in bosco di materiale schiantato, ancora integro e umido, favorisce la proliferazione del bostrico, portandolo dallo stato endemico a quello epidemico, condizione in cui esso diventa aggressivo e attacca anche piante sane in piedi. Lo spostamento progressivo su nuovi nuclei di piante produce danni estesi, talora senza soluzione di continuità. A favorire le pullulazioni concorrono periodi caldi e siccitosi, soprattutto in primavera-estate.
Quanto può durare una infestazione da bostrico?
Le esperienze dei paesi centro-europei hanno dimostrato che le pullulazioni di bostrico, che si sviluppano dopo gravi eventi di schianto di alberi, durano in media 5-6 anni, con la massima infestazione nel 2° e 3° anno e una riduzione progressiva in quelli successivi. Va tuttavia rilevata l’importanza degli andamenti stagionali più o meno favorevoli all’insetto. In generale inverni lunghi e freddi riducono il tempo a disposizione per lo sviluppo di due generazioni annuali e aumentano la mortalità invernale. Estati fresche e piovose accrescono la resistenza delle piante, mentre prolungati periodi siccitosi durante il periodo vegetativo accrescono la sensibilità delle piante all’attacco degli insetti.
Un albero riesce a resistere all’attacco del bostrico?
Se la disponibilità di acqua è sufficiente e la vitalità dell’albero è alta, l’abete rosso può inizialmente difendersi dall’attacco dei coleotteri della corteccia. La foratura innesca il flusso di resina della pianta, che uccide i singoli coleotteri. In anni normali, se il numero di coleotteri è molto elevato (1000), un abete rosso non riesce ad ucciderli tutti. Se poi l’abete rosso è indebolito da lunghi periodi di siccità anche il potere difensivo degli alberi è ridotto perché c’è troppo poca acqua disponibile per la produzione di resina. In questo caso anche un numero inferiore di coleotteri (200) può essere sufficiente per attaccare con successo le piante.
Il bostrico ha nemici naturali?
Sì, tra gli antagonisti naturali vi sono predatori (coleotteri e picchi), parassitoidi (vespe) e funghi. Pur non essendo in grado di impedire la pullulazione, essi contribuiscono, assieme ai meccanismi di autoregolazione della popolazione di bostrico e all’andamento climatico, a far rientrare le fasi di picco delle pullulazioni.
DIFESA DAL BOSTRICO
E’ possibile contenere l’infestazione?
Sebbene sia molto difficile individuare gli alberi infestati, è molto importante riconoscere repentinamente i primi sintomi di attacco, come i fori di entrata o l’emissione di resina lungo il tronco. L’individuazione precoce degli alberi infestati e il loro immediato abbattimento, seguito da esbosco o scortecciatura, costituiscono nell’insieme la più efficace misura di lotta contro il bostrico, ma solo se avviene prima che gli adulti abbiano abbandonato le piante, quando ancora non sono visibili gli arrossamenti che indicano l’avvenuto sfarfallamento. Nel caso invece le chiome siano già arrossate o grigie può essere conveniente lasciare le piante in bosco a protezione di quelle ancora sane, sia perché fungono da schermo per la radiazione solare, sia perché al loro interno sono ancora presenti gli antagonisti naturali del bostrico, che possono contribuire al suo contenimento.
le piante dalla chioma arrossata sono già state abbandonate dagli insetti, la loro asportazione risulta inefficace, soprattutto su versanti intensamente attaccati
In un contesto endemico i focolai, isolati e di piccole dimensioni, riescono ad essere controllati in maniera efficace con l’asportazione delle piante attaccate nelle quali l’insetto è ancora presente, che sono in genere piante ancora verdi; le piante con chioma arrossata o secca, infatti, sono state già abbandonate dagli insetti.
Nell’immagine un focolaio iniziale: in questo caso, per bloccare l’infestazione, può essere utile asportare le pianti verdi vicine a quelle secche
In caso di forte pullulazione, con il moltiplicarsi ed estendersi dei focolai, possono essere interessati versanti interi, per cui la prevenzione attraverso l’asportazione delle piante attaccate perde efficacia e il controllo o la riduzione della popolazione di insetti non è più un obiettivo perseguibile.
Perché anche gli alberi infestati con la chioma verde devono essere rimossi? Non sono ancora vivi?
Non necessariamente. Anche gli alberi con la chioma verde possono essere infestati dal bostrico. L’infestazione è chiaramente riconoscibile dalla rosura marrone che il coleottero espelle scavando nella corteccia. Altri segni di infestazione sono i fori e la presenza di gocce di resina. In caso di dubbio si può verificare sotto la corteccia con un coltello.
Evidente foro di entrata del bostrico sulla corteccia
Negli stadi avanzati l’infestazione può essere riconosciuta anche dalla caduta della corteccia. Tuttavia, quando la chioma dell’abete passa dal verde al rosso o gli aghi e la corteccia cadono, di solito è già troppo tardi per combattere il bostrico. In tal caso vanno piuttosto cercati nuovi segni di infestazione nelle immediate vicinanze.
In ogni caso una pianta di abete rosso infestata dal bostrico è destinata a morire.
Le piante colpite dal bostrico devono essere sempre rimosse?
Non necessariamente. In boschi coetanei adulti o maturi con chiome raccolte in alto, l’asportazione delle piante bostricate può esporre nuovi margini al sole, indebolendo le piante e facilitando l’espansione dell’attacco. In zone dove il bosco svolge funzioni di protezione da scivolamenti di neve o da rotolamento di sassi, anche la presenza di piante secche in piedi garantisce un livello superiore di protezione rispetto ad un versante scoperto, almeno temporaneamente. Dove invece le piante bostricate si trovino su terreni ripidi, a monte e a ridosso di infrastrutture o case, può essere opportuno rimuoverle lasciando comunque le ceppaie tagliate alte e in qualche caso abbattendo alcune piante in senso perpendicolare alla pendenza a fini protettivi.
Le trappole a feromoni sono efficaci per il controllo del bostrico?
Trappola a feromoni per la cattura del bostrico
No, le trappole a feromoni non sono efficaci per la cattura del bostrico, perlomeno non nella sua fase epidemica. Nonostante il gran numero di individui che una trappola può catturare in una stagione, solo una piccola parte della popolazione può essere intercettata. Il raggio d’azione del feromone è di qualche decina di metri e anche se le trappole sono posizionate una vicino all’altra, in modo da creare una nuvola di feromone all’interno di un’area aperta, si riesce a intercettare solo una minima parte della popolazione di scolitidi. Ci sono diverse ragioni per questo:
la risposta degli adulti ai feromoni non è sempre uguale, e può essere influenzata da vari fattori;
il potere attrattivo delle piante, dovuto sia al feromone di aggregazione emesso dagli adulti all’interno delle stesse, sia a composti volatili prodotti dagli alberi attaccati e/o stressati (cairomoni), è spesso maggiore di quello del feromone sintetico;
molti si muovono nello spazio della chioma o nel fusto e quindi non raggiungono l’area della nuvola di feromone;
le trappole possono essere posizionate solo ad una distanza di sicurezza dal soprassuolo, quindi vengono catturati solo i coleotteri che si trovano nella zona di azione della trappola, cioè fuori dal soprassuolo o ai margini delle fratte da vento;
l’uso intensivo delle trappole per la cattura massale comporta alti costi di controllo e manutenzione. I feromoni, infatti, evaporano in estate entro poche settimane e devono essere sostituiti. Altro tempo è necessario per controllare, svuotare e se necessario pulire la trappola, almeno ogni 14 giorni.
La trappola a feromoni non è adatta quindi per un riduzione efficace delle popolazioni di bostrico, quanto piuttosto per un controllo delle densità di coleotteri esistenti, per monitorare l’attività di sciamatura e per stimare il potenziale di riproduzione.
Come intervenire con i tagli nelle aree colpite dal bostrico?
In caso di schianti da neve o da vento, nel caso di boschi a prevalenza di abete rosso, la prima misura da adottare è la rimozione o scortecciatura delle piante colpite e di tutto il potenziale materiale riproduttivo (alberi caduti o tronchi con corteccia), prima che la nuova generazione di adulti sfarfalli. L’asportazione è tanto più importante quanto più il materiale danneggiato è sparso e può quindi costituire più a lungo un substrato di possibile diffusione del coleottero, anche se in genere la raccolta di schianti sparsi è più costosa rispetto agli schianti concentrati. L’intervento efficace per la riduzione della popolazione di bostrico deve interessare le piante con chioma ancora verde, che vedono ancora la presenza sotto corteccia dell’insetto. La rimozione di piante a chioma arrossata o già grigia non ha più efficacia preventiva per la diffusione dell’insetto, in quanto gli insetti si sono già involati. Peraltro l’individuazione delle piante infestate ancora verdi è particolarmente complessa, in quanto spesso gli insetti sono situati nella parte alta della chioma e diventa di difficile attuazione quando i focolai di infestazione sono molti e ravvicinati.
Sotto il profilo operativo vanno pertanto distinte due situazioni diverse, che richiedono diversi approcci selvicolturali.
Popolazione di bostrico in fase endemica, con pochi focolai distanti ed isolati. In questo caso la pratica tradizionale di riduzione sul nascere della popolazione può ancora avere effetto. L’asportazione deve avvenire prima della fase di sfarfallamento degli adulti che hanno svernato sotto corteccia (entro marzo-aprile) o prima dello sfarfallamento della prima generazione (generalmente entro giugno). L’assegno deve asportare soprattutto le piante verdi infestate attorno al nucleo arrossato, in modo da trovare un margine stabile che può essere dato da una composizione diversa del bosco, da piante più giovani o con chioma profonda, da un cambio di morfologia. La creazione di nuovi margini, soprattutto se non sufficientemente stabili, espone infatti le piante di margine a stress e può favorire l’ulteriore espansione dell’attacco.
Focolaio in fase iniziale o di tipo endemico
Popolazione di bostrico in fase epidemica, con molti focolai ravvicinati o focolai molto estesi. In questo caso diventa praticamente impossibile contenere la popolazione dell’insetto attraverso una lotta di tipo selvicolturale, per la difficoltà di individuare in tempi utili tutte le piante verdi infestate. L’eccessiva fretta nell’asportare le piante infestate può avere addirittura un effetto contrario, esponendo nuovi margini a stress e danneggiando i vari antagonisti naturali presenti nei boschi (predatori, parassiti, ecc.) e che in molti casi si sviluppano con un leggero ritardo temporale rispetto al bostrico. In questi casi, piuttosto, è meglio attendere che l’attacco si stabilizzi per effettuare l’assegnazione e l’utilizzazione delle piante.
Infestazione epidemica
Quale strategia adottare per la difesa dal bostrico?
La migliore strategia per contenere i danni da bostrico resta la prevenzione.
Il recupero degli schianti in tempi tali da ridurre il pericolo di infestazione (entro un anno) è facilitato nel caso di perturbazioni da vento o da neve localizzate. Nel caso di schianti estesi ad un’intera regione ciò evidentemente è più difficile e la pullulazione diventa inevitabile, anche se restano incerte l’entità e la durata, che dipendono molto anche dall’andamento climatico. In genere, anche sulla base delle esperienze centro europee seguite alle tempeste Gudrum, Lothar e Vivian, la durata della pullulazione può arrivare a 5-6 anni o più dopo l’evento iniziale.
E’ opportuno allora cercare di intervenire ancor prima, in tutti i casi dove è possibile, con la creazione di boschi misti con varie specie e ben strutturati, con piante di classi di età diverse. Questo tipo di boschi infatti è più capace di resistere in caso di pullulazioni ed è in grado di ricostituirsi prima, nel caso di infestazioni che portino alla perdita dell’abete rosso.
Tale orientamento è ancora più importante se si considera il previsto aumento delle temperature medie causato dai cambiamenti climatici, che potrebbe accrescere il rischio di pullulazioni di bostrico nei prossimi anni.
QUALITA’ DEL LEGNO BOSTRICATO
Il legno delle piante attaccate dal bostrico è utilizzabile solamente come legna da ardere?
No, le gallerie scavate dal bostrico non penetrano nel legno e quindi le caratteristiche tecnologiche del materiale non vengono alterate direttamente dall’azione dello scolitide, consentendone l’utilizzo come legname da opera.
Gli attacchi di bostrico arrecano danni secondari al legname?
Il legname attaccato dal bostrico può andare incontro in tempi più o meno lunghi a decadimenti estetici e tecnologici, dovuti sia a cause biotiche che abiotiche.
Cause biotiche:
Azzurramento: alterazione del colore del legno causato da funghi trasportati all’interno della pianta prevalentemente dagli insetti scolitidi. Le caratteristiche tecnologiche del legno non vengono modificate, ma l’alterazione cromatica, che avviene soprattutto con condizioni climatiche calde e umide, rende il legname inadatto per gli impieghi “a vista”, consentendone l’utilizzo solamente per realizzare manufatti non visibili o verniciati.
Gallerie scavate da xylofagi secondari: le piante secche in piedi, ma anche quelle già tagliate e conservate in catasta, possono essere soggette all’attacco di insetti che si sviluppano all’interno del legno, rendendo quest’ultimo inadatto alla segagione. Oltre al danno causato direttamente attraverso l’azione di rosura, anche questi insetti possono trasportare nel legno funghi che ne alterano la struttura.
Cause abiotiche:
Il materiale legnoso secco in piedi può presentare tensioni, ritiri e fessurazioni che determinano una riduzione della resa di lavorazione, sia al momento delle utilizzazioni forestali che della segagione in segheria.
SITUAZIONE IN TRENTINO
A cosa servono le trappole a feromoni?
Ad attirare e catturare individui adulti in fase di volo. In situazioni di forte pullulazione, tuttavia, le trappole hanno una scarsa efficacia per il contenimento dell’epidemia, sebbene svolgano un ruolo essenziale nel monitoraggio del suo andamento. Il conteggio periodico degli individui catturati consente di verificare quando viene superata la soglia di attenzione e il raffronto tra le catture primaverili e quelle autunnali permette di fare delle proiezioni sull’andamento potenziale della pullulazione.
E’ possibile usare dati da telerilevamento per l’individuazione degli attacchi di bostrico?
Il rilevamento della cosiddetta fase di “attacco verde”, cioè il rilevamento di un’infestazione quando la chioma è verde, finora non è stato ottenuto in modo affidabile. Anche con le immagini della gamma del vicino infrarosso (NIR) non è stato possibile rilevare una chiara risposta spettrale nella fase di attacco verde. Il rilevamento dell’infestazione dall’alto funziona solo quando le chiome virano al rosso; a quel punto però i coleotteri hanno già in buona parte abbandonato le piante.
Ciononostante è possibile usare il telerilevamento indirettamente. L’individuazione delle aree dove le chiome sono già diventate rosse durante l’estate consente di localizzare i siti dove il materiale non è ancora stato asportato. Laddove il coleottero ha abbandonato piante già morte, ci si può aspettare una nuova infestazione nelle immediate vicinanze. Le mappe create con i dati satellitari possono consentire di ridurre lo sforzo di segnalazione delle aree colpite da parte dei distretti forestali, aiutando a prevenire l’ulteriore diffusione del bostrico. Attualmente sono in corso contatti con la Fondazione Mach per mettere a punto un sistema di rilevazione automatica attraverso il telerilevamento.
Quale è lo stato attuale della pullulazione in provincia di Trento?
Nel corso del 2019 erano già stati riscontrati aumenti delle catture di bostrico nelle 220 trappole distribuite sul territorio provinciale subito dopo la tempesta Vaia, soprattutto nella parte meridionale della provincia, peraltro non particolarmente colpita dagli schianti.
Nel corso del 2020 l’effetto Vaia si è reso più evidente, con un incremento significativo delle catture in tutto il settore nord orientale della provincia, in particolare nei distretti a sud della catena del Lagorai (Pergine Valsugana e Borgo Valsugana), superando in quasi l’80% delle trappole la soglia di attenzione di 8000 individui per trappola, oltre la quale le popolazioni sono da ritenersi in fase epidemica di rapida e intensa crescita. Tale dinamica è stata favorita, oltre che dalla quantità di materiale ancora presente in bosco, anche dall’andamento meteorologico dell’inverno 2019-2020 e della primavera successiva, che ha consentito alle popolazioni di bostrico una maggiore sopravvivenza alla stagione invernale e un netto anticipo del volo degli svernanti e, quindi, della diffusione.
L’effetto di tale evoluzione si è reso evidente nel corso del 2021, durante il quale, nonostante la prolungata stagione invernale e l’assenza di periodi siccitosi nella generalità dei distretti forestali, si sono manifestati arrossamenti e morie di abete rosso diffusi, con particolare incidenza sui distretti orientali di Pergine Valsugana, Borgo Valsugana, Cavalese e Primiero, maggiormente colpiti da Vaia, ma con attacchi visibili anche negli altri distretti.
Una proiezione sul possibile andamento della pullulazione nel prossimo anno potrà essere fatta a conclusione dell’elaborazione dei dati raccolti nel 2021 nelle trappole di monitoraggio. A livello indicativo, le popolazioni appaiono ancora in fase di espansione nella parte del territorio più colpita dalla tempesta Vaia, con una tendenza allo spostamento verso quote più elevate, mentre nelle aree più calde e meridionali della provincia il picco potrebbe essere stato già raggiunto, pur potendo presentare una variabilità locale delle situazioni.
Cartografia : Edizioni Zanetti – n°104 Cortina e Dintorni 1:25000
Non esiste in qualsiasi altra descrizione un anello che dal basso sale su queste cime , infuocate dalla battaglia , qui in questo post voglio rendere voi partecipi di questo percorso che anche se ardito è accessibile da buona parte delle persone abituate a trekking dolomitici.
Come Raggiungere
Dopo essere saliti ad Auronzo , oppure a Cortina d’Ampezzo, si sale fino al Lago di Misurina poi si prosegue verso Dobbiaco fino a raggiungere e superare il lago di Landro, appena giunti al Hotel Tre Cime si trova sulla destra un ampio posteggio a pagamento che permette di imboccare diversi sentieri che salgono sia sul monte Piano 2306 m e Piana, che anche sulle Tre Cime di Lavaredo . Lasciata l’auto si prosegue per il sentiero interessato.
Sentiero dei Pionieri–Pionerweg
Si sale prendendo il sentiero dei Pionieri molto bello e panoramico che porta sul monte Piano 2306 m forse è uno dei più antichi, basti pensare che la ferrata sulla parte alta è stata ideata e costruita nel 1916 per poi essere risistemata nel 1980 (superabile anche senza percorrerla deviando a destra ), inizialmente sale piano salendo sul letto del torrente per poi attraverso le prime tracce di mulattiera sale zigzagando aumentandone poi la ripidità e presentando alcuni tratti con corda in acciaio fattibile anche senza imbrago, il panorama verso la valle e molto bello ed ampio su buona parte della sua estensione , man mano che si sale si restringe leggermente fino ad incontrare un punto poco lontano dalle creste in cui si trova un piccolo cimitero austriaco , e dove si possono scorgere sulla sinistra verso la val della Rienza , continuando poi a salire si raggiunge un tratto di via ferrata in cui è indispensabile l’imbrago ma è raggirabile sulla destra, per poi ricongiungersi quasi sulla vetta dove nel versante della Valle si scorge la centrale elettrica e l’arrivo della teleferica che parte dalla Val di Landro, numerose le postazioni ancora intatte prima di raggiungere la vetta del monte Piano , dove si trova anche la Croce di Dobbiaco , si prosegue una visita del monte Piano o del Pianto come lo definivano gli austroungarici , praticamente un museo a cielo aperto di incredibile conservazione grazie a chi mantiene questo luogo curato e in un certo senso sacro.
Ho voluto dedicare un post solo a trattare questo luogo dove l’eroismo e il sangue ha fatto da cornice su questi aspri monti , nel rispetto di molte vite spezzate , qui su questo museo a cielo aperto dove i recuperanti hanno lasciato qualche reticolato e cavallo di frisia si può ammirare tutto questo , al cospetto di quelle grandi montagne culla dell’alpinismo mondiale . Luciano
Raggiunta la quota della cima , l’itinerario prosegue attraverso diversi punti di riferimento numerati che da questa posizione porteranno al giro completo , anche se il punto di partenza sarebbe il Rifugio dedicato al maggiore Angelo Bosi a 2224 m dove all’interno si può recuperare una cartina planimetrica delle postazioni numerate per una maggiore comprensione delle vicende da 1 a 25 per usare le posizioni numerate bisogna salire dalla via principale e più semplice ovvero quella che sale dal lago di Misurina al rifugio Maggiore Bosi. Noi siamo saliti dal sentiero dei Pionieri , proseguendo un pò a caso tra le posizioni si dovrà esplorare prima il Monte piano sia sulla destra che a sinistra , poi raggiunta la Forcella dei Castrati era a quota 2272 m, si salirà sul Monte Piana 2324 m, ovvero la parte italiana dove scendendo verso il Rifugio si potrà risalire sul comando italiano un collegamento fino a raggiungere la prima linea dove si trovavano i ricoveri e depositi di munizioni salendo tra le spaccature del terreno e anche qualche tratto impegnativo servito da opportuna a corda , consigliabile per i meno esperti di salire sui pratoni sovrastanti . Si incontra il comando di compagnia che domina la val Popena , fino a raggiungere all’imbocco di una galleria, proseguendo su questo galleria si raggiunge la prima linea . Dopo aver raggiunto il pianoro tozzo del Monte Piana si potrà avere una visione completa di quello che sono state le cruenti battaglie che hanno insanguinato queste due tozze e quasi insignificanti cime , messe di fronte a cime di ben più grande interesse sotto il profilo alpinistico ed esplorativo , solo dopo averci confrontato con la storia si potrà veramente capire l’importanza di queste due quote Monte Piana 2324 m e il Monte Piano 2306 m considerando che la Forcella dei Castrati era a quota 2272 m.
Mappa del Monte Piana e Piano
Dopo aver percorso in largo ed in lungo il Monte Piana ed il Monte Piano , si scende fino alla Forcella dei Castrati era a quota 2272 m.
Sentiero dei Turisti
Dove un bivio ci permetterà di prendere il sentiero 6B definito del Turista , una doverosa considerazione dev’essere fatta , si chiama sentiero dei Turisti ma non per questo si può prendere sottogamba, è un sentiero di tutto rispetto , si scende sotto la cresta del Monte Piana con panorami mozzafiato , fino a raggiungere dei ghiaioni un pò instabili attrezzati con scalini e passerelle di legno , per poi raggiungere dapprima un boschetto di mughi e poi un boschetto di aghiformi lungo il letto del canale che porterà sul lago di landro fino a ricongiungersi con il 6 Sentiero dei Pionieri completando così un anello di circa 7 ore.
SAMSUNG CAMERA PICTURES
Cenni storici
Il sentiero dei pionieri , fu tracciato molto prima del 1915 dall’esercito austroungarico per poter salire e fortificare il confine visto che passavo dalla forcella dei Castrati separando così il monte Piano (austriaco) dal monte Piana (italiano) , questo tracciato venne poi affiancato da una teleferica e un gruppo di baraccamenti per le truppe compreso anche un ospedale da campo ed una centrale elettrica, per alimentare i compressori per i martelli pneumatici usati per scavare il complesso sistema di trincee in quota, venne poi abbandonato per un lungo periodo , poi nel 1980 fu riaperto e mantenuto sempre nelle condizioni attuali.
Monte Piano e Piana
Dopo essere divenuto metà turistica abbastanza ambita nonostante poco conosciuta , fu costruito a poca distanza tra i due confini il Piano Hutte , poi ci salì il poeta Carducci affezionato a questi luoghi , dove per omaggiarne la visita alla suo morte si eresse la piramide Carducci , casualmente a ridosso del confine austroungarico , una zona che dopo l’eccidio di Sarajevo sarebbe divenuta uno dei tratti più contesi e sofferti , con maestosi lavori di trinceramenti scavi e soprattutto una guerra di posizione molte volte all’arma bianca , i turisti si allontanarono ben presto e torno il silenzio , mentre iniziarono a sopraggiungere nella valle pattuglie in perlustrazione e truppe al lavoro per occuparsi dei varchi di accesso al Monte Piano , costruendo il famoso è ardito sentiero dei Pionieri Pionierweg che partiva dalla Val di Landro che allo scoppio della guerra divenne l’unica via per salire sul monte. Mentre nella parte italiana sì iniziarono i lavori di comunicazione per salire anche si sul Monte Piana sia per quanto riguarda basi logistiche che le posizione di artiglieria durante la primavera del 1915 battaglione alpini pieve di Cadore sali con due batterie batterie da montagna ingenti austro-ungarici erano gli assediati come compagnia di Landsturmer e Standschutzen , il 23 maggio del 1915 alle ore 19 l’ufficio postale del Imperiale Regio informo che l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria il 5 giugno il maresciallo Goiginger assunse il comando della divisione Pustertal dato che conosceva molto bene le zona e si rese conto subito dell’importanza strategica del Monte Piano mentre le nostre truppe presidiavano le cime del Monte era evidente occupare l’intero tovagliato con le pochi uomini .
il 7 giugno del 15 un soldato finito il turno di guardia si addormentò su una roccia e precipito nel vuoto , ci fu il primo attacco le posizioni italiane, gli austro ungarici salirono nella notte da Carbonin uscendo così indisturbati nel tratto che va dalla forcella dei Castrati e la piramide Carducci , agli italiani presi di sorpresa non rimaneva l’attacco con la baionetta, numerosi i feriti e 22 morti, ma gli austriaci rimasero bloccati per giorni costretti sotto un fuoco di artiglieria italiano che impediva loro qualsiasi movimento .
Nei giorni successivi in un assalto alla baionetta caddero 22 alpini poi ci fu un cambiamento del tempo freddo pioggia teoresi impossibile gli attacchi giorno prima c’è il 14 da Misurina di un se un battaglione di rinforzo nella zona della piramide Carducci ci furono due giorni di attacchi dove venne ucciso il maggiore Bosi il comando viene assunto dal maggiore al Gavagnin qui combattimenti si portassero fino alle 3 del mattino i nostri Fanti riuscirono ad invadere che posizione a Versailles e quanto pareva forse perduto il Pianoro Nord dagli austro-ungarici tutti i cannoni austriaci di Prato Piazza e Col di Specie di l’anno dell’Alpe mattina del Monte Rudo e tavolo in azione e anche i due cannoni portati su monte Piano a circa 300 metri dalle linee italiane facendo un fuoco indiavolato costringendo così gli italiani a ritirarsi a volte anche dei gas asfissianti alle ore 11 si chiuse la seconda degli numerose rosse pagine del Monte del pianto . Il terzo attacco Europa visto per metà agosto mentre la guerra si trova trasformando una gara di mantenere le proprie posizioni anche se i lavori di preparazione avvenivano in maniera scrupolosa perché la parte italiana e lavorava per prepararsi per l’inverno successivo con le slavine che sarebbero diventate la parte più pericolose, la più grande del 5 marzo del 16 che travolse circa 150 austriaci e l’inverno furono apportate diverse posizioni di appoggio le guardie di Napoleone. I nostri avversari vennero così a trovarsi a circa 300 metri di distanza dalle nostre linee anche se i loro trinceramenti erano molto più protetti e avevano solo piccole feritoie per dei fucili mitragliatrici che puntavano verso le nostre linee. Il 13 dicembre la neve aveva così raggiunto un altezza di circa 7 metri e le temperature sfioravano in meno 42 le sentinelle raggiungevano i punti di appoggio strisciando per non venire travolte dalle bufere del vento così gli italiani iniziamo a lavorare costruendo postazioni sotterranei per essere riparati del gelido inverno. Nel gennaio del 17 gli Austroungarici sospettarono gli italiani lavorassero a una postazione da mine il 14 luglio sulle postazioni italiane e sul Monte piana si scatenò violentissimo temporale e riversarono un enorme quantità di fango riempendo i cunicoli , un potente scoppio della galleria da Mina causò un vero e proprio disastro multi di nostri soldati rimasero per terra privi di conoscenza la causa dello scoppio fu un fulmine che colpisce sistema di innesco . Il 10 ottobre molti rinforzi raggiunsero gli austro-ungarici e a copertura delle artiglieria gli austriaci attaccavano 18 di ottobre 18 lanciamine e l’aggiunta di 74 cannoni e coprirono l’avanzamento , mentre nevicava e con l’uso di gas asfissianti ma essendo in netta inferiorità raggiunsero solo la galleria Napoleone il 3 novembre del 17 le truppe italiane si dovettero ritirare le monte Piana , gli austriaci seguivano occupando posizioni che erano state tenute degli italiani, per gli austriaci furono gli ultimi giorni per la loro antica Gloria mentre gli italiani stavano marciando verso la seppur sofferta e dolorosa vittoria .
Fonte storica: Guida ai musei a cielo aperto delle dolomiti Orientali grande guerra per non dimenticare . Antonella Fornari -edizioni DBS
Per approfondire vi invito ad acquistare questo fantastico libro descritto con grande passione ed amore per questi luoghi , dove la memoria fonda le proprie radici nella storia d’Italia.
Tempo di percorrenza del sentiero : 3h15 Da Cesuna 4h Da Campiello
Dislivello totale : 350 m
Quota massima raggiunta : 1233 m
Come Raggiungere
Questa linea , come avevo già descritto nell’Anello Campiello-Monte Paù -Zovetto -Val Magnaboschi-Monte Lèmerle , è possibile prenderla da Campiello il tratto tratteggiato , sulla strada che porta a Tresche Conca , ma si può anche salire da Cesuna , e volendo si sale anche in auto fino al Zovetto , ma vi invito ha lasciare l’auto in basso , vicino ai due cimiteri e salire dapprima sullo Zovetto , e poi sul Monte Lèmerle , la lunghezza di questo itinerario si aggira sulle 3h30-4h , con poca difficoltà di dislivello.
Riflessioni
Ho dovuto fare un post solo per scrivere , sintetizzare e riassumere l’importanza ed il grande sacrificio di sangue versato su queste posizioni , quasi inesorabilmente dimenticate da chi pratica il semplice escursionismo , ma l’importanza di questi siti , parla solo percorrendoli e qui vi voglio informare per approfondire , Campiello , Monte Paù , Monte Zovetto , Val Magnaboschi , Monte Lèmerle , certo , anni di guerra non si possono documentare in poche righe , ma qualcosa si deve dire su questa linea che ha bloccato agli austroungarici di scendere sulla pianura Veneta.
Cenni storici
Nella zona di Cesuna gli italiani andarono a schierarsi fra il monte Lemerle, il monte Magnaboschi, il monte Pau e il monte Zovetto. Qui i reparti, disorganizzati e non pratici del terreno, riuscirono incredibilmente a resistere ad un ulteriore tentativo di affondo austriaco. Le brigate Granatieri (1° e 2° reggimento), Forlì (43° e 44° reggimento fanteria), Trapani (144°, 149° e 150° reggimento fanteria), Modena (41° e 42° reggimento fanteria), Udine (95° e 96° reggimento fanteria) e Liguria (157° e 158° reggimento fanteria) ressero l’urto sebbene il pericolo di uno sfondamento si presentasse imminente a più riprese. Riporta Gianni Pieropan nel suo libro Le montagne scottano: “Quando il giornalista Giuseppe De Mori si riaffacciò sullo Zovetto, stando a fianco dello stesso generale Papa (comandante della brigata Liguria che aveva tenuto la linea dello Zovetto), esso gli apparve bruciato, sconvolto, tutto un terriccio giallo ed un pietrame grigio, seminato di cadaveri e gemente di feriti, una visione tragica e nel contempo sublime, perché da quelle buche, da quei crepacci, da quelle trincee di cadaveri si vedevano emergere gli elmetti dei Fanti e le canne dei lori fucili, rari, ma impavidi e intrepidi”. A testimonianza di questi fatti d’armi, in loco, ancora oggi, sono ben visibili i monumenti dedicati a questi reparti.
Monte Zovetto
Il zovetto regala un panorama unico nella conca di Asiago , il Monte della brigata “Liguria”, qui gli uomini guidati dal gen. Achille Papa , che aveva voluto tenacemente quella difesa anche a dispetto dello scetticismo di alcuni superiori, seppero realizzare su una delle alture più brulle spoglie della zona un autentico miracolo. Dopo una serie di azioni di pattuglie della sottostante Val Canaglia, condotte nei giorni 7 ed 8 giugno 1916, a partire dalla preparazione di artiglieria del 13 fino a tutto il 16 i soldati della “Liguria” arrestarono ogni urto da parte della 68°brigata di fanteria Austroungarica . Lo fecero potendo contare solamente sulle trincee scavate da loro stessi, con scarso supporto di artiglieria, senza rancio caldo e dovendo affrontare sempre più espedienti tattici da parte degli abili avversari e perdendo alla fine quasi 2000 uomini. Nonostante la conquista della Casara Zovetto, il pronto intervento dei reparti di rincalzo consentirà di contenere l’assalto Austroungarici precludendo loro la possibilità di sfondare le ridottissime linee della “Liguria” e di dilagare in Val magnaboschi. La giornata chiave del 15 giugno viene così descritta dal cap. Valentino Coda :
“ora di austriaci hanno adottato una nuova tattica. Senza sospendere né rallentare il fuoco di artiglieria, le fanterie a piccoli drappelli, a sbalzi periodici di poche decine di metri si spostano obliquamente verso le ali di di ogni nostra ridotta, tentando di accerchiare le posizioni che sono valse a rompere l’attacco frontale. Siffatta manovra impone ai difensori un raddoppiamento della vigilanza: bisogna alzare la testa oltre agli ultimi scherm,i sollevarsi di tutte le spalla, imbracciare il fucile, far fuoco, il che significa lungo andare, essere sfracellati da una granata. Quando tuona così tremendo il cannone, istinto fa sì che anche gli uomini più coraggiosi si rannicchino in fondo ai ricoveri, ma i difensori dello Zovetto non hanno più nulla di umano.“
La trincea del Zovetto faceva parte della linea di rinforzo italiana , con la funzione di collegare , la zona di Campiello con Cesuna , val Magnaboschi ed il Monte Lèmerle , questo tratto di trincea recuperato permetteva con postazioni di mitragliatrice di sorvegliare la Val Magnaboschi , oltre ad essere utilizzate come osservatorio di artiglieria.
Già nell’aprile del 1917 giunsero in Italia dal Regno Unito i primi gruppi di artiglieria per sostenere i nostri attacchi sul Carso. Dopo la sconfitta italiana sull’Alto Isonzo ed il ripiegamento del nostro esercito sulla linea Altopiano-Grappa-Piave, che venne inviato in Italia un Corpo di Spedizione britannico oltre a 6 divisioni francesi. Tali truppe vennero tenute lontano , nel timore che un ulteriore crollo da parte italiana potesse coinvolgerle, soprattutto sul piano morale. La tenuta dei nostri reparti sull’intero arco difensivo e la ripresa offensiva realizzatasi con la prima battaglia dei Tre Monti convinsero i nostri alleati della volontà del nostro esercito di proseguire il conflitto. Divisioni inglesi e francesi cominciarono quindi a dare il cambio alle nostre unità più provate, prima sul Montello e quindi proprio sull’Altopiano dei Sette Comuni. Qui, nel settore compreso tra l’abitato di Cesuna e la strada del Barental, dalla fine del mese di marzo 1918 venne schierato il XIV Corpo d’Armata, al comando di Lord Cavan, che comprendeva la 7°, la 23° e la 48° Divisione. E proprio la 23° e la 48° Divisione nel giugno 1918 affrontarono la Battaglia del Solstizio fronteggiando l’assalto dei reparti ungheresi della 38° Divisione Honvéd. Nonostante alcuni cedimenti locali davanti a Cesuna, nel settore della 48a Divisione, l’intervento delle artiglierie italiane schierate sul nodo del Cengio e un deciso contrattacco inglese consentì di respingere l’assalto austriaco. Il 9 ottobre la 73° e 23° Divisione vennero inviate sul Piave dove; nel corso della Battaglia di Vittorio Veneto, diedero un decisivo contributo allo sfondamento delle Iinee austriache. Sull’Altopiano rimase la 48° Divisione che nell’offensiva finale, assieme ai reparti italiani e francesi, si lanciò all’inseguimento degli austriaci sino alle porte di Trento.
Val Magnaboschi
La zona di combattimento e cimiteriale di Val Magnaboschi rappresenta certamente per i fanti italiani quello che il Cengio simboleggia per i Granatieri e quello che l’Ortigara ha finito col significare per gli Alpini. Essa è diventato il sacrario naturale del sacrificio della nostra fanteria sull’Altopiano dei Sette Comuni, come testimonia anche la colonna romana postavi a ricordo nel dopoguerra. Gli eventi bellici che ne consacrarono tale significato coincisero con la fase determinante e conclusiva dell’offensiva austriaca della primavera del 1916, nota nelle fonti italiane come Strafexpedition (Spedizione punitiva). Perduto il nodo del Monte Cengio ed annientata la resistenza della Brigata Granatieri il fronte italiano, per decisione del Gen. Rostagno, impressionato da quanto in precedenza accaduto, si era ritirato dietro il profondo intaglio della Val Canaglia e correva sulle alture di Monte Paù-Monte Zovetto-Monte Lemerle per proseguire poi verso il Kaberlaba ed il Torle. La Valle di Magnaboschi veniva così a costituire l’immediata retrovia e la principale via di collegamento di questi improvvisati capisaldi. Fu naturale che essa divenisse, a partire dal 6 giugno 1916, il principale obiettivo del 1° Corpo d’armata austro-ungarico, anche perché il suo comandante, il Gen. Kirchbach auf Lauterbach, non ritenne opportuno affrontare l’ostacolo della Val Canaglia e puntò decisamente sul centro del nuovo schieramento italiano. Oltre quella valle si prospettava, comeun miraggio, la vista della pianura veneta e la possibilità della sua conquista. Lo stesso comandante d’Armata, l’ungherese Gen. Kovess von Kovesshaza, vide nell’occupazione della linea Lemerle-Kaberlaba-Sisemol la premessa indispensabile per la caduta di Monte Paù, l’ultimo pilastro occidentale dell’Altopiano prima dello sbocco al piano. Fu così che nei giorni successivi prima la 32° e quindi la 33° Divisione italiana di fanteria dovettero difendere, sostenute dalla poca artiglieria che stava salendo a fatica sull’Altopiano, l’urto della 34° Divisione austroungarica. La sera del 16 giugno 1916 gli austriaci sfondarono in Val Magnaboschi, oltre la Casera, nel punto di collegamento della Brigata Liguria con la Forlì: due compagnie della Brigata Liguria furono accerchiate e catturate costringendo i comandi superiori ad arretrare la Brigata sul Magnaboschi abbandonando lo Zovetto. La resistenza italiana era stata comunque tale da provare i reparti austriaci al punto da impedire loro di sfruttare il momentaneo successo.
Così descrive uno momenti maggiormente rischiosi il comandante la Brigata Forlì:
“Si apre al nemico un più facile ingresso per la selletta di Magnaboschi, però tappato con un battaglione del 214°, giunto nella mattinata in rinforzo al 43°. Il nemico tenta di forzarlo, dopo violenta preparazione di fuoco il 17, ma provvidenziale un altro rinforzo arriva in quel momento al comandante del 43°: il battaglione del 214° col comando di reggimento. I due battaglioni vengono lanciati al contrattacco. Eroico contrattacco, fieramente guidato dal comandante di reggimento Boncolardo, e dai due comandanti di battaglione Boschetti e Poggesi.”
La 34° Divisione austroungarica tra il 15 ed il 16 giugno ebbe a contare 243 morti e 1313 feriti mentre le perdite della 33° Divisione italiana assommarono a 234 morti, 868 feriti e 647 dispersi. La valle venne così ad accogliere le spoglie dei caduti italiani ed austriaci, come accoglierà quelle dei caduti del Corpo di Spedizione britannico che qui venne schierato dalla primavera del 1918 e che ebbe modo di dare il suo decisivo contributo all’arresto dell’offensiva austriaca sull’Altopiano durante la Battaglia del Solstizio. Nel dopoguerra la creazione dei due cimiteri , in cui le sepolture degli uomini dei Reggimenti dell’Oxfordshire e del Buckinghamshire, cosi come dei fucilieri del Northumberland e dei fanti del Gloucester erano di fronte a quelle dei fanti delle Brigate “Liguria”, “Trapani”, “Arno” e “Forlì”, visitati oltretutto dallo stesso re d’Inghilterra, costituì un fatto di assoluto rilievo nell’elaborazione di una memoria collettiva non solo nazionale e divenne un importante elemento nelle buone relazioni tra i due paesi.
Selletta e Monte Lèmerle
La vita nelle trincee costruite dava l’idea di buche fatte alla meglio , giusto per ripararsi , che consentivano una grama esistenza se non solamente una soppravvivenza agli attacchi , soprattutto quando queste venivano costruite sotto il fuoco dell’artiglieria nemica o subito a ridosso del punto di attacco. Dopo l’offensiva è l’arretramento delle truppe austroungariche , queste linee furono ricostruite dal Genio e la differenza si vede come siano fatte ccon logiche di progettazione e secondo alcuni standard , tesi a garantire la sicurezza dei difensori , una buona visuale di tiro , e non ultima dare una condizione di vita perlomeno migliore di una buca piena di terra. Il corpo Britannico che subentrò agli italiani continuo la sistemazione in questo senso.
Bunker inglese sul Lèmerle
Le divisioni britanniche avevano al loro interno un battaglione di pionieri che venivano usati per la creazione di trincee , ripari , baraccamenti per le truppe e postazioni varie , il bunker non era altro che il posto di comando dei pionieri 9°South Staffordshire rgt, che realizzo buona parte delle opere assieme alla 23° divisione , tra Cesuna e la strada del Barental (strada dell’orso) che porta da Asiago a Bassano del Grappa .
Cima Lèmerle
Questa cima che ora è quasi completamente coperta dal bosco , svolse nella strafexpedition un ruolo importante fungendo da fulcro con il monte Kaberlaba e Torle , collegando la val Magnaboschi allo Zovetto e a Passo Campiello , a partire dal 6 giugno fino al 18 giugno 1916 , venne attaccato dagli austroungarici la 34°divisione del Banato di Temesvar , e battuto da tre brigate di artiglieria campale e dal raggruppamento di artiglieria pesante Janecka . Tra le forze italiane invece l’appoggio dell’artiglieria era scarno , e nonostante i pochi trinceramenti riuscirono a resistere fino all’attacco del 24°rgt fanteria di Czernoviz , ma fu subito dopo riconquistato in contrattacco da due battaglioni di Bersaglieri , gli altri sforzi da parte degli austroungarici di sfondare la linea difensiva italiana sono stati vani , sul Lemerle e sulla cresta combatterono soprattutto i fanti della brigata Forlì 43°e 44° rgt , il Gen. Franchi loro comandante riporta così:
“Dieci giorni e dieci notti di eroismo e di sacrificio avevano vissute quelle valorose truppe , in un continuo inferno di fuoco e di sangue , in una continua tragedia di lotta e di morte ,con privazioni di rancio, con le labbra spesso riarse della sete e dalla febbre, prive di sonno e di riposo; nessuno, nessuno ebbe il pensiero alla fuga, alla disperazione, all’esonero.“
Cartografia : Lagiralpinan°24 Dolomiti di Sesto 1:25000
Come Raggiungere
Si sale verso località Sesto , sia che si passi da Auronzo oppure si salga direttamente a Sesto , evitando cosi di passare sia per Cortina d’Ampezzo che da Auronzo di Cadore e il lago di Misurina , raggiunto l’abitato di Moso si prende la Val Fiscalina fino a raggiungere un ampio posteggio a pagamento dove lasceremo l’auto e proseguiremo a piedi verso il Rifugio Fondovalle . Oppure direttamente a Sesto da Sappada senza così passare ne da Cortina d’Ampezzo, ne da Auronzo , accorciando notevolmente i km in auto.
Descrizione
Questo percorso è ideale per tutte quelle persone che amano il trekking , non occorre essere alpinisti , ma ovviamente si tratta di Dolomiti , e le quote sono severe , i cambiamenti metereologici altrettanto , premesso questo si tratta di un sentiero ad anello che permette di visitare un sito di interesse internazionale , patrimonio dell’UNESCO , anche se io preferisco paradisi molto meno affollati , ricordo che il posteggio è a pagamento , un percorso tra i più belli per salire al Rifugio Locatelli Innerkofler 2405 m , si parte dal Rifugio Fondovalle 1548 m, il sentiero poco difficile e molto variegato , presenta passaggi molto belli nel suo primo tratto boschivo per poi salendo sempre privo di difficoltà su tratti rocciosi per poi culminare sull’Alpe dei Piani con gli omonimi laghetti . Il tracciato sale su un terreno sassoso, ma piacevole in mezzo ad una vegetazione molto variabile , dai mughi alle pinete di abeti ,transitando sul lato destro di un piccolo torrente, mentre man mano che si sale si allontana dallo stesso nel punto in cui la pendenza inizia un pò ad aumentare senza mai divenire ostica e difficile, raggiungendo questo tratto si potrà notare la cascata proprio a ridosso del boschetto, dove anche la pendenza si farà un pò più severa e sulle cengie circostanti si ammirerà la Cima Fiscalina e la Cima dell’Uno mentre giusto davanti si vedrà la croce de Paterno 2746 m. All’uscita del canalone a circa 2025 m lo scenario cambia ancora divenendo fatto di rocce e mughi, dove apparirà davanti la Torre di Toblin e il Sasso di Sesto teatro di cruente battaglie alla baionetta, per poi infine raggiungere il tratto prativo a ridosso dell’Alpe dei Piani , dove uscirà anche la sagoma delle Tre Cime di Lavaredo e il Rifugio Locatelli Innerkofler 2405 m. Una breve pausa , per poi proseguire proprio sotto al Monte Paterno , che per me conserva dei ricordi di gioventù quando con la divisa degli Alpini salii le sue rocce fino sulla Croce di vetta , mentre il coro della Cadore ineggiava signore delle cime , si prosegue attraverso il segnavia n°101 , con un ultimo dislivello di circa 150 metri fino a Forcella Pian di cengia , lo spettacolo che si vede non lo si può minimamente descrivere, l’Alta Val Fiscalina la maestosa Croda Dei Toni 3090 m , la Forcella Giralba a 2431 m , La strada degli Alpini EEA , e la busa di Dentro che porta a Cima del Poperà 3046 m , la Cresta Zsigmondy e sullo sfondo dopo la forcella Undici , lei La croda Rossa di Sesto, si prosegue sul sentiero fino a raggiungere il Rifugio Pian Di Cengia 2528 m. , in quel piccolo pianoro del Pian di Cengia con punta Fiscalina , si inizia a scendere ma lo scenario toglie il fiato , fino a raggiungere il Rifugio Zsigmondy-Comici 2224 m. Si continua a scendere imboccando il n°103 che porterà fino al Rifugio fondovalle chiudendo così l’anello , portando a casa emozioni inspiegabili , anche se non a tutti comprensibili.
Cenni storici
Valle Sassovecchio
La notte del 27 agosto una compagnia di Alpini , una di Bersaglieri ed un plotone di Genieri , partono per un azione nella Valle Sassovecchio , passano sotto le posizioni austriache vicino i laghetti dei Piani , dopo aver tagliato i filo spinato sorge l’alba e non riescono procedere, la colonna viene bersagliata dal nemico dispergendosi tra i mughi mentre nella notte riescono a raggiungere la cascata del Rio. Nelle prime ore del 28 un plotone raggiunge sotto la cima dell’Una e le creste dell’alta val Fiscalina bloccando un reparto avversario , distrugge i reticolati , disturbando il nemico che stava lavorando in trincea , un’alpino avanzando cautamente a carponi attraverso i massi riuscendo a ghermire la piccozza del comandante nemico… La colonna tenta ancora ad avanzare supportata da una batteria da campagna posizionata sulla Forcella Pian di Cengia ed un pezzo posizionato sulla Forcella Camoscetto , ma nn riesce a sostenere il tiro delle batterie austriache , anche se la lotta risulterà vana , l’avversario e praticamente invisibili . La notte del 30 vengono raggiunti da un’altro plotone si prova ad inviare pattugli per stanare il nemico , ma risultano vane , conosce troppo bene le zone e snidarlo è impossibile di giorno i cecchini , i movimenti vengono visti e di notte il riflettore posizionato sulle Grande della Lavaredo sorveglia tutta la zona. Riescono ad occupare un torrione roccioso che verrà trasformato in un caposaldo avanzato chiamato Totenkopf dagli austriaci , Testa di Morto . Nel novembre del 15 gli austriaci decidono l’attacco per eliminare il caposaldo divenuto una fortezza al comando da un Tenente Bavare del Leibregiment ,tre esperti scalatori ed una squadra di Standschutzen . L’attacco e nella notte complice la nevicata e l’oscurità , mentre la foschia copre i loro movimenti, il tenete tedesco raggiunge la scala interna è mentre inizia la salita scorge due occhi nel buio , è un alpino , una lotta furibonda mentre l’alpino viene spinto nel burrone ma prima di cadere riesce a dare l’allarme , gli italiani occorrono e gli austroungarici sfuggono nel buio , trascorse alcune ore il tenente austriaco mentre dorme sulla tenda viene svegliato da un soldato per i continui lamenti , certamente era l’alpino caduto, il tenente ha ancora davanti gli occhi dell’alpino e non esita ad uscire per vedere di cosa si tratta, vede l’alpino con gli occhi chiusi che ogni tanto alza la mano ed invoca la mamma. Anche gli italiani sentono i lamenti e si organizzano per recuperarlo. L’ufficiale tedesco parte tentando di raggiungere l’alpino, in questo momento guerra ed odio non esistono più , i cauti movimenti dell’ufficiale si avvicina al ferito :
Davanti al tenente , il soldato giaceva inerme con il viso contratto dal dolore No questo soldato nn è più il nemico , il tenente lo solleva delicatamente con le braccia e lo trasporta con passo deciso e tranquillo verso le linee nemiche a pochi passo dalla posizione italiana guarda l’alpino, i suoi occhi non erano più timorosi , ma profonda gratitudine . Un giovane era davanti a lui irrigidito nel saluto con voce alta disse “Grazie Camerata Tedesco”. L’ufficiale italiano accompagna il Tenente Tedesco verso la linea nemica arroccata sulla cresta Rocciosa , si arresta fece il saluto rimanendo con gli occhi fissi quasi a proteggerlo fino a quando nn rientra nelle proprie linee .
Fonte storica tratta dal Libro “Guerra in Ampezzo e Cadore” Antonio Berti , A cura di Tito e Camillo Berti , edizioni Mursia
Val Fiscalina
l’8 giugno 1915 una compagnia di Alpini sale ed occupa con un plotone il passo Fiscalino , le Crode Fiscaline ed anche il Pulpito senza trovare resistenza si spingono con una pattuglia verso il Rifugio Zsigmondy-Comici lo trovano sgombro , verso le 20 si vedono alcuni grossi pattuglie austriache salire verso Forcella Giralba con alcuni colpi di artiglieria vengono dispersi e costretti a retrocedere , nel frattempo pare da alcune voci che gli italiani abbiano già occupato sia la Lista che il Rifugio Zsigmondy-Comici, così mandano Innerkofler , Piller e Rogger a controllare , salgono quindi a cima Undici ma il maltempo continuo gli impedisce di vedere bene ma in alcuni squarci riescono ad raccogliere dati sulle posizioni italiane. Nello stesso giorno nella testata della Valle si scontrano 2 pattuglie italiane con 2 austriache , inseguendole e mettendole in fuga , tre morti e tre gravemente feriti tra gli austriaci. Il giorno 9 gli Alpini occupano la forcella Cengia collegandosi cosi con gli altri che già presidiavano la zona del Passaporto . il 10 una pattuglia di alpino s’imbatte in una austriaca che sta salendo da Moso , 5 morti e gli altri si disperdono. L’11 gli alpini avanzano fino ad occupare la Lista cosi da sorvegliare l’intera zona , verso sera molti movimenti austriaci che trasportano materiali in direzione della terrazza ovest di cima Undici. Il 12 giugno l’eliografista alpino scorge un austriaco dal Pulpito che segnala attraverso l’alfabeto morse ” siamo completamente circondati dal nemico ci occorrono rinforzi ” , l’alpino fa fuoco colpisce il soldato austriaco , altri due occorrono ma cadono anche loro.
Il 24 giugno partono dall’albergo dolomiti 2 pattuglie con due rispettive guide Innerkofler e Forcher , il primo con l’incarico di portare la sua pattuglia oltrepassando la base della Lista 2413 m verso le rocce della Cresta Zsigmondy , si sale in notturna verso le ore 3 la pattuglia inizia le rocce della Cresta con la luna piena portandosi poi sulla Mitria 2788 m, per poter vedere gli italiani sulla Lista 300 metri più bassi . Mentre Forcher con la sua pattuglia sarebbe salito ancora una volta sulla cima una per poter controllare la Croda Fiscalina . La pattuglia di Sepp Innerkofler inizia a sparare sugli alpini che subito nn hanno capito cosa stesse accadendo, poi si sono messi a colpi di artiglieria verso gli austriaci , Sepp fu schivato di poco , arriva un secondo colpo a circa 10 metri sopra la pattuglia , ma austriaci si sono messi al sicuro le granate arrivano a circa 6-8 metri da loro . Allora Sepp chiese al tenete di proseguire lui solo per poi vedere se possibile anche gli altri . Saltando giù nel canalone una granata scoppia poco lontano dalla sua testa , comincia il fuoco di fucileria, venne la nebbia e potremmo finalmente muoversi , scendendo poi dal Vallon del Popera . Nel frattempo un grosso pattuglione austriaco è riuscito verso l’albeggiare a raggiungere le guardie italiane attestate sull’alta val Fiscalina , colte a fucilate furono costrette a ritirarsi abbandonando armi , munizioni e ferito.
Diamo lustro a queste nuove iniziative per dare la possibilità di vivere una giornata all’aria aperta , in quella conca d’oro , che brilla di luce propria, con scenari e panorami niente da invidiare a luoghi ben più famosi , qui nel cuore delle Piccole Dolomiti , in sentieri ed itinerari incredibili ad un passo dalla città , dove si potrà ricaricare il fisico e la mente , respirare il sapore di un tempo , quel profumo di malga e di latte appena munto accerchiati da alberi secolari , in quei sentieri ideali per escursionisti alle prime armi , e per chi nella fatica della salita ricerca ancor maggiore soddisfazione , come diceva Guido Rei:
«La Montagna è fatta per tutti, non solo per gli Alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte»
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Che sia all’inizio di un giro in bici o per concludere in bellezza la tua giornata a tutta natura, il nostro rifugio ti offre la giusta ricarica di energia per partire alla grande. Abbiamo pensato ad una selezione di piadine gourmet create direttamente dal nostro chef made in Romagna e non solo; il nostro servizio caffetteria è sempre aperto. Cosa aspetti? Ti aspettiamo per ricaricare le pile.
Si sale dal Costo di Asiago , superato l’abitato di Tresche Conca si prende a destra verso Cesuna imboccando poi Via Magnabosco si raggiungerà l’ampio posteggio di Via Vecchia Stazione a Cesuna di Roana , da li si parte a piedi per la nostra escursione.
Descrizione
L’escursione è molto facile ed ideale per tutti , si sale lungo una piccola mulattiera , in un bosco molto fitto , dove sono posizionate alcuna tabelle che descrivono la zona ed alcune opera scultoree di legno , fatte dagli scultori Marco Pangrazio e dal suo collaboratore Giovanni dal Sasso, che permettono di sedersi e riflettere per mantenere vivo il ricordo di quella notte in cui Vaia compi il suo disastro , anche se qui il danno si deve dire sia stato contenuto , non come successo nel Passo Vezzena oppure sulla Piana di Marcesina , si sale lungo un bosco fantastico fino a raggiungere la cima del Monte Lemerle teatro di aspri combattimenti , considerato il monte dei fanti , la brigata Forlì 43°e 44° rgt , il Gen. Franchi riporta così:
“Dieci giorni e dieci notti di eroismo e di sacrificio avevano vissute quelle valorose truppe , in un continuo inferno di fuoco e di sangue , in una continua tragedia di lotta e di morte ,con privazioni di rancio, con le labbra spesso riarse della sete e dalla febbre, prive di sonno e di riposo; nessuno, nessuno ebbe il pensiero alla fuga, alla disperazione, all’esonero.“
Proseguendo ed iniziando a scendere , si raggiunge il bunker Inglese che fu posto di comando del 9°Staffordshire rgt , dove una copia del fregio Inglese ne conferma la sua provenienza , alcune sculture ne abbelliscono la cruda realtà del cemento , si raggiunge poi un altro bivio che riporta un’ulteriore tabella ed alcune sculture fino a raggiungere poi la selletta del Lemerle , con le postazioni di mitragliatrice che guardano verso il fondo della valle , si raggiungerà poi il Sacello dedicato a Sant’Antonio e San Girolamo , mentre sulla sinistra salendo ancora qualche centinaio di metri si potrà vedere la Colonna Romana che fu il punto ci fu la massima penetrazione dei soldati austroungarici , ed il Cimitero Inglese ed Italiano , poi si potra ridiscendere lungo la stradina asfaltata per completare questo piccolo anello , nel ricordo di chi ha perso la vita qui nel 1915-1918 , e per non dimenticare il disastro di Vaia.
Itinerario : Campiello –Monte Paù-Monte Zovetto- Monte Lemerle
Tipo di terreno : sentiero e mulattiera, sterrato circa 22 Km
Tempo di percorrenza del sentiero : 6h40
Dislivello totale : 729 m
Quota massima raggiunta : 1414 m
Come raggiungere
Si sale dalla strada del Costo di Asiago , dopo essere entrati nella Val Canaglia , superato il Passo Campiello , si raggiunge la fermata dell’ex trenino , si lascia l’auto e si parte a piedi.
Descrizione
Si scende da Campiello verso il cimitero Italo-Austriaco di Campiello , prendendo poi la strada forestale che sale nella malga Cerasana e Malga Roccolo per poi proseguire verso il monte Croce , passando per un piccolo sito di lancio con il parapendio , proseguendo sempre sulla strada si raggiunge in una curva , il sentiero 661 che porta prima a Monte Paù-Cima del Gallo 1417 m attraverso un sentiero esposto verso la fantastica conca di Arsiero-Cogollo del Cengio e Piovene Rocchette, per poi scendere attraverso la malga Gallo , ed attraverso il bosco distrutto da vaia e dal Bostrico che sta facendo strage di abeti rossi , si scende su questa desolazione fino a raggiungere il bivio che sale da Campiello (quella che non passa per il monte Paù )si mantiene la destra , imboccando a breve la Trincea del Monte Zovetto , dove incontreremo la linea fortificata delle trincee Inglesi , in un contesto in cui è facile comprendere l’importanza strategica di questo sito , e dove il panorama rimane unico nella zona , a poche centinai di metri si può raggiungere sia la Malga Zovetto che il rifugio Kubelek , da li riprendendo la strada si scende per circa 1 km e sulla destra si potrà vedere l’entrata del sentiero anche se non segnalato che porta nei due cimiteri di Magnaboschi quello Italiano ed Inglese , superati i cimiteri e la colonna romana , si arriva al piccolo Sacello di Sant’Antonio e San Girolamo, li si prende la stradina sterrata a destra che riporta la salita sul monte Lemerle passando per l’omonima forcella , si sale in un bosco che privo di visibilità al contrario del monte Zovetto , ma che è stato teatro di aspri combattimenti si raggiunge così il bunker Inglese che fu posto di comando del 9°Staffordshire rgt , dove una copia del fregio Inglese ne conferma la sua provenienza , si raggiunge dopo poco la cima del Monte Lemerle , considerato il monte dei fanti , la brigata Forlì 43°e 44° rgt , il Gen. Franchi riporta così:
“Dieci giorni e dieci notti di eroismo e di sacrificio avevano vissute quelle valorose truppe , in un continuo inferno di fuoco e di sangue , in una continua tragedia di lotta e di morte ,con privazioni di rancio, con le labbra spesso riarse della sete e dalla febbre, prive di sonno e di riposo; nessuno, nessuno ebbe il pensiero alla fuga, alla disperazione, all’esonero.“
Si scende poi verso la valle per raggiungere l’abitato di Cesuna , sul passaggio del trenino, per poi imboccare la ciclabile che ci porterà di nuovo alla Stazione di Campiello.
Si sale verso le Melette di Gallio e si procede verso Campomulo imboccando la strada per salire sull’Ortigara , fino a raggiungere un bivio a destra che scenderà sulla piana di Marcesina, entrando nella devastazione di Vaia , raggiunto un primo bivio che riporta il Rifugio Barricata , si svolta a sinistra e si prosegue fino a vedere l’Aquila in lontananza . Se invece si sale da Foza si deve percorrere tutta la Piana di Marcesina fino a raggiungere il bivio che si troverà a destra che porta al Rifugio Barricata . ( ricordo che la strada che porta alla piana di Marcesina da Campomulo è sterrata e poco manutentata ).
Dopo il grande Drago di Vaia , lo scultore Marco Martello Martelar compie un nuovo capolavoro, “Per me Il legno è il tramite, il ponte che lega arte, uomo e natura” alta 7 metri e lunga 5 metri , del peso di 1600 kg e circa 1800 viti , un’opera fantastica, situata in una zona in cui Vaia ha compiuto il disastro più beffardo , la Piana di Marcesina , forse uno dei luoghi più suggestivi e unici dell’altipiano , dove il Trentino si inerpica in quel cippo Anepoz dove le formelle di Austria e La Serenissima si incontrano nel maestoso è lungo sentiero dei cippi , la terra che fu confine , quel pezzo di terra dove Mario Rigoni Stern ha scritto quella famosa frase scalfita sul marmo dell’Albergo Marcesina :
“Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno si faranno trasportare su una slitta tirata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero come sarebbe triste il mondo” Mario Rigoni Stern
Qui in questa piana resa un pò cupa e triste da questa immensa distruzione di Vaia , dove la minuscola Chiesetta di San Lorenzo appare come microscopica , nella vastità di questa piana che d’inverno raggiunge incredibili temperature di -35° , paludosa e verde , nella primavera ed estate , a pochi passi da quella sanguinosa battaglia dell’Ortigara , ora avrà un’Aquila che sarà un testimone del ricordo di quella notte in cui la tempesta Vaia , ha compiuto la sua devastazione , io da testimone l’ho potuto constatare mentre la notte di Vaia tagliavo piante sulla strada per il passo Vezzena , e dove la mattina si aprì un scenario apocalittico.
Lo Scultore ed il Drago
Marco Martalar Scultore del legno e artista del bosco , dove passo la maggior parte del tempo per creare e farmi ispirare.Gli alberi , gli animali , il silenzio , il fuoco e la natura ancora selvaggia, per me linfa vitale dove la mia arte trae nutrimento.
Il legno della scultura infatti non è trattato e con il tempo deperirà per l’effetto degli agenti atmosferici. Perciò, cambierà forma e, tramite la decomposizione, andrà a formare nuovo humus per i boschi. Gli alberi sradicati dalla tempesta saranno quindi nutrimento per altri alberi e contribuiranno a renderli più rigogliosi.
Quando sono arrivato sul grande prato che lo ospita mi sono emozionato , la quantità di persone era fuori dalla mia immaginazione , Persone sedute sul prato a godersi il sole l’aria, persone che passeggiavano , bimbi che giocavano. Lui era lì fermo come quando lo avevo lasciato, come quando lassù io e lui in solitudine stava nascendo, ora invece circondato da centinaia di persone, il tutto senza caos gente rispettosa con la voglia di toccarlo o fare una foto, è stato bello. Marco Martalar
Tempo di percorrenza : 1h30Dal Piazzale principe del piemonte – 2h30 Da Campiello
Dislivello totale : 200 m – 400 m da Campiello
Quota massima raggiunta : 1351 m
Come Raggiungere
Per salire al Monte Cengio ci sono diverse vie , la prima la più facile è salire attraverso la strada del Costo di Asiago , poco prima di raggiungere l’abitato di Tresche Conca , nei pressi della Casetta Rossa di Passo Campedello si incontra un bivio sulla sinistra che porta prima al piazzale principe del Piemonte dove si potrà lasciare l’auto per proseguire a piedi . Il secondo percorso , diciamo un pò più impegnativo si lascia l’auto appena entrati nella stretta valle prima di raggiungere la Casetta Rossa , dove un piccolo posteggio sulla sinistra si potrà lasciare l’auto e proseguire a piedi , invece per chi vuole avventurarsi in qualcosa di più difficile ma con scenari molto panoramici ed appaganti , lo potrà fare con il Sentiero n. 651 che sale dal Monastero della Resurrezione a Mosson (Cogollo del Cengio) già descritto in precedenza .
Cenni Storici
Monte Cengio e i Granatieri di Sardegna
Ricerca 10.000 uomini che erano giunti ad Asiago, riuscirono a salvarsi in poco più di 1000 , alla sera del 3 giugno il Monte cengio era in mano austriaca ma le perdite furono alte anche per gli imperiali e il sacrificio della brigata Granatieri di Sardegna era riuscito a fermare per sempre la discesa in pianura dei fanti dell’imperatore Francesco Giuseppe , con i granatieri combattevano i Fanti delle Brigate Catanzaro, Novara, Pescara e Modena al termine della strafexpedition gli austriaci si ritirarono nei territori occupati e il 24 giugno 1916 le truppe italiane ripresero possesso del Monte cengio e di tutto il pianoro circostante fino alla Val d’Assa . I comandi italiani decisero di predisporre una serie di opere difensive articolate su tre successivi linee “la linea di massima resistenza”, “la linea di resistenza ad oltranza” e “la linea di difesa marginale”.
la linea di massima resistenza era formata da tanti piccoli posti di sorveglianza situati in posizione avanzata sul ciglio della Val d’assa a guardia dei sentieri che dal fondo della valle risalivano gli scoscesi dirupi .
La linea di resistenza ad oltranza la più importante era in realtà un sistema di postazioni difensive unite tra di loro da un’unica trincea costruite proprio su quelle quote dove i granatieri avevano combattuto per la difesa dell’altopiano punto il Monte cengio, il Monte barco, il Monte Belmonte, il Monte Busibollo e malga ciaramella divennero altrettanto fortini naturali che supportandosi a vicenda costituirono un complesso difensivo , che peraltro non venne più direttamente interessato delle vicende belliche. La Val barchetto fu compresa nel sistema difensivo di Monte barco è attraversata da uno sbarramento difensivo che collegava il caposaldo di quota 1363 a sinistra con le linee di trincee principali dello stesso Barco a destra lasciando peraltro libera la rotabile utile per il trasporto del materiale.
Infine la linea di difesa marginale mai ultimata costituita l’ultima linea difensiva che sfruttando le alture che delimitavano a sud dell’altopiano di Asiago doveva servire a fermare eventuali attacchi austriaci nella probabilità che avessero ceduto le due altre linee di difesa. Il settore Monte Cengio per la sua importanza e per la sua posizione era compreso nelle linee di resistenza ad oltranza e a sua volta contava i suoi capisaldi difensivi nelle quote 1363 , 1312, 1351, 1356 e 1332 rilievi che si alzavano sui dirupi della Val d’astico per collegare tra loro sistemi difensivi si costruì una mulattiera di arroccamento in seguito denominata delle granatiere in onore del corpo da cui che qui difese la pianura veneta.
Il 28 maggio del 1916 gli austroungariche risalivano da Val D’Assa attestandosi sul pianoro del Cengio mentre i Granatieri si prepararono a resistere sulle alture dello stesso Monte alla sera del 29 maggio un gruppo di fanti imperiali comandanti dal col Klielman penetrò nel forte Punta Corbin già disarmato e sgombrato dalle truppe italiane il 30 maggio del 1916 i Granatieri ricevettero l’ordine di riconquistare il forte ma durante l’avvicinamento stesso scontravano con gli austriaci che miravano la conquista del Monte Cengio e di tutto il suo pianoro nonostante le gravi perdite subite nei combattimenti Granatieri riuscirono a fermare l’assalto austriaco e si asserragliarono intorno alla cima della montagna il secondo tentativo di conquista austriaco del 31 maggio i Reiner salisburghesi del 59°rgt del 31 maggio trovò anche questa volta i granatieri che grazie all’aiuto dei fanti delle Brigate Pescara , Catanzaro e Novara riuscirono a fermare gli assalti . Gli austriaci conquistarono il vicino Monte Barco , posizionando alcune mitragliatrici degli austriaci sulla Val barchetto interruppero i collegamenti tra i granatieri sul Cengio e i comandi di Campiello impedendo il rifornimento di acqua , cibo e munizioni isolati sulle alture del Monte cengio al comando del cap Morozzo della Rocca vi erano i granatieri del I° reggimento assieme ai Fanti delle Brigate Catanzaro , Pescara e Novara con i pochi mezzi a disposizione privi di rifornimenti i soldati italiani stesero quel poco di filo spinato avevano a disposizione e alzavano qualche muretto a secco con le pietre trovate sul terreno per difendersi dal fuoco di fucileria e delle mitragliatrici schwarzlose,il 3 giugno del 1916 soldati imperiali lanciarono l’attacco finale dopo un devastante bombardamento mattutino risalendo la Val di Silà gli Schutzen comandati dal col.Alpi riuscirono a sfondare le linee di difesa ingaggiarono un combattimento corpo a corpo con i granatieri italiani che alle spalle delle trincee avevano solo lo strapiombo della Val d’astico in questi combattimenti che nacque la leggenda del salto del granatiere in quando i soldati italiani piuttosto che arrendersi preferivano gettarsi dei dirupi avvinghiati nella lotta agli austriaci andando incontro entrambi è morto certa . Nei successivi mesi la battaglia , tornato il Cengio in mano italiana la Val di Silà viene sbarrata da un duplice trincea e da una più a Valle che raccordava la vecchia trincea di granatieri e proseguiva per le pendici del Monte Barco
Quota Piazzale Principe del Piemonte
La quota 1045 è la punta estrema del sistema montuoso del Monte Cengio tra la Val Canaglia e la Val Cengiotta , sistemato a difesa nel 1917 per ostacolare qualora si fosse perduto di nuovamente il Monte Cengio un’eventuale attacco austriaco proveniente da Occidente ed è la funzione di controllo della val Cengiotta e delle mulattiere che salivano da Cogollo del cengio chiamato “sentiero delle postazioni “ le mulattiere era già stata utilizzata la notte del 2 giugno del 1916 durante la battaglia del Cengio per portare con i muli gli ultimi rifornimenti di acqua e viveri e granatieri in trincea . La linea di difesa era organizzata con trincee difese da reticolati postazioni mitragliatrici quasi tutti in caverna ricoveri truppe in caverna scavate nella roccia o in tane di volpe capaci di contenere circa 1000 uomini.
La Cannoniera
Quattro postazioni per pezzi di artiglieria da montagna da piccolo calibro 70 mm la postazione venne costruita la primavera e l’estate del 1917 dalla 2° compagnia minatori partente al Comando del Genio del XXVI Corpo D’Armata , la galleria di accesso della larghezza di 2 m sviluppa una lunghezza di 74 m e su di essa si affacciano quattro caverne e un deposito di munizioni profondo circa 3 metri . Il fronte della batteria sviluppa invece una larghezza complessiva di circa 24 m . La batteria chiudeva ad est il complesso sistema difensivo del caposaldo del cengio che si collegava poi all’adiacente caposaldo di Monte Barco .
Il Salto Del Granatiere
Scrisse il gen. Pennella comandante della brigata granatieri di Sardegna
«si narrava già di aver venduto rotolare per le rocce strapiombanti la sull’Astico nel furore dell’ardente lotta grovigli umani di austriaci e granatieri»
Questa testimonianza dell’aspirante Franco Bondi ufficiale del IV btg. del I rgt Granatieri di Sardegna
«improvvisamente poi verso le 2 pomeridiane il nemico ci assalì alle spalle e contemporaneamente anche di fronte , data della sorpresa e le condizioni disperate in cui ci trovavamo si svilupparono una serie di combattimenti singolari con bombe a mano e fucileria da parte del nemico e all’arma bianca da parte nostra… Fui testimone oculare di atti di eroismo dei miei granatieri e di quelli della sezione mitragliatrici che si trovavano immediatamente alla mia destra di cui un caporalmaggiore servente continuo a far fuoco ancora l’arma fino a che fu ucciso a baionettata sul pezzo e così pure le vedete sorprese dall’attacco furono finite a baionettata»
Galleria Comando
Questa era la galleria comando alle pendici di quota 1351 qui erano situati anche i pezzi di artiglieria da 149 mm avevano il compito di ostacolare l’avanzata austriaca lungo la Val d’astico è proprio la loro efficacia azione costrinse i comandi austriaci a dover conquistare nel più breve tempo possibile Monte Cengio durante la battaglia del giugno 1916 i cannoni vennero portati all’aperto sul piazzale dinanzi all’entrata della galleria da dove il contrastarono anche se solo per poco tempo gli assalti di soldati imperiali terminate le munizioni rimasero inutilizzati nella galleria il cap. Federico Morozzo della Rocca comandante del IV btg del I° rgt granatieri di Sardegna situo il comando di settore del Cengio la caverna fungeva anche da posto di primo soccorso sanitario qui vennero ammassati i feriti durante l’attacco risolutivo del 3 giugno . Ricorda il tenente Giacomo Silimbani aiutante maggiore dei cap. Morozzo :
«venni portato al posto di medicazione situato in caverna già pieno di feriti e posto in una barella fuori il combattimento era cannettato ente impegnato ma io non sentivo che il frastuono confuso mentre un caporalmaggiore di sanità stava affacciando me la seconda ferita irruppero nella caverna gli austriaci semisvenuto vendete trasportato dagli stessi granatieri portaferiti per ordine di un ufficiale austriaco al posto di medicazione nemico e poi aprire le scale appresso una sezione di sanità»
Monte Cengio Zona Sacra
Dei 6000 Granatieri che erano giunti in zona Cengio il 22 maggio del 1916, la notte su 4 giugno riparavano sul Monte Paù circa 1300 superstiti. Quando questi, pochi giorni dopo, sfileranno nuovamente per le strade di Marostica, la popolazione incredula allibita rimarrà convintamente in attesa di una seconda colonna. Composta di morti, feriti e prigionieri, essa era rimasta lassù, sulle balze del Cengio, tra Tresche e Cesuna . Le perdite complessivamente registrate dalla brigata granatieri di Sardegna, dei reggimenti di fanteria 211°,212°, 154°,142° e 144°, oltre ai militari di altre armi, fra il 29 maggio e il 3 giugno compreso furono il seguenti : ufficiali morti 51, feriti 112 ,dispersi 77; militari morti 1098, feriti 2482, dispersi 6044 per un totale di 10.264 uomini si deve alla fede, al patriottismo e alla tenacia dei Granatieri e delle popolazioni Vicentine se ricordo degli eroi del cengio e stato noi tramandato sulla terra che fu teatro di una delle più sanguinose battaglie del fronte Tridentino. Il Cengio è stato dichiarato il 27 giugno del 1967 sono SACRA
Chi era Carlo Stuparich
Carlo Stuparich (Trieste 1894 – Val Silà 1916) fratello di Giani Stuparich, dopo aver frequentato il Liceo ginnasio comunale di Trieste. All’entrata in guerra dell’Italia, con il fratello e Scipio Slapatersi presentò alla caserma del 1° rgt. Granatieri a Roma, per contrarvi l’arruolamento volontario. Con essi fu inoltrato al fronte, nel Monfalconese, dove affrontò le prime due battaglie dell’Isonzo come soldato semplice; divenuto sottotenente della Milizia territoriale, trascorse un periodo di forzata inattività sulle montagne soprastanti il Garda, per rientrare al fronte ancora tra i granatieri, prima nel settore Oslavia – San Floriano, poi sull’altipiano di Asiago. Qui, nelle giornate convulse della Strafexpedition, rimase isolato con il plotone affidato al suo comando nella Val Silà, sulla strada che conduce a Forte Corbin; vistosi circondato, caduti quasi tutti i suoi uomini, alla cattura preferì spararsi un colpo di rivoltella alla tempia. Il corpo rotolò in una sottostante dolina, nella quale riposò per tre anni finché il fratello non poté ritrovarlo e seppellirlo dapprima a TreschèConca,e infine a Trieste,dove riposa nella tomba di famiglia. Alla sua memoria, venne conferita la medaglia d’oro al valor militare.
«Nobilissima figura tempra di soldato, volontario dall’inizio della guerra, si votò con entusiasmo alla liberazione della terra natia. Comandante di una posizione completamente violata, di fronte a forze nemiche soverchianti, accerchiato da tutte le parti, senza recedere di un passo, sempre sulla linea del fuoco animò e incitò i dipendenti, fulgido esempio di valore, finché rimasti uccisi e feriti quasi tutti i suoi uomini e finite le munizioni, si diede la morte per non cadere vivo nelle mani dell’odiato avversario.» — Monte Cengio, 30 maggio 1916.
«Qui, faggi, carpini, noccioli e, sotto gli arbusti, fra il muschio, zone fragranti di mughetti. In questa conca silenziosa, alle pendici del Cengio, su cui passano le nuvole e, dopo uno scroscio di pioggia, appare per un momento il sole, ha vissuto le sue ultime ore mio fratello Carlo. Il pensiero che mi riconduce a quello che Carlo visse in quei momenti è intenso, ma non è cruccioso: cerco intorno e dentro a me stesso, mi raccolgo, rivivo. Tutte le volte sono sceso di lassù con l’animo fatto più semplice e chiaro.»Giani Stuparich